Conquista islamica della Persia

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Conquista islamica della Persia
Knight-Iran.JPG
Cavaliere persiano, Taq-e Bostan, Iran.
Data 633-644
Luogo Mesopotamia, Caucaso, Persia e Battria
Esito Decisiva vittoria Rashidun
Schieramenti
Comandanti
Imperatore Yazdegerd III
Rostam Farrokhzād
Mahbuzan
Huzail ibn Imran
Hormuz †
Anushjan
Andarzaghar †
Bahman
Pirouzan †

Jaban †
Mihran †
Hormuzan
Mardan Shah †
Bahram
Isandir
Karinz ibn Karianz
Wahman Mardanshah
Jalinus†

Beerzan
Caliph Abu Bakr

Khalid ibn Walid
Muthana ibn Haris
Caliph Umar
Abu Ubaid
Saad ibn Abi Waqqas
Zuhra ibn Al-Hawiyya
Hashim ibn Uthba
Qa’qa ibn Amr
Abu Musa Ashaari
Ammar ibn Yasir
Nouman ibn Muqarrin
Hudheifa ibn Al Yaman
Mugheera ibn Shuba
Usman ibn Abi al-Aas
Asim ibn Amr
Ahnaf ibn Qais

Abdullah ibn Aamir
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La conquista islamica segnò una svolta decisiva nella storia della Persia. Nel volgere di alcuni secoli la maggioranza dei Persiani abbandonò lo Zoroastrismo e divenne musulmana, mentre le caratteristiche della civiltà persiana venivano assorbite dalla nuova classe dirigente islamica. La rapida conquista della Persia in una serie di ben coordinati attacchi su più fronti, diretta dal Califfo Umar da Medina, contribuì alla reputazione del califfo di grande stratega militare e politico.[1]

Il quadro storico e politico[modifica | modifica sorgente]

Mentre il confine tra l'impero romano (e poi bizantino) e quello persiano (e poi sasanide), rappresentato per molti secoli dall'alto corso dell'Eufrate, era pesantemente fortificato e presidiato dai due eserciti, il confine meridionale dei due stati era esposto alle incursioni delle popolazioni arabe a scopo di rapina e saccheggio. Nacque così l'esigenza, di costituire degli stati vassalli che potessero funzionare da cuscinetto e tenere a bada i predoni, oltre che svolgere compiti di guerriglia contro i nemici.

I vassalli dei bizantini erano gli arabi Ghassanidi, che emigrarono nel 250 dallo Yemen alla Siria meridionale, stabilendo la loro capitale sulle alture del Golan, mentre i Lakhmidi erano diventati vassalli dei sasanidi e vivevano nell'Iraq meridionale, con al-Hīra quale loro capitale. All'inizio del VII secolo gli imperi bizantino e sasanide si erano affrontati in una guerra che aveva finito per indebolirli entrambi. Con Cosroe II (590-628) sul trono, i persiani avevano conquistato tutti i possedimenti bizantini in Medio Oriente fino all'Asia Minore, ed erano stati accolti come salvatori in Egitto dalla popolazione, in maggioranza cristiana monofisita, che aveva subito dure persecuzioni da parte di Costantinopoli. L'imperatore bizantino Eraclio (610-641), però, con una manovra di accerchiamento era riuscito a penetrare in Mesopotamia, dove inflisse una schiacciante sconfitta ai Sasanidi a Ninive (12 dicembre 627), e a riprendersi tutti i territori perduti.

In Egitto, dopo la riconquista, i bizantini scatenarono una violenta persecuzione contro i monofisiti, alienandosi il favore dei Ghassanidi che appartenevano a quella confessione, mentre in Persia alla disfatta fece seguito un deterioramento del potere dello scià e una disaffezione nei suoi confronti da parte dei vassalli Lakhmidi, che divennero di fatto indipendenti e non assicurarono più la protezione della frontiera dello Shatt al-Arab.

L'occupazione araba della Persia[modifica | modifica sorgente]

La prima espansione araba si era sviluppata in tre direzioni: verso la Mesopotamia, verso Siria e Palestina e verso l'Egitto, favorita dall'indebolimento dei due grandi imperi. Il successore di Muhammad, il califfo Abū Bakr, si impadronì senza difficoltà di al-Hīra nel 633 e raggiunse le sponde dell'Eufrate nel 634. Dopo aver sconfitto i Bizantini nella battaglia del Yarmuk (636), il secondo califfo ˁUmar b. al-Khaṭṭāb poté trasferire le sue truppe a oriente e riprendere le ostilità con i Sasanidi.
Lo scontro decisivo avvenne a Qādisiyya (637), dove l'esercito persiano guidato da Rostam fu sconfitto al termine di una battaglia protrattasi per una settimana e abbandonò tutto il basso Iraq agli Arabi che vi fondarono due basi fortificate (misr), Bassora e al-Kūfa.
Da qui essi avanzarono verso nord e verso est, occuparono Ahwāz e il Khūzistān (639), presero Ctesifonte (che rinominarono Madāʾin per il fatto che Ctesifonte sorgeva di fronte all'antica Seleucia), sconfissero nel 642 lo shahanshah Yazdegerd III a Nihāvand, e si aprirono così la strada verso Isfahan e l'Iran centrale.

Poiché gli Arabi offrivano una relativa tolleranza religiosa e trattavano bene i popoli che si sottomettevano senza opporre resistenza, i nativi non avevano molto da perdere nel cooperare con gli invasori, facilitando così l'occupazione. Fu solo a metà del VII secolo, comunque, che cessò ogni resistenza da parte dell'elemento persiano. La conversione, che portava indubitabili vantaggi, fu abbastanza rapida tra la popolazione dei centri urbani, ma molto più lenta tra i contadini e la popolazione rurale, sicché la maggioranza dei Persiani non divenne musulmana fino al IX secolo.

Gli zoroastriani, all'inizio perseguitati dagli Arabi, furono infine riconosciuti tra la "Gente del Libro" (Ahl al-Kitab) citata nel Corano, ai quali il profeta Maometto aveva riservato la più ampia tolleranza. Gli Alidi (seguaci di ʿAlī b. Abī Ṭālib, più tardi evolutisi nello Sciismo), sebbene già presenti fin dall'inizio dell'islamizzazione, non divennero maggioranza se non a partire dal XV secolo per violenta imposizione alla popolazione persiana della dinastia Safavide. La lingua persiana, infine, adottò numerosi prestiti dall'arabo e non fu più scritta con l'alfabeto pahlavi ma con caratteri arabi.

Storiografia[modifica | modifica sorgente]

Quando gli studiosi accademici occidentali cominciarono a studiare la conquista islamica della Persia, essi potevano fare affidamento soltanto sui resoconti del vescovo cristiano armeno Sebeos, e sui resoconti arabi scritti diverso tempo dopo gli avvenimenti descritti. Lo studio più significativo fu probabilmente quello di Arthur Christensen, la cui opera L’Iran sous les Sassanides fu pubblicata a Copenhagen e Parigi nel 1944.[2]

Tuttavia, la storiografia recente, sia Iraniana che Occidentale, ha cominciato a mettere in dubbio la tradizionale narrativa. Parvaneh Pourshariati, nella sua Decline and Fall of the Sasanian Empire: The Sasanian-Parthian Confederacy and the Arab Conquest of Iran, pubblicato in 2008, fornisce una descrizione dettagliata dei problemi insorti nella ricostruzione esatta degli avvenimenti e mette in dubbio fatti fondamentali della narrativa tradizionale, compresa la cronologia e date specifiche degli avvenimenti.

La tesi centrale di Pourshariati è che, contrariamente a quanto si ritiene solitamente, l'Impero sasanide era altamente decentralizzato, ed era nei fatti una "confederazione" con i Parti, che conservavano un alto livello di indipendenza.[3] Malgrado le loro recenti vittorie sui Bizantini, i Parti inaspettatamente si ritirarono dalla confederazione, e i Sasanidi erano dunque impreparati e mal equipaggiati per opporre un'efficace e coesa difesa contro gli invasori musulmani.[4] Inoltre, le potenti famiglie partiche settentrionali e orientali, i kust-i khwarasan e i kust-i adurbadagan, si ritirarono nello loro rispettive fortezze e fecero pace con gli Arabi, rifiutando di combattere insieme ai Sasanidi.

Un altro tema importante dello studio di Pourshariati è una svalutazione della cronologia tradizionale. Pourshariati sostiene che la conquista araba della Mesopotamia "ebbe luogo, non, come viene ritenuto convenzionalmente, negli anni 632–634, dopo l'ascesa al trono dell'ultimo re sasanide Yazdgird III (632–651), ma nel periodo dal 628 al 632."[5]

Una importante conseguenza di questo cambiamento della cronologia degli eventi implica che l'aggressione araba ebbe luogo proprio quando i Sasanidi erano impegnati in una guerra interna per la successione al trono sasanide.[5]

L'Impero sasanide prima della Conquista[modifica | modifica sorgente]

Dal I secolo a.C., il confine tra l'Impero romano (poi bizantino) e quello dei Parti (successivamente dei Sasanidi) era stato il fiume Eufrate. Il confine era costantemente conteso. La maggior parte delle battaglie, e dunque delle fortificazioni, erano concentrate nelle collinose regioni del nord, in quanto il vasto deserto arabo o Siriano (Arabia romana) separava gli imperi rivali al sud. Gli unici pericoli provenienti dal sud erano saccheggi occasionali da parte delle tribù nomadi di Arabi. Entrambi gli imperi, per cui, si allearono con piccoli e semi-indipendenti principati arabi, in modo da creare degli stati cuscinetto che proteggessero Bisanzio e la Persia dagli attacchi dei Beduini. I clienti bizantini erano i Ghassanidi; quelli persiani erano i Lakhmidi. Nel VI e nel VII secolo, diversi fattori contribuirono a distruggere l'equilibrio di potere che era durato così tanti secoli.

