Amerigo Dumini

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Amerigo Dumini

Amerigo Dumini (Saint Louis, 3 gennaio 1894Roma, 25 dicembre 1967) è stato un militare e criminale italiano, a capo della squadra fascista che sequestrò e uccise Giacomo Matteotti.

La Prima Guerra Mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Amerigo Dumini nacque negli Stati Uniti, da padre di origine fiorentina e madre britannica. Benché cittadino statunitense rientrò in Italia e, avendo rinunciato alla cittadinanza statunitense, si arruolò volontario nell'Esercito Italiano per combattere nella Grande Guerra, guadagnandosi diverse decorazioni fra cui la medaglia d'argento al Valor Militare. Il 29 ottobre 1918, pochi giorni prima della fine della guerra, fu gravemente ferito durante un ultimo assalto e quindi ricoverato nell'Ospedale militare di Firenze, città nella quale poi si stabilì definitivamente.

L'adesione al fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Dumini racconta nella sua autobiografia che, nel marzo 1919, mentre ritornava in ospedale ancora convalescente, fu assalito e malmenato in Piazza del Duomo da un gruppo di attivisti di sinistra:

« Sono uno dei tanti reduci che nel 1919 furono aggrediti e derisi a Firenze, in nome degli ideali sovversivi. Ero ancora ricoverato in un ospedale militare del viale dei Mille e un giorno, nel marzo di quell'anno tanto lontano, me ne venivo piano piano, durante una libera uscita, verso casa. Avevo un braccio fasciato e camminavo zoppicando. In piazza del Duomo, fui assalito da una turba di violenti, calpestato e sputacchiato: mi strapparono i nastrini e me li volevano far mangiare, al grido di: "Abbasso il capitalismo sfruttatore!". Me ne rimasi a terra, finché la turba esaurì la sua furia, poi fui raccolto e portato all'ospedale. »
(Amerigo Dumini[1].)

Dumini motiva così la sua adesione all'associazione "Alleanza di difesa cittadina" fondata da Michele Terzaghi e la partecipazione nell'ottobre 1919 all'apertura della prima sede dei Fasci italiani di combattimento.

A Carrara, il 2 giugno 1921, in concorso con altri, uccide il socialista Renato Lazzeri e la madre di lui; il 23 ottobre dello stesso anno sequestra il parlamentare repubblicano Ulderico Mazzolani e lo costringe a bere olio di ricino. Ancora nel 1921, fonda il settimanale "Sassaiola fiorentina", ove propugna un'ideologia fascista caratterizzata da particolare violenza e oltranzismo[2].

I Fatti di Sarzana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fatti di Sarzana.

Il 21 luglio del 1921 partì per una spedizione al comando di circa 300 fascisti da Firenze alla volta di Sarzana (SP), area a forte connotazione comunista, per tentare di liberare Renato Ricci, e altri compagni detenuti presso la Fortezza Firmafede. A guidarli c'era Amerigo Dumini[3]. La sparatoria che ne seguì fra le forze di polizia locali e il gruppo, impreparato ad una tale massiccia reazione, provocò svariati caduti sul campo. Il bilancio complessivo fu di 18 morti e 30 feriti.

Le prime missioni all'estero[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1923 fu in Iugoslavia, ove svolse traffico d'armi e da cui fu poi espulso ed estradato in Italia[2]. Lo stesso anno Dumini fu inviato in missione in Francia con la missione di spiare i fuoriusciti italiani[2]; secondo un'altra versione, Dumini si recò in Francia, insieme ad Albino Volpi, allo scopo di indagare sugli omicidi di numerosi fascisti; dapprima si recò a Strasburgo dove era stato ucciso un ebanista italiano, poi a Marsiglia dove erano stati rinvenuti i corpi di due iscritti al Fascio di quella città, in seguito a Parigi, dove erano stati uccisi altri due fascisti.

Scoperto a Parigi nel novembre 1923, fu ferito da un colpo di pistola alla gamba e tornò in Italia[2].

L'aggressione a Cesare Forni[modifica | modifica wikitesto]

Il 12 marzo 1924 Dumini, su ordine del Duce, condusse, insieme a Volpi ed altri dieci consorziati nella cosiddetta Ceka Fascista, un'azione squadrista contro Raimondo Sala, Guido Giroldi e Cesare Forni, quest'ultimo il vero obiettivo dell'aggressione, che venne gravemente ferito alla stazione centrale di Milano.[4]

L'omicidio di Giacomo Matteotti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giacomo Matteotti.

Nel 1924 fu tra i dirigenti della Ceka del Viminale (un gruppo segreto che aveva preso in prestito il nome dal primo servizio segreto politico sovietico). La squadra rispondeva agli ordini della direzione del PNF ed era finanziata direttamente dall'ufficio stampa della presidenza del Consiglio; la sua prima azione significativa fu il brutale pestaggio del fascista dissidente Cesare Forni, aggredito a Milano il 12 marzo[2]. Il 10 giugno dello stesso anno Dumini, insieme a Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo, sequestrò e uccise Giacomo Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario che aveva espresso alla Camera una dura requisitoria contro il PNF durante la campagna elettorale.

