Federigo Tozzi

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« Voglio lasciare inalterati, così come sono e si presentano in una qualunque porzione di realtà guardata, tutti gli elementi della vita. »
(Federigo Tozzi)
Federigo Tozzi

Federigo Tozzi (Siena, 1º gennaio 1883Roma, 21 marzo 1920) è stato uno scrittore italiano. Per lungo tempo misconosciuto, è stato rivalutato solo molti anni dopo la sua scomparsa ed è ormai considerato uno dei più importanti narratori italiani del Novecento, oggetto di un'attenzione critica sempre crescente.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Anni giovanili[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Siena il 1º gennaio 1883, da Federico (detto Ghigo) e Annunziata, donna molto mite e gentile, ma affetta da epilessia. Il padre, di origini contadine, possedeva il "Ristoratore il Sasso" presso l'Arco dei Rossii (è rimasto ancora com'era il cortile di pietra ove si aprivano le rimesse e le stalle ed è tuttora esistente il Ristorante che ha, da pochi anni, ripreso il nome originale)[1], e due poderi nei dintorni di Siena; era un uomo molto abile negli affari e piuttosto rude: i suoi momenti di collera e il suo disprezzo verso la cultura provocarono molti traumi a Federigo, dotato di una forte sensibilità.

I contatti del ragazzo con la scuola si rivelarono subito difficili. Tozzi frequentò la scuola elementare in seminario e in seguito nel Collegio Arcivescovile di Provenzano, dal quale fu allontanato per cattiva condotta nel 1895, anno in cui morì anche sua madre; si iscrisse allora alla scuola delle Belle Arti, dove trascorse tre anni piuttosto burrascosi e ne fu espulso. Si iscrisse in seguito alle scuole tecniche e ne frequentò i corsi a Siena e a Firenze ma con scarso profitto. Pur studiando in modo saltuario e molto disordinato, sviluppò un grande amore per la lettura cominciando a frequentare la biblioteca comunale di Siena, dove formò una cultura aperta ai più diversi influssi, soprattutto a quelli della moderna psicologia. Nel 1902, essendo rimandato in alcune materie per l'ammissione alla terza classe, abbandonò per sempre gli studi regolari.

Intanto, nel 1900, il padre si risposa, e Tozzi trasporrà la matrigna in Luigia, personaggio de Il podere.

Prime esperienze culturali e amorose[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1901 si iscrive al Partito Socialista degli Italiani, e stringe amicizia con l'intellettuale Domenico Giuliotti. L'interesse politico entro poco tempo si spegnerà nel 1904, in coincidenza della guarigione da una cecità dovuta ad una malattia venerea.

Al 1902 risale l'inizio dello scambio epistolare con una Annalena, senhal, che Novale, raccolta di epistole, pubblicata postuma come diario intimo dell'autore, ha poi dimostrato nascondere l'identità della futura moglie di Tozzi, Emma Palagi, conosciuta tramite una corrispondenza nata su un giornale.

Sempre in questi anni iniziò il suo rapporto con una contadina alle dipendenze di famiglia, Isola, la cui personalità verrà trasposta nella Ghìsola di Con gli occhi chiusi.

Prime opere[modifica | modifica wikitesto]

Lapide nella casa di Siena, in Banchi di Sopra

L'opera di esordio di Tozzi fu in versi e si intitolò la Città della Vergine; in seguito divenne il curatore di alcune antologie di antichi scrittori senesi. Volendosi allontanare da Siena, nel 1907 iniziò a lavorare nelle ferrovie, a Pontedera e a Firenze: in seguito a questa esperienza nacque un "diario", Ricordi di un giovane impiegato, poi pubblicato da Borgese con il titolo Ricordi di un impiegato.

