Tito Maccio Plauto
Tito Maccio Plauto (in latino: Titus Maccius Plautus o Titus Maccus Plautus o Marcus Accius Plautus; Sarsina, tra il 255 e il 250 a.C. – 184 a.C.) è stato un commediografo romano.
Plauto fu uno dei più prolifici e importanti autori dell'antichità latina.
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[modifica] Dibattito sul nome e brevi cenni biografici
Il nome del poeta è fra i dati incerti. Gli antichi lo citano comunemente come Plautus, la forma romanizzata di un cognome umbro Plotus. Nelle edizioni moderne fino all’Ottocento figura il nome completo Marcus Accius Plautus. Questa forma è di per sé sospetta alla luce di considerazioni storiche: i tria nomina si usano per chi è dotato di cittadinanza romana, e non sappiamo se Plauto l’abbia mai avuta. Un antichissimo codice di Plauto, il Palinsesto Ambrosiano, rinvenuto ai primi dell’800 dal cardinale Angelo Mai, portò migliore luce sulla questione. Il nome completo del poeta tramandato nel Palinsesto si presenta nella più attendibile versione Titus Maccius Plautus; da Maccius, per errore di divisione delle lettere, era uscito fuori il tradizionale M. Accius (che sembrava credibile per influsso di L. Accius, il nome del celebre tragediografo). D’altra parte, il nome Maccius si presta a interessanti deduzioni. Non si tratta certo di un vero nome gentilizio e del resto non c’è ragione che Plauto ne portasse uno; si tratta invece di una derivazione da Maccus, il nome di un personaggio tipico della farsa popolare italica, l’atellana. Questa originale derivazione deve avere un legame con la personalità e l’attività di Plauto. È dunque verosimile e attraente ipotesi che il poeta teatrale umbro Titus Plotus si fosse dotato a Roma di un nome di battaglia, che alludeva chiaramente al mondo della scena comica, e quindi conservasse nei “tre nomi” canonici la traccia libera e irregolare del suo mestiere di "commediante". Varie fonti antiche chiariscono che Plauto era nativo di Sàrsina, cittadina appenninica dell'Umbria (oggi in Romagna): il dato è confermato da un bisticcio allusivo in Mostellaria 769-70. Plauto, come del resto quasi tutti i letterati latini di età repubblicana su cui abbiamo notizia, non era dunque di origine romana: non apparteneva però, diversamente da Livio Andronico e Ennio, a un'area culturale italica già pienamente grecizzata. Si noti anche che Plauto era con certezza un cittadino libero, non uno schiavo o un liberto: la notizia che svolgesse lavori servili presso un mulino è un'invenzione biografica, basata su un'assimilazione tra Plauto e i servi bricconi delle sue commedie, che spesso vengono minacciati di questa destinazione. La data di morte, il 184 a.C., è sicura; la data di nascita si ricava indirettamente da una notizia di Cicerone (Cato maior 14,50), secondo cui Plauto scrisse da senex la sua commedia Pseudolus. Lo Pseudolus risulta rappresentato nel 191, e la senectus per i Romani cominciava a 60 anni. Probabile quindi una nascita fra il 255 e il 250 a.C. Le notizie che fissano la fioritura letteraria del poeta intorno al 200 quadrano bene con queste indicazioni. dobbiamo immaginarci un'attività letteraria compresa fra il periodo della seconda guerra punica (218-201) e gli ultimi anni di vita del poeta: la Casina allude chiaramente alla repressione dei Baccanali del 186.
