Volto Santo di Lucca

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Coordinate: 43°50′26.47″N 10°30′21.57″E / 43.840686°N 10.505992°E43.840686; 10.505992

Lucca, Affresco di Amico Aspertini in San Frediano che raffigura il trasferimento del Volto Santo verso Lucca narrato nella leggenda leobiniana.
Un grosso lucchese del XIII secolo con il Volto Santo

Il Volto Santo di Lucca è un crocifisso ligneo, che la leggenda definisce un'immagine acheropita e che è stato al centro di una diffusa venerazione in tutta Europa fin dal Medioevo.

La critica è concorde nel ritenere che l'attuale croce sia una copia della immagine originale, approntata in epoca incerta per sostituire una croce forse gravemente danneggiata. La valutazione cronologica, ostacolata dallo stato attuale della scultura, coperta di nerofumo e su cui non è pensabile di condurre indagini distruttive o restauri di grande portata stante la grandissima venerazione ancora tributatagli, oscilla fra l'XI e il XIII secolo.

È attualmente conservato in un tempietto a pianta centrale costruito da Matteo Civitali nel 1484, nella navata sinistra della cattedrale di San Martino a Lucca. La grandissima venerazione ne ha fatto il vero e proprio Palladio della città, di fatto eclissando i santi protettori titolari della città, san Martino e san Paolino, tanto che la massima festa religiosa della diocesi è proprio la festa della Esaltazione della Santa Croce

La Leggenda Leobiniana[modifica | modifica wikitesto]

Nel secolo XII in ambito lucchese, per fornire una base documentale alla sempre crescente venerazione tributata all'immagine, fu redatta una Relatio de revelatione sive inventione ac translatione sacratissimi vultus (Racconto della creazione, scoperta e traslazione del santissimo volto) che in realtà secondo la critica riunirebbe tre nuclei leggendari diversi[1], comunque riferibili all'epoca del vescovo Rangerio (1097-1112).

In questa relatio viene fissato il racconto dell'arrivo a Luni, e successivamente a Lucca, nel 742, di una statua contenente numerose reliquie rappresentante un Cristo in croce scolpito da quel San Nicodemo, membro del Sinedrio e discepolo di Gesù che, con Giuseppe d'Arimatea, depose Cristo nel sepolcro. La leggenda riporta anche che Nicodemo si sarebbe trovato di fronte all'impossibilità di riprodurre il volto del Messia e che l'immagine sarebbe stata da lui ritrovata già scolpita in modo miracoloso.

La connotazione dell'immagine come acheropita e per di più contenitore per reliquie, veniva così accentuata per allontanare le accuse di idolatria, non rare nel caso di culto di immagini tridimensionali di tale grandezza[2]. La leggenda continua raccontando che per sfuggire alla minaccia di distruzione essa venisse posta su una nave priva di equipaggio, lasciata libera di navigare a tutti i venti, che infine giunse nel Tirreno, di fronte al porto di Luni.

La nave avrebbe resistito ad ogni tentativo di abbordaggio da parte dei lunensi, salvo poi approdare spontaneamente a riva dopo l'esortazione del vescovo di Lucca Giovanni I, giunto nel frattempo nella zona dopo essere stato avvisato in sogno della presenza sulla nave del Volto Santo. Una volta portato a terra, il crocifisso fu ancora disputato da lunensi e lucchesi, ma altri segni divini vollero che il crocifisso venisse condotto a Lucca, e alla fine i lunensi furono costretti a rinunciare al possesso della reliquia, ricevendo in compensazione un'ampolla del Sangue di Cristo prelevata da dentro il crocifisso. Tale reliquia è ancora venerata a Sarzana, essendovi giunta dopo l'abbandono di Luni.

I lucchesi accolsero immediatamente con grande venerazione il crocifisso del Volto Santo, il quale fu posto nella Chiesa di S.Frediano. Al mattino seguente però, il Volto Santo era sparito: esso fu però ritrovato in un orto nelle immediate vicinanze del Duomo di S.Martino: individuato come un "segno" miracoloso, il Crocifisso del Volto Santo resta tutt'oggi nel Duomo di Lucca.

