Una donna nella luna

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Una donna sulla luna
Bundesarchiv Bild 102-08538, Fritz Lang bei Dreharbeiten.jpg
Fritz Lang e la sua troupe durante la lavorazione del film
Titolo originale Frau in Mond
Lingua originale film muto
Paese di produzione Germania
Anno 1929
Durata 156 minuti (versione originale), 200 minuti (versione restaurata nel 2000)
Colore B/N
Audio muto
Rapporto 1.33:1
Genere fantascienza, melodramma
Regia Fritz Lang
Soggetto Thea von Harbou (dal romanzo omonimo)
Sceneggiatura Fritz Lang, Thea von Harbou, Hermann Oberth, Fritz von Hoppel
Produttore Fritz Lang
Casa di produzione Fritz Lang-Film e Universum Film (UFA)
Fotografia Curt Courant, Oskar Fischinger, Konstantin Irmen-Tschet e Otto Kanturek
Effetti speciali Oskar Fischinger e Konstantin Irmen-Tschet
Musiche Willy Schmidt-Gentner
Interpreti e personaggi

Una donna nella luna o Una donna sulla luna (Frau in Mond) è un film muto del 1929 diretto da Fritz Lang. È un melodramma fantascientifico, ultimo film muto del grande regista tedesco, basato su un romanzo omonimo di Thea von Harbou, moglie del regista. In questo film furono presentati al grande pubblico per la prima volta i fondamenti scientifici dei viaggi spaziali su razzi, dato che il regista si avvalse della consulenza degli antesignani della missilistica Hermann Oberth e Willy Ley.[1]

La prima del film si ebbe a Berlino il 15 ottobre 1929.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Quattro uomini, una donna e un bambino viaggiano su una nave spaziale verso la Luna.

Il professor Manfeldt, trent'anni prima, aveva sostenuto che esistessero delle miniere d'oro sul satellite. Wolf Helius fa costruire un veicolo per raggiungere quei tesori. L'ingegnere Hans Windegger e la sua futura sposa Friede Velten appoggiano il progetto. Una società che controlla il commercio dell'oro con le cattive si pone a capo della spedizione.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Il soggetto del film è un romanzo dal titolo Una donna sulla luna della moglie del regista, la scrittrice e sceneggiatrice Thea von Harbou.

Attento alla precisione documentaristica, il regista si fece consigliare da due esperti nella costruzione di razzi, Hermann Oberth e Willy Ley.

Le riprese furono girate in studio. Per creare i paesaggi lunari foto di lavorazione mostrano che veniva rovesciata sul pavimento dello studio sabbia decolorata e ammucchiata in montagne sullo sfondo. Furono create anche caverne e grotte, un suolo vulcanico che ribolliva ed emanava vapori.

Fritz Lang in questo film inventa per ragioni drammatiche, per accrescere la tensione della partenza del razzo, il "conto alla rovescia": lo racconta lui stesso a Willy Ley.[2]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

« [...] Nelle vaste distese di candida sabbia dei paesaggi lunari, la falsità dei sentimenti ampollosi oggi stona ancor di più; la grandiosità del fantastico cede spesso al ridicolo. In tutta questa cianfrusaglia sentimentale il genio di Fritz Lang si rivela solo nelle scene della partenza del razzo, molto precise nella loro anticipazione, le scene, ad esempio, che precedono il decollo, il cui tono da reportage è più convincente delle invenzioni da pura fantascienza. »
(Lotte H. Eisner[3])
« Lang sa infondere poesia al documento tecnologico e creare immagini vive. Quando la nave spaziale esce dalla rimessa, viene illuminata da enormi fari i cui raggi si incrociano nella luce serale tracciando figure romboidali galleggianti nell'aria. Grazie a questa luce il razzo lunare acquista una vita propria e, pur restando del tutto concreto, il processo tecnico viene trasformato in un sogno profetico. »
(Lotte H. Eisner[4])
« L'impresa cosmica è descritta con sorprendente realismo. L'intreccio è pietoso per le sue deficienze emotive »
(Siegfried Kracauer [5])

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "Il Morandini 2008. Dizionario dei film", Zanichelli ISBN 88-08-20248-8
  2. ^ Willy Ley, Rockets, Missiles and Men in Space, citato da Lotte. H. Eisner.
  3. ^ Lotte H. Eisner, Lo schermo demoniaco, Editori Riuniti, 1983, pag. 165.
  4. ^ Lotte H. Eisner, Fritz Lang, Mazzotta, Milano, 1978, pp. 94-95.
  5. ^ Siegfried Kracauer, Cinema tedesco (1918-1933), Milano, 1954.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]