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Storia della Cina

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History of China
Storia della Cina
Mitologica
Tre augusti e cinque imperatori
Antica
Dinastia Xia c. 2100-c. 1600 a.C.
Dinastia Shang c. 1600-c. 1046 a.C.
Dinastia Zhou c. 1045-256 a.C.
 Dinastia Zhou occidentale
 Dinastia Zhou orientale
   Periodo delle primavere e degli autunni
   Periodo dei regni combattenti
Imperiale
Dinastia Qin 221-206 a.C.
Dinastia Han 206 a.C.-220 d.C.
  Dinastia Han occidentale
  Dinastia Xin
  Dinastia Han orientale
Tre Regni 220-265
  Wei 220-265
  Shu 221-264
  Wu 222–280
Dinastia Jìn 265-420
  Jin occidentale Sedici regni
304–439
  Jin orientale
Dinastie del Nord e del Sud
420-589
Dinastia Sui 581-618
Dinastia Tang 618-907
  (Wu Zetian 690-705)
Cinque dinastie
e dieci regni

907-960
Dinastia Liao
907–1125
Dinastia Song
960–1279
  Song del Nord Xia occ.
  Song del Sud Dinastia Jīn
Dinastia Yuan 1271-1368
Dinastia Ming 1368-1644
Dinastia Qing 1644-1911
Moderna
Repubblica di Cina 1912-1949
Repubblica Popolare
Cinese

1949-oggi
Repubblica di Cina (Taiwan)
1949-oggi

« La Cina non è una terra, non è una nazione. Cinese non è una razza né un popolo. Cina è fare propri determinati valori cresciuti in una tradizione millenaria. »

(Ombre Cinesi, Stefano Cammelli [1])

La storia della Cina e della sua civiltà ha origine dai piccoli insediamenti sorti lungo le vallate del Fiume Giallo (che è considerato la "culla della civiltà cinese") e del Fiume Azzurro durante l'era del Neolitico.

Le prime informazioni della storia scritta della Cina risalgono alla dinastia Shang (1700-1046 a.C.).[2] Gli ossi oracolari con i primi caratteri cinesi della dinastia Shang sono stati datati attraverso il radiocarbonio al 1500 a.C.[3] La cultura, letteratura e filosofia cinesi iniziarono il loro sviluppo durante la successiva dinastia Zhou (1045-256 a.C.).

La dinastia Zhou cominciò poi a cedere alle pressioni interne ed esterne durante l'VIII secolo a.C. e la sua abilità nel controllare i signorotti locali andò indebolendosi fino al punto che il territorio si suddivise in piccoli Stati regionali, dando inizio al periodo delle primavere e degli autunni che sfociò successivamente nel periodo dei regni combattenti. Nel 221 a.C. Qin Shi Huangdi unificò i bellicosi regni locali e creò il primo Impero cinese. Le successive dinastie della storia cinese svilupparono sistemi burocratici che permisero all'imperatore della Cina di mantenere il controllo dei suoi vasti territori.

La storia cinese risulta così caratterizzata dall'alternanza di periodi di unità e divisioni. In qualche occasione il territorio fu dominato da popoli provenienti dall'Asia centrale, che furono poi assimilati nella popolazione Han. Influenze culturali e politiche da molte parti del continente asiatico, portate da ondate successive di immigrazione, espansione e assimilazione culturale, sono parte della moderna cultura della Cina.

Preistoria[modifica | modifica wikitesto]

Paleolitico[modifica | modifica wikitesto]

Paleolitico inferiore[modifica | modifica wikitesto]

L'area dell'attuale Cina risulta essere stata abitata dall'Homo erectus già da più di un milione di anni fa.[4] Infatti recenti analisi magnetostratigrafiche su utensili litici trovati nel sito di Xiaochangliang li fanno risalire a 1,36 milioni di anni fa (Ma).[5] Nel sito di Xihoudu, nella provincia di Shanxi, sono state trovate tracce dell'utilizzo del fuoco risalenti a 1,27 Ma.[4]

Scavi a Yuanmou (元謀) e successivamente a Lantian (藍田) hanno mostrato evidenza di abitazioni primitive. Forse però la specie più famosa di Homo erectus ritrovata in Cina è quella del cosiddetto Uomo di Pechino (北京人), datato fra 780mila e 680mila anni fa, ritrovato nel 1923.

Paleolitico medio[modifica | modifica wikitesto]

L'Homo sapiens potrebbe aver raggiunto la Cina circa 65 000 anni fa dall'Africa. Risalenti al Paleolitico medio e superiore sono i siti trovati nella regione dell'Ordos, nella Cina settentrionale, comprendenti focolari, grandi quantità di pietra lavorata e di ossa di fossili animali – mammuth, rinoceronti, bufali, gazzelle e frammenti di uova di struzzo.

Paleolitico superiore[modifica | modifica wikitesto]

In una grotta a Liuzhou, nella provincia di Guangxi, sono stati trovati tre frammenti di vasellame datati tra 19 000 e 16 500 anni a.C.[6] Nella caverna superiore di Zhoukoudian si sono trovati resti di tre scheletri umani che sono stati datati intorno al 16 922 a.C.

Neolitico[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: culture neolitiche cinesi.
Manufatto della cultura di Yangshao

Le origini della cultura neolitica in Cina vengono fatte risalire a 14 000-12 000 anni fa.[7]

Testimonianze di un'antica agricoltura cinese basata sulla coltivazione del miglio sono state datate con il radiocarbonio al 7 000 a.C.[8] e associate alla cultura di Peiligang (裴李崗文化) della contea di Xinzheng (新鄭縣), nella provincia di Henan (河南省), in seguito a scavi del 1977.[9]

L'agricoltura permise un aumento della popolazione, data l'abilità nell'immagazzinare le risorse e comparvero le prime figure di amministratori ed artigiani.[10] Nel tardo Neolitico la valle del Fiume Giallo (Huáng Hé 黃河) divenne il centro della cultura di Yangshao, sviluppatasi fra il 5000 e il 3000 a.C. Fra gli insediamenti di questo periodo il più significativo dal punto di vista archeologico è quello ritrovato a Banpo (半坡), nello Xi'an (西安).[11]

Per questa parte della storia cinese la documentazione scritta è molto carente, ma si sa che verso il 7 000 a.C. la coltivazione dei cereali aveva dato origine alla cultura Jiahu. A Damaidi, nel Ningxia, sono state scoperte 3 172 iscrizioni rupestri datate al 6 000-5 000 a.C., che rappresentano 8 453 elementi come il sole, la luna, le stelle, gli dei e scene di caccia o pascolo. Questi pittogrammi sono ritenuti simili ai più antichi caratteri scritti cinesi finora appurati.[12][13]

In una fase più tarda del Neolitico, fra il 3000 e il 2000 a.C., si diffuse la cultura di Longshan, basata nel basso e medio Fiume Giallo. Durante il periodo della cultura Lóngshān iniziò la costruzione di città, con mura di terra compattata e fossati. Il sito di Taosi è il più grande insediamento fortificato della cultura di Longshan. Gli artigiani di questa cultura conoscevano l'uso del tornio e produssero vasellame di fattura molto pregiata. La coltura del riso era già diffusa, e veniva già praticata la coltura del baco e la produzione di seta.

Dinastie mitiche[modifica | modifica wikitesto]

I tre augusti e i cinque imperatori[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: tre augusti e cinque imperatori.

Lo studio della storia primitiva della Cina è reso complicato dalla mancanza di una lingua scritta e dalla scarsa affidabilità dei primi documenti nel descrivere fatti accaduti in tempi molto più antichi. Come per la storia antica di altri popoli esiste una certa commistione tra fatti e leggende riguardo alle origini del proprio popolo. Siti archeologici come quelli di Erlitou (二里頭) e Sanxingdui (三星堆) mostrano prove di una civiltà dell'età del bronzo in Cina.