La critica storica[modifica | modifica wikitesto]

Non è molto noto il fatto che la croce venerata a Lucca non è affatto un'opera isolata. La leggenda che la dichiara acheropita ha fatto sì che i fedeli, ma anche gran parte degli storici dell'arte, la considerasse un unicum; in realtà si tratta del più celebre membro di una classe di crocifissi oggi sparsi in tutta Europa, e oltre; Sono evidentemente accostabili al volto santo di Lucca[3] (citeremo solo i più significativi):

Una notazione a parte merita il Volto santo di Sansepolcro, che il recente restauro avrebbe rivelato come il più antico superstite di questa classe.

Il momento in cui l'attuale simulacro fu sostituito alla precedente immagine non è noto. Tra le varie ipotesi, questo cambio è messo in rapporto con il vescovato (1060-70), di Anselmo da Baggio, che presenziò alla consacrazione della nuova cattedrale il 6 ottobre 1070. Una parte della letteratura[4] sulla statua, basandosi sulla legenda leobiniana, che parla di una origine mediorientale, ritiene che il crocifisso ligneo non sia da riferirsi alla scultura occidentale del X-XI secolo, vista anche la particolarità iconografica del Cristo colobiato[5]. La posizione opposta è difesa da altri studiosi, che fanno tra l'altro notare come il cristo non indossi affatto un colobium[6], bensì una tunica manicata, cioè un indumento sacerdotale. La stessa esistenza di statue di grandi dimensioni in Oriente è stata posta in dubbio[7]. In ogni caso, vi sono motivi stilistici che negherebbero l'origine orientale della classe di crocifissi riferibili al volto santo. Primo fra tutti, lo sguardo dei crocifissi, sia pur dagli occhi fissi e sporgenti come idoli precristiani, si fissa direttamente sull'osservatore, e sembra seguirlo con gli occhi. Un simile rapporto diretto col popolo è quanto di più estraneo all'arte orientale, le cui immagini fissano il vuoto in un totale estraniamento.

Croce del Monastero di Werden

La presenza di croci monumentali in area occidentale è testimoniata dalla Gerokreuz nel Duomo di Colonia che si data all'epoca del vescovado di Gero, cioè già al 960-970, o alle grandi croci ottoniane di Pavia e Vercelli, datate rispettivamente ante 996 e ante 1026 fino alla croce del Monastero di Werden, datata 1060; anche se tutte queste croci rappresentano Cristo col perizoma, è notevole che tutte siano del tipo a quattro chiodi cioè coi piedi non sovrapposti. Numerosi sono anche i riscontri nelle miniature, sempre di area imperiale germanica, in cui si osserva un cristo rivestito di tunica, come nel Codex Egberti (Reichenau, 977-993) o nei Vangeli di Uta, (Ratisbona, 1002-1025).

Grazie alla popolarità raggiunta dalla antica statua vennero prodotte molte copie, soprattutto xilografie, ad uso dei pellegrini, che accorrevano a Lucca da ogni parte d'Europa. Queste copie, che cominciano già al principio del XII secolo, presero nome di Volto Santo, o Volto Santo di Lucca, alla fine del XIV secolo, nelle Fiandre, una copia del Volto suscitava venerazione e miracoli, ma già, vista la distanza dall'originale, nessuno sapeva più chi rappresentasse: la lunga veste impediva di riconoscervi un Cristo crocifisso, per il quale era ormai usuale l'uso del perizoma, facendo così piuttosto pensare a una donna, il problema era la barba, così si formò la leggenda di una santa che, volendo mantenere a ogni costo la verginità contro il volere del padre, che l'aveva promessa in sposa a un re di Sicilia, ottenne per grazia divina che una folta barba le coprisse il volto, rendendola indesiderabile, tanto da essere punita con la crocifissione.

