Assedio di Giaffa

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Assedio di Giaffa
Bonaparte visita gli appestati di Giaffa, dipinto di Antoine-Jean Gros raffigurante le conseguenze della battaglia
Bonaparte visita gli appestati di Giaffa, dipinto di Antoine-Jean Gros raffigurante le conseguenze della battaglia
Data 3–7 marzo 1799
Luogo Giaffa
Esito Vittoria francese
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Sconosciuto Sconosciuto
Perdite
Sconosciuto Sconosciuto
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L'assedio di Giaffa fu combattuto tra il 3 ed il 7 marzo 1799 tra Francia ed impero ottomano. I francesi, guidati da Napoleone Bonaparte, conquistarono la città.

Battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Giaffa era circondata da alte mura e da torri. Ahmed al-Jazzar assegnò la difesa alle sue truppe migliori, compresi 1200 artiglieri. Napoleone avrebbe dovuto conquistare Giaffa prima di poter proseguire, e l'intero successo della spedizione dipendeva dall'esito della battaglia, essendo Giaffa uno dei principali centri mercantili siriani, nonché un porto che avrebbe fornito rifugio alla sua flotta.

Tutte le opere esterne potevano essere assediate, e si poteva aprire una breccia. Quando Bonaparte inviò un turco dal comandante della città chiedendone la resa, questi decapitò il messaggero ed ordinò una sortita. Fu respinto prima di quella stessa sera. La forza esercitata dai francesi fu tale da causare il crollo di una delle torri per cui, nonostante la coraggiosa resistenza, Giaffa fu conquistata.

Secondo alcune fonti, i messaggeri francesi che portarono in città l'ultimatum di Napoleone furono arrestati, torturati, castrati e decapitati, e le loro teste impalate sulle mura. Questi maltrattamenti convinsero Napoleone, dopo la resa della città, a concedere ai suoi uomini due giorni e due notti di omicidi e stupri. Si permise anche di giustiziare il governatore turco Abdallah Bey. Bonaparte si rifiutò di onorare le promesse del figlio adottivo Eugenio di Beauharnais riguardo al fatto di non uccidere i prigionieri, ed ordinò che Ottomani (secondo alcune fonti circa 2440, secondo altri 4100[1]) e molti albanesi fossero fucilati o accoltellati con le baionette. In seguito gli agiografi di Napoleone, parlando di questa scelta, scrissero: «Per mantenere il controllo di così tanti prigionieri, sarebbe stato necessario dedicargli delle guardie, il che avrebbe ridotto drasticamente le forze a sua disposizione; se li avesse lasciati liberi avrebbero potuto unirsi dalle truppe di Ahmad al-Jazzar».

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Monumento dedicato ai soldati di Napoleone eretto presso il monastero di Stella Maris

Napoleone permise anche a centinaia di egiziani di fuggire, nella speranza che la notizia della caduta d Giaffa avrebbe intimidito le altre città siriane. Tuttavia questa si rivelò una pessima mossa, dato che la notizia rese più dure le difese nemiche. Nel frattempo un'epidemia di peste, causata dalla scarsa igiene nel quartier generale francese di Ramla, decimò la popolazione locale e lo stesso esercito invasore.[2] Come suggerirà anche durante l'assedio di San Giovanni d'Acri, alla vigilia della ritirata da Siria-Palestina, Napoleone ordinò ai dottori del proprio esercito (guidati da Desgenettes), di somministrare ai feriti tanto gravi da non poter essere evacuati una dose letale di laudano, ma la loro ferma opposizione lo convinse a ritornare sulla decisione.[3] Sconfitto nel nord del paese dai Turchi, Napoleone abbandonò la Palestina. Dopo la sua partenza i britannici, alleati dei Turchi e comandati da William Sidney Smith, ricostruirono le mura di Giaffa.

Negli anni 1800-1814, dopo un assedio durato nove mesi, Giaffa fu conquistata e strappata di nuovo dalle mani dall'ex avversario di Napoleone, Ahmad al-Jazzar, ad opera del governatore di Acri, un bosniaco.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Louis Antoine Fauvelet de Bourrienne, Memorie di Napoleone p.172
  2. ^ Yad Yitzhak Ben-Zvi, Jaffa: A City in Evolution Ruth Kark, Gerusalemme, 1990, pp. 8–9.
  3. ^ David G. Chandler, Le Campagne di Napoleone, Milano, R.C.S. Libri S.p.A., 1998, ISBN 88-17-11577-0, Vol. I, p. 320
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