Durante la fase più concitata del sequestro, Giuseppe Viola prese un pugnale e colpì Matteotti sotto l'ascella ed al torace, provocandone la morte. In seguito, i membri della banda girovagarono per la campagna romana e arrivarono alla macchia della Quartarella, a 25 km da Roma, dove seppellirono sommariamente il cadavere che fu poi ritrovato il 16 agosto del 1924 dal cane di un guardiacaccia.

È riferito a questo periodo il ritratto che Emilio Lussu gli dedica nel libro Marcia su Roma e dintorni:

« La squadra fascista che aveva compiuto l'impresa era comandata da Amerigo Dumini. Io lo conoscevo di fama. Sei mesi prima, si era battuto in duello con il giornalista Giannini, socialista, che egli aveva fatto aggredire in un teatro di Roma. Giannini era uno schermidore abilissimo, e Dumini durante lo scontro, preso dal panico, era fuggito. Negli ambienti fascisti passava per intrepido. Era molto celebre e, fra gli assassini politici, teneva il primato assoluto. Amava presentarsi dicendo: "Dumini, nove omicidi!" La sua azione più brillante l'aveva compiuta in pubblico, a Carrara. A causa di un garofano rosso, egli aveva schiaffeggiato una ragazza. La madre e il fratello, presenti, avevano fatto delle rimostranze. Egli aveva risposto freddando entrambi a colpi di pistola. Ora viveva a Roma, al servizio dell'Ufficio Stampa del presidente del Consiglio. Per quanto sapesse appena leggere e scrivere, era considerato una buona penna. Aveva stipendio lauto e regolare e viaggiava in prima classe, attorniato da segretari particolari, fissi ed avventizi. »
(Emilio Lussu[5].)

Dumini fu arrestato il 12 luglio 1924 alla Stazione di Roma Termini mentre si accingeva a partire per il nord Italia e tradotto nel Carcere di Regina Coeli.

Tra il 16 ed il 24 marzo 1926 si svolse il processo contro Dumini e le altre persone implicate nell'omicidio. La vicenda giudiziaria si chiuse con tre assoluzioni e tre condanne (tra cui lo stesso Dumini) per omicidio preterintenzionale tutte a cinque anni, undici mesi e venti giorni, di cui quattro condonati in seguito all'amnistia generale del 1926.

Dumini ricatta Mussolini[modifica | modifica wikitesto]

Uscito di galera, inizia la carriera di ricattatore, pretendendo dal partito premi, ricompense ed il pagamento delle spese processuali. Poco dopo la sua scarcerazione si presenta alla presidenza del Consiglio pretendendo di parlare con Mussolini: «Sono qui per lavarmi dal sangue di Matteotti». Il Tribunale di Viterbo lo condanna, il 9 ottobre 1926, a quattordici mesi di detenzione per porto abusivo d'armi e oltraggio a Mussolini. Nel 1927 è di nuovo libero, per grazia sovrana, e le alte sfere cercano di sbarazzarsi definitivamente di lui mandandolo in Somalia, dove si trasferisce nell'estate 1928[2], e garantendogli una pensione di cinquemila lire al mese, che per l'epoca è una somma altissima. Anche qui però Dumini viene arrestato in ottobre, rispedito in Italia e condannato a cinque anni di confino[2]. Tra gli altri luoghi, scontò parte del confino alle Isole Tremiti.
A novembre del 1932 è libero, ma viene nuovamente arrestato il 12 aprile 1933[2]. Intanto fa sapere a Emilio De Bono di aver consegnato a dei notai texani un manoscritto con la verità sul delitto Matteotti. Il ricatto ancora una volta funziona e viene posto di nuovo in libertà su ordine di Mussolini[2], con un indennizzo di cinquantamila lire.

Su proposta del capo della polizia Bocchini, nella primavera del 1934 si trasferisce in Cirenaica; qui si dà all'attività di imprenditore agricolo e commerciale, ricevendo ingenti finanziamenti dal governo italiano, ammontanti, fra il 1935 e il 1940, a più di due milioni e mezzo di lire[2].

La Seconda Guerra Mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Quando scoppia la Seconda guerra mondiale Dumini è in Africa dove viene catturato nel 1941 dai britannici che lo condannano a morte come spia. La sentenza viene eseguita e Dumini viene colpito con 17 colpi che però non bastano a ucciderlo e gli permettono di fuggire nell'oscurità in Tunisia. Dumini nella sua autobiografia così rievocò la fucilazione:

« Velate come da una distanza irraggiungibile, mentre erano pronunciate a pochi passi da me, la voce di chissà chi pronunciava in inglese pressappoco queste parole: "In ottemperanza agli ordini ricevuti e in seguito alla vostra condanna a morte, voi sarete fucilato in questo istante", e ripeté in inglese due volte: "You must die: you must die". Questo fu il segnale, perché, senz'altro, il gruppo intero mi fece fuoco addosso. Mi abbattei a terra come un bue percosso dalla mazza. Sentii attraverso il corpo come una serie di bastonate, ma non provai alcun dolore. Solo il braccio sinistro spaccato da una pallottola sotto il gomito, mi diede una fitta lancinante. Caddi prima sulle ginocchia e crollai sulla sinistra, di traverso al povero morto che mi aveva preceduto di fronte al plotone d'esecuzione. Non persi i sensi, mai, neppure un secondo, e fu proprio in quel momento supremo, in cui tutti i sentimenti si annientano nella sublimità di un riposo senza fine, che ebbi la visione di santa Rita da Cascia....Alla raffica era successo il silenzio, il silenzio che sovrasta dove passa la morte. »
(Amerigo Dumini nella sua autobiografia[6].)