[modifica] Le commedie plautine
Plauto fu un autore di enorme successo, immediato e postumo, e di grande prolificità. Inoltre il mondo della scena, per sua natura, conosce rifacimenti, interpolazioni, opere spurie. Sembra che nel corso del II secolo circolassero qualcosa come centotrenta commedie legate al nome di Plauto: non sappiamo quante fossero autentiche, ma la cosa era oggetto di viva discussione. Nello stesso periodo, verso la metà del II secolo, cominciò un'attività che possiamo definire editoriale, e che ha grande importanza per il destino del testo di Plauto. Di Plauto furono condotte vere "edizioni" ispirate ai criteri della filologia alessandrina. Benefici effetti di questa attività si risentono nei manoscritti pervenuti sino a noi: le commedie furono dotate di didascalie, di sigle dei personaggi; i versi scenici di Plauto furono impaginati da competenti, in modo che ne fosse riconoscibile la natura; e questo in un periodo che ancora aveva dirette e buone informazioni in materia. La fase critica nella trasmissione del corpus dell'opera plautina fu segnata dall'intervento di Varrone, il quale, nel De comoediis Plautinis, ritagliò nell'imponente corpus un certo numero di commedie (ventuno, quelle giunte sino a noi) sulla cui autenticità c'era generale consenso. Queste erano opere da Varrone accettate come totalmente e sicuramente genuine. Molte altre commedie - fra cui alcune che Varrone stesso riteneva plautine, ma che non aggregò al gruppo delle "ventuno" perché il giudizio era più oscillante - continuarono a essere rappresentate e lette in Roma antica. Noi ne abbiamo solo titoli, e brevissimi frammenti, citazioni di tradizione indiretta: questi testi andarono perduti nella tarda antichità, fra il III e il IV secolo d.C., mentre la scelta delle "ventuno" si perpetuava nella tradizione manoscritta, sino ad essere integralmente recuperata nel periodo umanistico. La cronologia delle singole commedie ha qualche punto fermo: lo Stichus fu messo in scena la prima volta nel 200, lo Pseudolus nel 191, e la Casina, come si è detto, presuppone avvenimenti del 186. Per il resto, alcune commedie presentano allusioni storiche che hanno suggerito ipotesi di datazione troppo sottili e controverse.
Uno sguardo cursorio agli intrecci delle venti commedie pervenuteci integre (della Vidularia, messa in ultima posizione da Varrone, fu oggetto di danneggiamenti nel corso della trasmissione manoscritta: ne abbiamo infatti solo frammenti) è senz'altro opportuno, anche se può suggerire una prima impressione assai parziale e anche fuorviante. Per unanime riconoscimento, la grande forza di Plauto sta nel comico che nasce dalle singole situazioni, prese a sé una dopo l'altra, e dalla creatività verbale che ogni nuova situazione sa sprigionare. Ma solo una lettura diretta può restituire un'impressione adeguata di tutto ciò: e se l'arte comica di Plauto sfugge per sua natura a formule troppo chiuse, una maggiore sistematicità nasce proprio dalla considerazione degli intrecci, nelle loro più elementari linee costruttive.
- Amphitruo (Anfitrione) - Giove arriva a Tebe per conquistare la bella Alcmena. Il dio impersona Anfitrione, signore della città e marito della dama; aiutato dall'astuto Mercurio, Giove approfitta dell'assenza di Anfitrione, che è in guerra, per entrare nel letto della moglie ignara. Mercurio intanto impersona Sosia, il servo di Anfitrione. Ma improvvisamente tornano a casa i due personaggi "doppiati": dopo una brillante serie di equivoci, Anfitrione si placa, onorato di aver avuto per rivale un dio. La commedia occupa un posto particolare nel teatro di Plauto, perché è l'unica a soggetto mitologico.
- Asinaria (La commedia degli asini) - Macchinazioni di un giovane per riscattare la sua bella, una cortigiana. L'impresa ha successo, grazie all'aiuto di furbi servitori e anche (cosa assai rara in questo tipo di intrecci) grazie alla complicità del padre dell'innamorato. Nasce poi una rivalità amorosa tra padre e figlio che si risolve, secondo logica, con il prevalere finale del giovane.
- Aulularia (La commedia della pentola) - La pentola, che è piena d'oro, è stata nascosta dal vecchio Euclione, che ha un terrore ossessivo di esserne derubato. Tra molte inutili ansie dell'avaro, la pentola finisce davvero per sparire; sarà utilizzata dal giovane amoroso, con l'aiuto dello schiavo, per ottenere le nozze con l'amata, che è la figlia di Euclione.
