Delitto di Cogne

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Avvertenza
Alcuni dei contenuti riportati potrebbero urtare la sensibilità di chi legge. Le informazioni hanno solo un fine illustrativo. Wikipedia può contenere materiale discutibile: leggi le avvertenze.

Il delitto di Cogne fu un caso di omicidio[1] avvenuto il 30 gennaio 2002 in una villetta di Montroz (pron. Montrò, talvolta ortografato come "Montrod"), frazione di Cogne, a danno di un bambino di tre anni, Samuele Lorenzi.

Il 21 maggio 2008 la Corte di Cassazione riconobbe definitivamente come colpevole del delitto la madre del piccolo, Annamaria Franzoni; la donna ha scontato in carcere una pena effettiva di 6 anni.

Il caso ebbe una rilevanza mediatica notevole principalmente a causa delle numerose interviste televisive rilasciate dalla Franzoni subito dopo il delitto (partecipò tra gli altri al talk show Porta a Porta e al Maurizio Costanzo Show) e alla apparente decisione della difesa di utilizzare il mezzo televisivo per ottenere l'appoggio dell'opinione pubblica che, almeno nelle prime fasi del processo che seguì, di fatto si divise fra innocentisti e colpevolisti[2][3].

Il delitto[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del 30 gennaio 2002 alle ore 8.28 il 118 ricevette una telefonata di Annamaria Franzoni che chiese concitatamente aiuto, affermando di aver appena rinvenuto il figlio di tre anni, Samuele Lorenzi, nel proprio letto matrimoniale e che questi "vomitava sangue".

La Franzoni, alle ore 8.27, avvisò anche il medico di famiglia, Ada Satragni, che intervenuta per prima, ipotizzò un'improbabile causa naturale, un aneurisma cerebrale, insistendo per diverso tempo su questa versione e confermandola in una intervista televisiva, nel corso della quale giunse persino ad affermare che il pianto disperato del bambino scopertosi solo in casa avrebbe potuto provocare "l'apertura della testa". Effettivamente era presente una profonda e frastagliata ferita sul capo del bambino, dalla quale usciva della materia grigia e che vistosamente era stata procurata da un'azione violenta. La dottoressa inoltre lavò il volto ed il capo del piccolo e lo spostò fuori casa - nonostante il freddo intenso - su una barella improvvisata con un cuscino. Tali gesti, certamente motivati dalle urgenti manovre di rianimazione, hanno tuttavia alterato irreparabilmente la scena del delitto e le stesse condizioni della vittima.

Ai soccorritori del 118 sopraggiunti in elicottero, anche per via dello stato dei luoghi, apparve subito chiaro che le devastanti ferite sul capo del bambino erano frutto di un deliberato atto di violenza. Vennero perciò avvisati i carabinieri, che compirono poi i primi sopralluoghi nella villetta.

Il piccolo fu dichiarato morto alle ore 9.55. L'esame autoptico rivelò come causa reale una serie di colpi - almeno diciassette - sferratigli con un corpo contundente alla testa. Sul capo della piccola vittima furono rinvenute microtracce di rame, che suggerivano che il bambino fosse stato colpito con un oggetto realizzato con questo metallo, come ad esempio un mestolo ornamentale. Furono inoltre rinvenute lievi ferite sulle mani, riconducibili probabilmente ad un estremo e disperato tentativo di difesa. Quaranta giorni dopo il delitto Annamaria Franzoni fu iscritta nel registro delle notizie di reato con l'accusa di omicidio.

Al termine del processo di primo grado, nel 2004, la Franzoni fu condannata con rito abbreviato alla pena di 30 anni di reclusione. La colpevolezza venne poi ribadita nel giudizio d'appello, conclusosi il 27 aprile 2007 con una sentenza che ne ridusse la pena a 16 anni; ciò grazie alla concessione delle attenuanti generiche, che furono ritenute equivalenti all'aggravante della commissione del fatto nei confronti del proprio discendente.

I legali della Franzoni proposero quindi ricorso in Cassazione; in attesa del pronunciamento la donna rimase libera: i giudici esclusero la sussistenza di esigenze cautelari (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, di reiterazione del reato).

La difesa di Annamaria Franzoni passò, in ordine cronologico, ai celebri avvocati Carlo Federico Grosso (avvocato penalista e professore universitario), Carlo Taormina (parlamentare e politico italiano), e infine, dopo l'abbandono della difesa da parte di Taormina per protesta, anche a seguito di una lunga e molto discussa campagna mediatica che vide Taormina impegnato nella duplice veste di difensore e parlamentare, a un legale d'ufficio, Paola Savio.

