Abbazia territoriale della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni: differenze tra le versioni

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** Giordano Rota, dal [[23 ottobre]] [[2010]] ([[amministratore apostolico]])
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==Note==
==Note==

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Abbazia territoriale della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni
Abbatia Territorialis Sanctissimae Trinitatis Cavensis
Chiesa latina
Suffraganea dell'arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno
Regione ecclesiasticaCampania
 
Sede vacante
Abati emeritiBenedetto Maria Salvatore Chianetta, O.S.B.
Presbiteri17, di cui 2 secolari e 15 regolari
423 battezzati per presbitero
Religiosi21 uomini, 15 donne
Diaconi1 permanente
 
Abitanti7.200
Battezzati7.200 (100,0% del totale)
StatoItalia
Superficie10 km²
Parrocchie4
 
Erezione1394
Ritoromano
IndirizzoVia Morcaldi 5, 84013 Badia di Cava - Italia
Dati dall'Annuario pontificio 2005 (ch · gc)
Chiesa cattolica in Italia

L'abbazia territoriale della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni (in latino: Abbatia Territorialis Sanctissimae Trinitatis Cavensis) è una sede della Chiesa cattolica suffraganea dell'arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno appartenente alla regione ecclesiastica Campania. Nel 2004 contava 7.200 battezzati su 7.200 abitanti. È attualmente sede vacante.

Territorio

La diocesi comprende l'abbazia, le frazioni di Corpo di Cava e San Cesareo nel comune di Cava de' Tirreni e la frazione di Dragonea nel comune di Vietri sul Mare.

Sorge in collina, a circa 400 metri s.l.m., a tre chilometri dal centro dalla città di Cava de' Tirreni ed a poca distanza dalla Costiera Amalfitana.

Il territorio è suddiviso in 4 parrocchie.

Collegio e scuola

Nel 1867 fu istituito il Collegio "San Benedetto" e le scuole. Si cominciò con il liceo classico, pareggiato alle scuole governative nel 1894. A questo seguirono negli anni anche il liceo scientifico, le medie inferiori e le ultime classi delle elementari.

Oltre ai collegiali, le scuole furono aperte a semiconvittori (studenti che pranzano e rimangono a studiare nel pomeriggio in appositi locali con l'aiuto di professori) ed esterni (frequentano solo le scuole). Dal 1985 la frequenza alle scuole è stata aperta anche alle studentesse.

Il collegio e le scuole hanno sofferto la crisi della scuola cattolica italiana e così, dopo quasi un secolo e mezzo di storia, nel 1992 è stata chiusa la scuola elementare, successivamente nel 1994 la scuola media, nel 2002 è stato chiuso il Collegio, il liceo classico nel 2003. Per ultimo nel 2005 è stato chiuso anche il liceo scientifico.

Tesori

Durante i secoli della sua storia, l'abbazia si è arricchita di molte opere d'arte di epoche diverse: edifici, affreschi, mosaici, sarcofagi, sculture, quadri, codici miniati e oggetti preziosi. In particolare:

File:Abbazia Cava Biblioteca.jpg
L'Archivio dell'Abbazia SS. Trinità di Cava

L’archivio

La nascita dell’archivio dell'abbazia cavense risale al 1025, quando il principe Guaimario III di Salerno e suo figlio Guaimario IV, concessero con un diploma a Sant’Alferio, la proprietà della grotta Arsicia con il circostante territorio. A partire da quel momento ebbe inizio la raccolta dei diplomi, bolle, privilegi, donazioni, lasciti testamenti tuttora custoditi.

Fino al secolo XVI gli atti dell'abbazia non erano facilmente rintracciabili all’interno dell’archivio. Non esisteva un inventario redatto in modo organico che consentisse di accedere immediatamente al documento desiderato. Fino a tutto il Cinquecento la struttura dell’archivio rimase misterioso fino a quando non si avvertì l’esigenza di riordinare in maniera sistematica i documenti.