- Bacchides - Il plurale del titolo disegna due sorelle gemelle, entrambe cortigiane. L'intrigo ha uno sviluppo complesso e un ritmo indiavolato: diciamo solo che la normale situazione di "conquista" della donna viene qui non solo raddoppiata (si hanno naturalmente due giovani innamorati, con duplice problema finanziario, ecc.) ma anche perturbata da equivoci sull'identità delle concupite. Il modello di questa commedia era il Dis exapatòn (Il doppio inganno) di Menandro: il recente ritrovamento di parte dell'originale greco permette finalmente, almeno in un caso, un confronto diretto fra Plauto e i suoi modelli greci.
- Captivi (I prigionieri; è l'unica commedia senza vicende amorose) - Un vecchio ha perduto due figli: uno gli fu rapito ancora bambino; l'altro, Filopolemo, è stato fatto prigioniero in guerra dagli Elei. Il vecchio si procura due schiavi di guerra Elei, per tentare uno scambio: alla fine non solo ottiene indietro Filopolemo, ma scopre che uno dei prigionieri Elei in sua mano è addirittura l'altro figlio, da tempo perduto.
La commedia si distingue in tutto il panorama plautino per la smorzatura dei toni comici e per gli spunti di umanità malinconica - si noterà subito che qui è assente, eccezionalmente, qualsiasi intrigo a sfondo erotico. Per questo ha goduto di una sua autonoma fortuna, anche periodi di svalutazione della triviale comicità plautina.
- Casina (La ragazza dal profumo di cannella) - Un vecchio e suo figlio desiderano una trovatella che hanno in casa; escogitano perciò due trame parallele: ognuno vuole farla sposare ad un proprio "uomo di paglia". Il vecchio immorale (che naturalmente è sposato) viene raggirato e trova nel suo letto un maschio invece che l'agognata Casina. Casina, si scopre infine, è una fanciulla di libera nascita, e può quindi regolarmente sposare il suo giovane pretendente.
- Cistellaria (La commedia della cesta) - Un giovane vorrebbe sposare una fanciulla di nascita illegittima, mentre il padre gliene destina un'altra, di legittimi natali. Il caso vanifica poi ogni ostacolo, rivelando la vera e regolare identità della fanciulla desiderata, e permettendo giuste nozze.
- Curculio (Gorgoglione, propriamente verme roditore del grano) - Curculio è parassita di un giovane innamorato di una cortigiana; per aiutarlo inscena un raggiro a spese sia del lenone che detiene la ragazza, sia di un soldato sbruffone, chiamato Terapontigono, che ha già messo in atto l'acquisto della medesima. Alla fine si scopre che la cortigiana è, in realtà, di nascita libera, e può quindi sposare il giovanotto. Il lenone ci rimette i soldi; Terapontingono, invece, non ha lagnanze: la ragazza, si è scoperto, è addirittura sua sorella.
- Epidicus (Epidico) - Una classica "commedia del servo", a ritmo incalzante. L'insaziabile serie di macchinazioni attuata dal servo Epidico è messa in moto da un giovane padrone assai inquieto: egli si innamora successivamente di due differenti ragazze, quindi con duplice richiesta di denaro, duplice "stangata" al vecchio padre, e comprensibile difficoltà. Quando Epidico sta ormai soffocando nelle sue reti, un riconoscimento salva la situazione: una delle due ragazze amate altri non è che la sorella dell'innamorato. Rimane disponibile l'altra, e finalmente si salda una stabile coppia di innamorati.
- Menaechmi (I Menecmi) - Il fortunato prototipo di tutte le "commedie degli equivoci". Menecmo ha un fratello, Menecmo, in tutto identico a lui. I due non si conoscono perché separati fin dalla nascita; quando sono ormai adulti, l'uno giunge nella città dell'altro e, ignaro dell'equivoca somiglianza, scatena una terrificante confusione. La commedia è tutta nel viluppo degli scambi di persona, fino alla reciproca simultanea agnizione finale.
