Accademia di Gundishapur

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

L’Accademia di Gundishapur (in persiano: دانشگاه گنديشاپور, Dânešgâh Gondišâpur) fu una celebre accademia universitaria situata nella città persiana di Gundishapur (Beth Lâpât in siriaco), nel sud-ovest dell'attuale Iran, nella provincia del Khūzestān. Fu il centro intellettuale dell'impero sassanide. L'Accademia comprendeva due facoltà d'insegnamento (Filosofia e Medicina), un ospedale (ritenuto il più antico ospedale universitario conosciuto), una biblioteca e un osservatorio astronomico. Il corpo insegnante era versato non solo sulle tradizioni zoroastriane e persiane, ma insegnava anche il greco e le lingue indiane. Secondo gli storici, l'Accademia fu il centro medico più importante del mondo antico (definito come il territorio comprendente l'Europa, il bacino del Mediterraneo e del Vicino oriente), nel corso del VI e VII secolo[1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 489 alcuni eruditi cristiani nestoriani espulsi dalla Scuola di Edessa[2] perché non avevano condannato il nestorianesimo si trasferirono a Vansibin, nota poi come Nisibīn, allora sotto il dominio sassanide[3]. Nella Scuola di Nisibi si insegnavano teologia cristiana, filosofia e medicina. Lo scià Kavad I, che professava la religione zoroastriana, non era interessato alla dottrina cristiana, pertanto lasciò che a Vansibin rimanessero i docenti di teologia. Però volle che le facoltà di filosofia e medicina fossero trasferite a Gundeshapur. A quel tempo era una delle più grandi e ricche città della Persia. L'artigianato e il commercio vi prosperavano, controllati dai cristiani[4].

Se la fondazione dell'Accademia si deve a Kavad, fu sotto il regno dello scià Xusraw I, soprannominato Anushiravan, letteralmente «anima immortale», e conosciuto dai Greci e dai Romani con il nome di Cosroe (501-579), che Gondeshapur divenne rinomata per la medicina e l'erudizione scientifica. Cosroe I, grande estimatore della cultura ellenica, diede rifugio a numerosi filosofi di lingua siriaca ed a cristiani nestoriani che fuggivano dalle persecuzioni religiose dell'impero bizantino. I Sasanidi avevano da lungo tempo combattuto romani e bizantini per il controllo della Mesopotamia e della Siria ed erano naturalmente disponibili a ospitare chi si opponesse ai bizantini. La Scuola di Gundēšābūr divenne per i tre secoli successivi un'istituzione modello cui fare riferimento[5].

Alla Scuola di Gundēšābūr si incontrarono le tradizioni mediche di scuola greca, quelle di teologia patristica in greco, le traduzioni in lingua siriaca e quelle in pahlavi di scuola iranica[6][7].In epoca sasanide avviene in modo sistematico il travaso di conoscenze dal mondo greco a quello iranico, per intermediazione siriaca. [8] Fino all'anno 480 i cristiani di Mesopotamia e Persia usarono esclusivamente il siriaco. Da quel momento in poi essi cominciarono a tradurre e comporre testi anche in pahlavi[9]. Vennero così tradotte diverse opere di medicina, astronomia, filosofia, ed ingegneria. Per due anni (circa 530-532) insegnarono a Gundishapur anche gli ultimi filosofi neoplatonici (quindi pagani) dopo la chiusura dell'Accademia di Atene, ordinata nel 529 dall'imperatore Giustiniano[10]. Venne utilizzato solo il siriaco nella traduzione dal greco delle opere di Galeno, di Ippocrate, la Logica di Aristotele, i trattati di astronomia, di matematica e di agricoltura. Il più prolifico degli autori siriaci fu Sergio di Reshaina (m. 536) che dedicò la sua opera più importante, un commentario alle Categorie aristoteliche, a Teodoro vescovo di Merv, un discepolo del patriarca nestoriano Mār Abā. L’opera di Paolo il Persiano, che dedicò un libro di logica a Cosroe I, suo mecenate, dimostra l’accoglienza favorevole di queste teorie negli ambienti culturali dell’epoca[8]. Il vescovo monofisita Giorgio delle Nazioni fu il primo a disporre di una traduzione in siriaco dell'Organon di Aristotele e un altro vescovo, Severo Sebokht, traduttore degli Analitici, è noto per aver introdotto in Persia i numeri indiani, gli stessi che saranno poi chiamati numeri arabi.

