Il grande caldo

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Il grande caldo
Il grande caldo (film).png
Titolo originale The Big Heat
Paese di produzione USA
Anno 1953
Durata 90 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Fritz Lang
Soggetto William Mc Givern (romanzo omonimo)
Sceneggiatura Sydney Boehm
Produttore Robert Arthur
Fotografia Charles Lang Jr
Montaggio Charles Nelson
Musiche Mischa Bakaleinikoff
Scenografia William Kiernan
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Il grande caldo è un film del 1953 diretto da Fritz Lang.

L'espressione The Big Heat, il titolo originale del film, non indica solo un'estate torrida ma, nel gergo della malavita americana, indica l'elevarsi del livello di guardia della polizia nei confronti della criminalità.[1]

Trama[modifica | modifica sorgente]

Indagando sul suicidio di un collega, nonostante le pressioni dei superiori affinché non se ne occupi, il sergente Dave Bannion scopre una fitta rete criminale che avvolge nelle maglie della corruzione gran parte della città.

Chiave della vicenda è la vedova del collega suicida, Bertha, la quale è in possesso di un diario del defunto ove sono esposte le prove della collusione fra la malavita, alcuni personaggi della politica e parte della stessa polizia: la scaltrezza della donna sta nell'aver combinato le cose in modo tale che, in caso di suo decesso, queste carte finiscano in mano ai giornalisti, il che le consente di ricattare il boss della mala, che si nasconde dietro un'aura di rispettabilità, Lagana.

Addentrarsi nell'indagine costerà a Bannion la vita della moglie, uccisa da una bomba piazzata nella sua auto e destinata a lui.

Cacciato dalla polizia, Bannion decide di farsi giustizia da solo, aiutato da Debbie Marsh, la donna di Vince Stone, capo degli scagnozzi del boss Lagana, sfigurata in volto dal caffè bollente gettatole in faccia dal violento amante.

Sarà proprio Debbie a risolvere la situazione uccidendo Bertha ed innescando così l'inarrestabile sequenza di eventi che porterà all'incriminazione del Lagana, dei suoi corrotti funzionari ed al reintegro di Dave Bannion nella polizia.

Produzione[modifica | modifica sorgente]

Realizzato dalla Columbia in un momento di crisi dell'industria cinematografica, il film ebbe una gestazione brevissima e un'altrettanto rapida realizzazione: i diritti furono acquistati il 12 gennaio 1953, il 20 febbraio fu reso noto il nome del regista (Fritz Lang).

Cast[modifica | modifica sorgente]

Pochi giorni dopo si definì il cast: (Glenn Ford, Jocelyn Brando e Gloria Grahame).

Soggetto[modifica | modifica sorgente]

Il grande caldo è tratto da romanzo omonimo uscito nel 1952 a puntate sul Saturday Evening Post e scritto da William P. McGivern "...il cantore principale dell'angosciata epopea del poliziotto del dopoguerra", ma "...il materiale è puro Lang adattato ai tempi nuovi".[2].

McGivern sceneggiò diversi film e alcune puntate della serie televisiva Kojak.

Riprese[modifica | modifica sorgente]

Le riprese ebbero luogo fra il 14 marzo e il 15 aprile.[3]

Accoglienza[modifica | modifica sorgente]

Per questo motivo la censura statunitense assegnò al film una X, e mentre il pubblico rimase sconcertato per la violenza usata oltre le convenzioni fino ad allora accettate nel cinema, la critica recensì il film in maniera molto positiva.

Il critico Bosley Crowther del New York Times lodò l'interpretazione di Glenn Ford.[4] Variety descrisse la regia di Lang come "intensa" e "potente".[5] Oggi, Il grande caldo è considerato un classico del cinema noir, spesso citato tra i migliori film del genere.[6]

Lang e Chandler, Dave e Marlowe[modifica | modifica sorgente]

« Il debito evidente nei confronti del cinema poliziesco che si richiama ai libri di Raymond Chandler - primo fra tutti The Big Sleep , Il grande sonno, realizzato nel 1946 da Howard Hawks con la coppia Humphrey Bogart-Lauren Bacall - viene saldato dal regista proprio restando fedele a se stesso. Dave Bannion è un uomo onesto nella città corrotta, duro abbastanza da sfidare il crimine organizzato [...]Tuttavia non è Marlowe: fa parte di una struttura pubblica (la polizia), ha una famiglia, evita osservazioni retoriche e melanconiche sul significato dell'esistenza. Non è un eroe da romanzo [...]

