Renato Vallanzasca

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Renato Vallanzasca Costantini (Milano, 4 maggio 1950) è un criminale italiano. Autore negli anni settanta e seguenti di numerose rapine, sequestri, omicidi ed evasioni, attualmente sta scontando una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione.

Indice

[modifica] Biografia

Renato Vallanzasca nasce in via Porpora 162, zona Lambrate, dove sua madre aveva un negozio d'abbigliamento. A Vallanzasca venne dato il cognome della madre, poiché suo padre, Osvaldo Pistoia, era già sposato con un'altra donna dalla quale aveva avuto tre figli.

L'attività criminale di Vallanzasca comincia fin da bambino. Il suo primo incontro con la giustizia avviene all'età di otto anni, non per furto, ma per aver cercato di far uscire dalla sua gabbia la tigre di un circo, che aveva piantato il tendone proprio vicino a casa sua. Il giorno successivo venne prelevato dalla polizia mentre stava giocando a pallone coi suoi amici, e portato al Beccaria. Il fatto gli costò il trasferimento forzato a casa di una zia, in via degli Apuli, nel quartiere del Giambellino, periferia Sud di Milano, praticamente dalla parte opposta della città.

Qui mette su la sua prima banda, ragazzini dediti a furti e taccheggi. Nonostante la giovanissima età, Vallanzasca è già un capo banda; inizia a farsi un nome anche nella ligera, la vecchia mala milanese, con cui inizia a "collaborare". Ma a breve, andandogli strette le regole della malavita vecchio stampo, decise di "mettersi in proprio", formando una banda tutta sua. La cosiddetta Banda della Comasina divenne probabilmente il più potente e feroce gruppo criminale presente a Milano in quegli anni, e si contrappose alla banda di Francis Turatello.

In poco tempo, grazie a furti e rapine, accumulò molti soldi e iniziò a vivere alla grande: vestiti firmati, auto di lusso, bella vita e belle donne. Ragazzo di bell'aspetto, verrà soprannominato "Il bel Renè" (nomignolo da lui detestato). La sua carriera criminale subisce una prima interruzione nel 1972 quando, una decina di giorni dopo una rapina a un supermercato, viene arrestato dagli uomini della squadra mobile di Milano, all'epoca diretta da Achille Serra.

Lo stesso Serra racconta che, durante la perquisizione in casa del bandito, Vallanzasca si sfilò dal polso il Rolex d'oro e appoggiandolo sul tavolo della sala gli disse: "Se riesci a incastrarmi questo è tuo!". Pochi momenti dopo il maresciallo Oscuri trovò nel cestino della spazzatura i pezzettini di un foglietto che, una volta riordinati, mostravano la lista degli stipendi dei dipendenti del supermercato rapinato.

Vallanzasca finisce così in galera, inizialmente a San Vittore. Quattro anni e mezzo e un pensiero fisso: trovare un modo per evadere. Non si può di certo affermare che tenne un comportamento da detenuto modello. Oltre a tentativi d'evasione falliti, risse e pestaggi, partecipò attivamente anche a diverse sommosse che in quel periodo agitavano l'ambiente carcerario italiano. In seguito ai pestaggi, alle rivolte, e ai tentativi di evasione veniva trasferito: un fatto che in quattro anni e mezzo lo portò a visitare ben 36 penitenziari. Fino a che non escogita il modo di contrarre volontariamente l'epatite, iniettandosi urine per via endovenosa, ingerendo uova marce e inalando gas propano, per essere trasferito in ospedale. E da lì, con l'aiuto di un poliziotto compiacente, riesce finalmente a evadere[1].

Il monumento alla memoria dei due poliziotti uccisi il 6 febbraio 1977 presso il casello autostradale di Dalmine.

Dopo l'evasione ricompone la sua banda con la quale metterà a segno una settantina di rapine. Lascerà dietro di sè anche una fila di cadaveri, tra cui quattro poliziotti, un medico e un impiegato di banca. Passa inoltre dalle rapine ai sequestri di persona (quattro, di cui due mai denunciati). Una delle sue vittime è Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore milanese, che verrà tenuta prigioniera per circa un mese e mezzo, dal dicembre 1976 al gennaio 1977, e quindi liberata dietro pagamento di un riscatto di un miliardo di lire. Subito dopo questo episodio e l'uccisione di due uomini della polizia stradale a Dalmine che avevano fermato la macchina su cui viaggiava per un controllo, ferito e braccato, cerca rifugio a Roma, dove viene di nuovo catturato. Ha appena compiuto 27 anni.