Rivolta degli Stati Clienti Arabi (602)[modifica | modifica sorgente]

Musici sasanidi ritratti su un piatto del VII secolo.

I clienti bizantini, gli Arabi Ghassanidi, si convertirono al Monofisismo, una forma di Cristianesimo ritenuta eretica dalla Chiesa. I Bizantini tentarono di sopprimere l'eresia, alienandosi il sostegno dei Ghassanidi e provocando rivolte sulle loro frontiere desertiche. Anche i Lakhmidi si rivoltarono contro il re persiano Cosroe II. Nu'man III (figlio di Al-Monder IV), il primo re cristiano Lakhmide, fu deposto e ucciso da Cosroe II nel 602, a causa del suo tentativo da liberarsi dalla tutela sasanide. Dopo l'assassinio di Cosroe, l'Impero persiano si fratturò e i Lakhmidi divennero effettivamente semi-indipendenti. Si ritiene ora che l'annessione del regno dei Lakhmidi fu uno dei fattori principali della Caduta della dinastia sasanide e della conquista islamica della Persia, poiché i Lakhmidi accettarono di agire come spie al servizio dei Musulmani dopo essere stati sconfitti nella Battaglia di Hira da Khalid ibn al-Walid.[6]

Guerra bizantino–sasanide (602–628)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra romano-persiana del 602-628 e Guerre romano sasanidi (363-628).

Il sovrano persiano Cosroe II (Parviz) aveva represso una pericolosa rivolta scoppiata nel suo impero all'inizio del suo regno, il tentativo di usurpazione di Bahram Chobin. Successivamente concentrò le sue energie contro i Bizantini, portando alla guerra romano-persiana del 602-628. Dal 612 al 622, espanse i territori dell'Impero persiano conquistando Siria, Palestina ed Egitto.

I Bizantini si riorganizzarono e prepararono una controffensiva nel 622 condotti dal loro imperatore Eraclio. Cosroe fu sconfitto nella Battaglia di Ninive nel 627, e i Persiani accettarono di firmare una pace con cui si riportavano i confini dei due imperi alle stesse frontiere del 602.

Assassinio di Cosroe II[modifica | modifica sorgente]

Il re sasanide Cosroe II mentre si sottomette all'Imperatore bizantino Eraclio, opera del XII secolo.

Cosroe II fu assassinato nel 628 e ciò portò ad una guerra per la successione tra i tanti pretendenti; dal 628 al 632 circa dieci sovrani tra re e regine governarono la Persia. L'ultimo, Yazdegerd III, era un nipote (di nonno) di Cosroe II ed era ancora un bambino, anche se si ignora la sua esatta data di nascita.

Durante la vita di Maometto[modifica | modifica sorgente]

Dopo il Trattato di Hudaybiyyah nel 628, la tradizione islamica vuole che Maometto inviò molte lettere ai principi, re, e capi delle varie tribù e regni dell'epoca, invitandoli a convertirsi all'Islam. Queste lettere furono portate da ambasciatori in Persia, Bisanzio, Etiopia, Egitto, Yemen, e Hira (Iraq) nello stesso giorno.[7] Questa asserzione è stata indagata da alcuni storici moderni dell'Islam—ad esempio Grimme e Caetani.[8] Particolarmente dubbia è l'asserzione che Cosroe II avrebbe ricevuto una lettera da Maometto, in quanto la cerimonia di corte sasanide era notoriamente intricata, ed è improbabile che una lettera proveniente da una potenza minore regionale dell'epoca possa aver raggiunto le mani dello Shahanshah.[9]

Riguardo alla Persia, le storie islamiche narrano che all'inizio del settimo anno dall'Egira, Maometto incaricò uno dei suoi ufficiali, Abdullah Huzafah Sahmi Qarashi, di portare la sua lettera a Cosroe II invitandolo alla conversione.[10] Cosroe distrusse la lettera arrabbiato.

Ascesa del Califfato[modifica | modifica sorgente]

Deceduto Maometto nel giugno 632, Abu Bakr fu nominato califfo e successore politico del Profeta a Medina. Poco tempo dopo l'elezione di Abu Bakr, diverse tribù arabe si rivoltarono, portando allo scoppio della Guerra della Ridda (Guerre dell'Apostasia). Le Guerre della Ridda preoccuparono il Califfato dei Rashidun fino al marzo 633, e terminarono con la sottomissione dell'intera penisola araba sotto l'autorità del Califfo a Medina.

Se Abu Bakr intendeva intraprendere fin dall'inizio la conquista di un vasto impero è ignoto, ma diede comunque inizio ad un processo storico che nel giro di pochi decenni avrebbe portato alla formazione di uno degli imperi più vasti della storia, ordinando al generale Khalid ibn al-Walid di invadere con un consistente esercito i Sasanidi.

Prima invasione della Mesopotamia (633)[modifica | modifica sorgente]

Mappa che descrive in dettaglio il percorso della conquista della Mesopotamia compiuta da Khalid ibn Walid.

In seguito alle Guerre della Ridda, un capo tribale dell'Arabia nordorientale, Muthana ibn Harith, sferrò incursioni nelle città persiane in Mesopotamia (odierno Iraq). Abu Bakr era ora abbastanza potente da attaccare l'Impero persiano a nord-est e l'Impero bizantino a nord-ovest. Vi erano tre motivi per intraprendere la conquista:

  1. Lungo i confini tra l'Arabia e questi due grandi imperi vi erano numerose tribù arabe nomadi che formavano stati cuscinetto tra Persiani e Romani. Abu Bakr sperava che queste tribù si convertissero all'Islam e contribuissero alla sua diffusione.
  2. Le leggi di tassazione persiana e romana erano arbitrarie e oppressive; Abu Bakr riteneva che gli abitanti oppressi dalle tasse avrebbero accolto gli Arabi come liberatori.
  3. Con due imperi giganteschi che circondavano l'Arabia, l'Arabia correva potenziali pericoli. Abu Bakr sperava che, attaccando Iraq e Siria, avrebbe rimosso i pericoli dai confini dello Stato Islamico.[11]

Con il successo delle incursioni, fu accumulato un considerevole bottino di guerra. Muthana ibn Harith si recò a Medina per informare il Califfo Abu Bakr dei suoi successi e fu assunto comandante dell'esercito, dopodiché cominciò a penetrare sempre più in profondità in Mesopotamia. Sfruttando la mobilità della sua cavalleria leggera poteva agevolmente saccheggiare ogni città presso il deserto per poi ritirarsi con rapidità nel deserto, nel quale l'esercito sasanide era incapace di inseguirlo. Gli atti di Misnah persuasero Abu Bakr ad espandere il Califfato dei Rashidun.[12]

Per essere certo della vittoria, Abu Bakr prese due decisioni riguardanti l'attacco alla Persia: primo, l'esercito invasore sarebbe stato formato interamente da voluntari; secondo, di affidare l'esercito al suo miglior generale: Khalid ibn al-Walid. Dopo aver sconfitto l'autoproclamatosi profeta Musaylimah nella Battaglia di Yamama, Khalid era ancora a Al-Yamama quando Abu Bakr gli inviò ordini di invadere l'Impero sasanide. Rendendo Al-Hirah l'obiettivo di Khalid, Abu Bakr inviò rinforzi e ordinò ai capi tribali dell'Arabia nordorientale, Misnah ibn Haris, Mazhur bin Adi, Harmala e Sulma di operare sotto il comando di Khalid con i loro uomini. Intorno alla terza settimana di marzo 633 (prima settimana di Muharram 12^ Hijrah) Khalid partì da Al-Yamama con un esercito di 10.000 uomini.[12] I capi tribali, con 2.000 guerrieri ognuno, si unirono a Khalid, portando il suo esercito a 18.000 truppe.

Dopo essere entrato in Iraq con il suo esercito di 18.000 uomini, Khalid vinse quattro battaglie consecutive: la Battaglia di Dhat al-Salasil (delle "catene"), combattuta nell'aprile 633; la Battaglia di al-Madhār (chiamata genericamente dagli Arabi "della confluenza dei fiumi", o "dei due canali"[13]), combattuta tra metà aprile e metà maggio (mese lunare di safar) del 633 e che causò la morte di 3.000 guerrieri persiani; la Battaglia di al-Walaja, combattuta nel maggio 633 (in cui egli applicò con successo la tattica del "doppio avvolgimento" del nemico), e la Battaglia di Ullays, combattuta a metà maggio 633. Nell'ultima settimana di maggio 633, la capitale dell'antico regno dei Lakhmidi (ridotto a satrapia persiana, con un suo marzban, ossia governatore) cadde in mano musulmana dopo una vana resistenza nella Battaglia di al-Hira. Dopo aver fatto riposare le sue truppe, Khalid si diresse nel giugno 633 verso al-Anbar, e dopo aver vinto la Battaglia di al-Anbar, assediò la città per alcune settimane, riuscendo a prenderla nel luglio 633. Khalid poi si diresse a sud, e conquistò la città di 'Ayn al-Tamr dopo aver vinto la Battaglia di 'Ayn al-Tamr nell'ultima settimana di luglio 633. Da quel momento in poi, quasi l'intera Mesopotamia era in mano islamica.