Le indagini[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante i numerosissimi sopralluoghi nella villetta le indagini non portarono mai al ritrovamento dell'arma del delitto. Si ipotizzerà in seguito che si trattasse di un mestolo di rame, quindi di una piccozza da montagna, di un pentolino del tipo usato per bollire il latte o di altri oggetti, ma al riguardo non maturerà alcuna certezza. L'arma del delitto, malgrado le approfondite ricerche non è mai stata trovata.[4]

L'accusa e la motivazione della prima sentenza si fondarono prevalentemente sulla perizia eseguita con l'aiuto del luminol sulle tracce di sangue. Ne vennero rilevate abbondantissime sopra il pigiama della Franzoni, trovato parzialmente nascosto tra le coperte del letto solo dopo alcune ore dal fatto delittuoso. L'accusa sostenne che la donna l'avrebbe indossato al momento del delitto, essendo questa l'unica spiegazione possibile per le ampie macchie di sangue ed i frammenti di osso e materia cerebrale della vittima repertate sulle maniche della casacca dell'indumento. Ulteriori macchie di sangue della vittima furono rinvenute sulle suole e all'interno delle ciabatte da casa della donna. Al di fuori della camera da letto, inoltre, non furono rinvenute tracce ematiche riconducibili ad un intruso che, a delitto ultimato ed ormai sporco del sangue della piccola vittima, si sarebbe allontanato. Secondo l'accusa, inoltre, la Franzoni era l'unica persona che avrebbe potuto commettere l'omicidio all'ora indicata dai risultati delle indagini. Le persone che all'ora dei fatti si trovavano nella zona non avevano notato nulla di insolito e nessuno sconosciuto sospetto.

Secondo la difesa, la casacca e i pantaloni del pigiama non sarebbero stati indossati dall'assassino, bensì giacevano sul piumone del letto. In secondo luogo, viene affermato che l'assassino, vedendo la Franzoni uscire per accompagnare il figlio maggiore alla fermata dello scuolabus, si sarebbe intrufolato nella villa, inizialmente solo per "fare un dispetto" (ma altre volte si parlò di un presunto tentativo di stupro o di un movente comunque di natura sessuale[5]) alla mamma del bambino, e trovandosi inaspettatamente il piccolo nel letto, sarebbe stato preso dall'agitazione e avrebbe colpito Samuele una serie di volte, per poi fuggire senza portare a termine qualsiasi intento criminoso avesse. Tutto questo in meno di otto minuti (un lasso di tempo coerente con la dinamica dei fatti dichiarati dall'accusa stessa), senza lasciare traccia alcuna di sangue in nessuna altra stanza della casa o all'esterno della stessa e senza che né la Franzoni né l'autista dello scuolabus né nessun altro si avvedessero della sua presenza.

Va rilevato che nessun oggetto di valore era stato sottratto e nessuna porta o finestra dell'abitazione presentavano segni di forzatura. La borsetta che la Franzoni usava abitualmente era rimasta in casa ma non recava segni di manomissione e non era stata frugata. La Franzoni, inizialmente, dichiarò d'aver chiuso la porta di casa al momento di uscire, specificando: "l'ho chiusa e so bene quello che faccio". Il giorno successivo, tuttavia, cambiò versione (in una intercettazione ambientale presso la caserma dei carabinieri di Cogne si sente il marito farle notare che sostenere di aver chiuso la porta a chiave non deponeva a suo favore) e sostenne di averla lasciata invece aperta, perché diversamente - a suo dire - Samuele si sarebbe allarmato rendendosi conto che lei era uscita lasciandolo da solo, pur sostenendo d'avere, per prudenza, lasciato accesa la televisione in maniera che il bambino non si allarmasse.

In ogni caso, nella villetta non furono mai repertate impronte digitali o tracce organiche riconducibili a soggetti estranei. Nell'estate del 2004, subito dopo la condanna in primo grado inflitta alla donna, l'avvocato Taormina ed alcuni suoi consulenti effettuarono un sopralluogo nella villetta, all'indomani del quale venne annunciato il rinvenimento, sulla porta della camera da letto, di una impronta digitale insanguinata appartenente al "vero assassino" nonché di tracce ematiche della vittima nel garage della casa, che avrebbero contrassegnato un ipotetico percorso di fuga attraverso la porta basculante dello stesso (malgrado il giorno del delitto gli inquirenti l'avessero rinvenuta regolarmente chiusa e senza segno alcuno di scasso). In realtà si scoprì ben presto che l'imponta digitale apparteneva ad uno dei tecnici della difesa ed il dito che l'aveva lasciata non era sporco del sangue della vittima bensì di Luminol, e che le asserite "tracce ematiche" non contenevano sangue della vittima né si trattava di sangue umano.