Cosroe I rivolse il suo interesse anche ad Oriente. Affidò al celebre medico Bukhtîshû Mâsawayh, o suo figlio Yûhannâ Ibn Mâsawayh) una missione speciale: convincere gli studiosi indiani e cinesi a venire ad insegnare a Gondeshapur. Alcuni accettarono. I nuovi docenti tradussero dal sanscrito per l'Accademia testi indiani di astronomia, astrologia, matematica ed opere cinesi erboristeria e medicina ad essa collegati, oltre che di religione. Forse Borzouye tradusse di persona il Pañcatantra dal sanscrito in pahlavi sotto il titolo di Calila e Dimna (Kalila wa Dimna).

Gundishapur sotto la dominazione musulmana[modifica | modifica wikitesto]

La dinastia sasanide cadde sotto gli attacchi degli eserciti musulmani nel 638. L'Accademia sopravvisse al cambiamento di regime e rimase attiva per alcuni secoli come istituto islamico d'istruzione superiore. Yaḥyā al-Barmakī, il vizir barmecide mentore di Hārūn al-Rashīd, assicurò il suo patronato all'Accademia e all'ospedale, promuovendo anche gli studi astronomici, medici e filosofici, non solo in Persia ma anche in genere in tutti il califfato abbaside.[11]

Nel 832, il califfo al-Maʾmūn decise di creare un'istituzione culturale nella capitale abbaside. A Baghdad fondò la famosa Baytu l-Hikma ("Casa della sapienza"). Essa imitò i metodi di Gundishapur, visto che la Casa della sapienza fu fondata dai laureati della ex Accademia di Gondishapur. Si stima che l'Accademia di Gundishapur sia stata sciolta da Al-Mutawakkil (822-861), il successore di Al-Mamun. In quel periodo, comunque, il centro intellettuale del califfato abbaside era già stato trasferito a Baghdad.

Per questi motivi, nella letteratura contemporanea si trovano pochi riferimenti all'accademia o all'ospedale di Gundishapur.

La scuola medica dell'Accademia[modifica | modifica wikitesto]

Tutti i medici delle corti abbasidi provenivano dall'Accademia di Gundishapur. Erano edotti di medicina greca e indiana e conoscevano bene le opere mediche di Platone, Aristotele, Pitagora e Galeno, da essi tradotti mentre insegnavano a Gundishapur.[12] Le principali questioni che venivano poste in essere erano quelle dell’unità di anima e corpo e della funzione dei diversi organi e delle forze che li muovevano.
Tra i medici più celebri dell'ospedale di Gundishapur si ricardano:

Secondo Cyril Elgood in A Medical History of Persia: "In larga misura deve essere riconosciuto alla Persia il merito di aver creato il concetto di sistema ospedaliero".[14]

Oltre alla formalizzazione delle cure mediche e della conoscenza, gli studiosi dell'Accademia trasformarono l'insegnamento della medicina: piuttosto che imparare da un singolo medico, gli studenti di medicina vennero chiamati a lavorare in ospedale sotto la sorveglianza di tutta la facoltà di medicina. Ci sono prove anche che i laureati dovevano sostenere degli esami per praticare la medicina a Gundishapur (come riportato in un testo in arabo, Tarikhu l-Ħikama).

George Ghevarghese Joseph, nel suo Crest of the Peacock[15] conferma che Gundishapur ebbe un ruolo centrale anche nella storia della matematica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ The Cambridge History of Iran, Vol 4, p396. ISBN 978-0-521-20093-6
  2. ^ La scuola venne chiusa per ordine dell'imperatore bizantino Zenone.
  3. ^ University of Tehran Overview/Historical Events Archiviato il 3 febbraio 2011 in Internet Archive.
  4. ^ Paolo Delaini, La scuola di Gundēšābūr, pag. 79.
  5. ^ Paolo Delaini, La scuola di Gundēšābūr, pag. 73.
  6. ^ Paolo Delaini, La scuola di Gundēšābūr, pag. 117.
  7. ^ Vedi anche Scrittura Pahlavi. Il pahlavi è detto anche "medio persiano".
  8. ^ a b Paolo Delaini, La scuola di Gundēšābūr, pag. 141.
  9. ^ Paolo Delaini, La scuola di Gundēšābūr, pag. 161.
  10. ^ Hill, Donald. Islamic Science and Engineering. 1993. Edinburgh Univ. Press. ISBN 978-0-7486-0455-5, p.4
  11. ^ Maz Meyerhof, "An Arabic Compendium"
  12. ^ Max Meyerhof, “An Arabic Compendium of Medico-Philosophical Definitions”, Isis, 10, n. 2 (1928), p. 348. JSTOR
  13. ^ E. Browne, Islamic Medicine, 2002, p.11, ISBN 978-81-87570-19-6.
  14. ^ Cambridge University Press, p. 173.
  15. ^ Princeton University Press, 2000.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN309640268