Khalid si spostò poi verso Dumat al-Jandal, nel settentrione arabo, per soccorrere il comandante arabo musulmano 'Iyad ibn Ghanm, rimasto intrappolato da alcune tribù ribelli. Khalid giunse a Dumat al-Jandal e sconfisse i rivoltosi nella Battaglia di Dumat al-Jandal nell'ultima settimana di agosto del 633. Tornando dall'Arabia, ebbe notizia del raduno di un numeroso esercito persiano. Nel giro di poche settimane decise di affrontarlo e sconfisse lo stuolo in una geniale serie di battaglie separate, evitando così di restare in inferiorità numerica. Quattro formazioni di Persiani e di truppe ausiliare cristiane, già lakhmidi, furono presenti a Hanafiz, Zumayl, Sanni e Muzieh. Khalid divise il suo esercito in tre unità e decise di aggredire nel novembre 633 questi ausiliari, uno a uno, da tre differenti direzioni e di notte, dapprima nella Battaglia di Muzieh, poi in quella di Sanni e infine in quella di Zumayl. Tali sconfitte devastanti persiane misero fine al controllo sasanide della Mesopotamia. Nel dicembre 633, Khalid raggiunse la città frontaliera di Firaz, in cui sbaragliò le forze combinate dei persiani Sasanidi, Bizantini e dei loro ausiliari Arabi cristiani nella Battaglia di Firaz. Questa fu la sua ultima battaglia nella Campagna di conquista dell'Iraq.[14] Dopo tali conquiste, Khalid lasciò la Mesopotamia per guidare le forze islamiche nella Campagna di Siria contro i Bizantini, lasciando a presidiare le conquiste mesopotamiche il comandante beduino dei Banu Bakr ibn Wa'il, al-Muthanna ibn Haritha.[15]

Seconda invasione della Mesopotamia (636)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Qadisiyyah.

Secondo le ultime volontà di Abu Bakr, Umar doveva continuare la conquista della Siria e della Mesopotamia. Sui confini nordorientali dell'Impero, in Mesopotamia, la situazione stava deteriorandosi giorno dopo giorno. Durante il califfato di Abu Bakr, Khalid ibn al-Walid era stato inviato sul fronte siriaco per comandare gli eserciti islamici in quella regione. Non appena Khalid ebbe lasciato la Mesopotamia con metà esercito (9000 soldati), i Persiani decisero di tentare di recuperare i territori perduti. L'esercito musulmano fu costretto ad evacuare le zone conquistare e concentrarsi sulle regioni di frontiera. Umar inviò immediatamente rinforzi a Misna ibn Haris in Mesopotamia sotto il comando di Abu Ubaid al Saqafi.[1] I Persiani sconfissero Abu Ubaid nella Battaglia del Ponte. Tuttavia, in seguito, i Persiani furono sconfitti da Misnah bin harisah nella Battaglia del Baiyoub. Nel 635 Yazdgard III cercò l'alleanza con l'Imperatore bizantino Eraclio. Eraclio diede in sposa sua figlia (secondo le tradizioni, sua nipote (di nonno)) a Yazdegerd III, in modo da corroborare l'alleanza. Mentre Eraclio si preparava a una controffensiva maggiore in Siria, Yazdegerd, nel frattempo, ordinò la formazione di un immenso esercito per scacciare i Musulmani dalla Mesopotamia una volta per tutte. L'obiettivo era un attacco cordinato da entrambi gli imperatori, Eraclio in Siria e Yazdegerd in Mesopotamia, per annientare l'esercito del loro nemico comune, costretto a combattere su due fronti.[16]

Battaglia di Qadisiyyah[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Qadisiyyah.
Il sito della Battaglia di Qadisiyyah, mostrando l'esercito musulmano (in rosso) e quello sasanide (in blu).

Umar ordinò al suo esercito di ritirarsi nelle zone al confine della Mesopotamia presso il deserto arabo e cominciare a radunare armate per un'altra campagna in Mesopotamia. Gli eserciti arabi erano concentrati presso Madinah, e a causa della situazione critica Umar desiderava comandare l'esercito di persona. Questa idea trovò l'opposizione dei membri della Majlis al Shura a Madinah, che riteneva che la guerra su due fronti richiedeva la presenza di Umar a Madinah. Umar nominò Saad ibn Abi Waqqas comandante della campagna in Mesopotamia. Saad lasciò Medina con il suo esercito nel maggio 636 e arrivò a Qadisiyyah a giugno.

Mentre Eraclio lanciò la sua offensiva nel maggio 636, Yazdegerd fu incapace di allestire in tempo le sue armate per aiutare i Bizantini contro gli Arabi. Umar, a conoscenza dell'alleanza tra Bisanzio e la Persia, capitalizzò questo fallimento: non intendendo rischiare una battaglia con due grandi potenze simultaneamente, provedette rapidamente a rinforzare l'esercito musulmano allo Yarmuk per scontrarsi e sconfiggere i Bizantini. Nel frattempo, Umar ordinò a Saad di entrare in negoziazioni di pace con Yazdegerd III e invitarlo alla conversione all'Islam in modo da impedire ai Persiani di attaccare gli Arabi. Eraclio aveva raccomandato al suo generale Vahan di non scontrarsi in battaglia con i Musulmani senza aver ricevuto ordini espliciti; tuttavia, temendo l'arrivo di ulteriori rinforzi arabi, Vahan attaccò l'esercito musulmano nella Battaglia dello Yarmuk nell'agosto 636. L'esercito imperiale di Eraclio fu vinto e messo in rotta.[17]

Con la fine della minaccia bizantina, Umar diede ordini a Saad di porre fine alle negoziazioni e scontrarsi in battaglia con i Persiani. L'Impero sasanide era ancora una potenza formidabile con vaste riserve di manodopera per gli eserciti, e gli Arabi presto si trovarono ad affrontare un immenso esercito persiano con truppe provenienti da ogni angolo dell'Impero e comandate dai generali di maggior talento. Tra le truppe vi erano persino elefanti di guerra. Nel giro di tre mesi, Saad sconfisse l'esercito persiano nella Battaglia di al-Qādisiyyah, ponendo effettivamente fine al governo sasanide ad occidente della Persia propriamente detta.[18] Questa vittoria è considerata come un punto di svolta decisivo nell'espansione islamica: con il fior fiore delle truppe persiane sconfitte, Saad poté successivamente conquistare agevolmente Babilonia, Koosie, Bahrahsher e Madein. Ctesifonte, la capitale dell'Impero sasanide, cadde nel marzo 637 dopo un assedio di tre mesi.[16] L'autore Iraniano Kaveh Farrokh, nel suo libro Shadows in the Desert: Ancient Persia at War, descrive in questo modo la caduta di Ctesifonte:

(EN)
« The local inhabitants made a desperate last stand at Veh Ardashir against the Arabs who finally broke into all of Ctesiphon in 637. For the first time the Arabs witnessed the riches, luxuries, arts, architecture and sophistication of one of the world’s greatest empires. Looting reached epic proportions. One fifth of the looted goods were sent from Ctesiphon to Caliph Omar at Medina. So great was the haul of booty that every Arab soldier was able to appropriate 12000 Dirhams worth of goods roughly the equivalent of 250,000 US Dollars at the time of writing. Nearly 40,000 captured Sassanid noblemen were taken to Arabia and sold as slaves»
(IT)
« Gli abitanti locali fecero un ultimo tentativo disperato a Veh Ardasgir contro gli Arabi che finalmente irruppero in tutta Ctesifonte nel 637. Per la prima volta gli Arabi furono testimoni oculari delle ricchezze, lussurie, arti, opere architettoniche, e sofisticazione di uno dei più grandi imperi del mondo. Il saccheggio raggiunse proporzioni epiche. Un quinto dei beni saccheggiati furono inviati da Ctesifonte al Califfo Umar a Medina. Così grande era il bottino che ogni soldato arabo fu in grado di appropriarsi di ...12000 dirham, l'equivalente circa di 250.000 dollari USA di oggi. Circa 40.000 nobili sasanidi fatti prigionieri furono deportati in Arabia e venduti come schiavi. »
(Shadows in the Desert: Ancient Persia at War By Kaveh Farrokh. Edizione: illustrata. Pubblicata da Osprey Publishing, 2007 Pagina 270 ISBN 978-1-84603-108-3, 9781846031083)

Conquista della Mesopotamia (636–638)[modifica | modifica sorgente]

Dopo la conquista di Ctesifonte, alcuni distaccamenti vennero immediatamente inviati in occidente per espugnare Qarqeesia e Heet, forti al confine con l'Impero bizantino. Diversi eserciti persiani erano ancora attivi a nordest di Ctesifonte a Jalula e a nord del Tigri a Tikrit e Mosul.

