Intraducibilità

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

L'intraducibilità è il carattere di un determinato testo, o di un certo enunciato, espresso in una data lingua, al quale non si può far corrispondere alcun testo o alcun enunciato corrispondente nel processo di traduzione in un'altra determinata lingua. Le parole non possono essere classificate né come unità completamente traducibili, né come unità totalmente intraducibili. La difficoltà nel tradurle dipende dalla loro origine, nonché dalla competenza del traduttore. Molto spesso un testo o un enunciato ritenuto intraducibile è in realtà un gap o un'unità lessicale che non si riferisce a un concetto simile nella lingua della traduzione. In questo caso, per trasmettere il senso, il traduttore può ricorrere a delle trasformazioni linguistiche.

Niente è traducibile?[modifica | modifica wikitesto]

Alcune teorie sostengono che, basilarmente, niente sia traducibile: le lingue sono talmente collegate alle culture che le utilizzano (vedi ad esempio l'ipotesi di Sapir-Whorf) da supporre perfino l'inesistenza di parole equivalenti fra loro in due lingue diverse. Susan Bassnett, cfr.[1] avanza l'esempio del termine inglese butter e della sua traduzione italiana burro, i quali designano entrambi, nelle rispettive culture, un prodotto caseario commestibile, commercializzato sotto forma di panetto di grasso; tuttavia, è errato dire che burro e butter significano la stessa cosa nei rispettivi contesti culturali, in quanto in realtà sussistono le seguenti differenze:

burro butter
colore chiaro colore giallo intenso
sapore dolce sapore salato
impiegato per cucinare spalmato sul pane
(bread and butter)
nessuna connotazione sociale connotazione sociale elevata
(in contrapposizione alla
meno nobile margarina)

Sostenitori dell'intraducibilità, in particolar modo nel settore della traduzione letteraria, furono Benedetto Croce ed Eugenio Montale.

Teoria contro pratica[modifica | modifica wikitesto]

Contrariamente a quanto sostiene la teoria, nell'esperienza pratica i testi vengono di continuo tradotti da una lingua ad un'altra, per traducibili o intraducibili che siano. I testi sono più o meno difficili da tradurre secondo la loro natura e secondo l'esperienza e l'abilità del traduttore.

Spesso, quando un testo o un enunciato è considerato "intraducibile", il senso comune intende piuttosto sottolineare una "lacuna", ovvero un'assenza di una parola letterale, di un'espressione o di una costruzione della lingua d'origine nella lingua d'arrivo.

Per colmare la lacuna, il traduttore può ricorrere a diversi procedimenti di traduzione.

Trasformazioni traduttive[modifica | modifica wikitesto]

Tra i procedimenti di traduzione ai quali un traduttore può ricorrere per ovviare a un'intraducibilità vi sono:

Adattamento[modifica | modifica wikitesto]

Un adattamento, chiamato anche "traduzione libera", è un procedimento di traduzione col quale il traduttore sostituisce i realia sociali o culturali del prototesto con una realtà corrispondente nel metatesto. Questi nuovi realia saranno rivolti al pubblico della cultura ricevente.

Per esempio, nella traduzione inglese del fumetto belga Les Aventures de Tintin et Milou, il compagno canino di Tintin, Milù (fr. Milou) diventa Snowy; in neerlandese si chiama Bobbie, in tedesco Struppi. Allo stesso modo, i detective Dupond e Dupont diventano Thomson e Thompson in inglese, Jansen et Janssen in neerlandese, Schultze et Schulze in tedesco, Hernández e Fernández in spagnolo, 杜本 and 杜朋 (Dùběn e Dùpéng) in cinese e così via.

Quando il drammaturgo quebecchese Michel Tremblay adattò l'opera teatrale di Gogol L'ispettore generale col nome di Le gars de Québec, egli traspose l'azione dalla Russia alla sua provincia natale.

Si incontrano spesso casi di adattamento nella traduzione di poesie, opere teatrali e pubblicità.

Calco[modifica | modifica wikitesto]

Un calco è un procedimento traduttivo col quale la struttura di una parola o un'espressione del prototesto viene riprodotta nel metatesto. Per esempio, la parola “grattacielo” è un calco morfologico dall'inglese “skyscraper”, dove “grattare” sta per “to scrape” e “cielo” sta per “sky”. Prima della creazione di questo termine, l'italiano non aveva parole per indicare questo tipo di edifici metropolitani. La traduzione parola per parola può risultare comica, tuttavia è necessaria per rendere perfettamente lo stile del prototesto, soprattutto se il prototesto è ambiguo o poco chiaro.