Altri elementi dell'accusa furono tratti da comportamenti e conversazioni tenuti dalla Franzoni successivamente al delitto: così, ad esempio, una sua frase intercettata dai carabinieri durante una conversazione telefonica con un'amica il 6 marzo 2002 ("Non so cosa mi è succ...", subito corretta in "Non so cosa gli è successo"). Altre intercettazioni telefoniche ed ambientali permisero di rilevare come la donna, il marito ed altri parenti discutessero su come "provocare" alcuni vicini di casa affinché questi confessassero il delitto, e persino una singolare osservazione del padre della donna: "Meglio se è stato uno senza figli". Nel corso della stessa conversazione, il padre della Franzoni arrivò a sostenere che sarebbe stato auspicabile che "tutti" i vicini confessassero, facendo riferimento a due distinte coppie e ad una quinta persona. In un'altra intercettazione, si sentirono inoltre il padre ed il marito della Franzoni ventilare l'ipotesi di far trovare un martello presso il terreno dei vicini, per sviare gli inquirenti o comunque far loro credere che questa fosse l'arma del delitto, perduta dall'assassino durante la fuga.

Suscitò inoltre non pochi sospetti anche il fatto che, mentre il figlio veniva trasportato in elicottero all'ospedale, la Franzoni, rimasta in casa col marito per essere sentita dalle forze dell'ordine, continuasse a chiedergli con insistenza: "Facciamo un altro figlio, mi aiuti a farne un altro?" richiesta alla quale - a detta di un carabiniere - il marito sembrava essere infastidito e non rispondeva.

Il giorno successivo, durante un interrogatorio presso la locale caserma dei carabinieri, la donna affermò che "purtroppo ci sono anche delle madri che ammazzano i figli, ce n'è" e ad un altro carabiniere che discuteva del fatto con lei, lo stesso giorno, dichiarò addirittura "spero che sia stato ucciso, stia tranquillo..."[6], stupendo non poco il militare che le chiese il perché di tale affermazione, domanda alla quale, peraltro la donna rispose evasivamente.

Nel luglio 2004, Annamaria Franzoni e il marito Stefano Lorenzi sporsero denuncia contro un vicino di casa, Ulisse Guichardaz, indicandolo come il "vero assassino", attribuendogli oscuri moventi ed elencando una serie di "indizi" contro di lui, alcuni dei quali invero assai singolari (come l'abitudine dell'uomo, di professione guardaparco, di portare occhiali da sole per proteggersi dal riverbero inevitabile sui ghiacciai ad alta quota, o il fatto che egli talora indossasse un parrucchino per nascondere la calvizie) ed attribuendogli intenzioni moleste e persecutorie nei confronti della donna, peraltro mai notate da alcuno e mai segnalate dalla stessa Franzoni agli inquirenti se non all'atto della presentazione della denuncia.

L'uomo venne ripetutamente interrogato nel corso degli anni, e fornì sempre la stessa versione, affermando di essere stato svegliato attorno all'ora del delitto da una telefonata del padre che gli chiedeva di recarsi in paese per aprire il negozio di alimentari di cui la famiglia era titolare, e di aver quindi trascorso l'intera mattinata lavorando. Tale versione e il relativo alibi vennero infine ritenuti attendibili dagli inquirenti alla fine del primo processo. A seguito dell'accusa i coniugi Lorenzi vennero quindi indagati per calunnia nei confronti di Ulisse Guichardaz.

Nel processo d'appello l'uomo non fu più chiamato in causa. Emersero, invece, pesanti allusioni nei confronti di un'altra vicina, Daniela Ferrod, con cui pare che Annamaria Franzoni avesse avuto qualche banale screzio in passato[7]. A dispetto delle accuse mosse dalla Franzoni, fu proprio Daniela Ferrod la prima persona che ella chiamò in soccorso. Le perizie effettuate dai RIS e gli alibi dei sospettati hanno sempre condotto al loro scagionamento.