Dopo il ritiro da Ctesifonte, le armate persiane si unirono a Jalaula a nordest di Ctesifonte. Jalaula era un luogo di importanza strategica perché attraversata da percorsi che conducevano in Mesopotamia, Khurasan e Azerbaijan. Le forze persiane a Jalula erano comandate dal Generale Mihran. Il suo deputato era il Generale Khurrazad, un fratello del Generale Rustam, che aveva comandato le forze persiane alla Battaglia di al-Qadisiyyah. Come da istruzioni ricevute dal Califfo Umar, Saad informò di tutto il Califfo. Umar decise di affrontare prima il problema Jalula. Il suo piano era prima liberare la via a nord prima di intraprendere ogni azioni decisiva contro Tikrit e Mosul. Umar affidò il comando della spedizione di Jalula a Hashim ibn Uthba mentre Abdullah ibn Mutaam avrebbe dovuto conquistare Tikrit e Mosul. Nell'aprile 637, Hashim condusse 12.000 truppe da Ctesifonte per ottenere una vittoria sui Persiani nella Battaglia di Jalula. Assediò quindi Jalula per sette mesi. Dopo aver ottenuto una vittoria a Jalula, Abdullah ibn Mutaam marciò contro Tikrit ed espugnò la città solo dopo una ostinata resistenza e con l'aiuto dei Cristiani. Successivamente inviò un esercito a Mosul che si arrese alle condizioni della Jizya. Con la vittoria a Jalula e l'occupazione della regione di Tikrit-Mosul, la conquista della Mesopotamia era completata.

Dopo la conquista di Jalula, un esercito musulmano condotto da Qa'qa marciarono per affrontare i Persiani. L'esercito persiano che fuggì da Jalaula si stabilì a Khaniqeen, a quindici miglia da Jalula lungo la via per l'Iran, sotto il comando del Generale Mihran. Qa’qa sconfisse i Persiani nella Battaglia di Khaniqeen e conquistarono la città di Khaniqeen. I Persiani si ritirarono a Hulwan. Qaqa mosse verso Hulwan e assediò la città, conquistandola nel gennaio 638.[19] Qa’qa cercò di ottenere il permesso di penetrare ulteriormente in territorio persiano, invadendo l'Iran, ma il Califfo Umar non approvò la proposta e scrisse una lettera a Saad dichiarando:

« "Mi auguro che tra il Suwad e le colline persiane ci siano mura che impediscano loro di impossessarsi di noi, e impedire noi di impossessarsi di loro.[20] La fertile Suwad è sufficiente per noi; e preferisco la sicurezza dei Musulmani alle spoglie di guerra." »

Incursioni dei Persiani in Mesopotamia (638–641)[modifica | modifica sorgente]

Sfinge alata dal palazzo di Dario il Grande a Susa, trafugata dal generale Rashidun Abu Musa nel 641.

A partire dal febbraio 638 vi fu un periodo di pausa nei combattimenti sul fronte persiano. Il Suwad, la valle del Tigri, e l'Eufrate erano ora sotto il completo controllo musulmano. I Persiani si erano ritirati nella Persia propriamente detta, ad est dei Monti Zagros. I Persiani continuarono a sferrare incursioni in Mesopotamia, che rimase politicamente instabile. Nonostante ciò, sembrava che questa dovesse essere la frontiera tra il Califfato dei Rashidun e i Sasanidi. Verso la fine dell'anno 638 Hormuzan, che comandava uno dei reggimenti persiani nella Battaglia di Qadisiyyah ed era uno dei sette grandi capi della Persia, intensificò le sue incursioni in Mesopotamia; Saad, secondo le istruzioni di Umar, intraprese offensive azioni contro Hormuzan, e Utbah ibn Ghazwan, aiutato da Nouman ibn Muqarin, attaccò Ahwaz e costrinse Hormuzan a firmare un trattato di pace con i Musulmani secondo il quale Ahwaz sarebbe rimasto in possesso di Hormuzan e lo avrebbe governato come vassallo dei Musulmani e avrebbe pagato un tributo.[16] Hormuzan ruppe il trattato e si rivoltò contro i Musulmani. Umar inviò Abu Musa Ashaari, governatore di Busra, per fronteggiare Hormuzan. Hormuzan fu sconfitto e cercò di nuovo la pace. Umar accettò l'offerta e Hormuzan divenne così di nuovo vassallo dei Musulmani. Questa pace si provò tuttavia a breve termine perché Hormuzan fu rinforzato poco tempo dopo da fresche truppe persiane inviategli dall'Imperatore Yazdgerd III verso la fine del 640. Le truppe si radunarono a Tuster, a nord di Ahwaz. Umar inviò il Governatore del Kufa, Ammar ibn Yasir, il governatore di Busra Abu Musa, e Nouman ibn Muqarin verso Tustar dove Hormuzan fu sconfitto, catturato e inviato a Madinah presso il Califfo Umar, dove apparentemente si convertì all'Islam. Rimase un utile consigliere di Umar durante la conquista della Persia. È anche considerato il mandante dell'assassinio del Califfo Umar nel 644. Dopo la vittoria a Tustar, Abu Musa marciò contro Susa, luogo di importanza strategica, nel gennaio 641, che fu conquistata dopo due mesi di assedio. Successivamente Abu Musa marciò contro Junde Sabur, l'unico luogo rimasto di importanza strategica nella provincia persiana di Khuzistan, che si arrese ai Musulmani dopo un assedio di alcune settimane.[21]

Battaglia di Nahawand (641)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Nahavand.

Dopo la conquista del Khuzistan, il Califfo Umar desiderava la pace. Sebbene considerevolmente indebolito, l'immagine di un impero persiano inteso come temibile superpotenza risuonava ancora nelle menti degli Arabi, e Umar, prudentemente, intendeva evitare uno scontro militare non necessario con i Persiani; desiderava, piuttosto, lasciare il resto della Persia ai Persiani. Umar disse:

« "Mi auguro che ci sia una montagna di fuoco tra noi e i Persiani, in modo che né loro si impossessino di noi, né noi si impossessino di loro.[22]»

Ma i Persiani la pensavano differentemente: l'orgoglio della superpotenza persiana era stato danneggiato dalla conquista del loro territorio ad opera degli Arabi, e i Sasanidi non potevano accettare l'occupazione araba.[23]

Un elmetto dell'esercito sasanide

Dopo la sconfitta delle truppe persiane nella Battaglia di Jalula nel 637, l'Imperatore Yazdgerd III si recò dapprima a Rey per poi porre la sua capitale a Merv. Da Merv, ordinò ai suoi capi di condurre continue incursioni in Mesopotamia per destabilizzare la dominazione musulmana. Nel giro dei successivi quattro anni, Yazdgerd III si sentì sufficientemente potente da sfidare gli Arabi cercando di riconquistare la Mesopotamia. L'Imperatore di Persia reclutò un esercito formato da veterani e giovani volontari da ogni parte della Persia che marciò a Nihawand dove avvenne l'ultima grande battaglia tra il Califfato e la Persia sasanide. L'esercito persiano era composto da 50.000 guerrieri persiani, comandati da Mardan Shah.

Il Governatore di Kufa, Ammar ibn Yasir, fu informato dei movimenti persiani e della concentrazione delle loro forze a Nihawand, e informò a sua volta Umar. Sebbene Umar avesse espresso il desiderio di non espandersi più ad oriente della Mesopotamia, si sentì costretto ad agire a causa della concentrazione dell'esercito persiano a Nihawand.[24] Comprese che fin quando la Persia propriamente detta fosse rimasta sotto dominio sasanide, i Persiani avrebbero cercato di conquistare la Mesopotamia. Hudheifa ibn Al Yaman fu nominato comandante delle forze di Kufa, e gli fu ordinato di marciare a Nihawand. Il Governatore di Busra, Abu Musa, doveva marciare a Nihawand comandando le truppe di Busra Nouman ibn Muqarrin marciò da Ctesifonte a Nihawand mentre Umar decise di condurre l'esercito concentrato a Madinah di persona e comandare i Musulmani in battaglia. La decisione di Umar di comandare l'esercito di persona trovò l'opposizione dei membri del Majlis al Shura a Madinah. Fu suggerito che Umar avrebbe dovuto comandare la campagna da Madinah, e avrebbe dovuto nominare un comandante astuto per condurre i Musulmani a Nihawand. Umar nominò Mugheera ibn Shuba comandante delle truppe concentrate a Madinah e nominò Nouman ibn Muqarrin comandante dei Musulmani a Nihawand. L'esercito musulmano partì dunque per Nihawand; dopo essersi concentrato a Tazar, marciò verso Nihawand, dove sconfisse i Persiani nella Battaglia di Nihawand nel dicembre 641. Nouman perì in battaglia, e, secondo le istruzioni di Umar, Hudheifa ibn Al Yaman divenne il nuovo comandante. Dopo la vittoria a Nihawand, l'esercito musulmano conquistò l'intero distretto di Hamadan dopo aver incontrato una debole resistenza opposta dai Persiani.[22]

Conquista della Persia (642–644)[modifica | modifica sorgente]

Dopo anni di non combattimento, Umar decise ora di adottare una nuova politica espansionistica,[25] programmando un'invasione a larga scala dell'Impero sasanide. La Battaglia di Nihawand fu una delle battaglie più decisive della storia islamica,[26] aprendo la strada alla conquista della Persia. Dopo la sconfitta devastante subita a Nihawand, l'ultimo imperatore sasanide, Yazdgerd III, non fu più in grado di opporre a Umar forze in grado di resistere all'invasione araba. Temendo di essere ucciso o catturato dagli Arabi, Yazdgerd III fuggì a Marv quando il luogotenente di Umar era sul punto di catturarlo: si salvò fuggendo in Cina, dove Umar non poteva raggiungerlo. In questo modo, la dinastia sasanide, che aveva governato la Persia per quattro secoli, si estinse.[27] La conquista dell'Impero sasanide costituì il più grande trionfo di Umar, perché diresse le operazioni a 1000 kilometri di distanza dai campi di battaglia, e segnò la sua reputazione di uno dei più grandi capi militari e politici di tutti i tempi, come si era dimostrato essere suo cugino Khalid ibn Walid (590–642).[26]

Piano strategico per la conquista della Persia[modifica | modifica sorgente]

Umar decise di colpire i Persiani immediatamente dopo la loro sconfitta a Nihawand, avendo guadagnato un vantaggio psicologico su di essi. Il principale problema strategico per Umar era da dove iniziare l'offensiva. Vi erano tre alternative: Fars a sud, Azerbaijan a nord o Isfahan al centro. Umar scelse Isfahan come primo obiettivo. La sua strategia era di colpire il cuore dell'Impero persiano. Ciò avrebbe tagliato le linee di rifornimento e di comunicazione delle guarnigioni sasanidi dal resto delle province persiane. In altre parole, un attacco all'Isfahan avrebbero isolato il Fars e l'Azerbaijan dal Khurasan. Dopo aver conquistato il cuore della Persia, cioè il Fars e l'Isfahan, gli attacchi successivi sarebbero stati sferrati simultaneamente contro l'Azerbaijan, la provincia nordocidentale, e il Sistan, la provincia più orientale dell'Impero persiano.[26] La conquista di queste province avrebbe lasciato il Khurasan, la fortezza di Yazdegerd III, isolato e vulnerabile.

