Sedotta e abbandonata

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Sedotta e abbandonata
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Aldo Puglisi, Saro Urzì, Stefania Sandrelli e Lando Buzzanca in una scena del film
Titolo originale Sedotta e abbandonata
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 1964
Durata 122 min
Colore B/N
Audio sonoro
Rapporto 1:85
Genere Commedia all'italiana
Regia Pietro Germi
Soggetto Luciano Vincenzoni, Pietro Germi
Sceneggiatura Agenore Incrocci, Furio Scarpelli, Luciano Vincenzoni, Pietro Germi
Produttore Franco Cristaldi
Casa di produzione Lux-Ultra-Vides (Roma), Compagnie Cinématographique de France (Parigi)
Distribuzione (Italia) Paramount (1964)
Fotografia Aiace Parolin
Montaggio Roberto Cinquini
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Carlo Egidi
Costumi Angela Sammaciccia
Trucco Raffaele Cristini
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Sedotta e abbandonata è un film italiano del 1964, diretto da Pietro Germi, interpretato da Stefania Sandrelli, Aldo Puglisi e Saro Urzì.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Durante un pomeriggio di una torrida estate siciliana, a Sciacca, i membri della famiglia Ascalone dormono spossati dalla controra. Nella sala da pranzo invece esplodono gli istinti sessuali di Peppino Califano (Aldo Puglisi), studente laureando in legge, promesso sposo di Matilde (Paola Biggio), che concupisce la sorella di lei, Agnese (Stefania Sandrelli), segretamente e follemente innamorata del giovane.

Il "consesso carnale" viene mantenuto segreto dai due. I familiari non si accorgerebbero di nulla se Agnese non avesse, nei giorni successivi, comportamenti inconsueti: di carattere calmo, ha spesso degli improvvisi scatti d'ira. I genitori, insospettiti, fanno eseguire le analisi per la gravidanza, che danno esito positivo. Per il padre è un dramma. Vincenzo Ascalone (Saro Urzì), il pater familias intransigente custode dell'onore della famiglia, come una tempesta, si abbatte su Peppino e i suoi stupefatti genitori, ai quali impone di mantenere il silenzio e di far sposare il figlio alla disonorata Agnese. Costringe Peppino a scrivere una lettera di rinuncia alla promessa di matrimonio con l'ignara di tutto, Matilde. Subito dopo don Vincenzo elabora una versione "ufficiale" buona per amici e conoscenti: è stata Matilde che non ha voluto più Peppino. Per avvalorare questa versione, trova egli personalmente un nuovo fidanzato alla figlia: un giovane nobile spiantato, il barone Rizieri (Leopoldo Trieste) che, ormai spinto dalla miseria e in procinto di impiccarsi, accetta volentieri l'invito a far parte della famiglia Ascalone.

Si tratta ora di convincere Peppino a prendere Agnese. Ma per don Vincenzo il compito è tutto in salita: Peppino non accetta di prendere come sposa una donna non più "pura" e che si è rivelata, pur cedendo alla sua stessa seduzione, una "poco di buono". Per sfuggire alle minacce di don Vincenzo, Peppino si rifugia da uno zio sacerdote.

Intanto Rizieri è diventato ufficialmente il fidanzato di Matilde. Un pomeriggio i paesani possono ammirare tutta la famiglia a passeggio: don Vincenzo e la moglie, Matilde sottobraccio a Rizieri e, dietro, gli altri figli. Per migliorare il sorriso sdentato del barone, don Vincenzo paga personalmente le cure odontoiatriche.

Sistemata per il momento la situazione familiare, don Vincenzo si mette alla caccia di Peppino: ricorrendo alle sue amicizie mafiose, viene a sapere dove si nasconde l'infame seduttore. Poi, dietro consiglio del cugino avvocato, manda l'unico figlio, Antonio (Lando Buzzanca), ad uccidere Peppino. Bisogna dimostrare che Antonio non sapesse ancora niente di Peppino e Agnese, e che il suo gesto è stato improvviso e incontrollato. Al processo i giudici capiranno sicuramente e commineranno al giovane 5 anni di carcere al massimo com'è previsto per l'omicidio "per questioni d'onore". Antonio, pavido, si ammala di febbre alta, ma il padre gli impone una cura da cavallo. Il giorno della partenza, rivela ad Agnese la sua tremenda missione, sperando nella sua comprensione. La sorella si reca subito dai Carabinieri per denunciare il piano, che viene sventato.

