Assedio di Roma (1849)
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| Prima guerra di indipendenza |
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| Milano V giornate – Como – ponte di Goito – Castelnuovo - Toblino – Governolo I – Pastrengo – Santa Lucia – Vicenza I – Goito – Curtatone e Montanara – Peschiera – Vicenza II – Governolo II – Custoza – Milano – Bologna I – Morazzone – Mortara – Novara – Brescia – Invasione della Toscana – Terracina – Palestrina – Roma – Marcia di Garibaldi – Venezia – Operazioni navali |
L'Assedio di Roma (1849), ebbe luogo fra il 3 giugno ed il 2 luglio 1849, quando il generale francese Oudinot, inviato da Luigi Napoleone, allora presidente della Seconda Repubblica francese tentò, per la seconda volta, l'assalto a Roma, capitale della neoproclamata Repubblica Romana.
Indice |
[modifica] Antefatti
[modifica] La Prima guerra di indipendenza
| Per approfondire, vedi la voce Prima guerra di indipendenza italiana. |
Il 18-23 marzo 1848, con le cinque giornate di Milano, ebbe inizio la prima guerra di indipendenza, che coinvolse, oltre al grande esercito sardo, le più piccole armate toscana e romana, nonostante le resistenze del Pontefice.
Essa ebbe fine il 9 agosto, con la firma dell'Armistizio di Salasco. Che, però, entrambe i contendeti principali (Carlo Alberto e Radetzky) sapevano temporaneo.
[modifica] La lunga tregua armata dell'Armistizio di Salasco
| Per approfondire, vedi la voce Invasione austriaca della Toscana (1849). |
Si aprì, quindi, un complesso periodo in cui l'intera politica italiana venne dominata alla prossima ripresa delle ostilità con l'Impero Austriaco: il governo sardo e i patrioti democratici cercavano di profittare della tregua per allineare quante più forze possibili. Persa ogni illusione rispetto a Ferdinando II delle Due Sicilie, la questione fondamentale riguardava l'atteggiamento di Firenze e Roma.
Nel Granducato le cose si erano ormai chiarite a favore della causa nazionale quando Leopoldo II aveva, il 27 ottobre, conferito l'incarico al democratico Montanelli, che inaugurò una politica ultrademocratica, ovvero, nella terminologia politica dell'epoca, volta alla unione con gli altri stati italiani ed alla ripresa congiunta della guerra all'Austria.
[modifica] Proclamazione della Repubblica Romana
| Per approfondire, vedi la voce Storia della Repubblica Romana. |
Restava aperta la questione romana, ove regnava ancora Pio IX, che già il 29 aprile 1848, con una famosa allocuzione al concistoro, aveva condannato la guerra. Ma il consenso al conflitto venne esacerbato da una stolta azione contro Bologna, tentata dal generale Welden l'8-9 agosto, ma respinta dai Bolognesi in armi.
Pio IX, tuttavia, non voleva (non poteva) cedere e così accadde che il suo quinto primo ministro costituzionale, Pellegrino Rossi, venisse assassinato il 15 novembre. Seguirono manifestazioni patriottiche che costrinsero il Pontefice alla fuga, il 24 novembre, nella fortezza napoletana di Gaeta. Lo raggiunse, di lì a poco, Leopoldo II di Toscana, fuggito da Firenze il 30 gennaio, per salpare, il 21 anch’egli per Gaeta.
A Roma venne costituito un governo provvisorio, che convocò nuove elezioni per il 21-22 gennaio 1849: la nuova assemblea venne inaugurata il 5 febbraio e, il 9 febbraio votò il "decreto fondamentale" di proclamazione della Repubblica Romana. In questo clima, il 12 dicembre entrava in Roma Garibaldi, con una legione di volontari.
[modifica] L'invasione della Repubblica Romana
[modifica] Pio IX chiede l'intervento delle potenze straniere
| Per approfondire, vedi la voce Storia della Repubblica Romana. |
Giunti a Gaeta, Pio IX e Leopoldo II accettarono le offerte di protezione delle grandi potenze straniere.
Essa fu possibile solo dopo che la sconfitta di Carlo Alberto a Novara il 22-23 marzo decise, definitivamente, della supremazia in Lombardia e costrinse il nuovo sovrano sardo, Vittorio Emanuele II, a concentrarsi sulla caotica situazione politica interna.
[modifica] Le quattro invasioni straniere
- Il primo a muovere fu Luigi Napoleone, che il 24 aprile fece sbarcare a Civitavecchia un corpo di spedizione francese, guidato dal generale Oudinot. Questi tentò l'assalto a Roma il 30 aprile, ma venne malamente sconfitto. Ripiegò a Civitavecchia e chiese rinforzi.
