H

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La lettera H

H (chiamata acca in italiano) è l'ottava lettera dell'alfabeto italiano. Il simbolo maiuscolo può anche rappresentare la lettera eta dell'alfabeto greco o la en dell'alfabeto cirillico. Il simbolo minuscolo, invece, è il simbolo della consonante fricativa glottidale sorda (o fricativa glottale sorda) nell'alfabeto fonetico internazionale; sempre in fonetica, poi, h rappresenta una laringale del proto-indoeuropeo.

Alfabeto fonetico NATO Codice Morse
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Bandiera di segnalazione marittima Alfabeto semaforico Braille

Storia[modifica | modifica sorgente]

La lettera deriva dalla heth fenicia, che indicava un'aspirazione, forse [ħ]: la sua forma rappresentava probabilmente un recinto chiuso.

Mentre alcuni dialetti greci ne ricavarono la lettera Heta, l'alfabeto greco ionico ne utilizzò solo la forma maiuscola per il suono [ɛː] della eta (η), ma nell'alfabeto latino è stata usata con il suo valore fonetico originario [h]. L'acca ha nella lingua italiana una lunga e movimentata storia. Alla fine del Quattrocento e soprattutto a partire dal Cinquecento, alcuni scrittori (per esempio, l'umanista Aldo Manuzio) pensarono di abolirla completamente, anche dalle forme del verbo «avere». Sono famose le parole di Ludovico Ariosto: «Chi leva la H all'huomo non si conosce huomo, e chi la leva all'honore, non è degno di honore».

L'edizione del 1691 del Vocabolario degli Accademici della Crusca stabilisce in modo pressoché definitivo che la lettera acca va mantenuta solo nelle quattro forme del verbo «avere» per distinguerle dalle omofone. Dato che tale regola costituisce un’eccezione nel sistema grafico italiano, da più parti fu avanzata la proposta di eliminare la lettera h ed affrontare il problema della distinzione delle forme con altre indicazioni, ad esempio ponendo l'accento sulle quattro voci verbali («ò», «ài», «à», «ànno» invece di «ho», «hai», «ha», «hanno»), analogamente a quanto avviene in altri casi simili.

Nell'Ottocento, Pietro Fanfani (1815-1879) e Giuseppe Rigutini(1829-1903) furono fautori della acca, mentre Policarpo Petrocchi preferiva le forme accentate, suggerite pure dalla Società Ortografica Italiana.[1]

La controversia è proseguita per tutto il periodo compreso tra le due guerre. La rivista di Giuseppe Bottai, Critica fascista, usava il verbo «avere» senza l'acca, che veniva normalmente bandita anche nelle scuole elementari.

Nel secondo dopoguerra l'utilizzo delle forme accentate è andato sempre più rarefacendosi, ed attualmente le forme con l'acca sono quelle generalmente insegnate nelle scuole ed indicate come corrette nelle grammatiche.

In italiano[modifica | modifica sorgente]

In italiano la lettera h non ha in genere alcun vero valore fonologico, ma rappresenta oramai un vero e proprio grafema diacritico. Gli usi principali e più comuni sono:

  • Caratterizza spesso molte interiezioni brevi, tanto se vi sia problema di confusione con altre parole (ah, oh, eh, ehm, ecc.), ma anche in casi in cui non vi sia un problema assoluto di confusione (toh, beh). In questi casi la presenza della h serve graficamente per rafforzare la natura interiettiva della parola, che può anche essere contemporaneamente enfatizzata da altri segni di interpunzione come il punto esclamativo (!) o i puntini di sospensione (...).
    Come regola generale per evitare confusione con le voci del verbo avere e in caso di indecisione, vale sempre la norma che la h deve essere messa subito dopo la fine della prima sillaba: ahi!, ohibò!, ecc.
    Va tuttavia osservato che proprio nelle interiezioni come ah, eh, ehm, ecc. la lettera h può talvolta acquisire valore fonologico autonomo, ma solo in via eccezionale e come realizzazione facoltativa. Infatti, "in tal caso h può corrispondere ad una fricativa glottidale [...]. Accanto alla pronuncia usuale di ah, eh, ehm e simili ([a], [ɛ] o [e], [ɛm], più o meno prolungati), è quindi possibile sentire occasionalmente, specie in caso d'iterazione: [ha], [hɛ], [he], [hɛm], ecc.".[2]
  • Nei digrammi ch e gh serve per indicare la pronuncia "dura" della lettere C e G davanti alle vocali E e I.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Congresso della Società Ortografica Italiana, 1911.
  2. ^ Luca Serianni, Italiano, Milano, RCS Quotidiani S.p.A., 2006, p. 31, ISBN 1-828-05014-0.

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