La prima esauriente trattazione sulla storia della Cina, le Memorie di uno storico (史記) di Sima Qian (司馬遷), un rinomato storiografo del II secolo a.C., comincia circa 1300 anni prima, con la descrizione dei tre augusti e cinque imperatori (三皇五帝). Questi governanti erano re semi-mitici ed esempi morali; e uno di loro, l'Huang Di (黃帝, "imperatore giallo"), è definito come l'antenato di tutti i cinesi.

Sima Qian riferisce che il principio del passaggio delle cariche di governo per ereditarietà venne introdotto per la prima volta nel periodo della dinastia Xia (夏朝) e questo modello venne portato avanti nelle successive dinastie Shang e Zhou (周朝). È da questo periodo delle tre dinastie (cinese: 三代; pinyin: sāndài) che si riesce a delineare con chiarezza la storia della Cina.

Dinastia Xia (2100-1600 a.C. circa)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Xia.

La dinastia Xia (S, XiàP), 2100-1600 a.C. circa, è la prima dinastia ereditaria cinese, sviluppatasi quando sul territorio apparvero le prime forme statali all'interno di una società fortemente stratificata in cui l'agricoltura, la tecnica, l'artigianato e l'arte videro un forte impulso. Regnò su una vasta area attraversata dal Fiume Giallo, comprendente le attuali regioni dell'Henan e Shandong a est, Shanxi a ovest, l'Hubei a nord e l'Hebei a sud.

Il primo sovrano fu il grande , ricordato soprattutto per le grandi opere di regolazione delle acque. La dinastia governò con diciassette sovrani che si susseguirono per quattordici generazioni. L'ultimo sovrano, il corrotto Jie, fu detronizzato da Shang Tang che diede inizio alla dinastia Shang.

Anche se oggetto di una vasta tradizione orale, la reale esistenza e storicità di questa dinastia fu a lungo messa in dubbio e fu ipotizzato fosse solo stata creata dal mito. Alle fine degli anni cinquanta gli importanti ritrovamenti archeologici nel sito di Erlitou (città di Yanshi, nello Henan) chiarificarono di molto le cose. Durante la dinastia vide la luce una propria cultura collocabile tra la cultura di Longshan e quella Shang antica.

L'esistenza di una organizzazione statale sembra dimostrata dalle fondamenta di enormi palazzi a Erlitou. Tali opere non sarebbero state possibili senza mezzi coercitivi e l'utilizzo di abbondante manodopera. La società era fortemente gerarchizzata e questo è riscontrabile nella differenza delle tombe e delle abitazioni. Economicamente la cultura Xia era basata sull'agricoltura. Erano prodotti attrezzi agricoli, vasellame in terracotta e in bronzo; venivano praticati i sacrifici umani. Non sono note le cause della fine della cultura Xia.

Storia antica[modifica | modifica wikitesto]

Dinastia Shang (c. 1600-1046 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Shang.
Vaso di bronzo della dinastia Shang (da Funan, nella provincia di Anhui)

La dinastia Shang (商朝), detta anche dinastia Yīn (殷代) (circa 1600 a.C.-1046 a.C.), è la seconda dinastia cinese, ma solo la prima di cui si abbiano conferme storiche, e regnò sulla parte nordorientale della Cina, nella valle del Fiume Giallo. La dinastia Shang seguì la semi-mitica dinastia Xià e precedette la dinastia Zhōu.

La dinastia Shang sarebbe stata fondata da un comandante che si ribellò all'ultimo sovrano della dinastia Xià. La civiltà Shang era basata sull'agricoltura e praticava la caccia e l'allevamento di animali. Aveva anche sviluppato un complesso sistema di scrittura, nonché tecniche di fusione del bronzo e di produzione di vasellame molto avanzate.

Le Memorie di uno storico di Sima Qian affermano che la capitale della dinastia Shang cambiò sei volte. L'ultimo e il più importante trasferimento fu quello nella città di Yin Xu, nel 1350 a.C., che segnò l'età d'oro della dinastia. La denominazione di dinastia Yin è diventato un popolare sinonimo di dinastia Shang.

A quanto risulta dalle ultime scoperte archeologiche cinesi, la dinastia Shang ebbe inizio nel 1766 a.C. quando Shang Tang rovesciò Jie, l'ultimo sovrano della dinastia Xia, ristabilendo la pace e istituendo un governo più umano.[senza fonte] Durante questo periodo dinastico la città più importante fu Yin che divenne capitale e centro sociale-economico della Cina settentrionale.

La forma di governo era teocratica con a capo una successione di re le cui principali funzioni erano forse rituali più che politiche. Il trono era ereditario e venne trasmesso di padre in figlio per trenta generazioni, con i nomi dei sovrani che vennero registrati da Sima Qian.

Alla dinastia Shang succedette la dinastia Zhou (1046-256 a.C.) al termine della battaglia di Muye.

Dinastia Zhou (1046-256 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Zhou.

Alla fine del II millennio a.C. la dinastia Zhou cominciò ad affermarsi nella valle del Fiume Giallo sconfiggendo la dinastia Shang. Originariamente era un popolo che viveva nella regione a ovest del regno degli Shang e il sovrano degli Zhou, il re Wu, era stato nominato protettore occidentale dai re Shang.

Sconfitti gli Shang nella battaglia di Muye (1046 a.C.), il re Wu diede inizio alla dinastia Zhou che, con le sue sottodinastie, ebbe la più lunga durata tra le dinastie cinesi, regnando dal 1046 al 256 a.C. Re Wu invocò il concetto di "mandato divino" per legittimare la sua presa di potere, concetto che fu fondamentale per legittimare il regno di quasi tutte le dinastie seguenti.

Durante la dinastia Zhou maturò la filosofia cinese, con personalità come Confucio e Laozi, fondatori del confucianesimo e del taoismo, che influenzarono il pensiero cinese fino ai giorni nostri.

Periodo delle primavere e degli autunni (770-454 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: periodo delle primavere e degli autunni.

Il periodo delle primavere e degli autunni (春秋時代) fu un periodo della storia cinese dal 770 a.C. al 454 a.C. Prende il nome dalle cronache di quel tempo, gli Annali delle primavere e degli autunni, tradizionalmente attribuiti a Confucio, che narrano gli avvenimenti dello Stato di Lu dal 770 a.C. al 481 a.C.

In realtà il periodo delle primavere e degli autunni (Chunqiu) termina nel 454 a.C., anno in cui il principato di Jin si divide in tre Stati indipendenti (Han, Wei e Zhao). In questo periodo i capi militari locali al servizio della dinastia Zhou ingaggiarono una guerra interna allo scopo di affermare la propria egemonia. La situazione si aggravò inoltre ulteriormente con l'invasione di alcune popolazioni straniere provenienti da nord-ovest, tra cui i barbari del Quanrong, che costrinse gli Zhou a spostare la capitale più a est, da Hao a Luoyang. Ebbe così inizio la seconda era della dinastia Zhou: la dinastia Zhou orientale.

Emersero sette Stati principali, in perenne lotta tra loro: Han, Zhao, Wei, Yan, Qin, Qi e Chu; i prìncipi di quegli Stati (Wang) detenevano tutto il potere, ma continuarono solo formalmente a servire la dinastia dominante.

Fu questo un periodo molto ricco per lo sviluppo della filosofia cinese; sorsero infatti, in risposta ai profondi cambiamenti del mondo politico, le cosiddette Cento scuole di pensiero, così come alcuni fra i più influenti movimenti (il confucianesimo, il taoismo, il legismo e il moismo).

Periodo dei regni combattenti (453-221 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: periodo dei regni combattenti.

Con Stati combattenti o regni combattenti (cinese: 战国; pinyin: Zhànguó) si indica il periodo storico cinese che va dal 453 a.C. al 221 a.C.

Il periodo dei regni combattenti vide numerosi Stati – Han, Wei, Zhao, Qi, Qin, Yan e Chu – combattersi la supremazia nell'antica Cina. A imporsi fu lo Stato di Qin, che per raggiungere questo scopo ricorse a ogni mezzo: dallo scontro militare alla manovra diplomatica, dall'inganno all'assassinio degli avversari.