I processi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2004 Annamaria Franzoni venne condannata in primo grado con rito abbreviato a 30 anni di reclusione. Lo svolgimento di indagini difensive da parte dell'avvocato Carlo Taormina tramite suoi consulenti condusse alla produzione di prove la cui genuinità venne messa in dubbio e sfociò in un nuovo processo (il cosiddetto Cogne bis) per calunnia e frode processuale. In tale processo sono imputate undici persone, fra cui la Franzoni, Lorenzi e Taormina.

Il 27 aprile 2007 la Corte d'Assise d'appello condannò l'imputata a 16 anni di reclusione. La riduzione della pena, rispetto alla sentenza di primo grado, fu dovuta alla concessione delle attenuanti generiche. Il 21 maggio 2008 la Cassazione confermò la sentenza d'appello. La sera stessa la Franzoni fu arrestata dai carabinieri a Ripoli Santa Cristina e condotta in carcere. A fine luglio 2008 vennero pubblicate le motivazioni della sentenza, una cinquantina di cartelle[8].

Nel novembre del 2008 una perizia psichiatrica - insistentemente sollecitata dalla stessa donna - confermò il rischio di reiterazione del reato, negandole la possibilità di incontrare i figli fuori dal carcere.[9] Il 26 gennaio 2009 la Procura di Torino chiese il rinvio a giudizio per la donna - già detenuta nel carcere bolognese della Dozza in espiazione di pena - per il reato di calunnia contro Ulisse Guichardaz e per frode processuale, venendo condannata il 19 aprile 2011 dal Tribunale di Torino ad un anno e quattro mesi. [10]

Decorso[modifica | modifica wikitesto]

Il 26 giugno 2014, dopo appena 6 anni di detenzione, Annamaria Franzoni viene scarcerata: il via libera è stato dato a seguito di una perizia che escludeva categoricamente il rischio di recidiva. Già da tempo tuttavia godeva del beneficio del lavoro all'esterno, oltre a numerosi permessi premio che le consentivano di uscire periodicamente dal penitenziario per stare con la famiglia.[11]

Annamaria Franzoni[modifica | modifica wikitesto]

Annamaria Franzoni, casalinga (San Benedetto Val di Sambro, 23 agosto 1971) è coniugata con Stefano Lorenzi, perito elettrotecnico. La coppia ha avuto tre figli:

La donna fu individuata fin dall'inizio come principale indiziata dell'omicidio. La sua personalità nel primo processo, fu oggetto di rilievi psicologici e psichiatrici da parte di esperti, tra cui per l'accusa Ugo Fornari. La Franzoni rifiutò poi di sottoporsi ad una seconda perizia psichiatrica, che venne comunque eseguita ma soltanto sulla base di documenti audiovisivi ed altro materiale già depositato.

Le ultime perizie psichiatriche effettuate attribuirono alla Franzoni una personalità affetta da "nevrosi isterica", cioè portata alla teatralità e alla simulazione perché incapace di elaborare in modo maturo le problematiche della quotidianità. Pare che, successivamente alla nascita del secondo figlio, Samuele, la donna avesse lamentato stress o comunque difficoltà nel gestire la casa e contemporaneamente occuparsi di due figli piccoli, ma non si è mai accertato se si trattasse di sintomi transitori o di una vera e propria depressione post-partum. A causa di questo disagio, la Franzoni si rivolse alla dott.ssa Satragni (la stessa che prestò i primi soccorsi a Samuele dopo il delitto) che le prescrisse un blando antidepressivo, del quale però la donna non sembra abbia mai fatto uso. A questo episodio fece seguito una breve separazione tra i coniugi, durante la quale la Franzoni, assieme ai due figli, tornò a vivere presso i propri genitori a Monteacuto Vallese, frazione di San Benedetto Val di Sambro. Nel giro di poco tempo, comunque, la donna fece ritorno a Cogne.

Il mattino del delitto, la Franzoni lamentò un "malessere" a seguito del quale il marito avvisò la guardia medica. Successivamente, la Franzoni minimizzò l'episodio, riferendo che il sanitario le avrebbe diagnosticato una banale influenza, ma i sintomi da lei lamentati (tremori agli arti, dispnea, nausea e sensazione di affanno) sembrerebbero suggerire invece che la donna soffrisse di attacchi di panico. La Franzoni stessa continuò a rigettare ogni ipotesi di infermità mentale totale o parziale, incluse le condizioni che sarebbero in grado di spiegare, secondo alcuni esperti,[senza fonte] l'amnesia rispetto all'atto omicida e l'incapacità di riconoscersene responsabile.