Compensazione[modifica | modifica wikitesto]

La compensazione è un procedimento traduttivo col quale gli elementi del prototesto che non possono essere tradotti con gli stessi mezzi linguistici vengono sostituiti nel metatesto con altri mezzi linguistici. Per esempio, molte lingue possiedono due forme di pronomi alla seconda persona: una informale e l'altra formale (in francese, tu e vous; in spagnolo, e Usted; in tedesco, du e Sie, in russo “ты” e “Вы”, per citare solo alcuni esempi). In inglese, la distinzione T(u)-L(ei) si utilizza più che raramente, il che obbliga il traduttore a ricorrere a una compensazione, sia utilizzando nomi propri o un soprannome, sia utilizzando formule sintattiche considerate informali in inglese (I'm, you're, gonna, dontcha... ).

Prestito[modifica | modifica wikitesto]

Un prestito è un procedimento di traduzione col quale il traduttore usa una parola o un'espressione del testo di partenza tale e quale.

Un prestito va scritto di norma in corsivo se non è considerato integrato nella lingua d'arrivo.

Perifrasi[modifica | modifica wikitesto]

Una perifrasi è un procedimento di traduzione col quale il traduttore sostituisce una parola del testo di partenza con un gruppo di parole, o con un'espressione, nella lingua d'arrivo. Un chiaro esempio di intraducibilità è rappresentato dalla parola olandese “gezellig”, che non ha un traducente preciso. Letteralmente significa “accogliente, divertente, gentile”, ma può indicare anche il tempo passato con le persone care, un incontro con un amico dopo tanto tempo o un'affinità spirituale. Nel Guinness dei Primati “mamihlapinatapai” è presentata come la parola più difficile da tradurre e viene resa come “guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l’altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo”.

Nota del traduttore[modifica | modifica wikitesto]

La nota del traduttore, talvolta abbreviata in NdT o N.d.T., è una nota (di norma a piè di pagina o a fine testo) che il traduttore aggiunge per fornire informazioni sui limiti della traduzione, sulla cultura del testo di partenza, o altre informazioni che considera utili.

Tali note sono a volte permesse, e a volte perfino richieste, nelle prove di traduzione. Tuttavia, il ricorso a note è di norma visto come un'ammissione di fallimento da parecchi traduttori professionisti.[2]

Esempi[modifica | modifica wikitesto]

Grammatica[modifica | modifica wikitesto]

Categoria di appartenenza[modifica | modifica wikitesto]

Possono insorgere alcune difficoltà nel tradurre il verbo “avere” da arabo, finlandese, hindi, ungherese, irlandese, giapponese, gallese, ebraico e urdu. In queste lingue non c'è un verbo specifico per indicare che il concetto di “avere”. Invece di dire “io ho qualcosa” verranno usate delle costruzioni diverse, di modo da indicare che quel “qualcosa” è mio. Perciò in turco si dirà “c’è qualcosa di mio”, mentre in ebraico si dirà “qualcosa è a me”. In russo al posto di “io ho” si ricorre alla struttura “presso di me c’è”. In giapponese il verbo “avere” viene spesso tradotto con i verbi iru (いる o 居る) e aru (ある o 有る). Il primo verbo si riferisce a persone, animali o altri esseri viventi (escluse le piante), mentre il secondo è più simile al significato del verbo “avere” e si usa con i sostantivi inanimati. Per esprimere il possesso i giapponesi usano il verbo motsu (持つ), che significa “tenere”.

Forme verbali[modifica | modifica wikitesto]

In italiano alcune categorie grammaticali mancano del tutto. Per esempio risulta complicato distinguere i due verbi finlandesi “kirjoittaa” (verbo in forma intera tradotto con il verbo “scrivere”) e “kirjoitella” (“prendere appunti di tanto in tanto”, è un verbo frequentativo). In inglese non ci sono forme verbali a sufficienza per indicare l'azione diretta; per questo motivo bisogna ricorrere alla parafrasi. Nella grammatica finlandese, invece, c'è un intero gruppo di verbi derivati che denotano diversi gradi di azioni dirette. Ad esempio sulla base del verbo “vetää” (tirare) possono formarsi una serie di verbi. Ad esempio:

  • Hevonen vetää: il cavallo tira
  • Ajomies vedättää: il cocchiere ordina al cavallo di tirare
  • Urakoitsijavedätyttää: il superiore richiede al cocchiere di ordinare al cavallo di tirare
  • Yhtiö vedätätyttää: l'azienza assegna al superiore il compito di richiedere al cocchiere di ordinare al cavallo di tirare

