Il ferroviere (film 1956)

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Il ferroviere
FerroviereGermi1956WP.jpg
Pietro Germi e Saro Urzì in una scena del film
Titolo originale Il ferroviere
Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 1956
Durata 118 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Pietro Germi
Soggetto Alfredo Giannetti
Sceneggiatura Alfredo Giannetti, Luciano Vincenzoni, Pietro Germi
Produttore Carlo Ponti per ENIC/Ponti De Laurentiis
Distribuzione (Italia) ENIC
Fotografia Leonida Barboni
Montaggio Dolores Tamburini
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Carlo Egidi
Interpreti e personaggi
Doppiatori originali
Premi
« Un film fatto per gente all'antica... col risvolto dei pantaloni »
(Pietro Germi)

Il ferroviere è un film del 1956 diretto e interpretato da Pietro Germi, presentato in concorso al 9º Festival di Cannes.[1]

Nonostante sia stato accusato dalla critica di indulgere verso linee narrative "deamicisiane" (cfr. Morandini op.cit.), il film secondo altri interpreti invece evita le accuse di facile moralismo populista, grazie alla partecipata sceneggiatura di Giannetti che focalizza l'attenzione sul lato umano dei personaggi ed al taglio neorealista-intimistico che resta la migliore capacità stilistica di Germi, sia come regista che come attore.[2][3]

Il film nasce da un soggetto autobiografico intitolato Il treno di Alfredo Giannetti che lo adattò per il film insieme a Luciano Vincenzoni e Pietro Germi.

La produzione de Il ferroviere era inizialmente della Ponti-De Laurentiis, ma il film venne realizzato dal solo Carlo Ponti che «non credeva nel progetto e anche per rallentarne la realizzazione propose, per la parte del protagonista, nomi impossibili come quelli di Spencer Tracy e Broderick Crawford. Fu Giannetti a intuire che Germi avrebbe voluto e potuto interpretare il ruolo principale e fu lui a dirigerlo nei provini che convinsero Ponti.» [4]

Trama[modifica | modifica sorgente]

Notte di Natale. Il macchinista di treni Andrea, di ritorno dal suo duro lavoro, fa la solita sosta serale alla osteria per bere un bicchiere di vino e incontrarsi con i suoi amici. Negli anni cinquanta, l'osteria era il luogo d'incontro delle persone, specie anziani, per passare il tempo in compagnia e per scambiare opinioni e notizie. Benché il suo amico Gigi, macchinista anche lui, se ne sia già andato, Andrea si abbandona al vino, la droga dei poveri in quegli anni. Sarà suo figlio Sandrino a riportarlo a casa.

Tornato alticcio a casa, scopre che non c'è nessuno, poiché la figlia Giulia, incinta, si era sentita male ed erano andati tutti a casa sua. In un flashback scopriamo che Andrea si era scontrato spesso con Giulia e l'aveva obbligata a sposare l'uomo che non amava da cui però aspettava un figlio. Giulia non riuscirà a sanare il suo matrimonio. Il figlio atteso nascerà morto, motivo in più di contrasto nella coppia. Giulia alla fine lascerà il marito. Anche l'altro figlio ormai adulto che sogna una vita diversa da quella del padre ma che non fa nulla per riuscire ad averla, si ribellerà al padre e lascerà la casa quando questi, durante una furiosa lite, incolperà la moglie, una tipica donna di casa, sottomessa e parafulmine delle tensioni familiari, di essere la causa della disgregazione della famiglia. Accanto ad Andrea rimarranno la moglie e il piccolo Sandro, che pur amando senza condizioni il padre sarà anche lui motivo di rimproveri per la sua cattiva riuscita a scuola.

Andrea si sentirà sempre più solo e deluso con l'unico sfogo del suo amico Gigi con cui si confida durante i massacranti turni di guida dei treni. Sarà proprio durante uno di questi lunghi viaggi che Andrea investirà un suicida che si getta sotto il treno. Pur esente da responsabilità rimarrà ovviamente turbato e nel proseguimento del viaggio, abbagliato dal sole, non vedrà un segnale di arresto ed eviterà per un soffio un disastro ferroviario: la cattiva fama di bevitore gli farà assegnare dalla direzione ferroviaria incarichi secondari ed umilianti per lui, che era stato sempre fiero del suo lavoro. Andrea, sconvolto dall'episodio per essere stato la causa, sia pure involontaria, della morte dello sconosciuto, comincerà a chiudersi in se stesso non credendo più nella amicizia dei suoi compagni ferrovieri da cui si è sentito abbandonato durante l'inchiesta seguita all'incidente.

Per questo in occasione di uno sciopero egli invece continuerà a lavorare segnato a dito come crumiro da tutti e disperatamente difeso dal piccolo Sandro. La grave malattia cardiaca che colpirà la travagliata vita di Andrea sarà l'occasione per il ricostituirsi degli affetti intorno a lui. La vigilia di Natale Andrea tornerà ad avere intorno a sé l'affetto dei suoi figli e dei suoi amici e capirà che la causa dei suoi guai è stata anche la sua intransigenza e la sua chiusura al mondo che sta velocemente cambiando. Riprenderà a suonare la sua chitarra, compagna delle sere passate in allegria all'osteria, per manifestare il suo amore alla moglie che non l'ha mai abbandonato, ma proprio allora la morte lo coglierà.