Tornato in carcere si sposa nel luglio del 1979 con Giuliana Brusa. Il suo testimone di nozze durante questo matrimonio è proprio il suo ex nemico Francis Turatello, a suggello di un'alleanza temporanea. Turatello verrà poi ucciso in carcere da alcuni killer incaricati da mandanti ignoti. Il 28 aprile 1980 tenta la fuga dal carcere milanese di San Vittore. Durante l'ora d'aria compaiono in mano ai detenuti tre pistole, introdotte misteriosamente. Un gruppo di carcerati riesce a farsi strada tenendo in ostaggio un brigadiere (Romano Saccoccio). Ne segue una sparatoria per le vie di Milano e perfino nel tunnel della metropolitana. Vallanzasca, nuovamente ferito, viene riacciuffato assieme ad altri nove compagni di fuga.

Nel carcere di Novara, nel 1981, contribuisce a mettere in moto una rivolta carceraria in cui perderanno la vita alcuni collaboratori, da lui ritenuti "infami" in quanto pentiti. Fra questi un giovane membro della sua banda, Massimo Loi. La giovane vittima, poco più che ventenne, aveva deciso di abbandonare definitivamente la via del crimine, come ricorda anche Achille Serra, per iniziare una nuova vita. Ma Vallanzasca, armato di coltello e aiutato dal branco non gli avrebbe dato modo di lasciare il carcere incolume: incontratolo all'interno di una cella, solo e disarmato, e aiutato dai gregari, Vallanzasca lo avrebbe colpito ripetutamente al petto con un coltello, commettendo ulteriori atrocità sul corpo del giovane ormai esanime e arrivando a decapitarlo. Della morte di Loi, Vallanzasca ha però smentito la responsabilità nell'intervista data a L'Europeo il 2 aprile 2006 [2], confermando quanto affermato da V. Andraus nella propria biografia, dove quest'ultimo confessa le proprie responsabilità a riguardo (Andraus verrà anche condannato per il delitto Loi). Condannato al carcere duro, con uno stratagemma e ingannando i carabinieri riesce però a evadere nuovamente, il 18 luglio 1987, scappando attraverso un oblò del traghetto che da Genova doveva portarlo all'Asinara, in Sardegna. Verrà fermato a un posto di blocco neanche tre settimane dopo, mentre cerca di raggiungere Trieste.

Tornato in galera tenta un'altra volta la fuga, nel 1995, questa volta dal carcere di Nuoro. Per questo tentativo di evasione verrà sospettata e accusata di averlo aiutato la sua avvocatessa, con la quale si dice che il Vallanzasca abbia stretto un forte legame.[senza fonte] Dal 1999 è rinchiuso nel carcere speciale di Voghera. All'inizio del mese di maggio 2005, dopo aver usufruito di un permesso speciale di tre ore per incontrare l'anziana madre, ha formalizzato la richiesta di grazia, inviando una lettera al ministro di Grazia e Giustizia e al magistrato di sorveglianza di Pavia. Nel luglio del 2006 la madre Maria ha scritto al presidente Napolitano e al Ministro di Giustizia Mastella chiedendo la grazia per il figlio. Il 15 settembre 2007 gli viene notificata la mancata concessione della grazia da parte del Capo dello Stato: Vallanzasca continuerà quindi a scontare la sua pena nel Carcere di Opera a Milano. La storia di Renato Vallanzasca è stata raccontata per la prima volta in televisione da "La Storia siamo noi" (Rai Edu) in uno speciale di Caterina Stagno e Silvia Tortora. L'8 maggio 2008 viene data la notizia del matrimonio con la sua amica d'infanzia Antonella D'Agostino. Il matrimonio è stato formalizzato con rito civile il 5 maggio 2008 e celebrato da Vittorio Sgarbi.

Recentemente Renato Vallanzasca ha aperto un blog, gestito tramite terzi.

[modifica] Curiosità

[modifica] Note

  1. ^ Cristiano Armati, Italia criminale. Personaggi, fatti e avvenimenti di un'Italia violenta, Newton Compton Editori, 2006, p. 238 - ISBN 9788854110830
  2. ^ Testo dell'intervista

[modifica] Bibliografia

[modifica] Collegamenti esterni

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