Partito dei Lavoratori del Kurdistan

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Partito dei Lavoratori del Kurdistan
Partîya Karkerén Kurdîstan
Bandiera del PKK usata sin dal 2005
Leader Murat Karayılan
Stato Turchia Turchia
Fondazione 27 novembre 1978
Ideologia Nazionalismo curdo,
Socialismo libertario,
Marxismo-Leninismo (in precedenza)
Collocazione Estrema sinistra
Iscritti 7000 - 8000
Sito web http://www.pkkonline.com/

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (in curdo Partîya Karkerén Kurdîstan, sigla PKK; in turco: Kürdistan İşçi Partisi) è un movimento politico clandestino armato, sostenuto dalle masse popolari (prevalentemente agricole) del sudest della Turchia, zona popolata dall'etnia curda.

Inizialmente il gruppo si ispirava al marxismo-leninismo, rivendicando la fondazione di uno stato indipendente nella regione del Kurdistan, similmente agli iracheni Partito Democratico Curdo (KDP) e Unione Patriottica del Kurdistan (KPU) e ai partiti iraniani Partito Democratico del Kurdistan Iraniano e Partito per la Libertà del Kurdistan (PJAK). A partire dal 1999, Ocalan ha abbandonato il marxismo-leninismo, portando il partito ad adottare la nuova piattaforma politica del Confederalismo Democratico[1] (fortemente influenzato dalla teoria del municipalismo libertario)[senza fonte]. Il gruppo viene tuttavia, da più parti, accusato di terrorismo per i suoi metodi di lotta, ed è attualmente considerata un'organizzazione terroristica da Turchia, USA, Unione europea e Iran.[senza fonte]

Gli inizi[modifica | modifica wikitesto]

Il PKK esordì in forma ideologica come evoluzione di una organizzazione maoista di Ankara dopo il golpe militare del 1971. Il 27 novembre 1978 il movimento si costituì in partito politico sotto la guida di Abdullah Öcalan, studente di scienze politiche ad Ankara, e di suo fratello Osman. Il partito, che all'inizio poteva contare su numerosi iscritti turchi, iniziò una campagna contro le istituzioni turche e, secondo il governo di Ankara, perseguitò le giovani reclute curde nell'esercito turco e invitò i simpatizzanti di origine turca a lasciare l'esercito.

Nel settembre 1980 l'esercito turco prese il potere con un colpo di Stato, furono sciolti tutti gli organi democratici del paese, vietati i partiti politici e disciolto il Parlamento.

Fu vietato l'utilizzo della lingua curda, sia in forma scritta che orale, e fu vietata la diffusione della cultura curda.

Il PKK, come gli altri partiti, fu pesantemente attaccato dal governo: tra il 1980 e il 1983 furono eseguite 89 condanne a morte, centinaia di militanti furono arrestati e migliaia vennero indagati per "cospirazione".[senza fonte]

Ciò contribuì alla frantumazione della sinistra in Turchia: i partiti marxisti turchi condannarono il PKK in nome dell'unità dei popoli.

La scelta della lotta armata[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1984 si ritornò ad un governo formalmente democratico, ma a carattere monopartitico e fortemente condizionato dall'esercito; il PKK, non riconoscendo passi avanti sostanziali nel riconoscimento dei diritti dei curdi, prese le distanze dagli altri partiti democratici curdi indipendentisti, il PDK e l'UPK, e scelse la via della lotta armata.

Nella regione iniziò una stagione di violenza, con attentati da parte dei guerriglieri seguiti da feroci rappresaglie da parte dell'esercito turco il PKK fu inoltre accusato di violenze contro gli stessi curdi che non ne condividevano le scelte.

Il rifiuto della Turchia al ritorno alla via democratica[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1993 il PKK fece credere in una svolta, in intesa con il PDK e l'UPK, accettando di deporre le armi in cambio di un negoziato per la pace nel Kurdistan e sull'autonomia curda.

La tregua fu però ritenuta dai turchi un semplice diversivo da parte dei ribelli per procurarsi armi e organizzare nuovi attentati; il governo decise così di intensificare la repressione, che si estese anche ai turchi che sostenevano logisticamente ed economicamente il PKK. Furono arrestati dei simpatizzanti e una parlamentare, Leyla Zana, che affermò in un discorso in lingua curda nel parlamento turco la necessità della nascita di uno stato curdo su territorio turco.

Secondo un rapporto della Commissione di Indagine del Parlamento turco, il conflitto tra lo stato turco e il PKK avrebbe provocato complessivamente tra le 35.000 e le 40.000 vittime, suddivise tra militari e civili appartenenti a varie etnie (curdi, armeni, laz, ecc.)[senza fonte]

La vicenda Öcalan[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1998 il leader Abdullah Öcalan giunse in Italia e chiese asilo politico, provocando un dibattito sull'opportunità (politica e giuridica) di accettare tale richiesta. Il governo D'Alema prese tempo, mentre Öcalan soggiornava a Roma protetto dagli agenti della Digos; ciò irritò il governo turco e le forze di centrodestra italiane, favorevoli all'espulsione di Öcalan.

