Pseudolus
| Pseudolus | |
|---|---|
| Commedia in cinque atti | |
| Autore | Tito Maccio Plauto |
| Titolo originale | Pseudolus |
| Genere | Commedia |
| Ambientazione | Ad Atene, nelle vie adiacenti le case di Simone e Ballione |
| Composto nel | 191 a.C. |
| Personaggi | |
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Pseudolus è una commedia teatrale di Tito Maccio Plauto, composta nel 191 a.C. Rappresenta una delle sue commedie più riuscite.
[modifica] Trama
Calidoro è l’amante di Fenicia, una cortigiana di Ballione. Tuttavia ella viene promessa ad un militare macedone in cambio di venti mine. Calidoro, allora, interpella Pseudolo, suo fedele ed astuto schiavo, il quale gli promette che riuscirà a trovare il modo per liberare Fenicia. Il militare ha già depositato un anticipo di quindici mine a Ballione, con la promessa che il suo servo Àrpace consegnerà le cinque restanti portando con sé un sigillo prestabilito. Pseudolo raggira Àrpace e lo convince a consegnargli la lettera recante il sigillo, fingendosi uno schiavo di Ballione. Grazie all’aiuto di Carino ottiene le cinque mine restanti e con esse uno schiavo, Scimmia. Costui,fingendosi Àrpace si presenterà da Ballione e prenderà Fenicia. Calidoro, così, ottiene la sua amante e Pseudolo, come ricompensa, del vino in abbondanza.
Dalla commedia, ricca di equivoci e piccole provocazioni, si possono trarre spunti della vita romana, oggetti tipici e abitudini varie.
[modifica] Riassunto della vicenda
ATTO I Calidoro fa leggere a Pseudolo la lettera inviatagli dalla schiava Fenicia. E' disperato perché non ha soldi per riscattarla e la ragazza l'indomani verrà consegnata all'attendente di un soldato macedone che ha già versato al ruffiano quindici delle venti mine stabilite per averla. Pseudolo promette che cercherà in ogni modo di aiutarlo, ad esempio provando a convincere il ruffiano Ballione a posticipare la scadenza per la vendita o sottraendo i soldi necessari al vecchio padre dello stesso padrone, Simone. Entra in scena Ballione con un monologo. E' il giorno del suo compleanno e minaccia di destinare le schiave ai bordelli se non gli procureranno, tramite i loro spasimanti e acquirenti, i beni che desidera (olio, carne, denaro, etc...). Pseudolo e Calidoro si recano da Ballione e lo pregano di posticipare di alcuni giorni la scadenza per la vendita di Fenicia, così da permettere loro di procurarsi il denaro necessario. Ballione è irremovibile e non si cura degli insulti dei due interlocutori che anzi lo esaltano: darà la ragazza a chi lo pagherà. Con questo non preclude a Calidoro la possibilità di essere lui l'acquirente: se riuscirà a portargli il denaro prima del soldato macedone è pronto anche a rimangiarsi la parola con quest'ultimo. L'importante è il denaro. Pseudolo e Calidoro lasciano Ballione. Pseudolo è pronto ad escogitare un piano per sottrarre Fenicia a Ballione, ha però bisogno di un aiuto. Calidoro promette di portargli una persona che lo possa fare al caso suo e si allontana. Si avvicinano Simone, padre di Calidoro, e Callifone, un suo vicino. Simone ha sentito delle voci in giro circa l'amore di suo figlio per la flautista e l'intenzione di Pseudolo di aiutarlo ad ottenerla sottraendo dei soldi al vecchio padre. Vuole fargli confessare l'intenzione di rubargli le venti mine necessarie all'acquisto della schiava, e Pseudolo lo fa senza alcun imbarazzo. I due arrivano a fare l'accordo seguente. Se Pseudolo riuscirà a sottrarre i soldi a Simone e la schiava a Ballione, Simone gli verserà all'istante venti mine. Se non vi riuscirà, verrà torturato. Callifone fa da testimone dell'avvenuta scommessa e poi si allontana insieme a Simone.
ATTO II Pseudolo ha pronto un piano per imbrogliare Ballione, quando arriva Arpace. L'attendente del soldato macedone è venuto in Atene per consegnare la contromarca, contenuta in una lettera con il sigillo del padrone, e le cinque mine necessarie a saldare il pagamento. Sta cercando il ruffiano Ballione. Pseudolo non si fa sfuggire l'occasione e si presenta ad Arpace sotto il nome di Siro, un servo di Ballione. Ma Arpace, che non è uno sciocco né uno sprovveduto, non si fida delle parole di Pseudolo e non gli consegna il denaro, con il timore che glielo rubi. Consegnerà le cinque mine solo a Ballione in persona. Gli consegna però la lettera con la contromarca e il sigillo del padrone. Poiché Pseudolo afferma che Ballione non è in casa, lo invita a chiamarlo alla locanda dove alloggia quando il ruffiano sarà tornato. Poi si allontana, diretto proprio alla locanda. Pseudolo è contento perché, nonostante non sia andato tutto come sperava, sente ora che il suo compito è reso più facile del previsto. Intanto Calidoro fa ritorno accompagnato da un amico, Carino. Carino ascolta le richieste di Pseudolo e si dichiara disponibile ad esaudirle. In primo luogo gli consegna le cinque mine, poi promette di mettere a disposizione un suo schiavo, lo scaltro Scimmia, che avrà il compito di raggirare Ballio, e dei vestiti da soldato, sempre per Scimmia. Pseudulus si reca al foro per dare allo schiavo istruzioni circa la parte che dovrà sostenere.
