Jundishapur

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Jundishāpūr (così in arabo, ma in persiano: گندیشاپور, Gundeshapur, pahlavi: Gund-ī Shāh Pūr)[1] fu il centro intellettuale dell'Impero sasanide e la sede della cosiddetta "Accademia di Gundishapur".

Fondata nel 271 dallo scià sasanide Sapore I (Shāpūr I), Jundishāpūr fu la sede di uno tra i più noti ospedali dell'antichità e della connessa scuola medica che comprendeva anche una biblioteca. Era localizzata nell'attuale regione iraniana del Khuzestān (o ˁArabistān, per il fatto di ospitare una forte comunità araba), nel sud-est del paese, non lontano dal fiume Karun.

Si dice anche che il profeta manicheo Mani fosse stato imprigionato e morto a Jundishāpūr/Gondeshapur.

In siriaco la città era chiamata Bēṯ Lapaṭ (Beth Lapat).[2]

Fioritura[modifica | modifica sorgente]

Gondeshapur fu una delle città principali nella regione attuale del Khuzestan all'età dell'Impero sasanide. Il nome Gondeshapur viene dall'espressione Gund-Dēz-ī Shāpur, "Cittadella di Shapur". Molti studiosi ritengono che Sapore I, figlio di Ardashir I (Artaserse), abbia fondato la città dopo la vittoria sull'esercito romano guidato dall'imperatore Valeriano (260).

Sapore II fece di Gondeshapur la propria capitale. Tuttavia un piccolo numero di studiosi crede che ci possa essere stata in quel luogo una città già in età partica, punto di riferimento dell'attuale provincia irachena di Khvarvaran.

Nel 489, i Nestoriani istituirono un centro scientifico a Edessa, trasferito poi a Vansibin,[3] nota poi come Nisibīn, allora sotto il controllo sasanide, con le sue facoltà "secolari" a Gundishapur. Qui, vari studiosi - insieme con filosofi pagani banditi da Atene da Giustiniano I, condussero avanti importanti ricerche nei campi della medicina, astronomia e matematica".[4]

Tuttavia fu sotto il governo del lo shāhanshāh sasanide Cosroe I (531-579) che Gondeshapur diventò rinomata per la medicina e l'erudizione scientifica. Cosroe offrì rifugio a vari filosofi greci, cristiani siriaci e nestoriani che fuggivano le persecuzioni religiose dell'Impero bizantino. I Sasanidi avevano da lungo tempo combattuto romani e bizantini per il controllo di quello che oggi è l'Iraq e la Siria ed erano naturalmente disponibili a ospitare i loro rifugiati. Il re commissionò ai rifugiati l'incarico di tradurre testi greci e siriaci in pahlavi. Costoro tradussero vari lavori di medicina, astronomia, astrologia, filosofia e di carattere tecnologico. I filosofi si dice tuttavia non fossero contenti di restare in Persia e più tardi tornarono in Grecia.

Cosroe si rivolse anche a oriente e inviò il famoso medico Burzoe a invitare studiosi indiani e cinesi a Gondeshapur. Tali ospiti tradussero testi indiani di astronomia, astrologia, matematica e medicina e quelli cinesi di erboristeria e medicina ad essa collegati oltre che di religione. Si dice anche che Borzouye abbia egli stesso tradotto il Panchatantra dal sanscrito in persiano, col titolo di Kelile væ Demne, poi passato al mondo islamico con enorme successo.

Sotto il dominio musulmano[modifica | modifica sorgente]

La dinastia sasanide cadde sotto i colpi degli eserciti musulmani nel 638. L'Accademia sopravvisse però al cambio di padroni e sopravvisse per numerosi secoli come istituzione islamica di studi superiori. Con essa rivaleggiò più tardi l'istituzione culturale fondata dal califfo abbaside di Baghdad Hārūn al-Rashīd, notevolmente ampliata da suo figlio al-Maʾmūn nell'832: la famosa Bayt al-Hikma, la "Casa della Sapienza". Colà furono imitati i metodi di Gundishapur e la Casa della Sapienza fu affidata a diplomati dell'antica Accademia di Gondeshapur. Si crede che la Bayt al-Ḥikma sia stata chiusa dal califfo al-Mutawakkil, successore di al-Ma'mūn ma, a quel tempo, il baricentro intellettuale islamico s'era cominciato ad allontanare da Baghdad, preda di violente convulsioni politiche e istituzionali.

Il significato del centro di Gondeshapur declinò gradualmente. Secondo lo studioso Guy Le Strange,[5] lo scrittore geografo del X secolo Muqaddasī descrive una Jundishapur caduta ormai in rovina.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Ma anche Gondeshapur, Jondishapoor, Jondishapur, Jondishapour, Gundishapur, Gondêšâpur, Jund-e Shapur, Jundê-Shâpûr, etc.
  2. ^ Encyclopaedia Iranica online.
  3. ^ Cenni sulla Scuola di Vansibin e su Jundishapur nel sito dell'Università di Teheran.
  4. ^ Daniel Hill, p. 4.
  5. ^ Le Strange, Guy, The Lands of the Eastern Caliphate, 1905, p. 238.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • The Cambridge History of Iran, Vol. 4, ISBN 0-521-20093-8
  • Michael W. Dols, "The origins of the Islamic hospital: myth and reality", 1987.
  • Cyril Elgood, A medical history of Persia, Cambridge University Press, 1951.
  • Richard Nelson Frye, The Golden Age of Persia, Weidenfeld & Nicolson, 1993.
  • Friedrun R. Hau, "Gondeschapur: eine Medizinschule aus dem 6. Jahrhundert n. Chr.", in: Gesnerus, XXXVI (1979), 98-115.
  • Mansoureh Piyrnia, Salar Zanana Iran, Maryland, Mehran Iran Publishing, 1995
  • Donald Hill, Islamic Science and Engineering, Edinburgh Univ. Press, 1993. ISBN 0-7486-0455-3

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]