Tornò a Siena a causa della morte del padre nel 1908 e da allora iniziò a scrivere le novelle di Bestie e i suoi romanzi più famosi, ovvero Con gli occhi chiusi e Il podere. Nello stesso anno sposa Emma Palagi e insieme a lei inizia un'attività letteraria più intensa. Del 1911 sono le liriche di La zampogna verde. Nel 1913, fondò insieme al suo amico Domenico Giuliotti la rivista quindicinale La Torre di carattere cattolico e nazionalista, coincidente con la sua conversione al cattolicesimo che contribuisce al carattere religioso delle sue opere. Di fondamentale importanza nel suo percorso di fede sono la scoperta dei due santi più rappresentativi di Siena, Santa Caterina e San Bernardino.

In quello stesso periodo Tozzi si trasferì a Roma con la moglie e il figlio Glauco, e cominciò a collaborare a diversi giornali e a varie riviste letterarie, mentre l'Italia entrava in guerra. Nel 1915 pubblica Bestie, presso l'editore Treves, già editore di D'Annunzio. Nello stesso anno, a causa della guerra, Tozzi decide di lavorare presso l'ufficio stampa della Croce Rossa dove rimarrà per parecchi anni. Conobbe in questo ufficio Marino Moretti e da lui venne presentato all'editore Treves.

Maturità e morte[modifica | modifica wikitesto]

È questo finalmente il periodo in cui riesce ad affermarsi e ad entrare in contatto con i maggiori scrittori e intellettuali dell'epoca (da Panzini a Pirandello, Borgese): nonostante questo la sua vita non era affatto facile. Pirandello e Borgese furono coloro che maggiormente credettero in lui. Nel 1919, Tozzi aveva pubblicato Con gli occhi chiusi, che fu messo in ombra da Tre croci del 1920, anno in cui viene pubblicato anche Gli egoisti, un romanzo autobiografico imperniato sull'ambiente letterario romano, e Giovani una raccolta di novelle sempre per i tipi di Treves. Con gli occhi chiusi viene considerato come uno dei romanzi maggiormente espressivi del primo dopoguerra. Tozzi infine raggiunse la notorietà quando Borgese giudicò come capolavoro del realismo il suo ultimo libro, Tre croci. Era l'inizio del 1920: poco tempo dopo, il 21 marzo, lo scrittore morì, colpito dall'influenza spagnola che gli causò una violenta forma di polmonite.

La riscoperta da parte della critica[modifica | modifica wikitesto]

Tozzi lasciò le sue opere per lo più inedite oppure disperse tra giornali e riviste: spettò al figlio Glauco il riordinamento del materiale che fu, in parte, pubblicato postumo: Il podere vide la luce nel 1921, Gli egoisti nel 1923 e Ricordi di un impiegato nel 1927.

Lo scrittore senese fu riscoperto dal grande pubblico molto tardi, negli anni sessanta, probabilmente a causa dell'errata interpretazione delle sue opere, fino ad allora genericamente ricondotte nell'ambito del Verismo. Solo la recente critica ha capovolto la visione di un Tozzi realista proponendolo come scrittore di stampo profondamente psicologico e vicino al simbolismo, paragonandolo a livello europeo alla prosa di Kafka e Dostoevskij. Fondamentali per la comprensione dell'opera di Tozzi sono risultati i contributi critici di due autorevoli studiosi, Giacomo Debenedetti e Luigi Baldacci.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • La zampogna verde, Ancona, Puccini e figli, 1911.
  • Antologia d'antichi scrittori senesi. (Dalle origini fino a santa Caterina), Siena, Giuntini e Bentivoglio, 1913.
  • La città della Vergine. Poema, Genova, Formiggini, 1913.
  • Mascherate e strambotti della congrega dei rozzi di Siena, a cura e con prefazione di, Siena, Giuntini e Bentivoglio, 1915.
  • Bestie, Milano, Treves, 1917.
  • L'amore. Novelle, Milano, Vitagliano, 1919.
  • Con gli occhi chiusi. Romanzo, Milano, Treves, 1919.
  • Giovani. Novelle, Milano, Treves, 1920.
  • Ricordi di un impiegato. Opera postuma, Roma, La rivista letteraria, 1920; Milano, A. Mondadori, 1927.
  • Tre croci. Romanzo, Milano, Treves, 1920.
  • Il podere. Romanzo, Milano, Treves, 1921.
  • Gli egoisti. Romanzo; L'incalco. Dramma in tre atti, Roma-Milano, A. Mondadori, 1924.
  • Novale. Diario, Milano, A. Mondadori, 1925.
  • Realtà di ieri e di oggi, Milano, Alpes, 1928.
  • Opere complete di Federigo Tozzi
I, Tre croci; Giovani, Firenze, Vallecchi, 1943.
II, Il podere; L'amore, Firenze, Vallecchi, 1943.
III, Con gli occhi chiusi; Bestie; Gli egoisti, Firenze, Vallecchi, 1950.
  • Nuovi racconti, Firenze, Vallecchi, 1960.
  • Opere, Firenze, Vallecchi, 1961-1988.
I, I romanzi, Firenze, Vallecchi, 1961.
II, Le novelle, 2 tomi, Firenze, Vallecchi, 1963.
III, Il teatro, Firenze, Vallecchi, 1970.
IV, Cose e persone. Inediti e altre prose, Firenze, Vallecchi, 1981.
V, Le poesie, Firenze, Vallecchi, 1981.
VI, Novale, Firenze, Vallecchi, 1984.
VII, Carteggio con Domenico Giuliotti, Firenze, Vallecchi, 1988.
  • Adele. Frammenti di un romanzo, Firenze, Vallecchi, 1979.
  • Opere. Romanzi, prose, novelle, saggi, Milano, A. Mondadori, 1987. ISBN 88-04-22666-8.
  • Barche capovolte, Firenze, Vallecchi, 1993.