Tornato in Italia il duce lo accoglie come un miracolato e gli concede l'ennesimo assegno mensile. In questo periodo si mette a fare il trasportatore e, probabilmente, a vendere birra e lamette al mercato nero e trafficando in maioliche preziose. Gli affari gli vanno talmente bene da permettersi un lussuoso villino in via Pietro Tacca a Firenze.[7]

La Repubblica Sociale Italiana e la nuova sentenza su Matteotti[modifica | modifica wikitesto]

Su consiglio di amici, dopo la caduta di Mussolini si allontanò da Firenze, ma il 6 agosto 1943 fu arrestato a Riva del Garda, da dove tentava di espatriare con documenti falsi,[7] e incarcerato a Roma. Fu scarcerato il 17 settembre 1943. Tornato a Firenze, frequentò saltuariamente la sede del Partito Fascista Repubblicano. Il 1º novembre fu tratto in arresto dalla formazione di polizia del maggiore Mario Carità e incarcerato nel Carcere delle Murate, ammalatosi fu trasferito in ospedale da cui uscì libero il 17 febbraio. Nella primavera 1944 incominciò, per sua stessa ammissione, ad acquistare le armi e le munizioni che gli Alleati paracadutavano ai partigiani per poi cederle alle autorità fasciste. Nella sua autobiografia scriverà:

« Ad un certo momento, pensai di allargare la cerchia delle mie attività e mi diedi al commercio delle armi. Acquistavo, dopo necessari e prudenti approcci, le armi che il nemico lanciava ai partigiani, in determinate zone. Mitra e pallottole affluivano così nei depositi del quartier generale. Posso dire di aver fornito tanti di quegli Sten alle nostre formazioni, da armare una divisione, ed ho comprato cannoni dagli stessi tedeschi che li avevano prima rubati a noi »
(Amerigo Dumini nella sua autobiografia[8].)

Alla fine della guerra, sotto falsa identità lavorò per le truppe d'occupazione americane facendo da autista e da interprete. Ma il 18 luglio 1945 fu arrestato per caso a Piacenza. Nei suoi confronti fu riaperto il processo per l'omicidio Matteotti e Dumini fu riconosciuto colpevole di omicidio premeditato e condannato all'ergastolo il 4 aprile del 1947. Ancora una volta però riuscirà ad uscire di galera dopo soli 6 anni grazie all'amnistia concessa dal Governo Pella nel 1953. Sarà poi graziato definitivamente nel 1956.

Dopo il 1956, tornato libero si iscrisse al Movimento Sociale Italiano senza però entrare direttamente in politica. Trasferitosi a Roma, morirà nel Natale del 1967, a 73 anni, presso l'ospedale San Camillo in seguito alla violenta scarica elettrica ricevuta accidentalmente nella propria abitazione mentre tentava di cambiare una lampadina nello studio dove era solito scrivere.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Tra le località in cui fu confinato tra il 1928 e il 1932, ci fu l'hotel Grisaro della cittadina di Longobucco. La piazza adiacente all'hotel porta ora il nome "Piazza Giacomo Matteotti".

Opere[modifica | modifica wikitesto]

È autore di due libri autobiografici, nei quali, secondo uno storico, "assume - in riferimento all'attività di squadrista - pose vittimistiche"[2]:

  • Diciassette colpi, Milano, Longanesi, 1950.
  • Galera... S.O.S.!, Milano, Gastaldi, 1956.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Valor militare silver medal BAR.svg Medaglia d'argento al valor militare

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Arrigo Petacco, Storia del fascismo (6 volumi), Vol. 1 p. 346, ed. Curcio, Milano, 1982

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Amerigo Dumini, Diciassette colpi, Milano, Longanesi & C., 1967, pag. 15
  2. ^ a b c d e f g h i j k Mimmo Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-1922, Mondadori, Milano 2003, pp. 211-3.
  3. ^ Giuseppe Meneghini la Caporetto del Fascismo, Mursia, ISBN 978-88-425-4737-2
  4. ^ Giampaolo Pansa, Eia Eia Alalà, pp. 202-203
  5. ^ Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni, Torino, Einaudi 2002, pag. 156.
  6. ^ Amerigo Dumini, Diciassette colpi, Milano, Longanesi & C., 1967, pagg. 155-156
  7. ^ a b Che cosa c'era nel villino di Dumini, La Stampa, 2 settembre 1943, pag.2
  8. ^ Amerigo Dumini, Diciassette colpi, Milano, Longanesi & C., 1967, pp. 191 e 192

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