Nella sentenza d'appello l'imputata venne di fatto ritenuta pienamente sana di mente al momento del delitto. Nelle motivazioni della sentenza, rese note il 19 ottobre 2007, si legge infatti: "La Corte non può non tenere conto del fatto che Anna Maria Franzoni ha sofferto di un reale disturbo, che rientra nel novero delle patologie clinicamente riconosciute (degne anche di trattamento terapeutico), ma che nel sistema giuridico-penale vigente non costituisce di per se stesso infermità che causa vizio di mente".

Con il sostegno della famiglia, la Franzoni si proclamò sempre innocente e tentò di indicare un responsabile alternativo, indicando vari vicini di casa, contro i quali peraltro non sembrava avesse particolari animosità pregresse, quali "veri assassini". Ciascuno dei vicini additati dalla donna aveva in realtà un solido alibi.

Nel Luglio 2014, Carlo Taormina, ex avvocato di Anna Maria Franzoni durante i vari processi, afferma alla trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio 24 di non essere mai stato pagato dalla donna per la sua assistenza legale, e d'essere in causa con la stessa per la riscossione di circa 800 mila euro.[12]

La campagna mediatica[modifica | modifica wikitesto]

In seguito al clamore suscitato dalla vicenda, si sviluppò in Italia una grande attenzione mediatica attorno al caso giudiziario, e una profonda spaccatura nell'opinione pubblica fra innocentisti e colpevolisti.[senza fonte]

Da taluni[senza fonte] si ritenne che l'enorme campagna mediatica fu in qualche modo voluta o strumentalizzata dalla famiglia Franzoni, con l'obiettivo di mettere in difficoltà gli organi inquirenti impedendo loro di svolgere le indagini con la dovuta riservatezza.

Il delitto di Cogne in televisione[modifica | modifica wikitesto]

Numerose furono le apparizioni televisive della Franzoni, dal Maurizio Costanzo Show a Porta a Porta e Buona Domenica. La prima intervista fu realizzata in esclusiva per Studio Aperto dal giornalista Maurizio Zuffi. Fu un vero scoop a pochi mesi dalla morte del piccolo Samuele. In quell'occasione la Franzoni raccontò spesso interrotta dai singhiozzi la sua versione sul delitto di Cogne, ma una volta spentasi la telecamera si lasciò sfuggire quella frase "Ho pianto troppo?" che fu oggetto di molte polemiche e di tante domande da parte dei giudici. Alcuni[senza fonte] fra i colpevolisti parlarono di una vera e propria strategia di difesa comprendente un uso consapevole dei media come strumento per coinvolgere e manipolare la pubblica opinione.

Fu, infatti, al Maurizio Costanzo Show che Anna Maria Franzoni dichiarò di essere incinta di un altro figlio, Gioele.

Il libro "La verità"[modifica | modifica wikitesto]

Annamaria Franzoni scrisse un libro nel 2006, con la collaborazione di Gennaro De Stefano (inviato della rivista italiana Gente), intitolato La verità. Pubblicato da Edizioni Piemme (ISBN 88-384-8938-6), non aggiunse nulla a quanto già si sapeva all'epoca e sembra contenere alcune contraddizioni rispetto a quanto dalla donna in precedenza dichiarato relativamente ai fatti del 30 gennaio 2002.

È notevole il fatto che nel libro la donna neghi di aver mai esplicitamente accusato il vicino di casa Ulisse Guichardaz, contro il quale, invece, nel luglio 2004 - all'indomani della condanna in primo grado a 30 anni - era stato presentato un "esposto-denuncia" a firma di entrambi i coniugi Franzoni-Lorenzi, corredato di presunti "indizi" contro l'uomo, che a volte la Franzoni si spinse ad etichettare come un maniaco sessuale che l'avrebbe ripetutamente perseguitata, venendo peraltro denunciata e condannata per calunnia[13].

Di fatto fu più che altro un libro-intervista, in cui De Stefano diede ulteriormente la possibilità alla Franzoni di raccontare la propria versione dell'accaduto.