Nella maggior parte delle lingue altaiche (turco, azero azero, kazako, ecc.) il verbo ha il suffisso “mis”, che ne completa la funzione grammaticale. Permette di far capire che chi parla non ha né visto né sentito direttamente quello che sta raccontando, ma o è solo una congettura o l'ha sentito dire da qualcuno. Ad esempio la parola turca “gitmis” può significare sia “hanno detto che è uscito/a” sia “penso che sia uscito/a”. Inoltre, questa struttura grammaticale viene spesso utilizzata quando si scherza o si raccontano storie. Le lingue che sono molto diverse tra loro, per esempio italiano e cinese, richiedono un particolare processo di adattamento. In cinese non esiste il tempo verbale in quanto tale, ma ci sono tre aspetti verbali. Il verbo “essere” in italiano non ha un traducente in cinese. In questo modo il verbo “essere” seguito da un aggettivo (ad esempio “è blu”) in una traduzione verso il cinese sarà omesso. In cinese non esistono gli aggettivi come intesi in italiano. Sia gli aggettivi che i verbi appartengono alla categoria dei predicati. Se si parla di un luogo si usa il verbo “zai” (在), come nella frase “siamo in casa”. Nel resto dei casi si usa il verbo “shì” (是), come nella frase “sono il capo”. In una frase in cui il significato del verbo “essere” cambia, questa differenza si perde nella traduzione cinese. In tedesco e nederlandese ci sono molte particelle modali difficili da tradurre perché conferiscono una determinata sfumatura di senso senza rivestire quasi nessuna funzione grammaticale. Il significato di simili parole cambia a seconda del contesto e della sfumatura di senso della proposizione e perciò esse risultano difficili da tradurre. Un esempio rilevante sono i verbi “ser” e “estar” in portoghese e spagnolo. Entrambi significano “essere, ma c’è una differenza: “ser” descrive l'essenza, la natura delle cose, mentre “estar” descrive condizioni temporanee. Talvolta se il traduttore tralascia tale differenza la comprensione generale di una frase non né è inficiata, invece, in altri casi, è necessario distinguere i due verbi per evitare il doppio senso. Quando no si può tradurre parola per parola, per rendere il senso della frase in modo più preciso il traduttore ricorre a parole diverse dall'originale, aggiungendone anche di nuove. Un esempio è la parola russa пошлость /poshlost'/, molto usata da Čechov, che significa “banalità”, “mancanza di gusto” e “rozzezza” allo stesso tempo. Nabokov la definì una delle parole più difficili da tradurre in assoluto.

Rapporti di parentela[modifica | modifica wikitesto]

Per diversi motivi, quali peculiarità linguistiche e culturali di ogni Paese, la traduzione di vocaboli riguardanti la famiglia spesso non risulta facile. La maggior parte delle parole thailandesi relative alla famiglia non può essere tradotta parola per parola, infatti sono necessarie ulteriori specificazioni nel metatesto. Tali termini non possono essere tradotti perché altrimenti si perderebbero concetti propri della cultura thailandese. Per esempio, in thailandese fratelli e sorelle si distinguono non per genere, ma per età. Il figlio maggiore è detto พี่ (pii), mentre i minori น้อง (non). Zii e zie sono definiti diversamente a seconda che siano fratelli maggiori o minori e a seconda che siano parenti da parte di madre o di padre. Ad esempio น้า (naa) identifica il fratello minore della sorella, e così via.

Fratello e sorella[modifica | modifica wikitesto]

In arabo fratello si traduce solitamente “خأ” (Ach), concetto generico che indica quei fratelli che hanno un solo genitore in comune. Se invece i fratelli hanno in comune entrambi i genitori li si indica con termine “شقيق” (Šakyk). In cinese, giapponese e turco, “fratello maggiore” e “fratello minore”, così come “sorella maggiore” e “sorella minore”, vengono indicati con termini diversi.

Nonno e nonna[modifica | modifica wikitesto]

In norvegese e in svedese, le parole “farmor” e “farfar” indicano i nonni paterni, mentre “mormor” e “morfar” i nonni materni. In base allo stesso principio ci sarà la distinzione anche per bisnonni e bisnonne. In cinese vige una regola simile.