Il primo ordinamento fu eseguito catalogando con criteri topografici terre, feudi e benefici vari. Va ricordata l’opera voluta dall'abate Manso e realizzata in gran parte del napoletano dom Agostino Venieri che, durante il governo abbaziale di Ambrogio Rastellini da Puppio, riordinò le serie archivistiche riponendo tutta la raccolta in 120 arche suddivise per topografia e toponomastica. In questo periodo fu assiduo frequentatore dell’archivio lo storico Giovanni Antonio Summonte autore della Histoira della Città e Regno di Napoli.[1] Un nuovo riordino si rese necessario intorno all'anno 1780 al termine dei lavori di ristrutturazione delle sale dell'archivio voluti dall’abate Pasca. Il riordino fu eseguito da Salvatore De Blasi e da Emanuele Caputo che tennero conto delle nuove tecniche archivistiche che andavano diffondendosi in vari paese europei.

Nel 1808, l'archivio dell'abbazia fu salvato dallo smembramento, nonostante il decreto di Gioacchino Murat del 22 dicembre che istituiva a Napoli il Grande Archivio del Regno. In deroga al decreto fu stabilito che gli archivi delle abbazie di Montecassino, Cava e Montevergine continuavano ad esistere conservando ed accrescendo le biblioteche e gli archivi posseduti.

Dopo la restaurazione borbonica, l'archivio cavense, fu più volte sottoposto ad ispezioni da parte dei soprintendenti, mandati dal ministero degli interni, che mossero alcune osservazioni circa la tenuta e l'organizzazione dell'archivio; ciò non risultò gradito ai monaci cavensi e si innescò una lunga polemica tra il ministero dell'interno e l'abate Mazzacane che nel 1824 preferì rinunciare all'abbaziato. L'archivio fu così momentaneamente affidato a Gabriele Moccaldi e poi al nuovo archivista, il siciliano Ignazio Rossi. Si ritornò a rapporti normali tra l'abbazia ed il ministero quando, attenendosi alla legge del 1818, conformandosi al modello del grande Archivio napoletano, Ignazio Rossi nel 1839 propose, al soprintendente generale Antonio Spinelli, un nuovo progetto per la formazione dell’indice generale dell'archivio cavense.

Gli anni successivi, contrassegnati da fermenti politici, registrarono un momentaneo calo d’interesse per l’archivio cavense fino a quando, con la soppressione del 1866, l'abbazia di Cava venne dichiarata monumento nazionale.

Codex diplomaticus Cavensis

Lo stesso argomento in dettaglio: Codex diplomaticus Cavensis.

Nel 1873 è stato pubblicato il primo volume del Codex diplomaticus Cavensis, un progetto che prevede la pubblicazione integrale del materiale d'archivio[2]. Interrotto nel 1893, con le stampe dell'ottavo volume, il progetto è ripreso circa un secolo dopo, nel 1984, quando ha visto la luce il IX volume, seguito dal X nel 1990. Il periodo cronologico coperto dai primi dieci volumi va dal 792 al 1080. Al 2011, sono in corso di preparazione l'XI e il XII che copriranno il periodo 1081-1090.

Storia

1011: La fondazione

Il fondatore dell'Abbazia della Santissima Trinità de' La Cava fu sant'Alferio Pappacarbone, nobile salernitano di origine longobarda formatosi a Cluny, che nel 1011 si ritirò sotto la grande grotta Arsicia alle falde del monte Finestra nell'attuale territorio del comune di Cava de' Tirreni, per trascorrervi vita eremitica. Ma Alferio non rimase solo, presto la sua santità attrasse in quel luogo numerosi discepoli, tanto da indurlo ad erigere, sul piano scosceso tra la grotta ed il fiume Selano, una chiesa di discrete dimensioni, e costruire ad occidente della medesima, utilizzando anche fabbriche preesistenti, un piccolo monastero, il nucleo originale dell'odierna abbazia. Le originarie costruzioni e le tracce di fabbriche romaniche risalenti al I secolo d.C. sono ancora in parte visibili nei sotterranei dell'attuale basilica.

La fondazione del nucleo monastico è fatta però risalire all'anno 988, perché Alferio non fu il primo abitatore della grotta. Nella grotta Arsicia già dal 988, il monaco di Montecassino Liuzio, detto anche Leone da Ostia, di ritorno da un pellegrinaggio in Palestina, vi aveva soggiornato per qualche tempo.