Il detective privato chandleriano aggira le alte pareti del destino filosofando da esistenzialista e si rompe la testa solo quando non ha scelta; il sergente langhiano invece è un ariete, un cupo montone infuriato. »

(Stefano Socci, Fritz Lang, pp.103-104)

Temi langhiani[modifica | modifica sorgente]

  • La doppia natura dell'uomo

Nella descrizione del protagonista Dave Bannion, Fritz Lang riprende un soggetto ricorrente nei suoi film americani, in Furia del 1936, nel personaggio di Joe Wheeler, in Rancho Notorious del 1952, nel personaggio di Vern Haskell: un americano qualunque, pacifico e socialmente inquadrato, "...per reagire a un'ingiustizia sconvolgente si isola dal mondo e affonda nell'odio, nella violenza e nella vendetta."[7] Qui vi si aggiunge l'aggravante che a trasformarsi in un giustiziere è un poliziotto, un uomo delle istituzioni e non della folla.

La duplicità della natura umana è rappresentata da Lang da una metafora visiva di grande intensità: il volto bellissimo di Gloria Grahame per metà sfigurato dall'ustione provocata dal caffè bollente lanciatole addosso dall'amante violento e geloso.

Viene in mente anche la faccia di Emma Robey coperta dal foulard in Dietro la porta chiusa e il viso di Alice Reed, per metà velato dall'ombra, in La donna del ritratto.

  • Il Male

A rappresentare il Male nel film sono in particolare il sadico e violento Vince Stone (interpretato da un allucinato Lee Marvin), la violenza bruta, e il più sottile Mike Lagana (Alexander Scourby), che dietro una facciata rispettabile nasconde un abisso di malvagità senza fine.

Tecnica cinematografica[modifica | modifica sorgente]

Lotte Eisner così descrive la prima scena del film:

« Su una scrivania vediamo una pistola in primo piano. Una mano entra nell'inquadratura, poi un braccio. La mano prende la pistola e la macchina da presa arretra su una vista da dietro con l'arma alzata. Uno sparo, la testa e le braccia dell'uomo ricadono sulla scrivania. Panoramica su una grossa busta indirizzata al procuratore della repubblica, e accanto ad essa, il distintivo di un sergente della polizia. »
(Lotte Eisner, Fritz Lang, p. 280.)

L'efficacia di questa scena, fu anche dovuta alla censura statunitense, che non consentiva la ripresa di un suicidio. Racconta ironicamente lo stesso Lang che aveva ricevuto una lettera dal suo produttore Robert Arthur, in data 10 aprile 1953, che gli chiedeva di rispettare il Breen Office, di non mostrare gli omicidi e farli avvenire fuori campo. Ciò lo costrinse a escogitare soluzioni di suggestiva intensità.

Riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Nel 2011 è stato scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.[8]

Manifesti e locandine[modifica | modifica sorgente]

In Italia i manifesti e le locandine del film furono realizzati dal pittore cartellonista Anselmo Ballester.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dizionario dei film 1998, a cura di Paolo Mereghetti, p. 857.
  2. ^ Renato Venturelli. L'età del noir, p. 392.
  3. ^ Giovanna Asselle in Ciak, anno X, n° 4, aprile 1994.
  4. ^ Bosley Crowther, The Big Heat (1953), nytimes.com, 15 ottobre 1953. URL consultato il 20 febbraio 2014.
  5. ^ (EN) Review: "The Big Heat", 31 dicembre 1952. URL consultato il 20 febbraio 2014.
  6. ^ Roger Ebert, The Big Heat, 6 giugno 2004. URL consultato il 20 febbraio 2014.
  7. ^ Renato Venturelli, L'età del noir, p. 391.
  8. ^ (EN) 2011 National Film Registry More Than a Box of Chocolates, Library of Congress, 28 dicembre 2011. URL consultato il 20 febbraio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Paolo Bertetto-Bernard Eisenschitz, Fritz Lang. La messa in scena, Lindau, Torino 1993 ISBN 88-7180-050-8
  • Peter Bogdanovich, Il cinema secondo Fritz Lang, traduzione di Massimo Armenzoni, Parma, Pratiche Editrice, 1988. ISBN 88-7380-109-9
  • Stefano Socci, Fritz Lang, La nuova Italia, Il Castoro Cinema, Milano 1995. ISBN 978-88-8033-022-6
  • Lotte H. Eisner, Fritz Lang, traduzione di Margaret Kunzle e Graziella Controzzi , Mazzotta, Milano 1978. ISBN 88-202-0237-9
  • Renato Venturelli, L'età del noir, Einaudi, Torino 2007. ISBN 978-88-06-18718-7

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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