La fase conclusiva del processo di unificazione ebbe inizio con l'ascesa al trono di Qin del re Ying Zheng nel 246 a.C., sovrano dalle rare capacità organizzative e dall'eccezionale senso strategico, che conquistò nell'ordine: Han (230 a.C.), Wei (225 a.C.), Chu (223 a.C.), Zhao e Yan (222 a.C.) e Qi nel 221 a.C., unificando così la Cina e dando inizio alla dinastia Qin. Yin Zheng si rinominò Qin Shihuangdi, nome che si richiamava agli antichi sovrani mitici.

Il periodo dei regni combattenti vide il fiorire della lavorazione del ferro, che sostituì il bronzo nelle armi. La sfera d'influenza della cultura cinese si allargò ad aree come lo Shu (l'attuale Sichuan) e lo Yue (l'odierno Zhejiang). Le scuole filosofiche più importanti, come il confucianesimo, il taoismo e il moismo subirono varie elaborazioni e se ne aggiunsero altre, come il legismo formulato da Han Feizi, dando vita alle Cento scuole di pensiero.

Il primo imperatore cinese e la dinastia Qin (221-206 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Qin e imperatore della Cina.

Nel 221 a.C. Ying Zheng divenne re dello Stato di Qin e ben presto, grazie alle sue grandi doti strategiche, a un forte esercito e spesso ricorrendo all'inganno e all'assassinio degli avversari, sconfisse gli altri sei regni che occupavano il territorio cinese: Zhao, Han, Wei, Yan, Qi e Chu (vedi la voce Guerre di unificazione dello stato di Qin).

Con la sconfitta di Qi, nel 221 a.C. Ying Zheng realizzò infine l'unificazione della Cina e assunse il titolo di Qin Shi Huang Di ("primo imperatore della dinastia Qin"). Questo atto fu una sfida alla tradizione perché fino ad allora i termini Huang e Di erano stati utilizzati esclusivamente per indicare i grandi imperatori della più remota antichità, che avevano dato origine alla civiltà. Ying Zheng si poneva così sul loro stesso piano, sottolineando il fatto che non aveva bisogno della tradizione per legittimare il proprio potere. Si accinse quindi a realizzare una serie di riforme, sotto il consiglio del primo ministro legista Li Si, che avrebbero lasciato un'impronta indelebile nella storia cinese. L'antica aristocrazia venne infatti esautorata, le famiglie nobili furono costrette a trasferirsi nella capitale Xianyang, l'intero territorio venne diviso in distretti raccolti in governatorati e tutte le unità di misura vennero unificate così come la moneta e la scrittura. Per favorire la comunicazione tra le diverse regioni venne imposto un unico scartamento assiale per i carri e fu costruita un'ampia rete stradale per un totale di circa 6 000 km.

Shi Huang Di produsse un rinforzamento delle difese settentrionali del Paese innalzate per proteggere il territorio dalla incursioni dei cosiddetti barbari Hsiungnu. L'opera, secondo il grande storico cinese Sima Qian, venne affidata al generale Meng Tian (蒙恬S, Méng TiánP) e al suo esercito di 300 000 uomini. L'obiettivo imperiale doveva essere quello di collegare i vari pezzi di muraglia già esistenti ottenendo, come risultato, la Grande Muraglia. Affinché nessuno potesse dubitare della sua autorità invocando la tradizione, Shi Huang Di accolse la proposta di Li Si e nel 213 a.C. decretò che tutti i testi antichi fossero bruciati per cancellare il ricordo del passato, fatta eccezione per quelli di argomento scientifico e tecnico.

I fattori che determinarono la caduta della dinastia furono numerosi: innanzitutto la frenesia con cui Shi Huang Di aveva attuato la sua politica e la spietatezza dei metodi punitivi da lui adottati, come il principio della responsabilità collettiva (se una persona commette un reato, tutto il suo clan di appartenenza ne sarebbe stato colpevole). Migliaia di contadini erano stati costretti ad abbandonare i campi per andare a combattere o per partecipare ai lavori di costruzione della Grande Muraglia, delle strade, dei canali e dei palazzi imperiali. Le realtà locali furono sconvolte anche a causa dell'unificazione della moneta e del sistema di scrittura.

La dinastia non sopravvisse alla morte del suo primo imperatore nel 210 a.C., il governo non fu in grado di gestire la situazione e l'azione della corte fu pressoché paralizzata da intrighi di corte e lotte per il potere. A seguito di un complotto attuato dal primo ministro Li Si e dall'eunuco Zhao Gao, l'erede al trono fu costretto a suicidarsi. Zhao Gao si sbarazzò anche di Li Si, che fu imprigionato e messo a morte. Al trono fu posto Er Huang Di ("secondo imperatore"), secondogenito di Shi Huang Di, che venne anch'egli presto ucciso. Il potere passò a Zi Ying, nipote del primo Imperatore, il quale non osò assumere il titolo di "terzo imperatore".

Mentre il governo era dilaniato da lotte intestine, nel 209 a.C. scoppiò una grande rivolta popolare che si espanse per tutto l'Impero. Le forze principali dei ribelli erano comandate da Xiang Yu, che nel 206 a.C. ottenne la resa di Qin, mise a sacco la capitale e fece uccidere l'imperatore Zi Ying, e da Liu Bang, che trasferì la capitale a Chang'an e, nel 206 a.C., si proclamò imperatore della nuova dinastia Han, assumendo in seguito il nome di Gao Zu.

Dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Han.

La dinastia Han (朝漢朝T, S, HàncháoP) governò la Cina dal 206 a.C. al 220 d.C. Fu preceduta dalla dinastia Qin e seguita dal periodo dei tre regni. La dinastia Han diede in seguito anche il suo nome alla popolazione etnica cinese per differenziarsi dalle numerose altre minoranze etniche presenti in Cina.

La dinastia fondata dalla famiglia Liu (T, S, LiúP) regnò sulla Cina per quattro secoli diffondendo la sua influenza sul Vietnam, l'Asia centrale, la Mongolia e la Corea.

Durante la dominazione Han il confucianesimo divenne la filosofia ufficiale di Stato e l'agricoltura e il commercio prosperarono, tanto che la popolazione raggiunse i cinquanta milioni di abitanti, di cui tre milioni abitavano la capitale Chang'an (長安T, 长安S), di fatto la più grande metropoli del suo tempo. La dinastia Han venne anche interrotta per un periodo che va dal 9 d.C. al 25 d.C. durante il quale il sovrano Wang Mang instaurò una nuova dinastia, la dinastia Xin, con una politica basata sugli ideali dei classici confuciani, ma la dinastia declinò rovinosamente colla morte del sovrano avvenuta nel 23 d.C.[14]

La dinastia Han si divide in due periodi: il primo detto dinastia degli Han anteriori (前漢T, Qian HanP) o anche dinastia Han occidentali (西漢T, Xī HànP) fiorì dal 206 a.C. al 9 d.C. ed ebbe come capitale Chang'an. Il secondo periodo è definita dinastia degli Han posteriori (Hou Han 後漢) o anche dinastia Han orientali (Dong Han 東漢) dal 25 d.C. al 220 d.C. con capitale Luoyang, più a est rispetto a Chang'an, da cui il nome dinastico. Attualmente si predilige la distinzione tra orientali e occidentali per evitare confusione con la meno nota dinastia degli Han posteriori del periodo delle cinque dinastie e dieci regni, sebbene gli storici cinesi, come Sima Guang, abbiano utilizzato l'altra distinzione.

Durante la dinastia Han si ebbero grandi progressi intellettuali, letterari, artistici e scientifici. Fu perfezionata la scoperta della carta, tanto da poterla utilizzare quale supporto per la scrittura e soppiantare così il precedente sistema su seta o su piccole liste di bambù. Durante questa dinastia visse il più famoso storico cinese, Sima Qian (司馬遷) (145 a.C.-86 a.C.), il cui Shiji (史記) o Memorie storiche fornisce tavole genealogiche, biografie e cronache dai tempi dei sovrani leggendari fino ai tempi dell'imperatore Wudi 漢武帝(141 a.C.-87 a.C.).

L'impero Han nell'87 a.C.