- Mercator (Il mercante) - Su uno schema assai affine alla Casina, vediamo affrontarsi in rivalità amorosa un giovane (il mercante del titolo) e il suo anziano padre. Dopo una serie di mosse e contromosse, il giovane sconfiggerà le mire del vecchio, che ha fra l'altro una moglie battagliera, e si terrà la cortigiana che ama.
- Miles gloriosus (Il soldato spaccone) - La commedia, considerata uno dei capolavori di Plauto, mette in scena un servo arguto, Palestrione, e un comicissimo soldato fanfarone, Pirgopolinice. Lo schema di fondo è quello abituale - un giovane si affida al servo per sottrarre a qualcuno la disponibilità della ragazza amata - ma l'esecuzione prevede un gran numero di brillanti variazioni.
- Mostellaria (La commedia del fantasma) - C'è un fantasma nella casa del vecchio Teopropide? Lo fa credere il diabolico servo Tranione, per coprire in qualche modo gli amorazzi del giovane padrone. L'inganno è divertente ma non può reggere a lungo: grazie all'intercessione di un amico, la vicenda si chiude su un perdone generale al giovane debosciato e al servo.
- Persa (Il persiano) - Ancora una beffa ai danni di un lenone, solo che questa volta l'innamorato è lui stesso un servo: non manca però un altro servo con funzione di aiutante. L'inganno, che ha successo, prevede una buffa mascherata, in cui il servo-coadiuvante impersona un improbabile Persiano.
- Poenulus (Il Cartaginese) - Qui il personaggio del titolo è sul serio uno straniero, un Cartaginese: l'azione, come al solito, è in Grecia. Assistiamo alle complicate vicende di una famiglia di origine cartaginese, con riconoscimento finale e riunione degli innamorati (i quali risultano essere fra loro cugini): il tutto a spese di un lenone.
- Pseudolus (Pseudolo) - Insieme al Miles, è tra i culmini del teatro plautino. Lo schiavo del titolo è veramente una miniera di inganni, il campione dei servi furbi di Plauto. Pseudolo riesce a spennare il suo avversario Ballione - un lenone di eccezionale efficacia scenica - portandogli via la ragazza amata dal padroncino e anche dei soldi in più: la beffa è così ben riuscita che Ballione, senza sapere di aver già perso la donna, si gioca una bella somma che Pseudolo non potrà mai riuscire nel suo intento!
- Rudens (La gomena) - Una rudens è un gòmena, attrezzo che è naturale trovare in una commedia ambientata sulla spiaggia. In un curioso prologo, la stella Arturo preannuncia il naufragio di un cattivo soggetto, il lenone Labrace. Labrace porta con sé indebitamente una fanciulla di liberi natali. Il Caso vuole che la tempesta scarichi i naufraghi su una spiaggia in cui si trovano il padre della fanciulla rapita e il suo innamorato. Tutto si accomoda con danno del malvagio, e una cassetta (ripescata grazie alla gòmena del titolo) risulta decisiva nel riconoscimento finale.
- Stichus (Stico) - Questa trama ha uno sviluppo insolitamente modesto, e debole tensione. Un uomo ha due figlie, sposate con due giovani da tempo in viaggio per affari: vorrebbe spingerle al divorzio, ma l'arrivo dei mariti risolve la questione, tra prolungati festeggiamenti.
- Trinummus (Le tre monete) - Un giovane scialacquatore, che in assenza del padre (Carmide) s'è quasi rovinato, viene salvato, tramite un benevolo raggiro, da un vecchio amico di suo padre. L'intreccio e la tonalità sono molto più edificanti del solito, con punte che, per una volta, fanno pensare all'umanità terenziana.
- Truculentus (Lo zoticone) - Una volta tanto, abbiamo qui una cortigiana che non è elemento passivo e posta in palio nell'azione: Fronesio è una creatrice d'inganni, che sfrutta e raggira i suoi tre amanti. Lo spostamento dei ruoli tradizionali fa sì che la protagonista sia tratteggiata in modo più fosco che la media dei "cattivi" plautini: quasi che ci sia della malizia in più, a fare i cattivi "fuori ruolo". E' certamente un esperimento isolato, che tenta di allargare il già lungo repertorio di successi: non a caso viene datata al periodo più tardo.