In paese don Vincenzo fa sempre più fatica a spiegare agli amici e ai conoscenti cosa sta succedendo tra la sua famiglia e la famiglia Califano. Dopo il mancato delitto d'onore, gli Ascalone sono sulla bocca di tutti. Le voci si rincorrono: perché Antonio ha attentato alla vita di Peppino, visto che si conoscono da bambini e sono anche amici?

Ma la verità sta venendo alla luce con l'accusa a Peppino per il reato di violenza sui minori emanata dal pretore, che non crede alla versione del seduttore. Don Vincenzo vuole far apparire ciò che è accaduto, giustificando ora il rifiuto della sua famiglia al matrimonio, come un'espressione di modernità e di rispetto per l'indipendenza di sua figlia che, giovane e al passo con i tempi, sarebbe libera di scegliere chi vuole. In realtà costringe Peppino ad inscenare un falso rapimento della promessa ed amata sposa per evitare la galera. Secondo il codice penale italiano vigente all'epoca, infatti, il matrimonio cancellava i reati di violenza carnale, circonvenzione d'incapace e reati connessi.

Tutti si presentano davanti al pretore per comunicargli la loro libera volontà. Ma le cose non vanno come previsto: quando il pretore chiede conferma ad Agnese, la ragazza, clamorosamente, rifiuta di accettare il matrimonio riparatore con Peppino.

Il percorso di ritorno dalla Pretura all'abitazione è come il passaggio delle forche caudine: i paesani aspettano davanti a casa gli Ascalone per sbeffeggiare tutta la famiglia. Il barone Rizieri, per salvare il suo onore gentilizio, esplicita a don Vincenzo la sua rinuncia definitiva a Matilde. Tutto il paese è contro di lui: è troppo per il sanguigno don Vincenzo che, punto sull'onore, viene colpito da infarto. Malato, costretto a letto, riesce però a convincere Agnese a sposare Peppino.

Mentre la festosa cerimonia si svolge e la povera Matilde, che non ha capito nulla di tutto quanto è avvenuto, pronuncia i voti per farsi suora, il padre di famiglia muore di nascosto per non far rimandare il matrimonio, dopo aver immolato la sua vita sull'altare dell'onore.

Sulla sua tomba campeggia l'epitaffio: "Onore e famiglia".

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Il film fa parte di una trilogia iniziata con Divorzio all'italiana (1961) e che si concluderà con Signore & signori (1966).

Come era già accaduto per il film precedente Divorzio all'italiana, anche il titolo di questo, Sedotta e abbandonata, per il grande successo di pubblico e per le valutazioni positive della maggior parte della critica, passò nell'uso comune della lingua popolare per indicare un vantaggio preso da qualcuno ma da questi ricambiato con il tradimento. In effetti l'espressione sedotta e abbandonata ricorreva e ricorre, usata ormai solo metaforicamente, nelle odierne cronache giornalistiche ed è probabilmente a queste che Pietro Germi negli anni sessanta si deve essere ispirato. Nell'anno 1965 i giornali racconteranno di Franca Viola, una giovane siciliana che molto coraggiosamente aveva rifiutato di accettare un matrimonio riparatore.

« Con Sedotta e abbandonata gli affezionati spettatori di Divorzio all’italiana si ritrovano in una Sicilia dominata da un grottesco senso dell’onore, nuovamente si muovono in un clima cupo e afoso con bagliori terrificanti, in cui scoppiano feroci contrasti familiari, e per la seconda volta s’imbattono in una Stefania Sandrelli concupita da un focoso isolano. Simile la cornice, analogo il desiderio del regista, Pietro Germi, di accusare, raccontando una storia inventata, l’ipocrisia dei costumi locali e della legislazione italiana. »
(Giovanni Grazzini[senza fonte])