Le opere di Federigo Tozzi esigono una certa maturità di lettura. Gli ostacoli che si trovano nella sua prosa spesso impediscono una lettura gradevole; talvolta è scostante, non fa nulla per incantare il lettore. Il principale ostacolo è la profonda tristezza del mondo che descrive. Tozzi richiede collaborazione per superare questa barriera e per entrare nella sua poetica; mette di fronte il lettore, in prima persona, attraverso gli occhi dei contadini, a esperienze di vita dei campi.

Con gli occhi chiusi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Con gli occhi chiusi (romanzo).

È il romanzo di Tozzi più vicino al frammentismo vociano. Ha una struttura narrativa spesso definita "imperfetta". A volte infatti sembra smarrire il filo logico con distrazioni e digressioni. Non c'è più una gerarchia di momenti privilegiati o secondari. I personaggi sono studiati attraverso la psiche: non hanno spina dorsale, né scheletro o impalcatura; tra loro manca solidarietà. I personaggi principali risultano addirittura sfocati.

L'andamento della vicenda procede per salti e scarti repentini, seguendo, come nei romanzi di Svevo, ciò che detta la coscienza.

La trama sembrerebbe rivelare un profonda concezione pessimistica della vita: tra i personaggi regna l'incomunicabilità, in tutto il romanzo è forte la presenza del male.

In realtà, in una prospettiva religiosa e non psicanalitica devono essere ricondotti tutti i grandi temi del romanzo: l'incomunicabilità degli individui, che rende infernale la condizione umana, il mistero di ogni atto. D'altra parte lo stesso titolo Con gli occhi chiusi deriverebbe da un passo del De imitatione Christi: "Beati gli occhi che sono chiusi alle cose esteriori"[2], per cui essi si aprono soltanto dinanzi alla visione delle cose più profonde. Piuttosto che come segno di inettitudine, avere gli occhi chiusi andrebbe interpretato come capacità di aprirsi ad una dimensione altra e conoscibile appieno esclusivamente attraverso il cuore.

Con gli occhi chiusi ottenne, come tutte le opere di Tozzi, un riconoscimento critico piuttosto limitato, benché gli scrittori di Solaria e Campo di Marte segnalarono il romanzo. Insieme a Tre croci il romanzo fu apprezzato per la modernità degli approfondimenti psicologici.

Tre croci[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tre croci.