- Vidularia (La commedia del baule) - I pochi frammenti della commedia (poco più di 100 versi) parlano di un baule (in latino vidulus) che contiene oggetti atti a far riconoscere (agnitio) il giovane Nicodemo. Non mancano punti di contatto con la trama della Rudens.
[modifica] Lo schema delle commedie e i modelli greci
Un’osservazione d’insieme deve accettare la fortissima prevedibilità degli intrecci e dei “tipi umani” incarnati dai personaggi. È chiaro che Plauto desidera proprio questa prevedibilità. Egli tende anche a usare dei prologhi espositivi che forniscono informazioni essenziali allo sviluppo della trama, a spese di qualsiasi sorpresa o colpo di scena. I personaggi in azione si possono ridurre a un numero limitato di “tipi”, che riservano in genere poche sorprese: il servo astuto, il vecchio, il giovane amatore, il lenone, il parassita, il soldato vantone. Praticamente tutte le pièces si possono ridurre a una lotta fra due antagonisti per il possesso di un bene: generalmente una donna e/o una somma di denaro necessaria per accaparrarsela; più raramente, dei soldi e nient’altro. La lotta si decide con il successo di una parte e il danneggiamento di un’altra. È buona norma che il vincitore sia il giovane, e che il perdente abbia in sé le giustificazioni del suo essere perdente. Adottando questo semplicissimo schema generativo, Plauto è poi libero di puntare il suo prevalente interesse su certe particolari forme dell’intreccio. La forma di gran lunga preferita è quella che si è definita spesso “commedia del servo”. La ricetta sta in questo: l’azione di conquista del “bene” messo in gioco è delegata dal giovane ad un servo ingegnoso; progressivamente, però, i suoi servi crescono di statura intellettuale e di libertà fantastica: creano inganni e persino li teorizzano. Al centro dell’azione sta nelle opere più mature un vero demiurgo: un artista della frode, un poeta che sotto gli occhi di tutti sceneggia la vicenda: Epidico nella commedia omonima, Crìsalo nelle Bacchides, Palestrione nel Miles, e più ancora Psèudolo, il servo-poeta che si abbandona a un narcisistico dialogo con il pubblico. La coppia giovane desiderante – servo raggiratore è quindi la più solida tematica del teatro di Plauto. Sono possibili peraltro numerose varianti occasionali, che però toccano solo alcune qualifiche esterne, non la sostanza dell’intreccio: è ovvio che il raggiratore possa essere anche un parassita o che anche il servo possa essere, per un volta, giovane amoroso della storia. Le invenzioni del servo si possono moltiplicare per due o per tre, ma lo schema continua a funzionare ottimamente. Una forza onnipresente, la Fortuna, la Tyche che è regina incontrastata del teatro ellenistico. La presenza della Fortuna ha un grande valore stabilizzante. Il servo ha bisogno di un alleato, e anche, in fondo, di un antagonista alla sua altezza: altrimenti, certe volte, rischierebbe di dominare sino in fondo la trama come se manovrasse un teatrino meccanico. Accanto alla “commedia del servo”, Plauto afferma un’altra sua preferenza importante: sono commedie che ruotano tutte su un riconoscimento, un’identità prima nascosta, o mentita, o casualmente perduta, e poi, fortunosamente, rivelata a tutti. Queste commedie possono passare per una lunga fase di errori e confusioni di persona oppure il problema dell’identità salta fuori solo nel finale: ma tutte hanno in comune lo scatto fortunoso dell’agnizione conclusiva, del riconoscimento che scioglie ogni difficoltà. Cortigiane e schiave tornano donne libere; si scoprono figli, figlie, fratelli, sorelle; figli illegittimi diventano legittimi; le trovatelle, poi, esistono solo per il “finale”. In molte di queste commedie, quasi in tutte, c’è uno schiavo furbo al lavoro: lavoro immorale, magari, ma svolto a fini in sé accettabili, e destinato ad avere successo. Lo schiavo, da parte sua, opera su una