Nell'ultima fase della sua grande campagna, il Khurasan avrebbe dovuto essere attaccato, dando dunque il colpo di grazia all'Impero sasanide. I preparativi vennero completati nel gennaio 642. Il successo del piano dipendeva su quanto brillantemente Umar sarebbe stato in grado di coordinare questi attacchi da Madinah, circa 1000 miglia distante dai campi di battaglia in Persia e sulle capacità dei suoi comandanti. Umar affidò la conduzione della spedizione di conquista dell'Impero sasanide ai suoi migliori comandanti. Umar, stavolta, non assunse un unico comandante, ma affidò l'esercito a più comandanti, ognuno con un obiettivo affidato, e solo una volta compiuta la missione ognuno dei comandanti avrebbe agito come subordinato ordinario sotto il nuovo comandante di campo in vista della successiva missione. I motivi per cui Umar non affidò la spedizione a un comandante superiore agli altri sono da ricercare al tentativo di impedire ad ognuno dei suoi comandanti di ottenere sufficiente potere da minacciare l'autorità del califfo stesso.

Nel 638, temendo il crescente potere e popolarità di Khalid, lo destituì dal comando quando era allo zenith della sua carriera militare. Al tempo della destituzione, Khalid avrebbe potuto rivoltarsi contro Umar, ma dimostrò la sua fedeltà obbedendo all'ordine imperiale. Nel 642, alla vigilia della conquista della Persia, Umar, desiderando aumentare il morale delle sue truppe, decise di nominare di nuovo Khalid come comandante di campo contro la Persia.[26] Essendo già noto per le sue conquiste ai danni dell'Impero romano d'Oriente, affidare il comando della spedizione in Persia a Khalid avrebbe incuto terrore ai comandanti persiani, molti dei quali avevano già affrontato Khalid nel 633 durante la sua conquista lampo della Mesopotamia.

Umar desiderava una vittoria sicura nelle campagne iniziali, che avrebbe aumentato il morale e la fiducia delle sue truppe e demoralizzato al contempo i Persiani. Prima che Umar potesse riassumerlo come comandante, tuttavia Khalid perì a Emesa, dove risiedeva. Nelle varie campagne in Persia, Umar assunse i comandanti delle ali, del centro e della cavalleria dell'esercito. Umar diede ordini rigorosi ai suoi comandanti di consultarsi con lui prima di intraprendere una qualsiasi mossa decisiva in Persia. Tutti i comandanti, prima di iniziare le campagne a loro assegnate, ricevettero l'ordine di inviare un rapporto dettagliato della geografia e della conformazione del terreno della regione e la posizione delle guarnigioni, forti, città e persiane. Umar avrebbe successivamente inviato loro un piano dettagliato di come lui avrebbe voluto che fosse condotta la conquista di quella data regione. Solo le questioni tattiche furono lasciate alla libertà decisionale dei comandanti a seconda delle situazioni contingenti del momento.[28] Umar assunse i comandanti migliori a sua disposizione per la spedizione.[26][29]

Conquista della Persia Centrale (Isfahan e Tabaristan)[modifica | modifica sorgente]

Lo ziggurat di Choqa Zanbil in Khuzestan

I preparativi e la pianificazione della conquista dell'Impero persiano furono completati all'inizio del 642. Umar affidò a Abdullah ibn Uthban, comandante delle forze musulmane, la missione di invadere l'Isfahan. Da Nihawand, Abdullah marciò verso Hamadan, che era già in mani musulmane. Da Hamadan, Abdullah marciò a nordest a Rey, a circa 200 miglia da Hamadan, e assediò la città, che si arrese dopo una resistenza ostinata. Una volta espugnata Rey, Abdullah marciò 230 miglia a sudest assediando la città di Isfahan; qui l'esercito musulmano fu rinforzato da truppe fresche provenienti da Busra e Kufa sotto il comando di Abu Musa Ashaari e Ahnaf ibn Qais.[30] Dopo un assedio di alcuni mesi, la città si arrese. Da Isfahan, Abdullah marciò di nuovo 150 miglia a nordest verso Qom, che fu conquistata senza non molta resistenza. Questa era il termine della regione di Isfahan: più a nordest vi era la regione del Khurasan, mentre a sudest si trovava il Sistan. Nel frattempo, Hamadan e Rey si erano rivoltate. Umar inviò Naiem ibn Muqarrin, fratello di Nauman ibn Muqarrin, che era il comandante musulmano a Nihawand, per reprimere la rivolta e conquistare la regione occidentale dell'Isfahan. Naiem marciò verso Hamadan da Isfahan. Dopo una sanguinolenta battaglia, Hamadan fu riconquistata dai Musulmani. Naiem si mosse quindi in direzione di Rey, dove i Persiani furono sconfitti dopo una vana resistenza al di fuori del forte, e la città fu riconquistata dai Musulmani.[31] I cittadini persiani accettarono la pace e il pagamento della Jizya. Da Rey, Naiem si mosse a nord verso il Tabaristan, che si trova a sud del Mar Caspio.[31] Il governatore del Tabaristan si arrese e accettò di firmare una pace che stabilì che avrebbe continuato a governare il Tabaristan ma per conto del Califfo e avrebbe pagato ogni anno la Jizya. Tutto ciò avvenne nell'aprile 642. Il fratello di Naiem avanzò ancora più a nord e conquistò Qumas, Jarjan e Amol. Firmò anch'egli un trattato di pace con i locali secondo il quale essi accettarono la dominazione musulmana nella regione e il pagamento della Jizya. Terminata la campagna nel 643, i Musulmani erano ora padroni del Tabaristan. Ancora più a nordovest della regione si trova l'Azerbaijan.[30]

Conquista della Persia Meridionale (Fars)[modifica | modifica sorgente]

Con l'Isfahan fermamente in mano islamica, la conquista del Fars cominciò all'incirca nello stesso periodo in cui era cominciata la conquista del Tabaristan. Il primo esercito a penetrare nel Fars era sotto il comando di Maja’a ibn Masood, e il suo obiettivo era Sabur. Maja’a marciò da Busra a Tawwaj, dove sconfisse i Persiani in battaglia. Da Tawwaj, Maja’a mosse a Sabur, città fortificata.[32] Dopo un assedio di alcune settimane, la città si arrese e accettò di pagare la Jizya. Con la conquista di Sabur da parte di Maja’a, la missione di ibn Masood era conclusa. Rinforzi giunsero sotto il comando di Usman ibn Abi al-Aas, che assunse il comando dell'esercito di Majaa. L'obiettivo di Usman era l'antica capitale persiana di Persepoli. Usman marciò da Tawwaj a Shiraz, che si arrese pacificamente. Da Shiraz, Usman si mosse di 35 miglia a nord a Persepolis, che assediò. Dopo un assedio di alcune settimane, la città si arrese. Dopo che la missione di Usman si era conclusa con la conquista di Persepoli, avvenne ancora una volta un avvicendamento ai comandi. La missione successiva era di conquistare i distretti orientali di Fasa e Darab e questa missione fu affidata a Sariyah ibn Zuneim, il quale si mosse 80 miglia a sudest per espugnare Fasa e successivamente Darab, a 60 miglia da Fasa, dopo una fiera resistenza opposta dalle guarnigioni locali persiane. Con questa ultima vittoriosa spedizione,la conquista di Fars fu completata alla fine del 642. Più ad est di Fars si trovano il Kerman e il Sistan. Venne condotta quindi una campagna simultanea contro la Persia orientale (Sistan e Balochistan), meridionale (Kerman e Makran) e nordoccidentale (Azerbaijan).[16]

Conquista della Persia sudorientale (Kerman e Makran)[modifica | modifica sorgente]