Il romanzo fu apprezzato più dal pubblico che dalla critica e mise in ombra Con gli occhi chiusi. La critica, invece, considera "Tre croci" meno poetico del precedente, ma più epico perciò più attraente per i lettori. Come dice Carlo Cassola[3]:

« Sono soprattutto due i romanzi importanti di Federigo Tozzi: Con gli occhi chiusi e Tre Croci. I letterati preferiscono il primo; la gente comune il secondo. Il primo romanzo non diventerà mai popolare; il secondo lo diventerà, quanto meno ha i numeri per diventarlo.

La gente comune ama i romanzi, e Tre Croci è più romanzo di Con gli occhi chiusi. Con gli occhi chiusi è più poetico, ma meno epico dell'altro.
A questo punto mi accorgo che è necessaria una spiegazione generalissima: in che consiste la differenza tra le due fondamentali espressioni letterarie, la lirica e l'epica? Uso apposta la parola epica, benché ai nostri tempi la sola forma dell'epica sia la narrativa, perché nessuno possa cavarsela dicendo che la prima è in versi e la seconda in prosa.
Certo che il romanzo è in prosa; ma il poema epico, che lo ha preceduto nel tempo, assolvendo la stessa funzione? La Commedia, tanto per fare un solo esempio, è in versi, eppure non ha niente a che vedere col Canzoniere del Petrarca, e con la stessa poesia amorosa di Dante. Quest'ultima appartiene al genere lirico, mentre la Commedia all'epico.
Allora, qual è la differenza? Che il poeta lirico parla di sé, mentre il poeta epico parla degli altri. Bisogna però che questi altri non siano proiezioni dell'autore, come accadde per parecchio tempo allo stesso Tozzi. »

Il podere[modifica | modifica wikitesto]

In questo romanzo Tozzi cerca di recuperare, pur senza rinnegare le sue precedenti innovazioni, uno stile e una forma più tradizionali. Descrive un mondo di ansia, angoscia e paura determinato dall'impatto con la realtà che è minacciosa, incombente, aggressiva. È un mondo fatto di traumi, ferite sempre aperte, lesioni profonde della personalità. I personaggi non ne hanno la cognizione, ma ne vengono influenzati e si comportano illogicamente grazie a questi impulsi inconsci.

Il protagonista è Remigio, che alla morte del padre riceve in eredità un podere, contesogli sia dalla matrigna che dalla vecchia amante del padre. È essenzialmente la storia di un inetto che subisce la crudeltà umana: Remigio infatti respinge il modello propostogli dal padre ma non sa trovare una valida alternativa, per cui non riesce ad essere un buon padrone, non sa comandare e farsi rispettare dai suoi sottoposti. Tutti sono contro di lui perché secondo la loro ottica chi non sa amministrare è un pericolo sociale e come tale deve essere allontanato il più presto possibile. Alla fine, uno di loro, Berto, che lo odia apparentemente senza ragione, lo uccide.

Bestie[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di una raccolta di 69 frammenti o aforismi, che hanno una sola cosa in comune: in ognuno di questi brevi racconti compare, in maniera anche casuale e marginale, un animale. Per capire il senso globale dell'opera, occorre tenere presenti l'aforisma iniziale e quello finale, che definiscono quelli intermedi. Questi due frammenti sono infatti caratterizzati dalla presenza dell'unico animale che, all'interno della raccolta, sembra essere stato investito di un valore simbolico: l'allodola, che rappresenterebbe un bisogno di elevazione, di senso, di accordo con la natura. Nel primo frammento viene descritta la difficoltà dell'allodola a vivere in un mondo dominato dall'uomo; nell'ultimo è presente un appello all'animale perché ritorni nell'anima. Gli aforismi intermedi, privi dell'allodola, diventano delle allegorie vuote, che sottolineano il bisogno di significato e l'impossibilità di ottenerlo. "Bestie" è quindi un'opera che esprime la frammentarietà e l'assurdità della vita.[4]

Giovani[modifica | modifica wikitesto]