realtà preesistente, e il suo lavoro “sporco” è falsificare, confondere, cambiare connotati. Il contrasto tra messinscena e realtà non può durare per sempre, anche se è divertente: e qui appunto entra in gioco la Fortuna. Grazie alla Fortuna scopriamo che esiste una realtà, per così dire, più autentica e sincera della realtà “iniziale”. La grandezza comica di Plauto è per noi più facile da cogliere di un altro aspetto, che pure deve aver avuto enorme importanza qualitativa; la maestria ritmica, i numeri innumeri di Plauto sono parte integrante della sua arte, ma noi ne cogliamo solo una traccia inaridita. È questo un aspetto in cui Plauto si distacca nettamente dai suoi modelli greci: e anzi, proprio la predilezione di Plauto per le forme “cantate” è uno dei principali fattori che regolano il vertere, la ricreazione in latino dei modelli greci. “Riscrivere” il contenuto di una scena passando dal codice piano e prosaico dei trimetri greci alle fantasiose armonie dei cantica è già un’operazione di elevata autonomia artistica. Plauto si preoccupa molto poco di comunicare il nome, ed eventualmente la paternità, della commedia greca su cui via via si è orientato. È chiaro che il suo teatro non presuppone un pubblico così ellenizzato da gustare minutamente il riferimento a certi famosi modelli. I titoli di Plauto quasi mai sono trasparenti traduzioni di titoli greci. Inoltre, l’uso dei nomi degli schiavi come titolo ha ben poco a che fare con la prassi greca. È assolutamente chiaro, inoltre, che Plauto, pur attingendo soprattutto ai grandi maestri della commedia attica, non ha una marcata preferenza per nessuno di essi, e ricorre anche ad autori non di primo piano. Ne deriva una conseguenza importante: lo stile di Plauto è intrinsecamente vario e polifonico, ma varia piuttosto poco da commedia a commedia, e accostando le varie sue opere la coerenza di stile e maniera è pronunciata. Questa forte coerenza di stile si spiegherebbe male se Plauto si lasciasse condizionare troppo dallo stile dei suoi molteplici modelli attici. Anche se di Menandro e Difilo abbiamo solo frammenti, è chiaro che Plauto non dipende dallo stile di nessuno di loro in modo dominante. I tratti costanti e dominanti dello stile plautino hanno in sé ben poco di attico. Queste costanti non riguardano l’intreccio delle singole commedie, ma le attraversano tutte quante. Questo compatto registro di stile è senza dubbio un’iniziativa originale di Plauto. Le trasformazioni sono meno profonde per quanto riguarda le linee generali dell’intreccio, ma sono pur sempre significative: a cominciare dalla ristrutturazione metrica e dalla cancellazione della divisione in atti; per continuare con la completa trasformazione del sistema onomastico. Plauto non dà quasi mai a un personaggio il nome che l’originale gli attribuiva; e introduce un gran numero di nomi di persona non attestati sulla scena atticca. Pochissimi nomi riappaiono da commedia a commedia in Plauto stesso; è chiaro che Plauto voleva proporre un suo autonomo “stato civile”: nomi greci, ma non gli stessi dei modelli; e nomi sempre nuovi, non i nomi fissi che portavano le “maschere” della farsa italica. Una recente scoperta ci ha confermato quanto intensa sia la rielaborazione cui Plauto sottopone le sue fonti. La trasformazione dei modelli dà quasi un’impressione distruttiva. Plauto ha lavorato con impressionante tenacia per assimilare sia i singoli modelli attici sia tutto il loro codice formativo: convenzioni, modi di pensare, personaggi tipici, drammaturgia, espressività. Ma ha poi lavorato con intensità a distruggere molte qualità fondamentali dei modelli che si era scelto: coerenza drammatica, sviluppo psicologico, realismo linguistico, motivazione, caratterizzazione, serietà di analisi, senso della sfumatura e del limite. Proprio le qualità che determinano l’originalità e il valore della Commedia Nuova.