Zio e zia[modifica | modifica wikitesto]

Se in italiano si dice semplicemente zio per indicare “il fratello della mamma”, “il fratello del papà” e “il marito della sorella della mamma”, in turco, svedese, e nelle lingue slave meridionali si usano termini diversi, e lo stesso vale per il femminile. In polacco “stryj” indica lo zio paterno e “wuj” quello materno. Anche in russo esistevano analogamente i termini “стрый” e “уй” per indicare la differenza tra zio paterno e materno, ma non sono più in uso al giorno d'oggi. In svedese la parola “tant” può significare “zietta” oppure “signora”. La zia materna viene indicata con la parola “moster”, dall'abbreviazione si “mors syster” (sorella della mamma), e la zia paterna “faster”, dall'abbreviazione di “fars syster” (sorella del papà). La stessa regola vale per zio materno e zio paterno, rispettivamente “morbor” e “farbror”. Per quanto riguarda la parola sopra citata “tant”, non esiste un traducente per “zietto”, che verrà chiamato semplicemente “farbror”. L'esistenza di parole diverse per indicare gli zii materni e quelli paterni potrebbe creare scompiglio: nel fumetto della Disney Le avventure di Paperino la traduzione finlandese di Zio Paperone è “Roope-setä” (letteralmente “zio paterno di Paperino”), ma non viene specificato se Paperon de' Paperoni sia lo zio materno. La traduzione corretta sarebbe stata “Roope-eno” (“zio materno di Paperino”). La traduzione svedese di Zio Paperone è “Farbror Joakim” (“zio paterno di Paperino”). In arabo si chiama “خال” (Chal') il “fratello della mamma” e “عم” (Am) il “fratello del papà”. In inglese “zio” si dice “uncle” indipendentemente dal fatto che sia paterno o materno.

Nipoti e cugini[modifica | modifica wikitesto]

In inglese i figli del fratello o della sorella si differenziano a seconda del genere (“nephew” - il nipote, “niece” - la nipote), mentre la parola “cousin” (cugino/a) è uguale. Al contrario in italiano si differenzia “cugino” e “cugina”, mentre questa differenza non esiste per la parola “nipote”. Anche in norvegese le due categorie di parentela hanno il loro nome specifico: “nevø” - il nipote degli zii, “niese” - la nipote degli zii, “fetter” - il cugino e “kusine” la cugina. In arabo non esiste una parola specifica per indicare il cugino, al suo posto si utilizza una combinazione di parole, per esempio “figlio dello zio”.

Parenti acquisiti[modifica | modifica wikitesto]

In serbo, come in altre lingue slave meridionali, i parenti della moglie o del marito (i parenti acquisiti) sono chiamati in modi diversi, mentre in inglese, proprio per questo scopo, si utilizza la costruzione “in law”. Per esempio “cognata” (moglie del fratello) in serbo si può dire sia “zaova” (sorella del marito), sia “svastika” (sorella della moglie). “Cognato” si può dire “djever” (fratello del marito) oppure “šurak” (fratello della moglie). Allo stesso modo in bosniaco si usa “badžanak” riferendosi al marito della sorella della moglie e “jetrva” alla moglie del fratello del marito. Se in inglese per i parenti acquisiti ci sono in totale sei parole, in russo sono addirittura quindici, così tante che talvolta si può creare confusione. Perfino per i genitori del marito ed i genitori della moglie ci sono due parole distinte: “сват” e “сватья”. In inglese si usa semplicemente “in laws”.

Concetti stranieri[modifica | modifica wikitesto]

I concetti non conosciuti nella cultura di un altro paese possono essere tradotti con facilità. La parola giapponese “ワサビ” (wasabi) significa “rafano giapponese”, pianta che può essere utilizzata come salsa di accompagnamento per i cibi. Cresce solo in Giappone e negli altri paesi è rimasta sconosciuta per molto tempo. In questo caso, un'ottima variante per il traduttore è prendere in prestito una parola straniera. Un altro modo per tradurre dei concetti sconosciuti è l'uso della traslitterazione delle parole stesse. Per esempio in russo e in ucraino le parole “курага” /kuraga/ e “урюк” /urjuk/ (albicocca senza nocciolo e albicocca secca) derivano dal turco. Nonostante il frutto sia conosciuto in Europa, non esiste ancora una sua traduzione. Oltre alla traduzione di concetti stranieri, è importante la scelta di un sostantivo adeguato. A questo proposito si prenda in considerazione un esempio tratto dall'articolo di Douglas Hofstadter pubblicato nella sua colonna Metamagical Themas sulla rivista divulgativa americana Scientific American. Nell'esempio viene sollevata la questione di chi dovrebbe essere considerata la first lady del Regno Unito. Negli USA si considera first lady la moglie del presidente. Nel Regno Unito, quando il Primo Ministro era Margaret Thatcher, chi era la first lady? Denis Tatcher, marito di Margareth? Forse, ma non l'avrebbe apprezzato molto.