La santa assume nei vari paesi d'Europa assunse nomi diversi da Sankt Wilgefortis o Kümmernis in Germania a Sainte Débarras in Francia, entrando nel Martyrologium Romanum nel 1583, restandovi fino al secolo scorso e suscitando un'amplissima devozione popolare in tutta Europa, tranne che in Italia.

Miracoli[modifica | modifica wikitesto]

Miracolo della mannaja[modifica | modifica wikitesto]

Il fatto accadde a Pietralunga l'11 settembre 1334, quando un certo Giovanni di Lorenzo di Picardia (Francia), per recarsi in pellegrinaggio a Lucca (Volto Santo), passando per Pietralunga, veniva ingiustamente accusato di avere ucciso un uomo e di conseguenza condannato a morte. Il povero uomo si rivolgeva fiducioso al Volto Santo tanto che, quando il boia tentò di tagliargli il collo con la mannaja, a questa le si rivoltò la lama. Di tale fatto esistono molte testimonianze probatorie, tra cui una lettera autografa di Branca de' Branci, podestà di Pietralunga, la registrazione del fatto miracoloso in un manoscritto conservato presso la Biblioteca del Convento dei Frati Cappuccini di Monte San Quirico di Lucca alle carte 45 e 46 e la stessa mannaja, che è conservata nel Duomo di Lucca, appesa vicino alla cappella del Volto Santo a testimonianza del miracolo accaduto.

Miracolo della ciabatta[modifica | modifica wikitesto]

Si narra che un giullare molto povero e fedele al Volto Santo, si recasse a pregare intensamente per le sue miserie offrendo in segno di devozione l'unica cosa che possedeva, la sua arte giullaresca, e volteggiando così nel luogo sacro presso il crocifisso destò l'ira dei prelati e dei devoti. Il Volto Santo, agghindato di ori nella corona e nella veste, lasciò cadere una delle preziosissime ciabatte dorate (la destra) in segno di apprezzamento per il suo gesto puro e dargli la possibilità di far fronte alle proprie miserie. Quando l'uomo prese la preziosa ciabatta, fu acciuffato e gli fu intimato di restituire quello che appariva come il frutto di un furto. Nessuno credette al racconto miracoloso narrato dal povero, il quale fu incarcerato. Ma ogni tentativo di ricollocare la ciabatta dorata al piede del crocifisso fu inutile: essa continuava ad essere "rifiutata" dal piede della reliquia, come se fosse un dono ormai fatto al povero, ingiustamente incarcerato, avvalorando la versione del miracoloso dono sostenuta dall'uomo. Così il povero fu creduto e rilasciato e gli fu fatta una generosa donazione in denaro da parte della Chiesa a patto che rinunciasse alla santa ciabatta, che il povero accettò di buon grado. Ancora oggi la ciabatta d'oro del Volto Santo non è fissata al piede del crocifisso, ma è semplicemente appoggiata e sorretta da un calice dorato, come se il piede del crocifisso continuasse a rifiutarla.

Citazioni[modifica | modifica wikitesto]

Dante cita il Volto Santo nella Divina Commedia, e più precisamente nel canto XXI dell'Inferno, nella quinta bolgia, dove gli imbroglioni, i concussori e i corrotti scontano le loro pene immersi nella pece bollente e torturati da diavoli muniti di affilati uncini. Tra i peccatori vi è un personaggio lucchese molto noto all'epoca, Martino Bottario, definito come "anziano di Santa Zita", in quanto magistrato di Lucca. Egli viene preso in giro con perfida ironia da alcuni diavoli che lo scherniscono dicendo "qui non ha loco il Santo Volto!", cioè i diavoli indicano che è inutile pregare il Volto Santo perché la dannazione che sta subendo è eterna. E subito insistono "qui si nuota altrimenti che nel Serchio", cioè ironizzano sul supplizio di nuotare nella nera pece bollente rispetto alle fresche acque del fiume Serchio che bagna Lucca. Inoltre il Volto Santo appare in una tavola del fumetto Dago (Robin Wood, Carlos Gomez) dove il protagonista, in compagnia di Michelangelo Buonarroti, fa vista alla cattedrale di San Martino.