Amnesty International prese posizione sul caso, dichiarandosi contraria all'estradizione in Turchia dove Öcalan avrebbe potuto essere condannato a morte; l'organizzazione umanitaria riconobbe il leader del PKK colpevole di diversi crimini, chiedendo però che egli fosse processato in un paese che fosse in grado di garantire le garanzie minime per la difesa. Il rifiuto della Germania, che da anni aveva emesso un mandato di cattura contro Öcalan, rese questa strada impossibile da percorrere. La comunità curda in Italia solidarizzò con Öcalan, compresi coloro che non appoggiavano il PKK, in nome dell'unità curda.

Nel 1999, quando era ormai chiaro che non avrebbe avuto asilo politico in Italia, Öcalan fuggì in Kenya; poco dopo fu tuttavia intercettato da agenti della CIA e del MIT (i servizi segreti turchi) ed estradato in Turchia. La beffa arrivò 2 mesi dopo: un tribunale italiano riconobbe ad Öcalan il diritto all'asilo politico in Italia, ma il leader del PKK era ormai già detenuto in un carcere turco.

Anni recenti[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio 2000 l'Europa invitò a Strasburgo, come portavoce permanente, un rappresentante del Kurdistan turco; sull'onda degli attentati dell'11 settembre 2001, però, il PKK fu inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche e il processo avviato dall'Europa entrò in una fase di stallo.

Nel 2006 il governo Turco approvò una legge secondo cui i minori che manifestano sostegno alle formazioni riconducibili al PKK possono essere arrestati secondo procedure normali per il caso. Inoltre l'avvocato Thair Elci, noto per difendere a livello giuridico i minorenni incarcerati per l'accusa di sostegno al terrorismo curdo afferma: «Secondo la decisione dell'alta corte, gli inquirenti non necessitano di prove per affermare che qualcuno abbia commesso reato in nome del PKK. La sola partecipazione ad una manifestazione di piazza costituisce prova sufficiente».

Questa norma, atta a scoraggiare le manifestazioni a favore dei guerriglieri curdi però sta ottenendo un effetto contrario a quello pensato: infatti un gran numero di coloro che prima simpatizzavano solamente per il PKK, incontrando in prigione guerriglieri e militanti, decide di abbracciare totalmente la causa curda.[2]

Però da ambo le parti si iniziano a intravedere segnali di apertura. Infatti il leader Curdo Murat Karayilan, ha detto: «Innanzitutto le armi devono cominciare a tacere. Non bisognerebbe lanciare nuovi attacchi e a quel punto dovremmo confrontarci. Non con le armi, ma con il dialogo. Vogliamo che si metta fine allo spargimento di sangue, perché gli anni passano e continuiamo a tornare sempre allo stesso punto. Non si metterà fine al PKK con l'uso delle armi».

Inoltre il leader del PKK ha valutato positivamente le dichiarazioni del presidente turco, Abdullah Gul che, in occasione della sua recente visita in Siria, ha espresso la necessità di risolvere il problema curdo e la sua speranza in una vicina e pacifica soluzione. Qarayland ha detto che «... le dichiarazione di Gul devono essere accompagnate da passi concreti», anche se c'è da aggiungere che gli scontri fra esercito Turco e combattenti del PKK sono all'ordine del giorno, con perdite da entrambe le parti.

Il 14 luglio del 2011, nell'imboscata più sanguinosa degli ultimi tre anni, guerriglieri indipendentisti curdi del PKK hanno ucciso 13 soldati nel sud-est della Turchia ferendone altri sette. Le forze armate turche hanno reagito uccidendo almeno sette membri del PKK nel più recente capitolo di questione etnica che, in un quarto di secolo, ha fatto decine di migliaia di morti e stenta a trovare soluzione politica, come testimonia il boicottaggio curdo al parlamento di Ankara. Gli scontri sono avvenuti nell'impervia zona di Silvan, città situata ad un'ottantina di chilometri a est di Diyarbakir, la 'capitale' dell'indipendentismo curdo.

Il 25 luglio del 2011 altri tre soldati turchi sono stati uccisi in un'imboscata dei guerriglieri nel sud-est del paese, in una zona rurale, nei pressi della cittadina di Omerli (provincia di Mardin).

Il 17 agosto del 2011 per la prima volta aerei da guerra turchi hanno sconfinato nello spazio aereo iracheno per bombardare postazioni dei guerriglieri curdi del PKK.

Il 24 settembre del 2011 i guerriglieri curdi del PKK hanno lanciato un attacco a una piccola stazione di polizia nel sud-est della Turchia uccidendo cinque poliziotti e ferendone una decina.

A marzo 2013 Öcalan ha annunciato il "cessate il fuoco" ed il ritiro dei guerriglieri del PKK dal territorio turco, dando il via alle trattative di pace con la Turchia.[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Democratic Confederalism | Partiya Karkerên Kurdistan - PKK Official Site
  2. ^ Fonte: Peace Reporter[senza fonte]
  3. ^ Turchia, Ocalan annuncia il 'cessate il fuoco' e il ritiro dei ribelli del Pkk oltre i confini - Repubblica.it

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