Il web e il Delitto di Cogne[modifica | modifica wikitesto]

Su vari forum e siti Internet circolarono notizie forse frutto della stessa campagna mediatica creata e delle discussioni televisive. Venne in particolare ipotizzata la parentela di Annamaria con Flavia Franzoni, economista e consorte di Romano Prodi. In realtà si tratta di semplice omonimia, essendo il cognome Franzoni assai diffuso in tutta l'Emilia-Romagna. Il marito della Franzoni e padre del piccolo Samuele, Stefano Lorenzi, e il suocero Mario Lorenzi vennero collegati addirittura con il SISMI.[14]

Trasmissioni tv dedicate al delitto di Cogne[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Un "infanticidio" (salvo quello commesso dalla donna nelle particolari circostanze del parto), nel diritto penale italiano, non è altro che un omicidio comune (art. 575 c.p.). Il fatto che la vittima fosse un discendente del colpevole costituisce invece una circostanza aggravante (art. 577, n. 1, c.p.), che importa, in luogo dell'ordinaria reclusione da 21 a 24 anni, la pena dell'ergastolo.
  2. ^ Delitto Cogne- Ecco i commenti
  3. ^ Annamaria franzoni, unica indiziata
  4. ^ CronacaQui.it, 30 luglio 2008
  5. ^ Cogne, Taormina non molla Due moventi per il vero killer - Repubblica.it » Ricerca
  6. ^ Valentina Macrin e Fabiana Mucelli, "La chiave di Cogne" ed. Cavallo di ferro, 2008, pag.123
  7. ^ la Repubblica/cronaca: Lo sfogo della vicina di casa 'Ma quale alibi, vivo nel terrore'
  8. ^ Fonte: La repubblica, 30.07.2008, "Cogne: sentenza della Cassazione - la Franzoni uccise lucidamente
  9. ^ Il Resto Del Carlino - Bologna - "La Franzoni può uccidere ancora" La perizia:"Veda i figli in carcere"
  10. ^ Adnkronos Cronaca
  11. ^ Il Corriere della Sera
  12. ^ Corriere.it - L’avvocato Taormina: «Franzoni mi deve un milione di euro»
  13. ^ Calunniò un vicino, Franzoni condannata - Corriere della Sera
  14. ^ Archivio - LASTAMPA.it

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Elena Davolio, Il caso Cogne. La storia, le indagini, i protagonisti, Roma, Adnkronos libri, 2003. ISBN 88-7118-154-9
  • Enzo Tardino, Chi ha ucciso Samuele? Il racconto dell'assassinio di Cogne, Ferrara, Corbo, 2003. ISBN 88-8269-063-6
  • Annamaria Franzoni, La verità, Casale Monferrato, Piemme, 2006. ISBN 88-384-8938-6
  • Carmelo Lavorino, Cogne delitto infernale. Chi ha ucciso Samuele, Napoli, Pironti, 2006. ISBN 88-7937-375-7
  • Roberto Pozzan, Cogne, l'intervista. La verità e le ombre su Annamaria Franzoni, le ragioni dell'accusa e quelle della difesa, la cronaca giudiziaria e umana di una vicenda che appassiona l'Italia, Roma, Editori Riuniti, 2006. ISBN 88-359-5783-4
  • Carlo Taormina, La mia verità sul delitto di Cogne, Milano, Il Giornale, 2007, Delitto di Cogne, in edicola con il "Giornale" il libro dell'avvocato Taormina..
  • Maria Grazia Torri, Cogne. Un enigma svelato, Bologna, Giraldi, 2007. ISBN 88-6155-055-X
  • Rita di Giovacchino, Anatomia del caso Cogne, in Ead., Delitti Privati, Roma, Fazi, 2007, p. 217-420. ISBN 978881127627
  • Ilaria Cavo, La chiamavano Bimba. Annamaria Franzoni nei racconti di chi l'ha conosciuta, Milano, Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-56466-9
  • Gennaro De Stefano, L'uomo di Cogne, Reggio Emilia, Aliberti, 2008. ISBN 978-88-7424-329-7
  • Valentina Magrin e Fabiana Muceli, La chiave di Cogne. Come si occulta una semplice verita quando il delitto diventa mediatico, Roma, Cavallo di Ferro, 2008. ISBN 978-88-7907-030-0
  • Fernando Liggio, Dalla psicopatologia sessuale di un estraneo alla crisi catatimica di una madre nel determinismo del delitto di Cogne, Foggia, Bastogi, 2008.
  • Luciano Garofano, Il processo imperfetto, Milano, Rizzoli, 2009. ISBN 978-88-17-03060-1

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]