Nel 1025, Alferio aveva da poco terminata la chiesa, quando il principe Guaimario III di Salerno e suo figlio Guaimario IV con un diploma donarono alla nuova comunità la zona boschiva e le terre coltivate tutte intorno alla grotta Arsicia tra il fiume Selano e i due rigagnoli suoi affluenti Sassovivo e Giungolo. Con lo stesso diploma fu conferito alla comunità monastica, tra gli altri privilegi, l'esenzione dalle imposte e la libera designazione degli abati da parte del predecessore o, per elezione, dalla comunità stessa.

XI-XIII secolo: I Santi Abati

I primi tre secoli di storia furono splendidi e si accompagnarono con la santità: i primi quattro abati sono stati riconosciuti santi dalla Chiesa (Alferio, Leone, Pietro e Costabile), altri otto beati (Simeone, Falcone, Marino, Benincasa, Pietro II, Balsamo, Leonardo, Leone II).

Tra di essi si distinse san Pietro I, nipote di Alferio, che ampliò notevolmente il monastero e fondò una potente congregazione monastica, l'Ordo Cavensis (Ordine di Cava), con centinaia di chiese e monasteri dipendenti sparsi in tutta l'Italia meridionale. In tal modo essa estese la sua influenza spirituale e temporale in tutto il Mezzogiorno d'Italia, grazie anche al favore dei principi salernitani che la fecero oggetto della loro benevolenza. Furono più di 3000 i monaci a cui l'abate Pietro diede l'abito. Papa Urbano II, che lo aveva conosciuto a Cluny, nel 1092 visitò l'Abbazia e ne consacrò la basilica.

I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all'abbazia o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell'esenzione. In questo modo l'abate di Cava de' Tirreni finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi.

Stemma sul portale d'ingresso dell'Abbazia SS. Trinità di Cava
Stemma interno al pavimento porterìa dell'Abbazia SS. Trinità di Cava

XIV-XV secolo: L’abbazia nel periodo della commenda cardinalizia

Il XIV secolo rappresenta per la comunità nonastica un periodo di ripiegamento su sé stessa. Fu particolarmente curata la difesa e l'amministrazione dei beni temporali, furono prodotte splendide opere d'arte, ma l'incidenza dell'azione spirituale e sociale della badia, anche a causa dei rivolgimenti politici, si esaurì quasi del tutto.

Il 7 agosto 1394 papa Bonifacio IX aveva conferito il titolo di città alla terra de La Cava, elevandola a diocesi.

Il monastero, non venne più governato da un abate, ma da un priore sottoposto al vescovo e la comunità dei monaci formava il capitolo della cattedrale. Il vescovo che doveva essere un secolare, godeva di tutti i privilegi e di tutti i diritti di un abate regolare sull'abbazia cavense e doveva risiedere alla Badia, la cui chiesa venne dichiarata cattedrale della nuova diocesi. Un nuovo rivolgimento la Badia lo visse nel 1431, quando l'abate Angelotto Fosco fu elevato alla dignità cardinalizia e volle comunque ritenere in commenda, percependone le rendite, l'abbazia e la diocesi cavense. Iniziò, così, il periodo degli abati commendatari.

L'abbazia fu tenuta in commenda per oltre settant'anni da abati che non risiedevano abitualmente nel monastero, che affidavano a vicari generali; in alcuni casi i vicari erano anche insigniti di carattere episcopale. Dal 1457 al 1459 fu vicario generale dell'abate commendatario Ludovico Scarampi, Niccolò Forteguerri, imparentato con papa Pio II, che aveva per madre una Vittoria Forteguerri.

Nei primi anni i vicari curarono l'amministrazione dei beni e riuscirono a migliorare la gestione dei possedimenti monastici impostata nel 1359 dall'abate Mainiero. La maggior parte dei contratti agrari a medio termine stipulati per la concessione in uso dei propri fondi erano del tipo ad complantandum (pastinato) e per tale motivo con il passare degli anni alcuni possedimenti, come quelli del priorato di Santa Maria di Cursosimum nei pressi di Noja, si ridussero.

