Impero portoghese

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Impero portoghese
Impero portoghese – BandieraImpero portoghese - Stemma
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The Portuguese Empire.png
Dati amministrativi
Nome ufficialeImpério Português
Lingue ufficialiLatino, Portoghese
Lingue parlateportoghese, galiziano, lingua mozarabica e lingue indigene
CapitaleLisbona
Politica
Forma di StatoMonarchia
Repubblica (1910-1999)
Nascita1415 con Giovanni I
Causaoccupazione di Ceuta
Fine1999 con Jorge Sampaio
CausaRestituzione di Macao alla Cina
Territorio e popolazione
Bacino geograficoEuropa Orientale, Africa, America Meridionale, Asia, Oceania
Religione e società
Religione di Statocattolica
Religioni minoritarieebraica e musulmana
Portugal Império total.png

L'Impero portoghese ((PT) Império Português) fu il primo impero coloniale mondiale della storia. In aggiunta è stato anche il più longevo degli imperi coloniali d'oltremare, durando quasi seicento anni; dall'occupazione di Ceuta nel 1415, alla restituzione di Macao alla Cina nel 1999.

L'impero si sviluppava in numerosi territori, che oggi fanno parte di ben 53 stati diversi. Rifiutandosi di concedere l'indipendenza alle proprie colonie, il paese diede il via ad un'aspra guerra di repressione, Guerra coloniale portoghese, al termine della quale venne riconosciuta l'indipendenza di gran parte dei possedimenti d'oltremare, tra cui la Guinea-Bissau, l'Angola e il Mozambico, nonché gli arcipelaghi di Capo Verde e São Tomé e Príncipe.

Confinando con la sola Castiglia, il Portogallo non aveva altra scelta che espandersi attraverso i mari. Fu così che nacque il primo impero coloniale del XVI secolo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Lo sviluppo nel XV secolo[modifica | modifica wikitesto]

Le truppe portoghesi presero Ceuta (battaglia di Ceuta) nel 1415 con una poderosa forza navale, agli ordini del re Giovanni I del Portogallo. Sempre sotto lo stesso re i portoghesi iniziarono a sfruttare le coste africane. In un primo periodo sia Giovanni I, che il suo figlio cadetto Enrico il Navigatore si occuparono della costruzione di basi a Madeira e nelle Azzorre, queste ultime divennero in seguito importantissime, quando i navigatori portoghesi svilupparono la tecnica della volta do mar e Angra divenne una tappa obbligata sulla via del ritorno verso Lisbona. Solo successivamente iniziarono a spingersi più a sud, oltre il Capo Bojador, grazie a Gil Eanes nel 1434. Dieci anni dopo le navi portoghesi sbarcarono sulle coste del Senegal, della Guinea, poi di Capo Verde, ed alcune persino su quelle della Sierra Leone. Tutte queste spedizioni organizzate dal principe Enrico il Navigatore, in cui le navi portoghesi esplorarono la costa occidentale dell'Africa, avevano l'obiettivo di mappare il territorio e di trovare merci (soprattutto oro e schiavi). Nel 1479 con il trattato di Alcáçovas, al termine della guerra di successione castigliana, i portoghesi si impossessarono del porto di Elmina nel Ghana, affermando il loro dominio sul Golfo di Guinea e in generale su tutto l'Atlantico. Nel 1487, Bartolomeo Diaz doppiò il Capo di Buona Speranza e nel 1498 Vasco da Gama raggiunse l'India, stabilendovi i primi avamposti portoghesi. I portoghesi decisero perciò di creare diverse basi fortificate lungo la rotta orientale per l'India, dando inizio ad una espansione piuttosto aggressiva. Lungo le coste dell'Africa orientale, diversi piccoli stati musulmani (Mozambico, Kilwa, Brava e Mombasa) furono distrutti o divennero alleati del Portogallo.

Pêro da Covilhã raggiunse l'Abissinia nel 1490. Nell'Oceano Indiano, una delle navi di Pedro Álvares Cabral scoprì il Madagascar, che fu poi parzialmente esplorato da Tristão da Cunha (1507); Mauritius fu scoperta nel 1507, Socotra venne occupata nel 1506 e, nello stesso anno D. Lourenço d'Almeida visitò Ceylon.