[modifica] La Vis Comica
La grande comicità generata dalle commedie di Plauto è prodotta da diversi fattori: un’oculata scelta del lessico, un sapiente utilizzo di espressioni e figure tratte dal quotidiano e una fantasiosa ricerca di situazioni che possano generare l’effetto comico. È grazie all’unione di queste trovate che si ha lo straordinario effetto dell’elemento comico che traspare da ogni gesto e da ogni parola dei personaggi. Questa uniforme presenza di comicità risulta più evidente in corrispondenza di situazioni ad alto contenuto comico. Infatti Plauto si serve di alcuni espedienti per ottenere maggior comicità, solitamente equivoci e scambi di persona.
Plauto fa uso anche di espressioni buffe e goliardiche che i vari personaggi molto di frequente pronunciano; oppure usa riferimenti a temi consueti, luoghi comuni, anche tratti dalla vita quotidiana, come il pettegolezzo delle donne.
Inoltre Plauto fa largo uso dell'elemento corporeo (vedi corpo grottesco). Ad esempio questo dialogo della Aulularia in cui interagiscono i servi-cuochi Congrio e Antrace, e Strobilo che li coordina:
- Secondo Atto, Scena 4. (Un'ora dopo)
- Strobilo: (arrivando dal mercato con due cuochi, due flautiste e varie provviste)
«Il padrone ha fatto la spesa in piazza, e ha ingaggiato i cuochi e queste flautiste.
Mi ha anche ordinato di dividere tutte le sue cose, qui, in due parti.»
- Antrace: «Per Giove, di me - te lo dico chiaro e tondo - non farai due parti.
Se invece vuoi che me ne vada tutto intero da qualche parte, lo farò senza meno.
- Congrio: (rivolto ad Antrace) «Quant'è carina e riservata questa prostituta pubblica.
Se qualcuno volesse, non ti spiacerebbe, neh, di farti aprire in due dal di dietro.» (vv. 280-6)
[modifica] I modelli greci
Le commedie di Plauto sono delle rielaborazioni in latino di commedie greche. Tuttavia, questi testi plautini non seguono molto l'originale perché Plauto da una parte adotta il procedimento della contaminatio, per il quale mescola insieme due o più canovacci greci, dall'altra aggiunge alle matrici elleniche cospicui tratti riconducibili a forme teatrali italiche come il mimo e l'atellana. Plauto tuttavia continua a mantenere nella sua commedia elementi ellenici quali i luoghi e i nomi dei personaggi (le commedie della recensione varroniana sono tutte palliatae, cioè di ambientazione greca). Si può affermare che Plauto prende molto dai modelli greci ma grazie ai cambiamenti e alle aggiunte il suo lavoro non risulta né una traduzione né un'imitazione pedissequa. A questo contribuisce anche l'adozione di una lingua latina molto vivace e pittoresca, in cui fanno spesso bella mostra di sé numerosissimi neologismi. La cosa che distingue l'imitatore dal grande scrittore è la capacità di quest'ultimo di farci dimenticare, tramite le sue aggiunte e le sue rielaborazioni, il testo di partenza. Sul tema della contaminatio c'è un'altra importante nota, il fatto che nei prologhi del Trinummus (verso 19) e dell'Asinaria (verso 11) Plauto definisce la propria traduzione con l'espressione latina "vortit barbare" (traduzione in italiano: vortit barbare = tradotto in latino). Plauto utilizza il verbo latino vortere per indicare una trasformazione, un cambiamento di aspetto; si perviene necessariamente alla conclusione che Plauto non mirasse solamente a una traduzione linguistica ma anche letteraria. Il fatto poi che utilizzi l'avverbio barbare deriva dal fatto che essendo le sue fonti di ispirazione di origine greca, in latino erano rese con un notevole perdita di significato oltre che di artisticità, e dato che per i Greci tutto ciò che era straniero era chiamato barbarus, Plauto afferma che la propria traduzione è barbara.
[modifica] Influenze e rielaborazioni
Le opere di Plauto hanno ispirato molti drammaturghi come William Shakespeare, Molière, e Gotthold Ephraim Lessing.