Approntata dall’autore stesso, ma uscita postuma nel 1920 presso Treves a pochi mesi dalla sua morte, questa scelta di novelle copre il periodo della maturità di Tozzi e della sua ormai avviata affermazione nel mondo letterario italiano, che, se la morte prematura non lo avesse sorpreso, si sarebbe evoluta in sicura preminenza.
Ma già la nutrita produzione nel breve arco della sua vita, sia nell’ambito dei romanzi, sia in quello delle novelle, configura Tozzi come uno dei massimi narratori italiani. Autore poco adattabile ad un gusto facile di lettore, impietoso e crudo come pochi altri nel disvelamento della condizione umana, senza l’attenuazione del (pur amaro) riso pirandelliano o dell’ironia sveviana, refrattario ad ogni rigida determinazione critica, Tozzi, nelle sue novelle, manifesta una rara forza espressiva, nonché una virtù innovativa sia nella trattazione dei temi e dei personaggi, che nella strutturazione formale del narrare. Di tali qualità è ottimo esempio la raccolta di "Giovani" .

Tematiche[modifica | modifica wikitesto]

Psicoanalisi[modifica | modifica wikitesto]

L’opera di Tozzi, valutata nel suo complesso, segna una tappa importante nella storia della narrativa italiana del Novecento perché, proponendo una forma di romanzo tutta ripiegata sull'interiorità umana, si colloca fra la dissoluzione del naturalismo ottocentesco e le nuove dimensioni poetiche e psicoanalitiche (dal simbolismo al recupero memoriale di Proust).

Tozzi tuttavia non conosce Freud, giunge a conclusioni analoghe perché è uno scrittore "primitivo" che ha antenne per captare fenomeni culturali più ampi, è dotato di una grande potenza intuitiva. Senza molti strumenti si proietta in altre realtà. Tozzi si interessa molto di psicologia, ma non fa psicoanalisi; la realtà gli si impone con la violenza massiccia dell'incubo dell’esperienza personale per poi essere ritrasportata, sempre sotto forma di incubo, nelle sue opere.

Inettitudine[modifica | modifica wikitesto]

Tozzi viene recuperato dalla critica a partire dagli anni sessanta, prima era considerato solo un narratore verista-regionalista, da allora invece si mette in luce anche la sua vena lirica. Tozzi utilizza le forme tradizionali del realismo solo per esprimere una sua particolare visione della realtà che ruota intorno all’inettitudine come inadeguatezza dell’individuo a reggere nuove richieste che la vita gli fa. I personaggi tozziani sono "incapaci di…". Nei romanzi di Tozzi si trova una sorta di rappresentazione lirica dello sbandamento dell'uomo di fronte alla cose. In questo Tozzi ricorda molto Joyce (Ulisse), Musil (L'uomo senza qualità), Kafka (Il processo), Svevo (La coscienza di Zeno, Una vita) e Mann. Tozzi si inserisce in questa scia calando in questa prospettiva l’ambito in cui vive, cioè Siena.

Siena[modifica | modifica wikitesto]

Lo stato d'animo come chiave di lettura della città di Siena, e quindi anche delle descrizioni di città può essere un criterio per una lettura dei più famosi romanzi di Federigo Tozzi.

Piuttosto apprezzato dai contemporanei (ad es. Pirandello) soprattutto per il suo interesse ai particolari psicologici e per la sua visione "da dentro" delle vicende, fu però anche accusato di autobiografismo ed "eccessi psicologici".

Dopo la sua morte una parte delle critica (Borgese, Russo, ecc.) pose l'accento principalmente sul confronto del modello verista o addirittura regionalista, perdendo di vista il vero obiettivo di Tozzi, cioè quello di rappresentare le vicende psichiche che portano i suoi personaggi all'inettitudine; mentre gli intellettuali di Solaria cercarono di recuperarne la prospettiva europea, riconoscendo nelle tematiche da lui sviluppate collegamenti con grandi scrittori come Kafka, Müsil, Joyce, Mann, Svevo, Proust.

La critica moderna mette oggi in risalto altri aspetti di Tozzi, come l'espressionismo, la rappresentazione allucinata della realtà, le "patologie psicologiche" dei personaggi (grazie all'intervento di Giacomo Debenedetti con Il personaggio uomo), la centralità dell'io e il "realismo-simbolico".