- Si fece avanti, allora, il secondo concorrente: Ferdinando II, re delle Due Sicilie: Nei mesi precedenti egli era stato alle prese con la insurrezione siciliana (Messina venne era stata presa e saccheggiata il 7) e del Parlamento napoletano. Ma ora la repressione delle due opposizioni stava perfezionandosi e (il Filangieri ottenne la capitolazione di Palermo, il 14 maggio e le camere vennero sciolte una terza ed ultima volta il 12 marzo)). Ferdinando decise, quindi, di tentare l'avventura ed inviò ad invadere la Repubblica Romana 8’500 uomini, con cinquantadue cannoni e cavalleria. Un notevole corpo di spedizione, che venne, tuttavia, sconfitto da Garibaldi a Palestrina, il 9 maggio.
- Contemporaneamente muoveva il terzo concorrente, il feldmaresciallo Radetzky, ormai libero di organizzare la ingente spedizione militare necessaria a reprimere, insieme, la Repubblica Romana e la Repubblica Toscana. Cominciò inviando il d'Aspre su Livorno (presa e saccheggiata l'11 maggio) e Firenze (occupata il 25 maggio). Seguito dal Wimpffen, che prese Bologna il 15, dopo otto giorni di assedio, ed Ancona, il 21, dopo venticinque giorni di assedio.
- Le operazioni militari disegnate dal Radetzky, come si è visto, richiedevano tempo in quanto si scontravano su forti piazzaforti e popolazioni decise a difendere i propri governi regolarmente eletti. L'influenza sulla Italia centrale, inoltre, non era esclusivo appannaggio austriaco, ma doveva contemperarsi con un analoga influenza francese. Che il Luigi Buonaparte, non ancora Imperatore, era deciso a ribadire, vendicando l'offesa subita il 30 aprile.
- Tale ferrea volontà impedì al quarto contendente, un corpo di spedizione spagnolo di discrete dimensioni (9'000 uomini), di esercitare alcuna influenza nella partita: esso giunse a Gaeta solo verso la fine di maggio, troppo tardi per gli appetiti di Parigi e venne dirottato sull'Umbria.
[modifica] L'assedio di Roma
[modifica] L'attacco proditorio
Alle 3’00 antimeridiane del 3 giugno, poco prima dell'alba, la colonna del generale Mollière (affiancato da una seconda colonna, del Levaillant), fece saltare alcune mine nel recinto della Villa Doria-Pamphili e vi scacciarono gli assai sorpresi difensori. Di lì proseguì contro la Villa Corsini (detta anche il Casino dei Quattroventi), dove si erano rifugiati i circa 200 fuggitivi difensori del primo caposaldo, insieme a pochi bersaglieri del Pietramellara ed al battaglione del Galletti. Tutti, dopo tre ore di combattimenti, dovettero ripiegare sulla Villa del Vascello.
La linea di assalto dell'Oudinot ricalcava, praticamente, quello del 30 aprile, indirizzato com’era verso Porta San Pancrazio, sul lato occidentale delle mura aureliane, poco sotto il Vaticano e poco sopra Trastevere. Salvo che il piano di battaglia si era fatto assai più prudente e prevedeva, appunto, la occupazione preventiva del colle Gianicolo, e delle ville (in particolare la Doria-Pamphili) da cui era partito il vittorioso contrattacco del Garibaldi, il 30.
[modifica] La battaglia del Gianicolo
Garibaldi pronto al combattimento verso le 5:00 antimeridiane. Comandò subito l'assalto alla Villa Corsini. La prese verso le 7:30 per poi esserne di nuovo scacciato. Lasciando sul campo Daverio ed Enrico Dandolo, morti, Bixio, Masina feriti: due varesini, un genovese ed un bolognese.
Nel frattempo giungeva al Vascello la legione dei volontari di Medici, che stava per cedere, seguiti, verso le 9:00, dai bersaglieri lombardi di Manara. Ciò che assicurò il controllo del caposaldo, specie poiché, in quella giornata, i francesi dovettero concentrare i loro sforzi nel difendere Villa Corsini.
Su quest’ultima, infatti Garibaldi continuava a comandare assalti: uno ancora in mattinata (ferito Emilio Dandolo), l'altro a mezzogiorno. Quest’ultimo ebbe, in effetti, successo, dal momento che i volontari erano stati seguiti da molto popolo romano, galvanizzato dall'esempio che osservavano assai bene dalle mura. Oltre la villa, tuttavia, l'artiglieria francese, era assai forte e ben piazzata: spazzò la villa e costrinse i difensori alla fuga. Qui cadde Masina. Seguì un terzo ed ultimo assalto, nel tardo pomeriggio, infruttuoso, ove venne ferito a morte Mameli (spirerà il 6 luglio).