Molte delle sue commedie sono state riproposte fino ai giorni nostri, talvolta rielaborate in chiave moderna. È il caso della commedia I Menecmi riadattata da Tato Russo a fine anni 80 in chiave partenopea; lo spettacolo ha avuto un grande successo, con più di 600 repliche nell'arco di 15 anni [1].
Altre sue opere, il Miles gloriosus e lo Pseudolus sono alla base del musical A Funny Thing Happened on the Way to the Forum (Una cosa buffa accaduta sulla strada che porta al Foro, in italiano "Dolci vizi al foro") del 1962, in seguito portata sullo schermo cinematografico da Richard Lester. Lo stesso tipo di personaggio (lo schiavo furbo) appare in Up Pompeii.
Nel 1963 Pier Paolo Pasolini ha pubblicato presso l'editore Garzanti Il vantone, la sua traduzione in doppi settenari a rima baciata del Miles gloriosus; la lingua di Plauto è traslata in una lingua 'da avanspettacolo', con una leggera patina romanesca.
[modifica] Note
Plauto viene citato nel film S.P.Q.R. - 2000 e ½ anni fa, dal magistrato Antonio Servilio (Massimo Boldi), che apprezzando maggiormente la vena comica dell'autore, lo preferisce all'altro commediografo Terenzio. Si può dire che anche i film di questa categoria siano stati notevolmente influenzati dalle opere di Plauto.
[modifica] Bibliografia
[modifica] Traduzioni
- Vico Faggi
- (1985) Anfitrione-Bacchidi-Casina-Menecmi-Pseudolo Garzanti. pp. XXVI-374
- (1996) Aulularia - Miles gloriosus - Mostellaria Garzanti. pp. XXXVI+388. ISBN 978-88-11-36600-3. Introduzione e note di Margherita Rubino.
- (2004) Anfitrione. Bacchidi. Menecmi. Testo latino a fronte Garzanti. pp. XXXII-374.
- (2004) Casina. Pseudolo. Testo latino a fronte Garzanti. pp. XXXI-258
- Giovanna Faranda
- (Co-traduttrice Chiara Battistella) (2007) Commedie Vol.1. La raccolta contiene Amphitruo - Anfitrione, Aulularia - La commedia della pentola, Bacchides - Le bacchidi, Curculio - Gorgoglione, Menaechmi - I menecmi, Mercator - Il commerciante. Mondadori pp. 677 ISBN 978-88-04-57288-6 Introduzione di Carlo Carena
- (Co-traduttore Maurizio Bettini) (2007) Commedie - Vol. 2 La raccolta contiene Miles gloriosus - Il soldato spaccone, Mostellaria, Persa, Pseudolus - Pseudolo, Rudens - La gomena, Trinummus - Tre soldi. Mondadori pp. 821 ISBN 978-88-04-57289-3
- Carlo Carena (1975) Commedie. La raccolta contiene: Anfitrione, La commedia degli asini, La commedia della pentola, Le due Bacchidi, I prigionieri, Casina, La commedia del cestello, Pidocchio, Epidico, I due Menecmi, Il mercante, Il soldato spaccone, La commedia del fantasma, Il persiano, Il cartaginese, Psuedolo, La gomena, Stico, I tre soldi, Il selvatico. Einaudi pp. 1088 ISBN 978-88-06-43760-2 Introduzione
[modifica] Letteratura critica
- William Beare, I Romani a teatro, traduzione di Mario De Nonno, Roma-Bari, Laterza [1986], gennaio 2008. ISBN 978-88-420-2712-6
- Concetto Marchesi, Storia della letteratura latina, 8a ed., Milano, Principato [1927], ottobre 1986.
- Giancarlo PontiggiaGiancarlo Pontiggia; Maria Cristina Grandi, Letteratura latina. Storia e testi, Milano, Principato, marzo 1996.
- Alfonso Traina, Vortit barbare. Le traduzioni poetiche da Livio Andronico a Cicerone, Roma, 1974.
- Writings and career of Plautus in The Drama: Its History, Literature and Influence on Civilization, vol. 2. ed. Alfred Bates. London: Historical Publishing Company, 1906. pp. 159-165.
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