L'impero portoghese in Oriente venne riconosciuto con il Trattato di Tordesillas. I portoghesi stabilirono poi basi commerciali e avamposti a Goa, Malacca, nelle Molucche, a Macao e Nagasaki. Costretti a difendere le loro rotte commerciali sia dagli europei che dagli asiatici, i portoghesi dominavano non soltanto i commerci tra Asia e Europa, ma anche quelli tra le varie regioni asiatiche, tra cui India, Indonesia, Cina, e Giappone.

Un'opera realizzata per il Banco Nacional Ultramarino a Lisbona, con lo stemma rappresentante le colonie dell'impero portoghese.

In molti casi i missionari gesuiti seguirono i mercanti portoghesi cercando, con alterne fortune, di diffondere il Cristianesimo in Asia.[senza fonte] Il Brasile venne scoperto nel 1500 da Pedro Álvares Cabral, e la colonizzazione vera e propria iniziò intorno al 1530. Benché all'inizio fosse considerato meno importante dei territori asiatici, il Brasile divenne poi la colonia più importante dell'impero, dalla quale i portoghesi potevano esportare oro, gemme preziose, zucchero, caffè e altri prodotti agricoli.

La competizione e il declino[modifica | modifica wikitesto]

L'impero portoghese intorno al 1815. A quel tempo oltre il 95% del territorio della corona portoghese era costituito dal Brasile

Nel 1580, il re Filippo II di Spagna invase il Portogallo dopo una crisi di successione causata dalla morte di re Sebastiano del Portogallo, caduto in battaglia a Alcazarquivir in Marocco nel 1578. Alle Cortes de Tomar nel 1581, Filippo fu incoronato Filippo I di Portogallo, unendo le due corone e gli imperi d'oltremare sotto la dominazione spagnola degli Asburgo in un'unione dinastica iberica. A Tomar, Filippo promise di mantenere gli imperi giuridicamente distinti, lasciando l'amministrazione dell'impero portoghese ai cittadini portoghesi, con un viceré del Portogallo a Lisbona che avrebbe provveduto ai suoi interessi. Filippo fece addirittura trasferire la capitale a Lisbona per un periodo di due anni (1581-83) poiché era la città più importante della penisola iberica. Tutte le colonie portoghesi accettarono il nuovo stato di cose tranne le Azzorre, che sostennero Antonio, priore di Crato, un pretendente al trono portoghese che aveva ottenuto il sostegno di Caterina de' Medici in cambio della promessa di cedere il Brasile alla Francia. Le forze spagnole riuscirono infine a catturare le isole nel 1583.

Il confine tracciato a Tordesillas tra i domini spagnoli e quelli portoghesi in Sud America fu sempre più ignorato dai portoghesi, che si spinsero oltre, penetrando nel cuore del Brasile ed espandendo il loro territorio verso ovest. Le missioni esplorative furono condotte sia per iniziativa del governo portoghese sia per iniziativa di privati (i cosiddetti bandeirantes). Queste spedizioni durarono per anni avventurandosi in regioni sconosciute, inizialmente per catturare i nativi e costringerli alla schiavitù, per poi concentrarsi sulla ricerca di miniere d'oro, argento e diamanti.

Tuttavia, l'Unione Iberica trascinò il Portogallo nelle guerre che gli spagnoli stavano combattendo contro l'Inghilterra, la Francia e la Repubblica olandese, paesi che stavano iniziando in quegli anni a creare i propri imperi oltreoceano. La minaccia principale proveniva dagli olandesi, che erano impegnati in una guerra d'indipendenza contro la Spagna fin dal 1568. Nel 1581, le Sette Province Unite si proclamarono indipendenti dalla dominazione asburgica, inducendo Filippo II a proibire ai suoi domini il commercio con gli olandesi, incluso in Brasile dove gli olandesi avevano investito ingenti capitali nel finanziamento della produzione di zucchero.