Affreschi[modifica | modifica wikitesto]

  • a Roma nella chiesa di San Teodoro è presente un affresco del Volto Santo di Lucca databile al X secolo, ma ridipinto successivamente.
  • a Bologna in via Valdaposa, di fronte alla Chiesa dello Spirito Santo, un affresco secentesco raffigura Il miracolo del pellegrino della Gallia davanti al Volto Santo di Lucca.
  • a Bolzano, nella chiesa dei Domenicani, sulla parte destra, si può notare il "Volto Santo di Lucca", opera probabile di un pittore tedesco.
  • a Vicenza, nell'Abbazia di sant'Agostino, nella cappella detta del "Cristo Re ", affresco quattrocentesco, ben conservato.
  • ad Assisi, chiesa di Santa Chiara, parete di sinistra: resto di affresco, la parte inferiore del Volto Santo è identificabile dal calice posto sotto il piede destro.[senza fonte]

Culto esterno alla città di Lucca[modifica | modifica wikitesto]

Oltre a Lucca, altre città hanno deciso di dedicare chiese al Volto Santo. Una di queste è Venezia dove i setaioli lucchesi, noti in Italia nel Rinascimento si trasferirono in massa per motivi economici, ed eressero la Cappella del Volto Santo ora detta Chiesa di Santa Maria dei Servi.

A Valencia e a Madrid nella chiesa di Nuestra Virgen de Atocha erano venerate delle immagini di diretta filiazione lucchese[8].

A Pietralunga, in Diocesi di Città di Castello, è documentata una devozione al Volto Santo di Lucca nel XIV secolo, a motivo di un miracolo ottenuto da un pellegrino.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Schnürer, G. "Sopra L'età e la provenienza del Volto Santo di Lucca" vedi bibliografia, pp. 17-24, 77-105
  2. ^ non a caso la data del 742, in cui il crocifisso viene affidato alle onde cade in pieno periodo iconoclasta
  3. ^ L'elenco, non esaustivo, non comprende tutti i crocifissi vestiti, ma solo quelli in diretto rapporto stilistico o derivativo con la statua lucchese
  4. ^ Geza de Francovich, Pietro Toesca (senza troppa convinzione)
  5. ^ L'ipotesi è che il crocifisso provenga da ambito siriano, visto che indosserebbe il colobium, un vestito tipico di quell'area geografica.
  6. ^ Una tunica senza cintura e senza maniche, vedi la descrizione del Du Cange Tunica absque manicis, vel certe cum manicis, sed brevioribus, quae ad cubitum vix pertinerent
  7. ^ (DE) H. Hallensleben, Zur Frage der Byzantinischen Ursprungs der monumentalen Kruzifixe «wie die Lateiner sie verheren» in Festschrift für Edward Trier, 1981
  8. ^ Gino ARRIGHI, le "memorie storiche critiche del volto santo" di Bartolomeo Fioriti Sta in Lucca, il Volto Santo e la civiltà medioevale Atti del convegno internazionale di studi in luccam 1982, Fazzi, Lucca, 1984

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. Schnürer, Sopra L'età e la provenienza del Volto Santo di Lucca in: Bollettino Storico Lucchese, I, 1929
  • Marina Armandi, «Regnavit a ligno Deus»: il crocifisso tunicato di proporzioni monumentali in Il Volto Santo di Sansepolcro Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 1994
  • (DE) G. Schnürer e J. M. Ritz, St. Kümmernis und Volto Santo, Düsseldorf 1934
  • C. Baracchini e A. Caleca, Il Duomo di Lucca, Lucca 1973, pagine 14-15.
  • A. Pertusi e F. Pertusi Pucci, Il Crocifisso ligneo del Monastero di S. Croce e Nicodemo di Bocca di Magra, in «Rivista dell'Istituto Nazionale d'Archeologia e Storia dell'Arte», s. III, 11, 1979, pagine 3-51.
  • T. Saffioti, I Giullari in Italia, Xenia Edizioni, Milano, 1990. (pag.51)

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