Tozzi infatti utilizza le forme tradizionali del realismo per esprimere una sua particolare visione della realtà (in particolare circa il problema dell'inadeguatezza, della difficoltà a vivere, della piccolezza) calando in questa prospettiva l'ambito in cui vive, cioè Siena (oppure Roma ne Gli Egoisti).

L'opera tozziana, come fa notare Pasquale Voza (1985), è un'incessante interazione tra spunti regionali e significati universali (espressioni dello stesso Tozzi), dove il microcosmo si dilata fino ad inglobare il macrocosmo.

Anche l'aspetto autobiografico, talvolta messo al centro della produzione di questo autore, passa in secondo piano pur non perdendo di importanza: è solamente un'altra metafora per porre con forza e angoscia l'idea della difficoltà della vita.

Molto evidente, infatti, è l'analogia fisico-psichica tra l'inettitudine, il torpore dell'anima di molti dei personaggi dei romanzi di Tozzi (primo fra tutti Pietro, il protagonista di Con gli occhi chiusi) e la descrizione di alcuni scorci di Siena, raffigurata spesso come tutta raccolta in sé e inaccostabile. La realtà provinciale in cui si muovono i personaggi fa da sfondo alla loro destino di solitudine e cecità.

« Stava a giornate intere, solo, in casa; guardando, con la faccia sui vetri, il sottile rettangolo di azzurro tra i tetti. Quell'azzurro sciocco, così lontano, gli metteva quasi collera; [...]E allora sentiva il vuoto di quella solitudine rinchiusa in uno dei più antichi palazzi di Siena, tutto disabitato, con la torre mozza sopra il tetro Arco dei Rossi; in mezzo alle case oscure e deserte, l'una stretta all'altra; con stemmi scolpiti che nessuno conosce più, di famiglie scomparse. »
(Con gli occhi chiusi[5])

E anche quando la città offre i suoi lati migliori, più aperti e più belli, questi servono solamente da sfondo di contrasto con la psicologia di tali personaggi, acuendo addirittura il loro senso di smarrimento di fronte alla vita.

« Andava verso la città sovra la quale si raccoglieva una dolcezza d'azzurro, tra le colline l'una più soave dell'altra. Quella bellezza meravigliosa l'umiliava »
(Con gli occhi chiusi,[6])

Il rapporto tra Tozzi e la sua città natale è sempre stato ambivalente, potrebbe assomigliare allo struggimento di un innamorato tradito. Tozzi ha amato Siena nei suoi vicoli storti e nei suoi baratri scoscesi, nelle sue piazze ariose e nelle torri slanciate, ma da Siena ha sempre cercato di fuggire, sia per le poche opportunità che offriva allora sia per evadere da ciò che Siena rappresenta nel suo immaginario, cioè l'immobilità, la tradizione, l'abitudine.

Siena come habitus, come una droga, un narkoticon che spegne ogni iniziativa inebriando i suoi abitanti di sé stessa e della sua indubitabile bellezza.

« La mia anima, per aver dovuto vivere a Siena, sarà triste per sempre: piange, pure che io abbia dimenticato le piazze dove il sole è peggio dell'acqua dentro un pozzo, e dove ci si tormenta fino alla disperazione.

Ma i miei brividi al tremolio bianco degli olivi! E quando io stavo fermo, anche più di un'ora, senza saper perché, allo svolto di una strada, e la gente mi passava accanto e mi pareva di non vederla né meno!
Città, dove la mia anima chiedeva l'elemosina, ma non alla gente! Città, il cui azzurro mi pareva sangue! »

(Bestie)

Una droga da cui Tozzi non riuscirà mai a liberarsi, neanche a contatto con le grandi città come Firenze e soprattutto Roma, nelle quali vedrà sempre, come allucinazioni, riflessi della sua Siena. Questo rapporto conflittuale caratterizza anche i comportamenti di molti dei personaggi di Tozzi: per questo le sue scenografie non sono solo «ad alto coefficiente pittorico» piuttosto tendono a realizzare «un progetto speculativo diretto ad interpretare il destino dei suoi personaggi» (Jeuland-Meynaud, 1991).