Poesia, calembour e giochi di parole[modifica | modifica wikitesto]

Ci sono due ambiti linguistici in cui la traduzione, in pratica, non è possibile: sono la poesia e i giochi di parole. La poesia causa difficoltà di traduzione per la necessità di conservare la forma dell'opera originale (nei versi questo accade con le rime). I calembour e gli altri giochi di parole semantici causano difficoltà di traduzione data l'inscindibilità tra il calembour e la lingua a cui appartiene. Analizziamo il gioco di parole italiano “traduttore, traditore”. La sua parola per parola in russo è “Переводчик, предатель” /perevodčik, predatel'/. Sebbene il senso venga conservato, il gioco di parole va perso. Nella lingua ungherese esiste il calembour “fordítás: ferdítés”, che può essere tradotto con “перевод — это развод” (la traduzione è un divorzio). Da un altro punto di vista molte delle trasformazioni traduttive descritte sopra possono aiutare il traduttore con i calembour. Ad esempio, si può compensare la perdita di un gioco di parole non tradotto aggiungendo un nuovo calembour da qualche altra parte nel testo. Nell'originale inglese della commedia di Oscar WildeThe Importance Of Being Earnest” (“L’importanza di chiamarsi Ernesto”) presenta un gioco di parole (che si ripete addirittura nelle ultime righe della commedia) basato sull'omofonia del nome Ernest con l'aggettivo qualificativo inglese “earnest” (onesto). Nella variante francese della traduzione il gioco di parole nel titolo è stato conservato: “L’importance d'être Constant” (Constance è anche un nome proprio maschile). Si è dovuto sostituire il nome del protagonista Ernest con Constant, e questo piccolo trucco è passato inosservato. (In altre varianti della traduzione francese il gioco di parole viene comunque conservato: “De l’importance d'être Fidèle”, dove Fidèle è sia un nome proprio maschile che l'aggettivo “fedele” e “Il est important d'être Aimé”, dove Aimé è sia un nome proprio maschile che l'aggettivo “amato”). Una recente versione ungherese del traduttore Ádám Nádasdy sostituisce originale “Bunbury” con “Szilárdnak kell lenni” (parola per parola “Ognuno deve essere Szilárd”). Il gioco sta nel fatto che Szilárd è sia un nome proprio maschile che l'aggettivo “saldo”, “solido”, “serio”. I fumetti francesi che parlano delle avventure di Asterix sono famosi per i loro giochi di parole. Ai traduttori tocca sudare sette camicie per tradurre in modo adeguato tutti i loro calembour. Anche altri tipi di calembour, ad esempio lo Spoonerismo o i palindromi, sono difficili da tradurre, e spesso impongono al traduttore di effettuare delle scelte. Prendiamo un classico palindromo inglese: “A man, a plan, a canal: Panama”. Parola per parola in italiano esso sarebbe: “Un uomo, un progetto, un canale: Panama”. Questa traduzione potrebbe forse essere il titolo sotto un ritratto di Theodore Roosevelt, ma se a noi fosse necessario conservare il calembour, allora si dovrebbe sacrificare il senso della frase e, in qualità di traduzione, creare un nuovo palindromo. Ad esempio, per il palindromo citato sopra si potrebbe proporre questa variante in russo “Я разуму уму заря, Я иду с мечем судия…” (Державин) (io ragiono con la mente dell'alba, vado con la spada della giustizia) o in francese “'Un roc lamina l’animal cornu” (Parola per parola: un masso sterminò l'animale cornuto). Un famoso palindromo italiano è “I topi non avevano nipoti”.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La traduzione: teorie e pratica, traduzione di Genziana Bandini, 1993
  2. ^ Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa, Milano: Bompiani, 2003, p. 95.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Susan Bassnett,Translation Studies , 1980 (La traduzione: teorie e pratica, traduzione italiana di Genziana Bandini, 1993)
  • Benedetto Croce, L’intraducibilità della rievocazione, in La teoria della traduzione nella storia (a cura di S.Nergaard) Milano 1993, Bompiani, pp. 215–220
  • Anton Popovič, La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva, a cura di Bruno Osimo, Milano, Hoepli, 2006.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]