L'analisi che Germi conduce della Sicilia degli anni '60 è impietosa e dura rispetto a quella descritta nel precedente film dove si respirava un'atmosfera di comica leggerezza: qui i personaggi sono apertamente disprezzati nella loro ipocrisia e falsità: gli unici che si salvano nella considerazione di Germi sono i carabinieri, paterni e comprensivi, e la magistratura intelligente ed attenta all'applicazione delle leggi. Non a caso il regista, uomo d'ordine e severo nei suoi giudizi, rinnova la sua pur limitata fiducia in queste due istituzioni così come faceva nel suo secondo film In nome della legge del 1949. Ed ancora una volta Germi simpatizza con la spregiudicatezza, l'intelligenza e il coraggio delle giovani donne interpretate da Stefania Sandrelli che esprime a pieno la ingenua sensualità del personaggio.

« I personaggi, infatti, i loro caratteri e persino il loro aspetto fisico, le situazioni che li hanno al centro e le soluzioni cui vengono indirizzati sono tutti immersi in un clima caricaturale alla Grosz permeato quasi soltanto di violentissima asprezza e, a volte, di una così spietata ferocia da rilevare negli autori soprattutto antipatia e disprezzo nei loro confronti e mai, invece, un minimo di pietà o di commiserazione »
(Gian Luigi Rondi, da Il Tempo 31 gennaio 1964)

Nel film non manca la connotazione critica nei confronti di una società, che in quei tempi, e forse non soltanto allora, considerava il matrimonio elemento degno per la sua stessa natura di porre rimedio a un reato che come tale andava comunque condannato.

« In Sedotta e abbandonata il regista attacca un altro aspetto della nostra legislazione, cioè l’articolo che attribuisce al matrimonio il potere di cancellare ogni precedente reato dell’uomo nei confronti della donna, dalla violenza al ratto. Come nel film precedente Germi prende pretesto da uno spunto polemico per affrontare un tetro quadro d’ambiente. »
(Da Tullio Kezich Il cinema degli anni sessanta, 1962-1967, Edizioni Il Formichiere)

Ma in vero per evitarne una - è questa la morale del regista - si assumeva una condanna più pesante come quella che si prospetta per la futura vita di Peppino, anche lui trascinato all'altare per evitare il disonore e la galera, destinato ad una vita d'inferno assieme ad una donna che lo disprezza, condannato a vivere per sempre in un'unione che allora si poteva solo sciogliere con un "divorzio all'italiana".

Una piccola parte ma che costituisce un cammeo è quella interpretata da Leopoldo Trieste, un noto caratterista del nostro cinema, che ancora una volta, come nel precedente film di Germi, rappresenta nei tratti del suo volto espressivo, la figura del siciliano estroso e bizzarro dalle movenze disarticolate e stralunate.

Su tutti giganteggia, quasi fisicamente, l'interpretazione del grande Saro Urzì di Don Vincenzo Ascalone, che si dibatte attraversato da mille ansie in un frenetico e grottesco agitarsi nel trovare complicate soluzioni barocche per conservare il mitico onore siciliano della famiglia. Egli diventa il simbolo della cattiva sicilianità: quella degli "amici degli amici", dell'ipocrisia sociale, dell'egoismo del proprio "onore" in nome del quale sacrificare anche i suoi stessi figli. Su di lui s'abbatte la critica corrosiva del regista che non si ferma neppure dinanzi alla morte del personaggio, anch'essa rappresentata grottescamente.

« Il film ironizza in modo più che sardonico su quella Sicilia in cui salvare il cosiddetto "onore" è di importanza vitale, in cui sono le apparenze quelle che contano (memorabile la scena in cui il padre della ragazza costringe tutta la famiglia, appena usciti dal commissariato, a ridere per far credere alla gente che si era trattato di un malinteso), e le donne hanno l'importanza di un soprammobile. Sicilia questa che all'epoca di Germi esisteva ancora e che oggi non è del tutto scomparsa. Incantevolmente dimessa la Sandrelli e prepotentemente sanguigno il grande Saro Urzì (nella parte del padre della ragazza). Germi non è mai stato così pungente e sferzante, con un stile poi da lasciar a bocca aperta. Un capolavoro della "commedia all'italiana". »
(Morando Morandini, Dizionario dei film ed. 2007, Zanichelli)

Premi e riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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