Testa di cavallo di epoca sasanide trovata a Kerman

La spedizione a Kerman fu inviata all'incirca allo stesso tempo in cui vennero lanciate le spedizioni in Sistan e Azerbaijan. Il comando della spedizione fu affidato a Suhail ibn adi. Suhail marciò da Busra nel 643, si unì con gli altri eserciti musulmani e marciò contro il Kerman, sottomesso dopo una battaglia in campo aperto con le guarnigioni locali. Ulteriormente ad est del Kerman si trova il Makran, parte dell'odierno Pakistan. Era il dominio del re Hindu di Rasil (sindh). I domini della Dinastia Rai erano vasti, estendendosi dal Kashmir e Kanauj al Kandhar e Seistan e a occidente al Mekran e a una parte del Debal, mentre al sud al Surat; la loro capitale era Alor e durante il loro dominio il Sindh era diviso in quattro province: Bahmanabad, Siwistan, Chachpur e la provincia del Multan e Punjab occidentale.[33] Il Raja di Rasil concentrò immensi eserciti dal Sindh e dal Balochistan per contrastare l'avanzata dei Musulmani. Suhail fu rinforzato da Usman ibn Abi Al Aas proveniente da Persepoli, e Hakam ibn Amr da Busra. Le forze combinate sconfissero Raja Rasil nella Battaglia di Rasil, che si ritirò oltre il fiume Indo. Ulteriormente più a oriente dell'Indo si trovava il Sindh.[34] Umar, dopo aver saputo che il Sindh era una regione povera e infruttuosa da conquistare, disapprovò la proposta di Suhail di attraversare l'Indo.[31] Umar dichiarò quindi che il fiume Indo, barriera naturale, sarebbe stato da allora la frontiera orientale dei suoi domini. La campagna terminò a metà del 644.[29]

Conquista della Persia orientale (Sistan)[modifica | modifica sorgente]

Si riteneva che il Sistan fosse la provincia più grande dell'Impero sasanide. A sud confinava con il Kerman e al nord con il Khurasan. Asim ibn Amr, che aveva combattuto a Qadisiyyah e Nihawand, ricevette l'incarico di conquistare il Sistan. Asim marciò da Busra attraversando il Fars, e, dopo aver assunto il comando delle truppe musulmane che già si trovavano nel Fars, invase il Sistan, sottomettendo diverse città senza trovare alcuna resistenza. Asim raggiunse Zaranj, a 250 miglia da Kandahar, una cittadina dell'odierno Afghanistan meridionale, all'epoca capitale del Sistan. Dopo un assedio di alcuni mesi e dopo aver sconfitto i Persiani in una battaglia combattuta al di fuori della città, Zaranj si arrese con tutto il Sistan. Più ad oriente del Sistan vi era il Sindh settentrionale, che tuttavia il Califfo aveva vietato di invadere, essendo intenzionato dapprima a consolidare la dominazione musulmana nelle regioni da poco sottomesse.[35]

Conquista dell'Azerbaijan[modifica | modifica sorgente]

Fortezza sasanide a Derbent. Cadde in mano musulmana nel 643.

La conquista dell'Azerbaijan cominciò nel 643. Era parte di un attacco simultaneo lanciato contro il nord, sud ed est della Persia, dopo aver conquistato l'Isfahan e il Fars. Questi brillantemente coordinati attacchi su più fronti paralizzarono ciò che era rimasto dell'Impero persiano. Vennero sferrate spedizioni contro il Kerman e il Makran a sudest, contro il Sistan a nordest e contro l'Azerbaijan a nordovest. Hudheifa ibn Al Yaman fu nominato comandante della spedizione di conquista dell'Azerbaijan. Hudheifa marciò da Rey nella Persia centrale a Zanjan, una fortezza persiana nel nord, molto ben fortificata e strenuamente difesa. Dopo aver sconfitto la guarnigione persiana, che era uscita dalla città per scontrarsi in battaglia con gli Arabi, Hudheifa conquistò la città e, seguendo gli ordini del Califfo Umar, costrinse gli abitanti della città a pagare la Jizya.[36] Da Zanjan, Hudheifa marciò a Ardabil che si arrese senza opporre resistenza, dopodiché Hudheifa continuò la sua marcia a nord lungo la costa occidentale del Mar Caspio e conquistò con la forza Bab al-Abwab.[29] A questo punto Hudheifa fu richiamato dal Califfo Umar. Bukair ibn Abdullah e Utba ibn Farqad gli succedettero, e ricevettero l'ordine di attaccare da due fronti l'Azerbaijan. Bukair doveva marciare a nord lungo la costa occidentale del Mar Caspio mentre Uthba doveva colpire direttamente il cuore dell'Azerbaijan. Lungo la via, Bukair fu attaccato da un grande esercito persiano condotto da Isandir, che tuttavia fu sconfitto e catturato dagli Arabi in battaglia; Isandir, per essere risparmiato, accettò di cedere le sue terre in Azerbaijan e a persuadere altri a sottomettersi alla dominazione musulmana.[31] Uthba ibn Farqad sconfisse Bahram, fratello di Isandir, il quale anche lui implorò la pace. Venne firmato un trattato secondo il quale l'Azerbaijan si arrese al Califfo Umar accettando di pagare ogni anno la Jizya. La spedizione era cominciata alla fine del 643.[36]

Conquista dell'Armenia[modifica | modifica sorgente]

Tbilisi, caduta in mano Rashidun nel 644.

L'Armenia bizantina era già stata conquistata nel 638–639. L'Armenia persiana si trovava a nord dell'Azerbaijan. A parte il Khurasan e l'Armenia, l'intero Impero persiano si trovava ora sotto il controllo musulmano. Tuttavia Umar decise di non sottovalutare i Persiani e questo è il segreto che gli permise di conquistare rapidamente l'Impero persiano. Ancora una volta Umar decise di lanciare spedizione simultanee nel lontano nord-est e nord-ovest dell'Impero persiano. Una spedizione fu inviata in Khurasan alla fine del 643 e all'incirca allo stesso tempo un'altra spedizione fu lanciata contro l'Armenia.[16] Bukair ibn Abdullah, che aveva recentemente sottomesso l'Azerbaijan, ricevette la missione di conquistare Tiflis, Capitale dell'Persarmenia. Da Bab sulla costa occidentale del Mar Caspio, Bukair continuò la sua marcia a nord. Umar decise di mettere la pratica la sua strategia tradizionale e vittoriosa degli attacchi su più fronti. Mentre Bukair era ancora a diverse miglia di distanza da Tiflis, Umar gli ordinò di dividere in tre parti il suo esercito. Umar affidò a Habib ibn Muslaima l'incarico di conquistare Tiflis, a Abdulrehman il compito di marciare a nord verso le montagne e a Hudheifa di marciare verso le montagne a meridione. Habib espugnò Tiflis e la regione fino alla costa orientale del Mar Nero. Abdulrehman marciò a nord fino ai Monti del Caucaso e sottomise le tribù locali. Hudheifa marciò a sudest nella regione montagnosa e anch'egli sottomise le tribù locali. L'avanzata in Armenia giunse a una fine con l'assassinio del Califfo Umar nel novembre 644. In quel momento quasi tutto il Caucaso meridionale era in mano islamica.[37]

Conquista del Khurasan[modifica | modifica sorgente]

Ancient Khorasan highlighted.jpg

Il Khurasan era la seconda provincia per ordine di grandezza dell'Impero sasanide. Comprendeva l'Iran nordorientale, l' Afghanistan nordoccidentale e il Turkmenistan meridionale. La sua capitale era Balkh, nell'Afghanistan settentrionale. Alla fine del 643 la missione di conquistare il Khurasan fu assegnata a Ahnaf ibn Qais.[29] Ahnaf marciò da Kufa, prendendo una via poco utilizzata che attraversava Rey e Nishapur. Rey era già in mano musulmana mentre Nishapur si arrese senza opporre resistenza. Da Nishapur Ahnaf marciò a Herat, una città fortificata che si trovava nell'Afghanistan occidentale. Dopo un assedio di alcuni mesi la città si arrese. Con la resa di Herat, l'intero Khurasan meridionale era caduto in mano islamica. Una volta sottomessa Herat, Ahnaf marciò a nord in direzione di Merv, nell'odierno Turkmenistan.[38] Merv era la capitale del Khurasan, nonché residenza della corte di Yazdegred III. Alla notizia dell'avanzata musulmana, Yazdegerd III fuggì a Balkh. Senza trovare alcuna resistenza, i Musulmani occuparono Merv, dove Ahnaf risiedette per qualche tempo in attesa di rinforzi da Kufa.[16] Nel frattempo Yazdgird cercò di ricostituire un esercito in grado di opporsi agli Arabi, ottenendo inoltre un'alleanza con il Khan di Farghana, che gli inviò un contingente di rinforzi turchi condotti da lui in persona per aiutarlo contro gli Arabi. Umar ordinò di fare in modo che i Turchi abbandonassero Yazdgird al suo destino, e, per merito di Ahnaf, il Khan di Farghana ci ripensò e rifiutò di aiutare Yazdgerd contro gli Arabi comprendendo che combattere contro gli Arabi avrebbe potuto mettere in pericolo il suo regno. L'esercito di Yazdgird fu sconfitto nella Battaglia del fiume Oxus e costretto a ritirarsi lungo l'Oxus in Transoxiana. Yazdegred III riuscì infine a trovare riparo in Cina. Balkh fu occupata dai Musulmani, e, con questa occupazione, la guerra persiana si era conclusa, con l'estinzione dell'Impero persiano. Ahnaf ritornò a Marv e inviò una relazione dettagliata delle operazioni a Umar, nella quale descrisse la caduta dell'Impero persiana e chiese il permesso di attraversare il fiume Oxus e invadere la Transoxiana. Umar ordinò invece Ahnaf di desistere invitandolo piuttosto a cercare di consolidare la dominazione islamica a sud dell'Oxus.