Le reti commerciali dell'Impero Spagnolo furono allora monopolizzate dai mercanti portoghesi, che si arricchirono grazie al commercio delle spezie dall'oriente e alla tratta degli schiavi africani, venduti sui mercati della Nuova Spagna a prezzi maggiori di quelli che si potevano ottenere in Brasile. In estremo oriente Manila fu incorporata nella rete commerciale Macao-Nagasaki, consentendo ai Macanesi di origine portoghese di agire come agenti commerciali per gli spagnoli filippini e di utilizzare l'argento spagnolo proveniente dalle Americhe nel commercio con la Cina.

Nel 1592, durante la guerra con la Spagna, una flotta inglese catturò una grande nave portoghese al largo delle Azzorre, la Madre de Deus, carica di 900 tonnellate di merci provenienti dall'India e dalla Cina, per un valore stimato di mezzo milione di sterline (quasi la metà del gettito fiscale inglese a quell'epoca)..[1] Questo assaggio delle ricchezze orientali galvanizzò l'interesse degli inglesi per l'estremo oriente.[2] Nello stesso anno, Cornelis de Houtman fu inviato dai mercanti olandesi a Lisbona, per raccogliere quante più informazioni possibili sulle Isole Molucche.

Gli olandesi alla fine si resero conto dell'importanza di Goa per scardinare l'Impero portoghese in Asia. Nel 1583, il mercante ed esploratore olandese Jan Huygen van Linschoten (1563 - 8 febbraio 1611), ex segretario dell'Arcivescovo di Goa, scrisse un volume che conteneva informazioni sulle rotte commerciali segrete dei portoghesi in tutta l'Asia, comprese le Indie orientali e il Giappone. Lo scritto pubblicato nel 1595; il testo fu poi incluso in volume più grande pubblicato nel 1596 con il titolo Itinerario: voyage, ofte schipvaert van Jan Huygen van Linschoten naer Oost ofte Portugaels Indien, 1579–1592. Gli olandesi e gli inglesi utilizzarono queste nuove informazioni per la loro espansione commerciale. Nel 1600 fu fondata la Compagnia inglese delle Indie Orientali e nel 1602 la Compagnia olandese delle Indie Orientali. Questi sviluppi permisero l'ingresso di compagnie commerciali privilegiate nelle Indie Orientali.[3][4]

La vittoria portoghese nella seconda battaglia dei Monti Guararapes pose fine alla presenza olandese nel Pernambuco.

Gli olandesi iniziarono la loro offensiva oltremare, attaccando le colonie spagnole e portoghesi e dando inizio alla guerra olandese-portoghese, che sarebbe durato per oltre sessant'anni (1602-1663). Altre nazioni europee, come l'Inghilterra protestante, aiutarono l'Impero olandese nella guerra. Gli olandesi ottennero importanti vittorie in Asia e in Africa con l'assistenza di alleati indigeni, riuscendo a strappare ai portoghesi il controllo di Malacca, Ceylon e São Jorge da Mina. Gli olandesi ottennero anche il controllo della ricca regione produttrice di zucchero del nord-est del Brasile oltre che di Luanda in Africa, ma i portoghesi riuscirono a riconquistare questi territori dopo una lunga lotta.[5]

Nel frattempo, nella penisola arabica, i portoghesi persero il controllo di Hormuz in un'offensiva congiunta dei safavidi e degli inglesi nel 1622, e l'Oman sotto gli Al-Ya'arubs catturò Mascate nel 1650. Gli omaniti continuarono a usare Mascate come base per le loro ripetute incursioni nell'Oceano Indiano, come la cattura di Forte Jesus nel 1698. In Etiopia e in Giappone negli anni Trenta del XVII secolo, la cacciata dei missionari da parte dei governi locali colpì duramente l'influenza portoghese in quelle regioni.[6][7]