La forza militare della dinastia Han permise all'impero di espandersi a occidente nella pianura desertica del Tarim, dove erano situate le città-stato e i principati dei Tocari, Saci e Sogdiani nella provincia del Xinjiang-Uigur, attualmente di etnia prevalentemente uigura. In questo modo la via della seta veniva resa sicura fino al Pamir, ai confini con la Battriana, nell'odierno Afghanistan.

Anche il Vietnam settentrionale e la Corea furono invasi dagli eserciti Han. In questo periodo si sviluppa il sistema di tributi in base al quale stati periferici indipendenti o semi-indipendenti pagano una sorta di omaggio formale di sottomissione alla Cina, inviano doni e stabiliscono sistemi di commercio regolato, in cambio della pace e del riconoscimento alla legittimità al governo locale. Anche l'invio di principesse cinesi servì a mantenere l'equilibrio diplomatico con i vicini, soprattutto con le tribù e le confederazioni nomadi del nord, in particolare con i Xiongnu e i Wusun.

Tre regni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: periodo dei tre regni.
I tre regni nel 262, alla vigilia della conquista da parte dell'impero di Wei

Il periodo dei tre regni (cinese semplificato: 三国; cinese tradizionale: 三國; Pinyin Sānguó) è un periodo della storia della Cina. In senso strettamente accademico si riferisce al periodo tra la fondazione del regno Wei nel 220 e la conquista del regno Wu da parte della dinastia Jìn nel 280. Molti storici cinesi fanno comunque risalire l'inizio di questo periodo all'insurrezione dei Turbanti Gialli nel 184.

Dinastia Jin e periodo dei sedici regni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Jìn e sedici regni.

Dopo il periodo dei tre regni la riunificazione avvenne sotto la dinastia Jìn, che può essere divisa in due fasi: la dinastia Jìn occidentale (265-316), che fu in grado di unificare la Cina, e la dinastia Jìn orientale (317-420), che continuarono a governare il sud della Cina.

Nell'anno 263 le truppe del regno Wei conquistavano lo Stato di Shu, cosicché i tre regni divennero due. Nel 265 Sima Yung, della prestigiosa famiglia Sima, discendente di Sima Qian, sconfisse l'imperatore Wei, togliendo così il potere alla famiglia Cao e instaurando la dinastia Jìn. Nell'anno 280 i Jìn conquistarono il regno di Wu, di modo che riuscirono a riunificare sotto la nuova dinastia l'antico impero Han.

La riunificazione non durò molto tempo. La corte Jìn in Luoyang fu sempre più minacciata dai popoli nomadi del nord che avevano formato vari stati e avevano una grande tradizione militare; difatti riuscirono a conquistare le capitali della dinastia Jìn: Luoyang nel 311 e Chang'an nel 316. Così lo Stato Jìn scomparì dal nord della Cina, che rimase diviso in ben sedici regni.

La conquista del nord da parte dei popoli nomadi o seminomadi provocò un importante esodo della popolazione verso il sud. La corte Jìn si ricostituì nella città di Jiankang, molto più a meridione, vicino alla attuale Nanchino, dove continuarono a governare fino al 420.

Gli storici cinesi hanno così dato il nome di "periodo dei sedici regni" all'epoca compresa fra il 304 e il 439, durante la quale il nord della Cina attraversò una fase di frammentazione politica e di caos. Questi sedici regni inoltre erano retti da popoli di etnia non cinese.

Periodo delle dinastie del Nord e del Sud[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastie del Nord e del Sud.
Statua in calcare del Bodhisattva della dinastia dei Qi del Nord (570 d.C.), proveniente dalla provincia dell'Henan

Fu un altro popolo di etnia non cinese, i tuoba, coloro che riuscirono a unificare il nord della Cina sconfiggendo tutti questi piccoli Stati e proclamando la dinastia Wei del Nord nel 440. Con il settentrione unificato la Cina rimase divisa in due Stati: quello a nord, nel quale si succederanno le cosiddette dinastie settentrionali: Wei del Nord, Wei dell'Est, Wei dell'Ovest, Qi del Nord e Zhou del Nord; e un altro al sud, nel quale, essendo sconfitto l'ultimo imperatore Jin nel 420, si succedettero quattro dinastie nella corte di Jiankang: Song, Qi, Liang e Chen.

Dinastia Sui[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Sui.

La dinastia Wei cadde nel 534. Il Nord sprofondò nuovamente nel caos finché il nobile Yang Jian (morto nel 604) sbaragliò tutti i suoi rivali e riuscì a fondare la dinastia Sui (581-618). Sebbene abbia avuto vita breve, l'impero Sui si distinse per alcuni successi significativi, il principale dei quali fu la riunificazione della Cina: Yang Jian ebbe infatti il grande merito di portare il Sud sotto la giurisdizione di un impero che aveva il suo fulcro di potere nel Nord.

Suo figlio, Sui Yangdi, passò alla storia come un sovrano inetto, dedito alle donne e al vino più che alla politica; sotto il suo regno l'impero visse un rapido declino. Tuttavia fu proprio Yangdi a dare un contributo fondamentale alla riunificazione del paese: ordinò infatti la costruzione del Canale imperiale, una grandiosa opera di ingegneria che congiungeva una serie di canali preesistenti, collegando la bassa Valle dello Yangzi a Chāng'ān (l'attuale Xī'ān) tramite il Fiume Giallo (Huáng Hé). Il Canale, che fu poi deviato ed esteso verso nord quando Bĕijīng divenne capitale della dinastia Yuan, rimase la principale via di comunicazione tra la Cina settentrionale e meridionale fino al tardo Ottocento.

Dopo aver promosso tre campagne militari in territorio coreano, conclusesi tutte in modo disastroso, Yangdi divenne molto impopolare, tanto che dovette affrontare varie rivolte e infine morì assassinato nel 618 per mano di uno dei suoi più alti funzionari.

Dinastia Tang[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Tang.

Caratterizzata da una straordinaria fioritura letteraria, la dinastia Tang è considerata da molti storici l'età d'oro dell'impero cinese. Una testimonianza della prolifica produzione poetica dell'epoca (618-906) è offerta dalla raccolta di oltre 48.000 composizioni intitolata Le trecento poesie T'ang (Einaudi, Torino 1961), tanto amata dai cinesi che non è raro sentirne citare alcuni versi nel corso delle più svariate conversazioni.

Successore di Sui Yangdi fu uno dei suoi più illustri generali, Li Yuan, che conquistò la capitale, fondò la dinastia Tang e nell'arco di un decennio si liberò di tutti gli aspiranti eredi al trono. Per impedire che si venissero a ricreare centri di potere regionali in opposizione al governo centrale, l'impero fu suddiviso in 300 prefetture (zhōu) e 1500 distretti (xiàn), secondo un assetto amministrativo che, con qualche modifica, è mantenuto ancora oggi.

La politica intrapresa da Li Yuan fu proseguita dal figlio, il famoso Taizong (626-49), celebrato dai confuciani di epoca posteriore come modello di sovrano virtuoso, per il rapporto che lo legava al suo saggio ministro Wei Zheng (580-645). Allo stesso tempo la relazione dell'imperatore con la bella Wu Zetian (che successivamente si diede il nome di Wu Zhao) sembrava esemplificare i peggiori errori in cui un governatore potesse incorrere.

In seguito alla morte di Taizong, la sua concubina Wu (625-705) divenne sempre più influente a corte, tanto che nel 690 riuscì a fondare una propria dinastia, i Zhou: fu l'unica donna in tutta la storia cinese a ricoprire ufficialmente il ruolo di imperatrice. Nota per la sua spietatezza (si dice che abbia fatto uccidere persino il figlio), Wu Zhao fu tuttavia capace di portare l'impero alla sua massima espansione, annettendo vasti territori a nord della Grande Muraglia e spingendo i confini occidentali fino al cuore dell'Asia centrale. La ricca collezione di testi e dipinti custodita a Dūnhuáng, nel Gānsù, testimonia l'intensità dei traffici commerciali che si svolgevano lungo la Via della Seta in direzione dell'India, della Persia e del Mediterraneo. Nel corso dei secoli VII e VIII, le principali città, tra cui la capitale Cháng'ān, il porto fluviale di Yángzhōu e il porto marittimo di Guǎngzhōu, erano affollate di mercanti stranieri. In seguito l'imperatrice trasferì la capitale a Luòyáng, che vantava una posizione più facilmente accessibile ai rifornimenti.