Rivolta persiana[modifica | modifica sorgente]

Il Califfo Umar fu assassinato nel novembre 644 da uno schiavo persiano. L'assassinio è stato spesso considerato da diversi storici come una sorta di cospirazione persiana contro Umar.[29] Si narra, infatti, che sia stato Hormuzan il mandante dell'omicidio. Il Califfo Uthman ibn Affan (644–656) succedette a Umar. Durante il suo regno quasi tutto il territorio sasanide si rivoltò di volta in volta alla dominazione islamica fino al 651, quando l'ultimo imperatore sasanide fu assassinato presso Merv portando all'estinzione della dinastia sasanide e della resistenza persiana ai Musulmani. Il Califfo Uthman dovette dunque inviare diverse spedizioni militari per reprimere le rivolte e pacificare la Persia. Il Califfato si espanse ulteriormente oltre i confini dell'Impero sasanide sottomettendo la Transoxiana, il Baluchistan e il Caucaso. Le rivolte principali insorsero nelle province persiane di Armenia, Azerbaijan, Fars, Sistan (nel 649), Tabaristan, Khorasan (651), e Makran (650).[39]

Fine della dinastia sasanide[modifica | modifica sorgente]

Yazdegerd III, dopo essere stato sconfitto nella Battaglia del fiume Oxus nel 644, fu incapace di mettere un altro esercito e divenne un fuggitivo ricercato. In seguito alla battaglia fuggì in Asia Centrale alla corte del Khan di Farghana, per poi stabilirsi in Cina.[16] Nonostante tutto Yazdegerd III sperava ancora di ritornare in Persia cacciando gli Arabi e cercò di motivare la popolazione persiana sottomessa dagli Arabi a insorgere. Le rivolte della popolazione persiana furono però sempre represse con successo dagli eserciti islamici inviati per reprimerle. Durante il regno del Califfo Uthman, Yazdegerd III ritornò in Battria e il Khurasan si rivoltò al Califfato. Abdullah ibn Aamir represse la rivolta sconfiggendo le truppe di Yazdegerd, che cominciò quindi a fuggire da un distretto a un altro fino a quando non fu ucciso da un mugliaio locale a Merv nel 651.[40]

La Persia sotto la dominazione islamica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Islamizzazione dell'Iran e Islam in Iran.
Il Califfato dei Rashidun al suo apogeo sotto il terzo califfo Rashidun, Uthman- 654

██ Possedimenti del Califfato dei Rashidun

.

Secondo Bernard Lewis:[41]

(EN)
« Arab Muslims conquests have been variously seen in Iran: by some as a blessing, the advent of the true faith, the end of the age of ignorance and heathenism; by others as a humiliating national defeat, the conquest and subjugation of the country by foreign invaders. Both perceptions are of course valid, depending on one's angle of vision… Iran was indeed Islamized, but it was not Arabized. Persians remained Persians. And after an interval of silence, Iran reemerged as a separate, different and distinctive element within Islam, eventually adding a new element even to Islam itself. Culturally, politically, and most remarkable of all even religiously, the Iranian contribution to this new Islamic civilization is of immense importance. The work of Iranians can be seen in every field of cultural endeavor, including Arabic poetry, to which poets of Iranian origin composing their poems in Arabic made a very significant contribution. In a sense, Iranian Islam is a second advent of Islam itself, a new Islam sometimes referred to as Islam-i Ajam. It was this Persian Islam, rather than the original Arab Islam, that was brought to new areas and new peoples: to the Turks, first in Central Asia and then in the Middle East in the country which came to be called Turkey, and of course to India. The Ottoman Turks brought a form of Iranian civilization to the walls of Vienna. »
(IT)
« Le conquiste islamiche sono state considerate in diversi modi in Iran: da alcuni come una benedizione, l'avvento della vera fede, la fine dell'età dell'ignoranza e del paganesimo; da altri come una umiliante sconfitta nazionale, la conquista e la sottomissione della nazione da parte di invasori stranieri. Entrambe le percezione sono certamente valide, dipende dall'angolo di visione del singolo... L'Iran era infatti islamizzato, ma non arabizzato. I Persiani rimasero Persiani. E, dopo un intervallo di silenzio, l'Iran riemerse come un elemento separato, diverso e distinto all'interno dell'Islam, aggiungendo alla fine persino un nuovo elemento all'Islam stesso. Culturalmente, politicamente, e soprattutto religiosamente, il contributo iraniano a questa nuova civiltà islamica è di immensa importanza. le opere degli Iraniani si possono riscontrare in ogni campo di produzione culturale, inclusa la poesia arabam alla quale poeti di origine iraniaca, componendo i loro poemi/poesie in arabo, diedero un contributo molto significativo. In un certo senso, l'Islam Iraniano è esso stesso un secondo avvento dell'Islam stesso, un nuovo Islam a volte chiamato Islam-i Ajam. Fu questo Islam persiano, piuttosto che l'originale Islam arabo, che fu portato in nuove zone e a nuovi popoli: ai Turchi, prima in Asia Centrale e poi in Medio Oriente nella nazione che poi divenne la Turchia, e certamente in India. I Turchi Ottomani portarono una forma di civiltà iraniana fino alle mura di Vienna. »
(Bernard Lewis)

Amministrazione[modifica | modifica sorgente]

Sotto Umar e i suoi immediati successori, i conquistatori arabi tentarono di mantenere la loro coesione politica e culturale malgrado le attrative delle civiltà che avevano conquistato. Gli Arabi inizialmente si insediarono nelle città di guarnigione piuttosto che su terreni sparsi.[16] I nuovi sudditi non-musulmani erano protetti dallo stato e noti come dhimmi ("protetti"), e dovevano pagare una tassa speciale, la jizya (tributo), che era calcolata per individuo secondo diversi fattori, in genere due dirham per ogni uomo abile che avesse raggiunto l'età per il servizio militare, in cambio per la loro esenzione dal servizio militare. Donne e bambini erano esentati dal pagamento della Jizya.[42] Le conversioni di massa non erano né desiderate né permesse, almeno nei primi secoli di dominazione araba[43][44][45] Il Califfo Umar adottò politiche liberali nei confronti dei dhimmi. Queste politiche furono adottate per rendere le terre conquistate meno propense ad insorgere contro i loro nuovi padroni e quindi rendere più pronte ad accettare la colonizzazione araba, anche perché gli Arabi li avevano liberati dall'intollerabile sistema di inferiorità sociale del vecchio regime sasanide.[46] Si narra che Umar avesse emanato i seguenti provvedimenti a favore dei "protetti":

« Agevolate chi non può pagare il tributo; aiutate i deboli, permettete loro di mantenere i loro titoli, ma non date loro il nostro kuniyat (titoli o soprannomi tradizionali arabi).[47]  »

Le politiche liberali di Umar vennero portate avanti almeno dai suoi successori immediati. Perendo, Umar disse come ultime parole al suo successore:

« Incarico al califfo che mi succederà di essere gentile con i dhimmi, mantenere la loro alleanza, proteggerli e non gravarli di un peso superiore alla loro forza.[47] »

Praticamente la Jizya sostituiva le tasse individuali imposte dai Sasanidi, che tendevano ad essere molto più alte della Jizya. Oltre alla Jizya fu anche adottata la vecchia tassa sulla terra sasanide (nota in arabo come Kharaj). Si narra che il Califfo Umar avesse incaricato una commissione per controllare che le tasse sulla terra non fossero insostenibili per la popolazione.[48] Si narra che i Zoroastriti erano sottoposti all'umiliazione e al ridicolo quando pagavano la Jizya per farli sentire inferiori.[49]

Almeno sotto i Rashidun e i primi Ummayadi, il sistema amministrativo del tardo periodo sasanide fu in larga parte mantenuto. Era un sistema piramidale dove ogni quarto dello stato era diviso in province, le province in distretti, e i distretti in sotto-distretti. Le Province erano chiamate ustan, i distretti shahrs, centrati su una capitale di distretto nota come shahristan. I sottodistretti erano chiamati tasok in Persiano e tassuj (plurale tasasij) in Arabo.

Religione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Persecuzione dei Zoroastriti e Attività missionaria islamica.

Essendo effettivamente stati riconosciuti come dhimmi sotto i califfi Rashidun, a condizioni che pagassero ogni anno la Jizya, gli Zoroastriti erano a volte lasciati largamente a sé stessi, ma questa pratica variava da area a area. A causa dei loro interessi finanziari, gli Ummayadi in genere scoraggiavano la conversione dei non-Arabi, perché i dhimmi costituivano per lo stato una considerevole fonte di entrate (Jizya).

