Pentarchia

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Nella storia del cristianesimo, il termine pentarchia indica la teoria secondo la quale il governo della cristianità intera è affidato alle cinque diocesi più importanti del mondo romano: Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, e Gerusalemme,[1] e la loro unanimità è richiesta per rendere pienamente obbligatorio un pronunciamento ecclesiastico.[2]

La prima esplicita formulazione di tale teoria si trova nella Novella 113 dell'imperatore Giustiniano I (527–565). Nel 692 essa è stata poi adottata dal Concilio in Trullo convocato da Giustiniano II Rinotmeto.[1]

Prima di Giustiniano I[modifica | modifica wikitesto]

Il Concilio di Nicea I, nel 325, ha approvato l'organizzazione delle sedi episcopali cristiane secondo la divisione civile dell'Impero romano in province, in ciascuna delle quali il vescovo della capitale provinciale (la metropoli) godeva certi privilegi rispetto agli altri vescovi. Allo stesso tempo, il Concilio ha riconosciuto la tradizione per cui i vescovi di Roma, di Alessandria e di Antiochia esercitavano una certa autorità anche fuori delle proprie province civili.[3] Su questa approvazione è stata fondata la teoria della posizione privilegiata delle tre sedi "petrine" (Roma e Antiochia in quanto fondate da san Pietro, Alessandria fondata da san Marco, discepolo di san Pietro), teoria patrocinata da Roma in opposizione a quella della pentarchia. Il Concilio ha riconosciuto anche la posizione di onore, ma non di giurisdizione, del vescovo di Gerusalemme.[4]

Cinque anni dopo il Concilio Niceno I, è stata inaugurata la nuova capitale imperiale di Costantinopoli, il cui vescovo, inizialmente suffraganeo del vescovo metropolitano della Tracia, è poi diventato capo ecclesiastico della provincia, e inoltre, al Concilio di Costantinopoli I (381), al quale non ha partecipato alcun vescovo occidentale, gli è stato attribuito, con grande dispiacere del vescovo di Alessandria, il primato d'onore dopo il vescovo di Roma.[5]

Il Concilio di Efeso del 321 si è opposto alle pretese di Antiochia di esercitare autorità sulla provincia romana di Cipro.[6]

Nel 451, il Concilio di Calcedonia, con un canone di controversa validità,[7] ha attribuito al Concilio di Costantinopoli I la concessione a Costantinopoli di privilegi uguali a quelli di Roma in campo ecclesiastico, e a base di tale concessione, da esso confermata, ha esteso alle diocesi civili di Ponto, dell'Asia e della Tracia l'autorità del vescovo costantinopolitano.[8] Dallo stesso Concilio il vescovo Giovenale di Gerusalemme ha ottenuto il riconoscimento, rifiutatogli trent'anni prima dal Concilio di Efeso, della sua autorità sulle tre province romane della Palestina.[9][10]

Teoria e prassi[modifica | modifica wikitesto]

La teoria della pentarchia è stata formulata dall'imperatore Giustiniano I, riservando il titolo di "patriarca" esclusivamente a cinque vescovi. Non erano risconosciuti come patriarchi i capi delle cristianità fuori dell'Impero bizantino, quali l'allora fiorente Chiesa d'Oriente in Persia. Né erano accettati come patriarchi i capi della corrente miafisista che, essendo maggioritaria in Egitto e in parti della Siria, aveva indebolito drasticamente i patriarcati ortodossi (cioè calcedoniani) di Alessandria e di Antiochia, riducendo la Chiesa ortodossa in Oriente praticamente all'unico patriarcato di Costantinopoli e l'intera Chiesa cristiana calcedoniana ad una diarchia di Roma e Constantinopoli.[11] La rivalità fra queste due sedi ha poi portato al Grande Scisma del 1054, che ha diviso anche il cristianesimo calcedoniano nelle sue parti occidentale e orientale: con il patriarca di Costantinopoli si sono schierati i patriarchi ortodossi di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme.

Già prima ma per breve tempo è stato riconosciuto un sesto patriarcato, quello bulgaro di Preslav, accettato da Costantinopoli nel 927 circa e soppresso nel 1018. E dopo il Grande Scisma d'Oriente, nel 1235 è stato riconosciuto il patriarcato bulgaro di Tărnovo, soppresso nel 1393.[12][13]

Nel 1589, è stata riconosciuta come patriarcato la sede di Mosca. Dato che i già esistenti quattro patriarcati ortodossi orientali si trovavano allora sotto il dominio dell'Impero ottomano, la sede di Mosca sperava di assumere il posto di Roma in testa alla pentarchia, ma le è stato assegnato invece il quinto posto.[14] Essa è cessata di essere patriarcato, pur rimanendo chiesa autocefala, dal 1700 al 1917, perché gli imperatori russi non permettevano l'elezione di un patriarca.

Più recentemente si sono aggiunti anche i patriarcati delle Chiese ortodosse bulgara, georgiana, serba e rumena.

La teoria della pentarchia continua ad essere sostenuta da esponenti della parte greca della Chiesa ortodossa.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b "Pentarchy". Enciclopedia Britannica. "The proposed government of universal Christendom by five patriarchal sees under the auspices of a single universal empire. Formulated in the legislation of the emperor Justinian I (527–65), especially in his Novella 131, the theory received formal ecclesiastical sanction at the Council in Trullo (692), which ranked the five sees as Rome, Constantinople, Alexandria, Antioch, and Jerusalem".
  2. ^ a b Michael Prokurat, Michael D. Peterson, Alexander Golitzin (editors), The A to Z of the Orthodox Church (Scarecrow Press 2010 ISBN 978-1-46166403-1), p. 259
  3. ^ I Concilio di Nicea, canone VI
  4. ^ I Concilio di Nicea, canone VII
  5. ^ I Concilio di Costantinopoli, canone III
  6. ^ Concilio di Efeso, "Che i vescovi di Cipro provvedano alle loro consacrazioni"
  7. ^ George C. Michalopulos, "Canon 28 and Eastern Papalism: Cause or Effect?" in Orthodox Christian Laity (12 maggio 2009)
  8. ^ Concilio di Calcedonia, canone XXVIII
  9. ^ Karen Rae Keck, "St. Juvenal of Jerusalem" in The Saint Pachomius Library
  10. ^ Philip Schaff, "Excursus on the Rise of the Patriarchate of Jerusalem" in The Seven Ecumenical Councils
  11. ^ Milton V. Anastos, Aspects of the Mind of Byzantium (Political Theory, Theology, and Ecclesiastical Relations with the See of Rome), Ashgate Publications, Variorum Collected Studies Series, 2001. ISBN 0-86078-840-7)
  12. ^ Kiminas, D. (2009). The Ecumenical Patriarchate. Wildside Press LLC. p. 15
  13. ^ GENOV, R., & KALKANDJIEVA, D. (2007). Religion and Irreligion in Bulgaria: How Religious Are the Bulgarians? Religion and power in Europe: conflict and convergence, 257
  14. ^ Encyclopædia Britannica: Saint Job

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