ATTO III Uno schiavetto di Ballione si lamenta del padrone e delle angherie che deve subire da parte sua. Si duole di non poter trovare un altro padrone e soprattutto di non poter soddisfare la richiesta di Ballione circa il dono per il suo compleanno. La punizione a cui va in contro gli è ben nota: bere l'urina. Frattanto Ballione fa ritorno dal foro con un cuoco. Si lamenta di aver trovato solo lui e di averlo dovuto pagare a caro prezzo per assicurarsi i suoi servigi. Il cuoco dal canto suo si giustifica affermando di essere rimasto solo sulla piazza per la stupidità della gente che è disposta a prendere un cuoco di infimo ordine pur di pagare un prezzo stracciato. Il suo prezzo è sì elevato, ma corrisponde alla sua capacità di preparare piatti eccezionali, capaci di allungare la vita ai mortali e di allietare gli dei con i loro profumi. Segue uno scambio di battute abbastanza lungo. Ballione dà al cuoco dell'avvelenatore e del ladro e ordina ad uno schiavo di non perderlo di vista mentre lavora, affinché non rubi nulla. Ballione afferma di aver incontrato il padre di Calidoro al foro. Simone gli ha reso nota l'intenzione di Pseudolo di raggirarlo e portargli via la ragazza. Dal canto suo il ruffiano si dice tutt'altro che preoccupato. E' anzi pronto a riceverlo, qualsiasi trappola provi a tendergli.
ATTO IV Scimmia, lo schiavo di Carino, si presenta a Pseudolo come un personaggio scaltro e furbissimo. Pseudolo, a cui solitamente queste caratteristiche si confanno, resta stupito dal comportamento dell'uomo. Per una volta ha trovato qualcuno più astuto di lui e teme persino di finire lui stesso vittima di un suo raggiro. Comunque Scimmia sembra abbastanza sicuro del ruolo da interpretare e Pseudolo lo lascia andare. Scimmia si presenta a Ballione, che sta uscendo proprio in quel momento da casa, come Arpace, l'attendente del soldato macedone, e gli fornisce la descrizione dell'uomo che sta cercando. Ballione è compiaciuto dei titoli poco lusinghieri per i quali è noto al servo. Prima di consegnargli la donna vuole però essere certo che l'attendente non sia un impostore e gli chiede il nome del padrone. Pseudolo si è dimenticato di dirglielo e teme che Scimmia venga smascherato. Lo schiavo, però, si dimostra una volta di più molto astuto e riesce a tirarsi fuori dall'impiccio. Dal momento che anche lui, in teoria, potrebbe dubitare di trovarsi davanti al vero Ballione, gli rigira la domanda. Gli consegna la lettera con il sigillo recante il ritratto del padrone e lo esorta a riconoscerlo. Ballione riconosce l'immagine di Polimacheroplacide. I due entrano in casa per sbrigare il pagamento e la consegna della donna. Una volta ottenutala, Pseudolo e Scimmia scappano via. Ballione è fiero di aver sistemato tutto prima ancora che Pseudolo abbia tentato di ingannarlo. Spera di poter incontrare Simone per potersene vantare con lui. Si avvicina proprio Simone. Ballione gli racconta l'accaduto e davanti ai dubbi del padre di Calidoro lo invita a scommettere venti mine contro il fatto che Pseudolo non riuscirà a portare a termine il suo piano, cosa di cui è fermamente convinto. Sopraggiunge allora il vero Arpace che, stufo di aspettare la chiamata Siro (in realtà Pseudolo) ha deciso di andare a cercare di persona Ballione per concludere l'affare e portare via Fenicia. Ballione e Simone credono che si tratti di un impostore mandato da Pseudolo. Dopo essersi consultati, prima lo prendono in giro, anche pesantemente, con insulti di ogni genere, poi cercano di smascherarlo. Quando però Arpace accenna all'incontro con il servo Siro, i due iniziano a sospettare qualcosa. Chiedono una descrizione del servo e una volta ottenutala non hanno dubbi: era Pseudolo. Ballione è stato ingannato: invece di riscuotere del denaro ora è costretto a pagare ben quaranta mine, delle quali venti ad Arpace, come risarcimento per il soldato macedone, e altre venti a Simone per aver perso la scommessa. Di cattivo umore si dirige verso il foro per pagare l'attendente. Simone, invece, lo pagherà un altro giorno. Simone resta ammirato per l'astuzia del suo servo e decide che, quando lo rivedrà, pagherà a Pseudolo le venti mine che gli aveva promesso.
ATTO V Pseudolo, ubriaco, racconta dei divertimenti che ha vissuto assieme a Calidoro, Fenicia e altri uomini e donne, di come abbia ballato e suscitato l'ilarità degli astanti. Arrivato a casa, bussa alla porta e chiama a gran voce Simone. Il padrone lo ascolta, lo rimprovera un po' per la sua sfacciataggine (presentarsi ubriaco e ruttare in faccia al padrone), ma poi gli dà i soldi della scommessa, seppure a malincuore. Pseudolo lo invita a bere con lui e gli promette che gli restituirà una parte del denaro. Simone gli chiede perché non inviti a bere anche gli spettatori. Pseudolo promette di farlo per l'indomani in cambio di applausi e parole di approvazione.
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