Prima della conquista, i Persiani erano stati principalmente Zoroastriti. Lo storico Al-Masudi, un arabo nato a Baghdad e autore di un esaustivo trattato di storia e geografia risalente al 956 circa, narra che dopo la conquista:

« Lo Zoroastrismo, in seguito, continuò ad esistere in molte parti dell'Iran. Non solo nei paesi che furono sottomesse relativamente tardi sotto il giogo musulmano (ad esempio il Tabaristan) ma anche in quelle che erano diventate province dell'Impero musulmano fin dai primi tempi. In quasi tutte le province iraniane, secondo Al Masudi, si trovava templi del fuoco – il Madjus dice, venerano molti templi del fuoco in Iraq, Fars, Kirman, Sistan, Khurasan, Tabaristan, al Djibal, Azerbaijan e Arran»

Aggiunse anche i Sindh e Sin del subcontinente indiano (Al-Hind) alla lista. Questa affermazione generale di al Masudi è pienamente confermata dai geografi medievali che fanno cenno di templi del fuoco in molte città iraniane.[50]

I dominatori musulmani, nel loro tentativo di incentivare la conversione, incoraggiavano la partecipazione alle preghiere musulmano promettendo ricompense in denaro e permisero che il Corano fosse recitato in Persiano invece che in arabo per renderlo comprensibile a tutti.[51] L'Islam fu prontamente accettato dai Zoroastriti che vennero impiegati come artigiani o nell'industria perché, secondo il dogma zoroastrita, le occupazioni che coinvolgevano il profanare il fuoco li rendevano impuri .[51] Tuttavia, i missionari musulmani non incontrarono difficultà a spiegare i principi Islamici ai Zoroastriti, perché vi erano molte similarità tra le due fedi. Secondo Thomas Walker Arnold, per il Persiano, avrebbe incontrato Ahura Mazda e Ahriman sotto i nomi di Allah e Iblis.[51] In Afghanistan, l'Islam fu diffuso dai missionari Umayyadi particolarmente sotto il regno di Hisham ibn Abd al-Malik e Umar ibn AbdulAziz.[51]

Vi erano anche comunità di Cristiani e Ebrei, minoranze di Buddisti e altri gruppi religiosi. Tuttavia, si verificò gradualmente una lenta conversione della popolazione all'Islam. La nobiltà e gli abitanti delle città furono tra i primi a convertirsi. L'Islam si diffuse più lentamente tra i contadini e i dihqans, o proprietari terrieri. Entro la fine del X secolo, la maggioranza dei Persiani era diventata Musulmana.

Secondo Amoretti, nella Cambridge History of Islam, i conquistatori portarono con essi una nuova religione e una nuova lingua, ma non la imposero coercitivamente. Pur dando loro libertà di scelta, tuttavia, i conquistatori promisero privilegi ai convertiti.[52]

Lingua[modifica | modifica sorgente]

Sotto il Califfato dei Rashidun, la lingua ufficiale della Persia rimase il Persiano, proprio come le lingue ufficiali della Siria e dell'Egitto rimasero il Greco e il Copto. Tuttavia, sotto il califfato Ummayade, gli Ummayadi imposero l'Arabo come lingua primaria di tutti i popoli sudditi dell'Impero, spodestando le loro lingue indigene. Sebbene un'area dall' Iraq al Marocco parla tuttora Arabo, il Persiano riuscì nonostante tutto a sopravvivere. Molta della sua struttura e dei suoi vocaboli sopravvissero, evolvendosi nella moderna lingua persiana. Tuttavia, il Persiano incorporò diversi vocaboli arabi, specialmente quelli relativi alla religione, e passò dall'alfabeto aramaico Pahlavi a una versione modificata dell'alfabeto arabo.[53]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch: 1 ISBN 978-0-19-597713-4, 9780195977134
  2. ^ Arthur Christensen, L’Iran sous les Sassanides, Copenhagen, 1944 (Christensen 1944).
  3. ^ Parvaneh Pourshariati, Decline and Fall of the Sasanian Empire, (I.B.Tauris, 2009), 3.
  4. ^ Parvaneh Pourshariati, Decline and Fall of the Sasanian Empire: The Sasanian-Parthian Confederacy and the Arab Conquest of Iran, I.B. Tauris, 2008.
  5. ^ a b Parvaneh Pourshariati, Decline and Fall of the Sasanian Empire: The Sasanian-Parthian Confederacy and the Arab Conquest of Iran, I.B. Tauris, 2008. (p. 4)
  6. ^ Iraq After the Muslim Conquest By Michael G. Morony, pg. 233
  7. ^ The Events of the Seventh Year of Migration, Ahlul Bayt Digital Islamic Library Project. URL consultato il 3 aprile 2007.
  8. ^ Leone Caetani, Annali dell' Islam, vol. 4, p. 74
  9. ^ Leone Caetani, Annali dell' Islam, vol. 2, capitolo 1, paragrafi 45–46
  10. ^ Tabaqat-i Kubra, vol. I, page 360; Tarikh-i Tabari, vol. II, pp. 295, 296; Tarikh-i Kamil, vol. II, page 81 and Biharul Anwar, vol. XX, page 389
  11. ^ Akbar Shah Najeebabadi, The history of Islam. B0006RTNB4.
  12. ^ a b Tabari: Vol. 2, p. 554.
  13. ^ The Challenge to the Empires, vol. XI della The History of al-Ṭabarī", ed. Ehsan Yar-Shater, trad. e note di Khalid Yahya Blankinship, Albany, State University of New York Press, 1993, pp. 16-17 e nota 110.
  14. ^ http://www.swordofallah.com/html/bookchapter19page1.htmhttp://www.swordofallah.com/html/bookchapter20page1.htm swordofallah.com: The Leading Sword of Allah Site on the Net http://www.swordofallah.com/html/bookchapter22page1.htm http://www.swordofallah.com/html/bookchapter23page1.htmhttp://www.swordofallah.com/html/bookchapter24page1.htm http://www.swordofallah.com/html/bookchapter25page1.htm http://www.swordofallah.com/html/bookchapter26page1.htmhttp://www.swordofallah.com/html/bookchapter22page1.htm http://www.swordofallah.com/html/bookchapter23page1.htmhttp://www.swordofallah.com/html/bookchapter24page1.htm swordofallah.com: The Leading Sword of Allah Site on the Net http://www.swordofallah.com/html/bookchapter26page1.htm swordofallah.com: The Leading Sword of Allah Site on the Net
  15. ^ Akram, chapters 19–26.
  16. ^ a b c d e f g h Shadows in the Desert: Ancient Persia at War, By Kaveh Farrokh, Published by Osprey Publishing, 2007 ISBN 978-1-84603-108-3
  17. ^ Serat-i-Hazrat Umar-i-Farooq, by Mohammad Allias Aadil, page no:67
  18. ^ The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch: 5 ISBN 978-0-19-597713-4, 9780195977134
  19. ^ The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch: 6 ISBN 978-0-19-597713-4, 9780195977134
  20. ^ Al Farooq, Umar By Muhammad Husayn Haykal. chapter no:5 page no:130
  21. ^ The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch: 7 ISBN 978-0-19-597713-4, 9780195977134
  22. ^ a b The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch: 8 ISBN 978-0-19-597713-4,
  23. ^ Dictionary of Islamic Architecture By Anderew Petersen pg.120
  24. ^ Rome's Enemies 3: Parthians and Sassanids By Peter Wilcox, pg 4
  25. ^ Al Farooq, Umar By Muhammad Husayn Haykal. chapter 18 page 130
  26. ^ a b c d e The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch:10 ISBN 978-0-19-597713-4
  27. ^ Iranian History and Politics: The Dialectic of State and Society By Homa Katouzian, pg. 25
  28. ^ The History of Al-Tabari: The Challenge to the Empires, Translated by Khalid Yahya Blankinship, Published by SUNY Press, 1993, ISBN 978-0-7914-0852-0,
  29. ^ a b c d e Al Farooq, Umar By Muhammad Husayn Haykal. chapter 19 page no:130
  30. ^ a b The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch:11 ISBN 978-0-19-597713-4,
  31. ^ a b c d The History of Al-Tabari: The Challenge to the Empires, Translated by Khalid Yahya Blankinship, Published by SUNY Press, 1993, ISBN 978-0-7914-0852-0
  32. ^ The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch:12 ISBN 978-0-19-597713-4,
  33. ^ Rahim Yar Khan Culture | Rahim Yar Khan History
  34. ^ The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch:13 ISBN 978-0-19-597713-4,
  35. ^ The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch:14 ISBN 978-0-19-597713-4,
  36. ^ a b The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch:15 ISBN 978-0-19-597713-4,
  37. ^ The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch:16 ISBN 978-0-19-597713-4,
  38. ^ The Muslim Conquest of Persia By A.I. Akram. Ch:17 ISBN 978-0-19-597713-4,
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  40. ^ Iran, Encyclopædia Britannica.
  41. ^ Bernard Lewis, Iran in history, Tel Aviv University. URL consultato il 3 aprile 2007.
  42. ^ Kennedy, Hugh, The Prophet and the Age of the Caliphates, Longman, 2004, p. 68.
  43. ^ R.N Frye, The Golden Age of Persia, 1975, p. 62. ISBN 978-1-84212-011-8.
  44. ^ Tabari. Series I. pp. 2778–9.
  45. ^ Boyce, Mary (1979), Zoroastrians: Their Religious Beliefs and Practices, London: Routledge, ISBN 978-0-415-23903-5 pg.150
  46. ^ Landlord and peasant in Persia: a study of land tenure and land revenue. By Ann K. S. Lambton, pg.17.
  47. ^ a b The Caliphs and Their Non-Muslim Subjects.By A. S. Tritton, pg.138.
  48. ^ The Caliphs and Their Non-Muslim Subjects.By A. S. Tritton, pg.139.
  49. ^ Mary Boyce, Zoroastrians: their religious beliefs and practices, Routledge, 2001, p. 146. ISBN 0-415-23902-8.
  50. ^ E.J. Brill's first encyclopaedia of Islam 1913–1936 By M. Th. Houtsma Page 100
  51. ^ a b c d The preaching of Islam: a history of the propagation of the Muslim faith By Sir Thomas Walker Arnold, pg.170–180
  52. ^ The Cambridge History of Iran Volume4 The Period from the Arab Invasion to the Saljuqs, p. 483
  53. ^ What is Persian?, The center for Persian studies.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]