« Il vento frusciava nei giardini e negli orti a piedi delle case, dentro la cinta delle mura di Siena. Si sentiva chiudere qualche persiana sbattendo; e c'era un piccolo eco affilato e rauco che ripeteva pazientemente in fondo agli orti quel rumore; come se andasse ad appiattirsi laggiù; dove gli archi della fonte di Follonica s'interrano fino a mezzo; impiastricciati di muschi che si sfanno con il tartaro dell'acquiccia. L'erta delle case, silenziose, morte, non sentiva le foglie di un gran tiglio, sotto la finestra della camera, staccarsi l'una dopo l'altra, senza che potessero smettere più. »
(Tre Croci)

Le "cose" descritte dal Nostro non sono mai statiche e prive di vita, anzi, partecipano attivamente alle azioni diventandone parte integrante in quanto «gli elementi della realtà sono compartecipi del vivere umano, in un sodalizio intimo che li definisce attori a pieno titolo dell'evento». (Jeuland-Meynaud, 1991)

In Con gli occhi chiusi, però, Pietro alla vista della prossima maternità di Ghisola fugge dal mondo che la sua immaginazione si era andato creando, riuscendo a interporre una distanza tra la realtà e la visione quasi onirica; mentre i fratelli Giambi, protagonisti di "Tre Croci", vedono in tutto ciò che li circonda solo inganno, lussuria, gola, sovrapponendo così in modo definitivo i due campi e perdendo la loro identità. Ai tre protagonisti, emblemi di una umanità peccatrice, del sottosuolo e refrattaria a ogni conversione, fa da contraltare la figura positiva di Modesta che cerca insistentemente di far riavvicinare il cognato Enrico alla chiesa:

« Perché, almeno, non ti converti a Dio? Anche il povero Niccolò è morto senza potersi confessare; e Giulio s’è ucciso. Forse, stanno male tutti e due; ora. Bisogna pensare alle loro anime. [...] Vai a farti aiutare dai canonici del Duomo. »
(Tre Croci)

In tutta l'opera di Tozzi, ma soprattutto in quest'ultimo romanzo, sembra esistere soltanto il mondo interiore del personaggio: tutto ciò che ne è al di fuori è solamente la dilatazione dell'interiorità dell'attore. L'uomo e le sue emozioni diventano la misura e la dimensione del mondo, un po' come in Malraux, Sartre, Camus, Durrell e altri. Si assiste nell'opera tozziana ad un'esaltazione dell'individualità che andrebbe altresì riletta alla luce della conversione al cattolicesimo da parte dell'autore. Ad una interpretazione esclusivamente nelle coordinate della psicoanalisi fanno da contraltare e risultano chiarificatrici le parole dell'autore stesso:

« L’uomo che cerca Dio esalta la propria individualità; perché cercare Dio significa spingere l’anima fin dove le è concesso di arrivare […]; la nostra religione, così trascurata e sbassata da tutti i trattati di psicologia, è il motivo spontaneo della nostra anima. »
(dalla rivista La Torre)

Questo processo empatico si può facilmente notare anche in "Bestie" se "il libro non viene letto come frammenti di storie possibili ancora allo stadio embrionale, ma come l'unica possibile vicenda di un io frantumato e diviso nei suoi innumerevoli e rapidissimi stati d'animo". (Dedola, 1990)
Per "Bestie" l'analogia fisico-psichica si allarga: non più solo uno scenario cittadino come secondo termine di paragone, ma ogni elemento che, allo stesso tempo, può essere segno e simbolo di un'emozione.

« Ecco la sera, quando le cose della stanza diventano pugnali che affondano nella mia anima; maniche che mi attendono.