Bombay (l'attuale Mumbai) fu donata alla Gran Bretagna nel 1661 come parte della dote della Principessa portoghese Caterina di Braganza a Carlo II d'Inghilterra. La maggior parte dell'India settentrionale portoghese cadde nelle mani dell'impero Maratha nel 1739 quando il generale Maratha Chimnaji Appa sconfisse i portoghesi. Più tardi il Portogallo conquistò Dadra e Nagar Haveli nel 1779. Nel XVIII secolo gli inglesi riuscirono ad affermare il loro controllo sull'India, riducendo i territori portoghesi a Goa e altre piccole basi. Nel 1755 il terremoto di Lisbona, seguito da un maremoto, mise in ginocchio il paese, uccidendo 100.000 persone (su circa 275.000 abitanti). Ciò ridusse notevolmente lo slancio coloniale portoghese. La colonia del Brasile rimase perciò il cuore dell'impero, diventando inoltre la destinazione di una migrazione volontaria dall'Europa e di un'altra, forzata, di schiavi dall'Africa. Ciò accrebbe notevolmente la popolazione della colonia che, oggi, rappresenta lo stato di lingua portoghese più grande del mondo. Dal 1815 il Brasile fece parte del Regno Unito di Portogallo, Brasile e Algarve e nel 1822 divenne indipendente, con la creazione dell'Impero del Brasile ad opera di un principe portoghese, Pedro I.

Proprio alla vigilia del rilancio del colonialismo europeo nel XIX secolo, il Portogallo aveva ormai perso con il Brasile la maggior parte del suo impero, eccezion fatta per alcune basi costiere in Asia e Africa. Il Portogallo decise perciò di aprire un nuovo ciclo coloniale espandendo i suoi avamposti in Africa, innescando una forte competizione con altre potenze europee presenti nell'area. Fu così che furono create le colonie che oggi corrispondono agli stati di Capo Verde, São Tomé e Príncipe, Guinea-Bissau, Angola e Mozambico.

La «Mapa Cor-de-Rosa», con evidenziati i territori rivendicati dal Portogallo (odierni Zambia, Zimbabwe e Malawi) alla fine del XIX secolo e posti tra l'Angola portoghese e il Mozambico portoghese, queste acquisizioni vennero fermate dall'intervento Britannico nella stessa zona.

Il XX secolo e la fine[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra coloniale portoghese.

Negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, le altre nazioni europee cominciarono più o meno volontariamente ad abbandonare i loro possedimenti coloniali. Il Portogallo, al contrario, decise di opporsi tenacemente al processo di decolonizzazione, diventando così l'ultima potenza coloniale a mantenere il controllo sulle sue colonie di maggiori dimensioni.

Nel 1961, tuttavia, l'India occupò Goa, Diu e Daman, possedimenti portoghesi nella regione, mentre in Africa diversi gruppi ribelli scatenarono una guerra che durò per più di un decennio. Il costo di una guerra difficile portò alla caduta del regime autoritario di Salazar nel 1974 (la Rivoluzione dei Garofani). Uno dei primi atti del governo democratico subentrato a Salazar fu proprio la decisione di porre fine alla guerra e dare inizio ai negoziati con i ribelli.

Subito dopo l'indipendenza, in Angola e Mozambico, le due colonie maggiori, scoppiò una durissima guerra civile fra le forze governative comuniste (appoggiate da Unione Sovietica, Cuba e altri stati comunisti) e le forze ribelli (sostenute da Zaire, Sudafrica, e Stati Uniti). Anche Timor Est raggiunse l'indipendenza nel 1974 ma venne immediatamente occupata dalla vicina Indonesia fino al 1999.

Ufficialmente l'impero portoghese scomparve quando il Portogallo cedette Macao alla Cina nel 1999, in seguito alla scadenza di un contratto stipulato tra i due stati e simile a quello che univa Hong Kong al Regno Unito. Le sette ex-colonie portoghesi oggi sono stati indipendenti e, insieme al Portogallo, sono membri della Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese (CPLP).

Impero portoghese nel XX secolo.

I territori[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito l'elenco dei territori dell'impero portoghese da occidente a oriente.

I territori appartenenti alla stessa regione geografica (come l'India, le enclave marocchine e cinesi o l'arcipelago indonesiano) sono identati e spaziati per essere meglio evidenziati. Per ogni colonia e insediamento vengono indicate le suddivisioni amministrativi e il nome antico portoghese (in corsivo).