Nel corso della giornata Garibaldi aveva avuto a disposizione (mai tutti assieme) circa 6 000 uomini, contro 16 000 ben schierati e muniti di sovrabbondante artiglieria. Rosetti era stato, in effetti, condizionato da una manovra diversiva operata dalla brigata di Sauvant, discesa da Monte Mario. Ma si trattò, probabilmente, di un grave errore di valutazione.
A sera, dopo 16 ore di combattimenti, le posizioni sul Gianicolo erano divise fra i francesi, che si fortificavano alla Doria-Pamphili ed alla Corsini ed i Romani attestati al Vascello.
I difensori avevano perso almeno 700 uomini (un'enormità per l'epoca), 500 per Garibaldi e 200 per Manara. Molto maggiore il numero dei feriti. Oudinot fra 250 e 400 soldati, ed una quindicina di ufficiali.
[modifica] Il primo bombardamento
Da quel giorno la difesa di Roma dipese, sostanzialmente, dalla tenuta della Villa del Vascello, la cui difesa fu affidata al Medici.
Essa, tuttavia, non venne subito assaltata dall'Oudinot, il quale preferiva cominciare il bombardamento della città, che gli risultava assai agevole dalle posizioni rialzate ed assai prossime alle mura, che aveva conquistato. Si concentrò, in particolare, sul quartiere di Trastevere che giaceva, lì, indifeso, sotto il suo sguardo.
Passati alcuni giorni, la sera del 12 il francese inviò un ultimatum, minacciando, in caso di rifiuto, di intensificare il bombardamento. Esse venne respinta ed i difensori si presero anche il gusto di rinfacciargli il tradimento degli accordi Mazzini-di Lesseps del 31 maggio.
Questa seconda volta, tuttavia, Oudinot seppe mantenere la parola data e, dal 16, non diede tregua alla città: cannoni e mortai battevano, soprattutto, il Vascello, le proprietà adiacenti, San Pietro in Montorio, le mura e, meno di frequente la città stessa.
[modifica] La battaglia del 20 giugno
Passati quattro giorni, la notte del 20 Oudinot concepì due attachi: fallì la conquista di casa Giacometti, presso il Vascello, ma prese un tratto dei bastioni centrali e dei bastioni Barberini, a fianco di Porta Portese. Ciò che apriva loro la via di Trastevere.
Mazzini, spalleggiato dal Roselli, avrebbe voluto un contrattacco già dal pomeriggio, o nella mattina succcessiva. Ma Garibaldi, che aveva ormai conquistato il consenso dell'intero esercito e dei volontari, giudico assai più saggio ridurre il perimetro di difesa, non ostinandosi a trattenersi direttamento sotto le batterie francesi. Si preoccupò, soprattutto, di fortificare casa Savorelli, affidata al Manara, villa Spada, al Sacchi con lo Zampieri. Da qui tentò di rafforzarsi, comandando, il 22, l'assalto a Casa Barberini, presa e perduta.
[modifica] Il secondo bombardamento
Come già aveva fatto il dopo il 3 giugno, anche questa volta Oudinot scelse di non comandare immediatamente l'assalto, ma preferì indulgere ad un feroce bombardamento, prolungato per più giorni.
Al contrario del precedente, però, esso venne rivolto direttamente sulla città, con modalità ed intenti chiramente terroristici, e la finalità di indurre Roma alla resa. A nulla valse la vibrata protesta avanzata, il 24, dal corpo consolare.
Incurante, Oudinot si concesse sei giorni di cannonate.
[modifica] La conquista dei caposaldi esterni
Solo il 26 comandò un nuovo assalto al Vascello (casa Giacometti era stata abbandonata due giorni innanzi). Ma Medici ed i suoi volontari fecero il miracolo e respinsero l'assalto.
Il 27 venne abbandonata Casa Savorelli. Il 29, in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo venne illuminata la cupola della Basilica, in segno di spregio ed incoraggiamento.
Il 30 venne presa d'assalto Villa Spada (morte di Emilio Morosini e Luciano Manara). Infine Garibaldi ordinò al Medici di abbandonare il Vascello e guidò l'assalto agli assalitori di Villa Spada. Si combatteva anche sui bastioni sbrecciati.
[modifica] La resa
A mezzogiorno del 1° luglio fu stipulata una breve tregua per raccogliere i morti e i feriti. Alla Assemblea Costituente Mazzini dichiarò che l'alternativa era tra capitolazione totale, battaglia in città (con conseguenti distruzioni e saccheggi). Giunse allora Garibaldi, che confermò che oramai ogni resistenza era inutile.
[modifica] L'ingresso dei francesi
I francesi entrarono il giorno successivo: verso mezzogiorno occuparono Trastevere, Castel Sant’Angelo, il Pincio e Porta del Popolo; Oudinot venne solo in serata, con 12'000 soldati.
Ultimo vessillo della rivoluzione del 1848 resisteva, indomita ma assediata, solo la città-fortezza di Venezia.