Critica[modifica | modifica sorgente]

Attraverso la vita del ferroviere Germi ci dà uno spaccato sociologico dell'Italia popolare e proletaria degli anni cinquanta appena uscita dalla guerra. Cominciavano allora a manifestarsi i segni di quei problemi familiari e sociali che travagliarono, durando in parte tuttora, la vita italiana in rapido mutamento. Sono presenti infatti i temi del contrasto tra le generazioni, delle lotte sindacali per le dure condizioni di lavoro, il mutamento dei valori morali a cui Andrea, uomo autoritario legato al passato non sa e non vuole adeguarsi. Il mondo sta velocemente cambiando, come i suoi treni, intorno ad Andrea, ma egli non se ne rende conto.

«Come osserva Mario Sesti, Il ferroviere può essere confrontato all'altro grande monumento cinematografico di melodramma e realismo, Rocco e i suoi fratelli, due film che affrontano un vero corpo a corpo con quello che si può considerare il mito più profondo dell'inconscio, della Storia e della struttura sociale di questo paese: l'unità della famiglia[5] Il tutto è trattato in modo emozionale dal regista che, facendo leva sui sentimenti degli spettatori più che sulla loro ragione li coinvolge e li fa partecipi. Il film è stato accusato di sentimentalismo e di usare toni melodrammatici ma non si è capito, da parte soprattutto di quei critici ideologicamente prevenuti, per i quali la libertà espressiva e politica di Germi era scomoda e troppo disinvolta, che questa è la visione del mondo di Andrea che vive e giudica la società del suo tempo in modo istintivo e fortemente passionale.[6]

La storia, pur ricca di sentimenti, alla fine non appare melensa, ma al contrario, anche per merito dello sceneggiatore Alfredo Giannetti e della grande e sanguigna interpretazione di Pietro Germi, è sincera ed autentica.[7]

Appassionato in particolare il giudizio che del film dà Ermanno Olmi: «Settembre 1961, a Roma. Da Rosati a via Veneto. Germi lo trovavi sempre lì, al bancone del bar, seduto davanti a un bicchiere di vino. Non era una posa d'artista: era davvero nella sua natura starsene silenzioso a pensare sorseggiando del buon vino. Se non avessi saputo ch'era un celebre regista e anche attore avrei detto, per istintiva sensazione, che poteva essere un ferroviere. Perché mi ricordava mio padre come lo avevo in mente da bambino: anche lui ferroviere. Gente solida, buoni bevitori ma rigorosamente sobri in servizio. Quel giorno di settembre, fu proprio Germi a rivolgermi un saluto. Fino ad allora, io lo incontravo spesso lì (lo ammiravo moltissimo), ma non avevo mai osato importunarlo. Mi disse che aveva visto Il posto, il mio film che era stato alla Mostra di Venezia e che gli era piaciuto. Io gli confidai la grande emozione (e le lacrime!) per il suo Ferroviere. Ma al di là della grazia sublime dell'opera ‒ di una rara potenza poetica! ‒ c'era per me una ragione particolare, che mi faceva amare in modo speciale quel suo film: riguardava la mia stessa vita e quella di mio padre.» che aveva attraversato le stesse vicende del suo ferroviere.[8]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) Official Selection 1956, festival-cannes.fr. URL consultato il 4 giugno 2011.
  2. ^ «Uno dei migliori film di Germi, per la notevole ricchezza psicologica con cui è ritratto il protagonista, e definita la sua mentalità piccolo borghese» (Gian Piero dell'Acqua)
  3. ^ In questo film - il che non accadrà più nelle successive opere - Germi si fece doppiare da Gualtiero De Angelis, voce italiana di Cary Grant, Dean Martin e James Stewart.
  4. ^ Gian Luca Farinelli, Enciclopedia del Cinema (2004) alla voce corrispondente
  5. ^ Gian Luca Farinelli, op.cit.
  6. ^ Pietro Germi: la critica della Sinistra
  7. ^ «Nonostante i limiti della sua poetica (un po' De Amicis, un po' Capra) e del suo moralismo ottocentesco, sfugge alle trappole della retorica per la scrittura calda e avvolgente, concentrata sugli attori, per quel neorealismo intimistico che è la cifra stilistica migliore di Germi (ma il merito è anche dello sceneggiatore Alfredo Giannetti) e che ne fa un narratore popolare ad alto livello.»(cfr. M.Morandini, Dizionario dei film ed.2007, Zanichelli). Una critica negativa sull'interpretazione di Germi appare in Filippo Sacchi «Ma decisamente la sua maschera non possiede l'intensità e il dinamismo fotogenico necessari per occupare continuamente lo schermo.» (Al cinema col lapis, Milano, Mondadori, 1958).
  8. ^ Gian Luca Farinelli, op.cit.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Catalogo Bolaffi del cinema italiano volume secondo a cura di Gianni Rondolino

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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