Negli anni successivi, i fiduciari iniziarono ad utilizzare una nuova forma contrattuale che veniva chiamata pastinatio ad medietatem (una sorta di sottospecie della mezzadria), con cui l'abbazia percepiva la metà dei frutti del terreno, che poteva essere in parte corrisposta in denaro. Ma le cose non andarono meglio. A causa della difficoltà che si riscontravano per il trasporto delle merci al monastero, spesso le derrate venivano valutate in denaro. L'affittuario il più delle volte riusciva a pagare meno del dovuto, raggirando il fiduciario del commendatario, che non conoscendo bene l'entità dei terreni dati in affitto, era portato a credere che la diminuzione di quanto gli veniva corrisposto era in relazione alla scarsità del raccolto. E così, anno dopo anno, le rendite del monastero tendevano a diminuire.

Il problema dei minori introiti fu però ben presto arginato sottoponendo a maggiore rigore la verifica dei cespiti, dei redditi e l'esazione dei crediti. I registri redatti durante il governo dei commendatari servirono come veri e propri strumenti di controllo. Risale al periodo del cardinale Scarampi, presumibilmente all'anno 1459, il Liber censum Cavæ contenente la registrazione di una serie di cespiti, con le relative entrate annuali, dislocati nella valle metelliana e classificati per zone omogenee. Un vero e proprio libro dei censi e dei redditi, il Primum regestrum et Inventarium domini Joannis de Aragonia, fu invece scritto da Tommaso de Lippis commissario e procuratore del monastero sotto il governo del commendatario Giovanni d'Aragona[3].

XV-XVIII secolo: la rinascita

Quando nel 1485 papa Innocenzo VIII conferì la commenda al cardinale Oliviero Carafa, l'abbazia della Santissima Trinità aveva ormai perso il suo antico splendore di virtù e di santità. Nel monastero, nei priorati, nelle parrocchie e nelle chiese più remote i pochi monaci rimasti vivevano senza il rispetto della regola in assoluta libertà ed autonomia. Per l'abbazia della Santissima Trinità de La Cava, così come era già successo per tanti altri monasteri che da tempo versavano nelle stesse condizioni miserande, si rese necessario riformare la regola cenobitica. Il cardinale Oliviero Carafa decise di rinunciare alla commenda e riportò nel monastero benedettino la vita claustrale regolare. Pertanto, il 10 aprile 1497 con bolla di papa Alessandro VI, il monastero cavense fu unito al movimento monastico riformato della Congregazione di Santa Giustina di Padova (detta poi Cassinese). Dopo quasi un secolo di miserie così cessò di esistere l'Ordo Cavensis[3].

Nel corso dei secoli XVI-XVIII l'abbazia fu rinnovata anche architettonicamente. L'abate dom Giulio De Palma ricostruì la chiesa, il seminario, il noviziato, e varie altre parti del monastero, ma rimangono ancora cospicui elementi medievali. Importante l'archivio, con circa 15000 pergamene dall'VIII al XIX secolo e la biblioteca che raccoglie, tra l'altro, preziosi manoscritti e incunaboli.

XIX-XX secolo: le soppressioni

La soppressione napoleonica, per merito dell'abate don Carlo Mazzacane, passò senza arrecare gravi danni alla badia: 25 monaci rimasero a guardia dello Stabilimento (tale fu il titolo dato all'abbazia) e il Mazzacane ne fu il direttore. La restaurazione, dopo la caduta di Napoleone, portò a un rinnovamento dello spirito religioso.

In seguito alla legge di soppressione del 7 luglio 1867, la Badia fu dichiarata "Monumento Nazionale" e affidata in custodia pro tempore alla comunità monastica salvandosi, in questo modo, dalla rovina a cui andarono incontro tante altre illustri abbazie italiane.

Come abbazia territoriale è stata ristrutturata dalla Santa Sede nel 1979: conserva la diocesi con 4 parrocchie e gestisce i santuari di Maria Santissima Avvocata sopra Maiori, dell'Avvocatella in San Cesareo e di San Vincenzo Ferreri in Dragonea.