Attorno al 1815, dopo l'epoca napoleonica e poco prima dell'indipendenza del Brasile, l'estensione dell'impero Portoghese toccò il suo massimo, attorno agli otto milioni di chilometri quadrati, costituiti al 97% proprio dal Brasile. Nel corso della seconda metà dell'Ottocento il Portogallo, partendo dalle sue basi costiere, si espanse di nuovo verso l'entroterra dell'Angola e del Mozambico, tanto che nel 1975, al momento dell'indipendenza della maggior parte delle sue colonie, l'impero aveva raggiunto una estensione di quasi altri due milioni e 2000.000 chilometri quadrati[8][9].

Isole e coste dell'Oceano Atlantico e dell'Africa occidentale[modifica | modifica wikitesto]

Costa del Marocco[modifica | modifica wikitesto]

Isole Atlantiche[modifica | modifica wikitesto]

Coste dell'Africa occidentale[modifica | modifica wikitesto]

Coste dell'Africa orientale ed Isole dell'Oceano Indiano[modifica | modifica wikitesto]

Americhe[modifica | modifica wikitesto]

Mappa del Brasile disegnata dagli esploratori portoghesi nel 1519

Asia e Oceano Pacifico[modifica | modifica wikitesto]

Golfo Persico e Mare Arabico[modifica | modifica wikitesto]

India[modifica | modifica wikitesto]

La basilica barocca del Bom Jesus (Buon Gesù) a Goa, capitale del vicereame portoghese indiano. La chiesa, risalente al 1695, fa parte dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO
  • India Portoghese (XVI-XX secolo)- L'insieme dei possedimenti indiani portoghesi si costituisce come provincia d'oltremare col nome di India Portoghese tra il 1946 e 1962. Annessa dall'India nel 1962, il Portogallo ne riconosce l'annessione solo nel 1974. L'India Portoghese era costituita da una serie di colonie e territori dipendenti dal Viceregno di Goa. Da questo dipesero in alcuni periodi anche le basi africane di Mombasa e Malindi e la Capitaneria generale del Mozambico (1609-1752).

Erano dipendenze del viceregno:

Indie sud orientali e Malesia[modifica | modifica wikitesto]

Mari della Cina[modifica | modifica wikitesto]

Mappa anacronistica dell'impero portoghese. Rosso: possedimenti portoghesi in vari periodi storici; marrone: esplorazioni; arancione: aree di influenza e commercio; rosa: territori rivendicati; verde: basi commerciali; blu: rotte portoghesi e zone di mare esplorate e/o rivendicate.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Roger Smith, Early Modern Ship-types, 1450–1650, The Newberry Library, 1986. URL consultato l'8 maggio 2009.
  2. ^ The Presence of the "Portugals" in Macau and Japan in Richard Hakluyt's Navigations Archiviato il 5 febbraio 2012 in Internet Archive.", Rogério Miguel Puga, Bulletin of Portuguese/Japanese Studies, vol. 5, December 2002, pp. 81–116.
  3. ^ John A. Crow, The Epic of Latin America, 4th, Berkley and Los Angeles, California, University of California Press, 1992, p. 241, ISBN 978-0-520-07723-2. URL consultato il 10 luglio 2012.
  4. ^ H. V. Bowen, Margarette Lincoln e Nigel Rigby (a cura di), The Worlds of the East India Company, Boydell & Brewer, 2002, p. 2, ISBN 978-1-84383-073-3. URL consultato il 10 luglio 2012.
  5. ^ Charles R. Boxer, The Dutch in Brazil, 1624-1654. Oxford: Clarendon Press 1957.
  6. ^ James Stuart Olson (a cura di), Historical Dictionary of European Imperialism, Greenwood Press, 1991, p. 204, ISBN 978-0-313-26257-9. URL consultato il 27 agosto 2017.
  7. ^ Grant K. Goodman (a cura di), Japan and the Dutch 1600-1853, Routledge, 1991, p. 13, ISBN 978-0-7007-1220-5. URL consultato il 27 agosto 2017.
  8. ^ Il Portogallo non è un paese piccolo, La Repubblica. URL consultato il 21 dicembre 2014.
  9. ^ PORTUGAL NÃO É UM PAÍS PEQUENO (JPG), su temi.repubblica.it. URL consultato il 21 dicembre 2014.

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