Sul piano della politica interna, Wu rinnovò l'apparato burocratico, sostituendo ad alcuni funzionari di origine aristocratica gli scolari che avevano superato gli esami di stato. La sua devozione al buddhismo, tuttavia, suscitò l'ostilità dei funzionari confuciani che, nel 705, la costrinsero ad abdicare a favore di Xuanzong.

Prese le redini del potere, l'imperatore Xuanzong riportò la capitale a Cháng'ān e ricostituì le guarnigioni permanenti, affidandone il comando ad alcuni generali scelti tra i gruppi etnici minoritari che popolavano le frontiere dell'impero. Tale strategia, motivata dalla convinzione che questi personaggi, lontani dagli intrighi di corte e dalla vita politica centrale, non potessero covare idee sovversive e premeditare colpi di stato, si rivelò fallimentare: infatti fu proprio un generale di origine per metà turca e per metà sogdiana posto a capo delle truppe di stanza nel Nord ad approfittare della situazione per scatenare una ribellione. La cosiddetta rivolta di An Lushan (questo era il nome del generale) si sviluppò su ampia scala, tanto che raggiunse la capitale, e si protrasse per circa otto anni, costringendo alla fuga moltitudini di persone e mietendo innumerevoli vittime.

Sebbene non avesse raggiunto l'obiettivo di rovesciare la dinastia Tang, la ribellione ebbe importanti ripercussioni, comportando il declino dell'aristocrazia e la contemporanea ascesa di una classe militare di mercenari, il cui sostegno era indispensabile per la sopravvivenza della corte. L'impero dipese sempre più dal Sud e cominciò a chiudere le porte all'Asia centrale e occidentale. Riaffiorarono idee e culti del passato, in particolare si manifestò un rinnovato attaccamento al confucianesimo, destinato a reimporsi come dottrina di stato sotto i Song. Il buddhismo, invece, fu bandito dall'imperatore Wuzong dall'842 all'845; sebbene tale divieto sia stato in seguito abolito, la religione non riconquistò mai più in Cina il prestigio e l'ampio seguito di cui aveva goduto nella prima fase della dinastia.

Nel corso dei secoli VII e IX l'impero Tang andò incontro a un lento declino. Sul confine nord-occidentale i tibetani sconfissero le truppe imperiali, mentre a sud il regno di Nanzhao, che aveva la capitale a Dàlǐ, nello Yúnnán, cominciò ad avanzare mire espansionistiche sul Sìchuān. Inoltre nella regione centrale del Fiume Yangzi e nel Zhèjiāng l'imposizione di tasse sempre più gravose e il contemporaneo verificarsi di una serie di calamità naturali provocarono tra la popolazione rurale un diffuso malcontento che culminò nella rivolta di Huang Chao (874-84). Il paese sprofondò nel caos, finché, nel 907, la capitale dell'impero Tang cadde.

Periodo delle cinque dinastie e dieci regni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: cinque dinastie e dieci regni.

Dopo la fine della dinastia Tang, con la fondazione della dinastia Liang nel nord della Cina, inizia una fase di instabilità in cui, in un breve periodo, si succedettero cinque dinastie nel settentrione della Cina (dinastia Liang posteriore, dinastia Tang posteriore, dinastia Jìn posteriore, dinastia Han posteriore e dinastia Zhou posteriore); mentre nel sud apparirono dieci regni indipendenti. Questa epoca, dal 907 al 960, è conosciuta dagli storici cinesi come il periodo delle "cinque dinastie e dieci regni", o semplicemente delle "cinque dinastie".

Dinastia Song[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Song.

Al crollo dell'impero Tang seguì un altro periodo di frammentazione che si concluse con l'instaurazione della dinastia dei Song settentrionali (960-1127). Si trattava di un impero piuttosto piccolo stretto tra due regni barbarici, quello della dinastia Liao (che controllava una striscia di territorio a sud della Grande Muraglia), con il quale aveva rapporti pacifici, e quello della dinastia Xixia, che invece premeva sul confine nord-occidentale. Nel 1126 la capitale dei Song, Kāifēng, cadde nelle mani di un terzo popolo non cinese, i jurchen, che in passato si erano schierati a fianco dei Song contro i Liao. La corte si trasferì allora a sud, stabilendo la nuova capitale a Hángzhōu: cominciò così il periodo dei Song meridionali (1127-1279).

Antenati dei Manciù, i jurchen fondarono la dinastia Jin, la cui capitale si trovava nei pressi dell'odierna Bĕijīng, e stipularono con i Song meridionali un trattato che riconosceva quale confine dei due regni il Fiume Huái. Tuttavia pretesero dai loro «vicini» il pagamento di tributi sotto forma di seta, e argento.

L'impero Song, sia settentrionale sia meridionale, tuttavia è considerato dagli storici un'epoca di grande vitalità economica e culturale. Furono compiuti notevoli progressi in campo scientifico, in particolare nell'archeologia, nella matematica, nell'astronomia, nella geografia e nella medicina, ma fiorirono anche discipline quali la filosofia, la poesia, la pittura e la calligrafia. La diffusione della risicoltura, a partire dall'VIII secolo, comportò non solo un aumento della produzione agricola, ma anche un'eccedenza della manodopera, che poté così essere reimpiegata in attività fino ad allora marginali, come quella mineraria, e in settori già sviluppati, come la produzione di ceramiche e la tessitura della seta. Si iniziarono anche a coltivare piante da tè e alberi della lacca e furono inventati la polvere da sparo e il carattere mobile. Altri importanti passi avanti furono compiuti nella fabbricazione della carta e nell'industria tipografica e gli intensi traffici commerciali con il Sud-est asiatico e il Giappone consentirono ai Song di esportare valuta in rame sempre più lontano.

Tutti questi progressi agevolarono l'urbanizzazione e l'ascesa della classe dei mercanti. Sotto i Song settentrionali, Kāifēng, popolata dai nuovi ricchi e sempre meno controllata dalla classe aristocratica in decadenza, si affermò come un dinamico centro politico, commerciale e culturale. Alcune restrizioni imposte dai Tang furono abolite e la popolazione urbana acquisì sempre maggiore libertà: in seguito alla revoca del coprifuoco, nelle città fiorì la vita notturna e Hángzhōu, capitale dei Song meridionali, attraversò una fase di vero e proprio splendore, tanto che divenne nota in tutto l'impero per la sua insuperabile bellezza, reputazione di cui gode tuttora.

Sotto la dinastia Song, inoltre, agli apici della scala sociale emerse un nuovo ceto, destinato a contraddistinguere la realtà cinese fino al XIX secolo, ossia finché il confucianesimo si impose come dottrina di stato. Si trattava di un'élite di burocrati, che avevano ottenuto la loro carica dopo aver studiato a lungo per superare tutta una serie di prove scritte: i Song avevano infatti perfezionato ed esteso il sistema degli esami, fissando come principale criterio di selezione dei funzionari amministrativi la conoscenza dei testi classici confuciani.

Mentre i letterati Song erano impegnati a speculare sui codici morali, in Mongolia cominciava a emergere la figura di Gengis Khan (1167-1227). Figlio di un capotribù, iniziò la sua trionfante ascesa al potere per vendicare l'assassinio del padre e nel 1206 fu nominato capo supremo di tutti i mongoli. Questo popolo, disprezzato per alcuni costumi giudicati frutto di ignoranza e povertà, aveva già sfidato più volte i cinesi, ma senza alcun successo. Nel 1211 Gengis Khan volse nuovamente lo sguardo verso l'impero cinese, due anni dopo si aprì una breccia nella Grande Muraglia e nel 1215 conquistò Bĕijīng. Combatté la dinastia Jin a nord-est, sbaragliò la resistenza del regno Xixia a ovest e avanzò verso la Russia. Ai suoi discendenti lasciò il nucleo del futuro impero mongolo, i cui confini nel periodo di massimo splendore arrivarono fino all'Ucraina, alla Persia, alla Corea e ai margini settentrionali del Vietnam.