Il potere temporale dell'Abbazia, feudi e dipendenze

Dalla sua fondazione ai giorni nostri l'abbazia ha svolto un ruolo fondamentale nelle vicende sociali civili e religiose di molti centri dislocati nel mezzogiorno d'Italia dove estendeva il suo dominio diretto. L'Ordo Cavensis, al massimo della propria potenza, aveva fittissime diramazioni in Basilicata, Calabria, Puglia, Campania e perfino a Roma. Secondo il monaco benedettino Paul Guillaume, storico ed archivista dell’abbazia nel secolo XIX, appartenevano all’ordine cavense almeno 77 abbazie, 100 priorati, 20 monasteri, 10 obbedienze, 273 chiese.

Come ordinari immediatamente soggetti alla Santa Sede, gli abati ebbero piena giurisdizione episcopale su molti centri del salernitano, Capograssi (ora frazione di Serramezzana), Capolicchio (ora Cannicchio frazione di Pollica), Casalicchio (ora Casal Velino), Castellabate, Marittima Agnone, Matonti (ora frazione di Laureana Cilento), Ogliastro, Perdifumo, Pertosa, Polla, Roccapiemonte, Santa Barbara (ora frazione di Ceraso), Santa Lucia (ora frazione di Sessa Cilento), San Mango, Serramezzana, Tramutola, su alcune chiese di Salerno, Santa Maria de domno, Sant'Angelo a Caprullo, e sulla chiesa di Sant'Angelo in Grotta di Nocera Inferiore e di San Giovanni a mare di Minori.

Gli abati svolsero anche funzioni nella vita politica, sociale ed economica delle comunità controllate con profonde ripercussioni nei rapporti con le popolazioni locali. L'abbazia, nei vasti possedimenti feudali, spesso fu molestata nella sua gestione civile e religiosa sia dai potenti di turno che dai propri vassalli. Da ciò trasse origine l'inquietudine che caratterizzò più di una volta nei secoli passati i rapporti tra i monaci ed i propri vassalli.

Singolare è stata l'antitetica correlazione odio-amore tra l'abbazia e la città de' La Cava che, orgogliosi della loro demanialità, ricorrevano spesso alla Regia Camera della Sommaria per non essere molestati per il pagamento di tributi che ritenevano esosi e/o non dovuti. Non era soltanto il prestigio e l'orgoglio a contrapporre i cavesi all'abbazia della SS. Trinità. Al fondo delle questioni vi era un complesso d'interessi, diritti, privilegi e immunità. Per questione di pascoli e foreste, il 6 marzo 1507, mercoledì delle Ceneri, i cavesi insorsero e si ribellarono al dominio dell'abbazia, fecero irruzione nel monastero saccheggiando le celle dei monaci e l'appartamento dell'abate.

Il monastero fino alla fine dell'Ottocento raccolse tra i suoi membri quasi esclusivamente esponenti dell'aristocrazia e si fregiava degli appellativi di "sacro e reale". Gli abati invece si fregiavano del titolo di barone di Tramutola.

Cronotassi degli abati

Abati

Vescovi de La Cava e abati della Santissima Trinità

Abati territoriali

Note

  1. ^ a b c Scipione de Cristoforo, Vita, premessa alla terza edizione della Historia, Napoli 1748. Errore nelle note: Tag <ref> non valido; il nome "test" è stato definito più volte con contenuti diversi
  2. ^ Simeone Leone, Giovanni Vitolo, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del «Codex diplomaticus Cavensis», Salerno, Pietro Laveglia editore, 1983
  3. ^ a b Massimo Buchicchio, Reverendissimi in Christo Patres et Domini Cardinali commendatari de la abbazia de la Sanctissima Trinità et Episcopi de la cità de La Cava, Cava de' Tirreni 2011 Errore nelle note: Tag <ref> non valido; il nome "test4" è stato definito più volte con contenuti diversi
  4. ^ L'abbazia è declassata a priorato.
  5. ^ Si ritorna al rango di abbazia.

Bibliografia

Voci correlate

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