Qualche altra volta mi erano sembrate - libri, tavoli, sedie, tagliacarte, cuscini, lampade, pareti - poemi immensi.
Mai, in nessun modo, sono riuscito ad essere indipendente dinanzi a loro. »

(Bestie)

La percezione diventa più importante dell'oggetto percepito, il personaggio è colui che filtra le cose attraverso i suoi stati d'animo. Spesso le descrizioni sono allucinate perché la scissione sta proprio nel personaggio stesso che non riesce a distinguere la dimensione interna da quella esterna. Proprio questa "disgregazione psichica" porta i personaggi tozziani all'inettitudine e all'incapacità di agire.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ in Introduzione, Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, Istituto Geografico De Agostini, 1981
  2. ^ Franco Petroni, Le parole di traverso. Ideologia e linguaggio nella narrativa d'avanguardia del primo Novecento, Jaca Book, Milano, 1998
  3. ^ Carlo Cassola in Introduzione a Federigo Tozzi, Tre croci, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1994, p.I
  4. ^ La scrittura e l'interpretazione. a cura di Romano Luperini, Pietro Cataldi, Lidia Marchiani, Franco Marchese.
  5. ^ Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, Istituto geografico de Agostini, Novara, 1982, p.96
  6. ^ op., cit., p. 156

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Luigi Pirandello, "Con gli occhi chiusi", in «Il Messaggero della Domenica», 13 aprile 1919; poi in Saggi, poesie e scritti vari, a cura di Manlio Lo Vecchio Musti, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1960.
  • Pietro Pancrazi, "Federigo Tozzi", in «Il Resto del Carlino», 24 marzo 1920; poi in Ragguagli di Parnaso, a cura di Cesare Galimberti, Milano-Napoli, Ricciardi, 1967.
  • Emilio Cecchi, "L'ultimo romanzo di Federigo Tozzi", in «La Tribuna», 27 marzo 1920; poi in Letteratura italiana del Novecento, vol. II, a cura di Pietro Citati, Milano, Mondadori, 1972.
  • Giuseppe Antonio Borgese, "Federigo Tozzi", in Tempo di edificare, Milano, Treves, 1923.
  • Luigi Russo, "Federigo Tozzi", in I narratori, Roma, Fondazione Leonardo, 1923.
  • Domenico Giuliotti, "A Federigo Tozzi", in L'ora di Barabba, Firenze, Vallecchi, 1923
  • Camillo Pellizzi, "Tozzi", in Le lettere italiane del nostro secolo, Milano, Libreria d’Italia, 1929.
  • Alfredo Gargiulo, "Federigo Tozzi", in «Italia Letteraria», 12 luglio 1930; poi in Letteratura italiana del Novecento, Firenze, Le Monnier, 1943.
  • Tito Rosina, Federigo Tozzi, Genova, Degli Orfini, 1935.
  • V. Silvi, Su Federigo Tozzi, in «La Nuova Italia», gennaio-febbraio, 1935.
  • Eurialo De Michelis, Saggio su Tozzi. Dal frammento al romanzo, Firenze, La Nuova Italia, 1936.
  • Giuseppe De Robertis, Scrittori del Novecento, Firenze, Felice Le Monnier, 1946.
  • Emilio Cecchi, Leggere Tozzi, in «L'Europeo», 30 aprile 1950; poi in Di giorno in giorno, Milano, Garzanti, 1954.
  • Enrico Falqui, Dare a Tozzi, in «Il Tempo», 10 maggio 1950; poi in Novecento letterario. Serie Terza, Firenze, Vallecchi, 1961.
  • Enrico Falqui, Federigo Tozzi trent'anni dopo, in «Il Giornale», 30 maggio 1950; poi in Novecento letterario, Serie Terza, Firenze, Vallecchi, 1961.
  • Carlo Bo, Alcuni caratteri del romanzo italiano, in Riflessioni critiche, Firenze, Sansoni, 1953.
  • Gino Raya, Storia della letteratura italiana, Milano, Marzorati, 1953.
  • Enrico Falqui, Un giudizio da capovolgere, in «Il Tempo», 11 giugno 1960; poi in Novecento letterario, Serie Terza, Firenze, Vallecchi, 1961.
  • Giorgio Pullini, Espressionismo narrativo di Tozzi, in «Le ragioni narrative», febbraio 1961; poi in Volti e risvolti del romanzo italiano contemporaneo, Milano, Mursia, 1971.
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  • Giuseppe De Robertis, Altro Novecento, Firenze, Felice Le Monnier, 1962.
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