La dinastia Jin cadde nel 1234, mentre Hángzhōu, la capitale dei Song meridionali, fu conquistata nel 1276. La corte fuggì e l'impero Song crollò definitivamente nel 1279.

Dinastia Yuan[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Yuan.

Fu il nipote di Gengis, Kublai Khan, a fondare la dinastia Yuan e a regnare sull'impero più esteso della storia cinese. Gli stranieri furono facilmente inglobati in questa immensa realtà multietnica e, in seguito alla riapertura delle vie terrestri, nel continente asiatico giunsero numerosi missionari e mercanti europei, il più famoso dei quali fu Marco Polo. I mongoli fondarono la capitale, Khanbalig, nel sito dove oggi sorge Běijīng, ma dello splendido palazzo del khan oggi resta soltanto un'enorme urna di giada custodita nel Parco Beihai.

Kublai Khan suddivise la popolazione in tre gruppi, han, stranieri e mongoli, riservando a questi ultimi i posti al vertice dell'apparato amministrativo. Il sistema degli esami imperiali fu ripristinato nel 1315, ma le quote favorivano fortemente i mongoli e i loro alleati non cinesi, suscitando il risentimento dei letterati han.

Pur eccellendo nell'arte militare, a livello politico ed economico i sovrani Yuan non seppero gestire adeguatamente un impero tanto vasto e presto si trovarono a dover affrontare una insormontabile opposizione: intorno alla metà del XIV secolo, dopo meno di un secolo di dominio mongolo, nella Cina settentrionale e centrale esplosero le prime rivolte.

Un ruolo fondamentale nell'organizzazione delle ribellioni che scossero l'impero Yuan fu svolto da società segrete e sette religiose, tra le quali spiccò quella dei Turbanti Rossi, seguaci di una religione sincretica in cui confluivano elementi tratti da buddhismo, manicheismo, taoismo e confucianesimo. Nel 1367 Zhu Yuanzhang, orfano e novizio buddhista, prese le redini della rivolta e l'anno seguente fondò la dinastia Ming, riportando nelle mani dell'etnia han il controllo dell'impero.

Dinastia Ming[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Ming.

Uomo di scarsa cultura, Zhu Yuanzhang dimostrò grandi doti di leader e si rivelò un sovrano abile e forte, seppur spietato. Sebbene sia ricordato soprattutto per il suo dispotismo (nel corso di due epurazioni dell'apparato amministrativo fece uccidere circa 10.000 funzionari insieme alle loro famiglie), si impegnò molto per riportare la Cina al passato splendore dopo la caduta degli Yuan.

Yuanzhang stabilì la capitale a Nánjīng, ma già agli inizi del XV secolo la corte si era nuovamente trasferita a Běijīng. La città fu infatti sottoposta a grandi lavori di ricostruzione sotto l'imperatore Yongle, sul trono dal 1403 al 1424, al quale si deve anche l'iniziativa di far realizzare la Città Proibita, il maestoso palazzo imperiale che si può ammirare tuttora inalterato nella struttura. A sud della città fortificata sorse un grande quartiere commerciale e residenziale, a sua volta racchiuso da mura nel 1522. Běijīng mantenne questo aspetto fino alla metà del XX secolo.

Sul piano della politica estera, i primi imperatori Ming trascurarono l'Asia centrale, rivolgendo le proprie mire verso il Sud-est asiatico. In particolare Yongle, che aveva fatto precipitare la Cina in una guerra civile dopo aver usurpato il potere al nipote, tentò di crearsi le credenziali di sovrano intraprendendo un'ambiziosa politica espansionistica orientata oltremare: nel 1405 lanciò la prima di sette grandi spedizioni marittime. Al comando del generale eunuco Zheng He (1371-1433), la flotta imperiale, costituita da oltre 60 vascelli di dimensioni maggiori e 255 navi più piccole, trasportò 28.000 uomini verso terre remote. Nel corso della quarta e della quinta spedizione, compiute rispettivamente nel 1413 e nel 1417, le navi raggiunsero Aden, nell'attuale Canale di Suez. Fine principale di questi viaggi era imporre il pagamento di tributi a nuovi stati: alla capitale giunsero persino due ambasciate diplomatiche dall'Egitto.

Isolamento e arrivo dei primi europei[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1439 i mongoli invasero l'impero Ming, riuscendo a catturare e a tenere in prigionia per un anno l'imperatore. A seguito di questo evento, i sovrani adottarono una strategia di isolamento e rafforzarono i confini: nella seconda metà del XV secolo la Grande Muraglia fu estesa di quasi 1000 km, raggiungendo la straordinaria lunghezza per la quale è considerata una delle più imponenti opere architettoniche mai realizzate. La costa, tuttavia, era più difficile da difendere tanto che, intorno alla metà del XVI secolo, i governatori dovettero compiere sforzi immani per tenere lontani i pirati dal paese.

In questo periodo sbarcarono in Cina anche alcuni europei. I Ming non chiusero le porte a questi stranieri e nel 1557 concessero ai portoghesi il diritto di stabilire una base commerciale a Macao. Insieme ai mercanti cominciarono presto ad arrivare anche i missionari, in particolare i gesuiti che, guidati dall'indomito Matteo Ricci, penetrarono nell'entroterra e riuscirono persino a insediarsi a corte, dove suscitarono grande ammirazione per le loro conoscenze scientifiche e per l'abilità con cui stampavano i canoni.

La presenza portoghese aprì la Cina ai contatti commerciali diretti con il Nuovo Mondo. Ciò permise l'importazione di nuove colture, quali patate e mais, e l'esportazione di prodotti cinesi tra cui , ceramiche e porcellane. Il commercio divenne un'importante attività economica, alla quale diedero impulso anche le banche istituite dai mercanti. Proprietari terrieri e fittavoli presero l'abitudine di vivere lontani dalle loro terre e la migrazione dalle campagne verso le città si intensificò.

Declino dell'impero Ming[modifica | modifica wikitesto]

L'impero Ming era minato dal potere acquisito dagli eunuchi e dalle rivalità tra i funzionari di alto rango. Per mantenere l'ordine occorrevano fermezza e autorità, doti che invece sembravano mancare ai sovrani Ming. Zhu Houchao, sul trono dal 1505 al 1521, arrivò ad affidare la gestione degli affari di stato al capo degli eunuchi pur di avere più tempo da dedicare alle concubine. Sotto il suo successore, Tianqi (1621-28), il potere era nelle mani dell'eunuco Wei Zhongxian (1568-1627), il quale epurò i vertici della burocrazia e promosse un culto della personalità facendo erigere templi in proprio onore.

In un contesto storico sfavorevole, la mancanza di una leadership forte ebbe conseguenze deleterie per la sopravvivenza della dinastia Ming. Infatti, a nord dell'impero, precisamente in Manciuria, si era ormai consolidato lo stato militarizzato dei jurchen, che tra il 1620 e il 1630 avevano compiuto periodiche incursioni in territorio cinese, addentrandosi spesso per vari chilometri oltre il confine. Contemporaneamente, una serie di inondazioni e siccità aveva ridotto allo stremo vaste aree della Cina settentrionale, favorendo fenomeni di banditismo, che sfociarono poi in aperte ribellioni.

Divenuti molto potenti, i mancesi guardavano con interesse agli esiti delle rivolte in corso nell'immenso territorio confinante. Approfittando della situazione turbolenta che regnava in Cina, organizzarono una prima invasione, ma dovettero arrendersi di fronte all'invalicabilità della Grande Muraglia. Successivamente, però, riuscirono a passare grazie a un generale Ming, che agevolò l'avanzata nella convinzione che l'alleanza con i mancesi rappresentasse l'unica speranza di arrivare a sconfiggere le armate di contadini ribelli che in quel momento erano giunti a minacciare persino la capitale, Běijīng.

Nel 1644 Běijīng cadde definitivamente, non per opera dei mancesi, bensì di un contadino ribelle di nome Li Zicheng, che occupò il trono imperiale per un solo giorno, trascorso il quale fu costretto alla fuga dalle truppe cinesi, schieratesi a fianco dei mancesi.

Dinastia Qing[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: dinastia Qing.

La Repubblica di Cina[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Repubblica di Cina (1912-1949).
Bandiera della Repubblica di Cina

La rivolta di Wuchang nel 1911 portò alla proclamazione di indipendenza e della Repubblica di Cina, ponendo fine al Celeste Impero.

La Repubblica di Cina si instaurò nel 1912 al termine della rivoluzione Xinhai. Nel periodo appena successivo la neonata repubblica fu sconvolta da due guerre civili fra i nazionalisti del generale Chang Shai Shek e i comunisti di Mao Zedong (1927-1937 e 1945-1949) e l'invasione giapponese (1937-1945).

Con la rivoluzione cinese del 1949 la Repubblica di Cina si ridusse alla sola Taiwan, mentre il controllo della Cina continentale passò alla neoproclamata Repubblica Popolare Cinese.

La Repubblica Popolare Cinese[modifica | modifica wikitesto]

Mao Zedong proclama la Repubblica Popolare Cinese

Nel 1950 furono introdotte una serie di riforme, fra cui quella agraria (ripartizione delle terre) e fu divulgata anche nelle campagne quella sul matrimonio (divorzio e libertà della donna) introdotta negli anni trenta dal Guomindang. Nelle campagne dei Tre contro (Sanfan) e Cinque contro (Wufan) l'obiettivo fu costituito dalla corruzione degli industriali e dei capitalisti cinesi, creando il pretesto per la nazionalizzazione di numerose imprese.

Il primo piano quinquennale (1953-1957, attuato a partire dal 1955) denotò una forte impronta sovietica nel privilegiare l'industria pesante a scapito della tradizionale risorsa economica cinese, l'agricoltura. ll tasso di alfabetizzazione passata dal 20 % nel 1949 ad oltre 80 % trenta anni dopo.[15]

Nel 1956 col discorso Sui dieci grandi rapporti Mao Tse-tung volle esporre la nuova visione socialista dei rapporti sociali, lanciando contemporaneamente la campagna dei Cento fiori. Quest'ultimo movimento era aperto agli intellettuali, che furono incoraggiati a partecipare al dibattito sull'evoluzione dello Stato socialista; ben presto però questi iniziarono a criticare aspramente il governo, innescando una campagna correttiva denominata Campagna contro la destra: mezzo milione di funzionari e intellettuali furono destituiti o mandati ai lavori forzati.

Pur essendo stato predisposto un secondo piano quinquennale, esso perse importanza di fronte al grande balzo in avanti (1958-1960), nel quale si avvertì un significativo distacco dalla linea dell'Unione Sovietica: venne avviata la collettivizzazione delle terre e incoraggiato ogni sforzo per la produzione di materiali industriali come l'acciaio. Il grande balzo in avanti ebbe esiti fallimentari, causando una carestia nella quale si stima siano morti tra i 15 e i 42 milioni di persone.[16]

Nel 1959, in seguito alla repressione della rivolta di Lhasa, il Dalai Lama fuggì in esilio in India, dove costituì il governo tibetano in esilio. Quello stesso anno il maresciallo Peng Dehuai criticò Mao Tse-tung definendo il grande balzo "espressione di un fanatismo piccolo borghese" e venne destituito immediatamente dopo. Come reazione la destra del partito, nella persona del sindaco di Pechino Peng Zhen e del suo vice, lo scrittore Wu Han, iniziarono a diffondere e a rappresentare il dramma teatrale La destituzione di Hai Rui. Questo si rifaceva all'episodio storico dell'ingiusta destituzione dell'integerrimo funzionario imperiale Hai Rui, celandosi dietro la figura di costui quella dello stesso Peng Dehuai.

Nel 1962 vi fu la breve guerra cino-indiana che si concluse a favore della Cina. In precedenza per due volte la Repubblica Popolare Cinese aveva tentato la riunificazione con Taiwan: le due crisi dello stretto (la prima nel 1954-1955 e la seconda nel 1958) si risolsero con un "cessate il fuoco" e un conseguente ristabilimento dello status quo ante bellum, dovuto anche all'intervento statunitense in favore dell'isola.

Nella seconda metà degli anni sessanta si assistette a una radicalizzazione della lotta tra la destra e la sinistra del partito, quest'ultima sotto la guida di Mao Tse-tung e Lin Biao, che si proponevano una maggiore politicizzazione della società. Fu creato a questo scopo il movimento di educazione socialista, che trovò però scarso consenso; la destra cercò infatti di delimitare questo movimento in ambito puramente intellettuale e culturale (tesi di febbraio) ed ebbe così inizio la rivoluzione culturale (1965-1969). La sinistra istituì un "gruppo per la rivoluzione culturale", presieduto da Chen Boda e guidato dalla cosiddetta "banda dei quattro", e volle coinvolgere gli studenti delle scuole secondarie, i quali furono invitati a lasciare gli studi per organizzare ovunque delle sedute di indottrinamento politico e di distruzione della "vecchia cultura", culminando in episodi di fanatismo quali la Comune di Shanghai. Il movimento, oltrepassando le intenzioni degli ideatori, ebbe l'effetto di minare seriamente le basi dell'organizzazione statale e per estinguerlo si dovette ricorrere alla forza militare.

Nel 1971 morì Lin Biao in un incidente aereo. Nello stesso anno il segretario di Stato statunitense Henry Kissinger visitò segretamente la Cina, che pochi mesi dopo venne ammessa all'ONU occupando il posto di Taiwan. Nel 1972 seguì la visita del presidente statunitense Nixon.

Nel 1973 iniziò un nuovo contrasto tra la sinistra e la destra del partito, prima sotto l'insegna della campagna contro Confucio (dove per Confucio si intendeva attaccare Zhou Enlai), che suscitò come risposta da parte di quest'ultimo la critica a Lin Biao, critica a Confucio. Nello stesso periodo Deng Xiaoping ricomparve sulla scena pubblica.

Nel 1975 Zhou Enlai avanzò il piano delle quattro modernizzazioni (industria, agricoltura, difesa e scienza). L'8 gennaio 1976 moriva Zhou Enlai e il 9 settembre scomparve anche Mao Tse-tung. Nel mese di ottobre venne arrestata la banda dei quattro mediante un'azione di polizia. Nell'aprile era stato designato Hua Guofeng come primo ministro, un funzionario che si schierò con l'ala radicale estromettendo il "moderato" Deng Xiaoping, la cui linea tuttavia trionfò a partire da un paio di anni dopo. Il 1979 fu l'anno della guerra sino-vietnamita, che contribuì a guastare i rapporti con il Vietnam (e l'Unione Sovietica): si dovette attendere la caduta del muro di Berlino e altri dieci anni per arrivare nel 1999 alla firma di un trattato di alleanza tra le nazioni socialiste.

Nei primi anni ottanta iniziarono le riforme economiche che portarono al ritorno di una limitata proprietà agricola, alla liberalizzazione di alcuni settori del mercato e all'istituzione delle "zone economiche speciali", sottratte alla legislazione economica nazionale e aperte agli investimenti stranieri e infine alla revisione del sistema abitativo urbano. Nel 1984 furono abolite le comuni popolari.

Le proteste di piazza Tienanmen

Nel 1986 la corrente riformista guidata da Hu Yaobang lanciò il movimento del doppio cento richiamandosi a quello dei cento fiori (1956), secondo cui si proponeva una maggiore separazione tra le funzioni del partito e quelle dello Stato. Seguirono manifestazioni studentesche di sostegno a Hu Yaobang. Quest'ultimo morì il 15 aprile 1989 e nelle commemorazioni gli studenti invocarono la democrazia. Gli organi di stampa replicarono che si trattava solo di pochi gruppi di "controrivoluzionari", allora gli studenti iniziarono le manifestazioni che continuarono con gli scioperi della fame e gli applausi a Gorbačëv, in quel momento in visita ufficiale in Cina e considerato il campione delle riforme in Unione Sovietica. Le proteste culminarono nelle giornate del 16 e 17 maggio 1989 presso piazza Tienanmen a Pechino, quando l'esercito disperse i manifestanti sparando sulla folla. Probabilmente l’ordine di aprire il fuoco arrivò dalla stessa dirigenza,[senza fonte] preoccupata che il movimento democratico potesse pregiudicare le riforme economiche.

Negli anni novanta l'economia cinese, con la nuova formula economia socialista di mercato (1992) ha registrato una crescita significativa e a tratti eccessiva, tanto da rendersi necessarie talvolta manovre di freno alla stessa. Deng Xiaoping si ritirò dalla vita politica attiva nel 1992 e morì il 19 febbraio 1997. "Uomo forte" di Pechino divenne Jiang Zemin: sotto la sua guida vi fu nel 1995-1996 la terza crisi dello Stretto di Taiwan, ancora una volta risoltasi con un nulla di fatto; tuttavia nel luglio del 1997 Hong Kong ritornò alla Cina e Macao seguì lo stesso destino nel 1999.

Nel novembre 2002 Hu Jintao successe a Jiang Zemin alla segreteria generale del Partito Comunista Cinese. Nel 2003 Hu Jintao fu designato presidente della Repubblica Popolare Cinese. Nel 2007 il parlamento cinese ha votato una legge che consente la proprietà privata ai suoi cittadini.

Nel 2013 a Hu Jintao è succeduto Xi Jinping.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Stefano Cammelli, Ombre Cinesi, Einaudi, Torino, 2006
  2. ^ Cultural History and Archaeology of China, Bureau of Educational and Cultural Affairs, U.S. State Department. URL consultato il 12 gennaio 2008 (archiviato dall'url originale il 15 dicembre 2007).
  3. ^ Henry Cleere. Archaeological Heritage Management in the Modern World. 2005. Routledge. p. 318. ISBN 0-415-21448-3.
  4. ^ a b Rixiang Zhu, Zhisheng An, Richard Pott, Kenneth A. Hoffman, Magnetostratigraphic dating of early humans of in China (PDF), in Earth Science Reviews, vol. 61, 3-4, giugno 2003, pp. 191–361. (archiviato dall'url originale il 24 luglio 2011).
  5. ^ Earliest Presence of Humans in Northeast Asia, Smithsonian Institution. URL consultato il 4 agosto 2007.
  6. ^ "The discovery of early pottery in China" Archiviato il 14 giugno 2007 in Internet Archive. by Zhang Chi, Department of Archaeology, Peking University, China.
  7. ^ Neolithic Period in China, su Timeline of Art History, Metropolitan Museum of Art, ottobre 2004. URL consultato il 10 febbraio 2008.
  8. ^ Rice and Early Agriculture in China, su Legacy of Human Civilizations, Mesa Community College. URL consultato il 10 febbraio 2008.
  9. ^ Peiligang Site, Ministero della Cultura della Repubblica Popolare Cinese, 2003. URL consultato il 10 febbraio 2008 (archiviato dall'url originale il 7 agosto 2007).
  10. ^ Heather Pringle, The Slow Birth of Agriculture, su Science, vol. 282, 1998, p. 1446. (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2011).
  11. ^ Richard R. Wertz, Neolithic and Bronze Age Cultures, su Exploring Chinese History, ibiblio, 2007. URL consultato il 10 febbraio 2008.
  12. ^ Chinese writing '8,000 years old', in BBC News, 18 maggio 2007. URL consultato il 4 maggio 2010.
  13. ^ Carvings may rewrite history of Chinese characters, Agenzia Nuova Cina online, 18 maggio 2007. URL consultato il 19 maggio 2007.
  14. ^ (EN) Hans Bielenstein, The restoration of the Han dynasty: With prolegomena on the historiography of the Hou Han shu, in Bulletin of the Museum of Far Eastern Antiquities, vol. 26, 1954, pp. 1–209.
  15. ^ Livre de Marte, Kjær Galtung, 49 Myths about China, in 2015.
  16. ^ "Il grande balzo in avanti". Ovvero come Mao affamò milioni di cinesi | Blitz quotidiano

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Opere generali[modifica | modifica wikitesto]

  • Stefano Cammelli, Ombre cinesi - Indagine su una cultura che volle farsi nazione, Torino, Einaudi, 2006
  • Jacques Gernet, Il mondo cinese. Dalle prime civiltà alla Repubblica Popolare, Torino, 1978. (studio di riferimento ancora oggi)
  • J.A.G. Roberts, Storia della Cina, 3ª ed., Bologna, Il Mulino, 2011, ISBN 978-88-15-24152-8.
  • Mario Sabattini e Paolo Santangelo, Storia della Cina, Bari, Laterza, 1989.
  • Maurizio Scarpari (a cura di), La Cina, Torino, Einaudi, 2009. (quattro volumi, dalla preistoria al XXI secolo)
  • Kai Vogelsang, Cina: Una storia millenaria, Torino, Einaudi, 2014, ISBN 978-88-06-21718-1.
  • (EN) Dennis C. Twitchett, John K. Fairbank (a cura di), The Cambridge History of China, Cambridge, Cambridge University Press, 1986. (opera di riferimento, raccolta di saggi tuttora in corso di pubblicazione, con quindici volumi previsti)
  • (EN) Patricia Buckley Ebrey, The Cambridge Illustrated History of China, Cambridge, Cambridge University Press, 1996.
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Altri testi in inglese

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  • Gernet, Jacques, J. R. Foster, and Charles Hartman. A History of Chinese Civilization (1996), called the best one-volume survey;
  • Hsü, Immanuel Chung-yueh. The Rise of Modern China, 6th ed. (Oxford University Press, 1999), highly detailed coverage of 1644-1999, in 1136pp.
  • Huang, Ray. China, a Macro History (1997) 335pp, an idiosyncratic approach, not for beginners; online edition from Questia
  • Latourette, Kenneth Scott. The Development of China (1917) 273 pages; full text online
  • Michael, Franz. China through the Ages: History of a Civilization. (1986). 278pp; online edition from Questia
  • Mote, Frederick W. Imperial China, 900–1800 Harvard University Press, 1999, 1,136 pages, the authoritative treatment of the Song, Yuan, Ming, and Qing dynasties;
  • Perkins, Dorothy. Encyclopedia of China: The Essential Reference to China, Its History and Culture. Facts on File, 1999. 662 pp.
  • Schoppa, R. Keith. The Columbia Guide to Modern Chinese History. Columbia U. Press, 2000. 356 pp. online edition from Questia
  • Spence, Jonathan D. The Search for Modern China (1999), 876pp; well written survey from 1644 to 1990s excerpt and text search; complete edition online at Questia
  • Ven, Hans van de, ed. Warfare in Chinese History. E. J. Brill, 2000. 456 pp. online edition
  • Wang, Ke-wen, ed. Modern China: An Encyclopedia of History, Culture, and Nationalism. Garland, 1998. 442 pp.
  • Wright, David Curtis. History of China (2001) 257pp; online edition
  • full text of older histories (pre 1923), books.google.com.

Preistoria[modifica | modifica wikitesto]

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Dinastia Shang[modifica | modifica wikitesto]

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Jin, i sedici regni e le dinastie del Nord e del Sud[modifica | modifica wikitesto]

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Dinastia Sui[modifica | modifica wikitesto]

Dinastia Tang[modifica | modifica wikitesto]

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Era repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

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  • Wang, Jing. High Culture Fever: Politics, Aesthetics, and Ideology in Deng's China (1996) complete text online free
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  • MacFarquhar, Roderick and Fairbank, John K., eds. The Cambridge History of China. Vol. 15: The People's Republic, Part 2: Revolutions within the Chinese Revolution, 1966-1982. Cambridge U. Press, 1992. 1108 pp.
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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]