Edgar G. Ulmer

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« Nessuno ha mai fatto buoni film in meno tempo e con meno denaro di Edgar G.Ulmer »
(Peter Bogdanovich[1])

Edgar George Ulmer (Olomouc, 17 settembre 1904Woodland Hills, 30 settembre 1972) è stato un regista, scenografo e sceneggiatore austriaco. Ha lavorato anche come direttore della fotografia, costumista, aiuto regista, arredatore, direttore di produzione, produttore.

Indice

Biografia[modifica]

In Europa[modifica]

Il maggiore dei quattro figli di un commerciante di vini di origine ebraica e di una modesta cantante d'opera, Edgar G.Ulmer nasce a Olmütz, l'odierna Olomouc (Repubblica ceca), nella residenza originaria, in cui la famiglia, residente a Vienna, era solita trascorrere l'estate. Inizia gli studi presso i gesuiti. Rimasto orfano del padre, morto per malattia, mentre presta servizio nell'esercito austro-ungarico, nel corso della Prima guerra mondiale, per interessamento della comunità ebraica, trova ospitalità in Svezia, dove soggiorna sino alla fine del conflitto.

Dopo il ritorno in Austria si stabilisce presso la famiglia Schildkraut, alla cui influenza si deve il suo primo interessamento al cinema. Studia Architettura presso l'Accademia delle Arti e delle Scienze di Vienna e inizia la sua attività artistica nel teatro, come responsabile degli allestimenti scenografici nella compagnia di Max Reinhardt. Abbastanza rapido è il passaggio al cinema, anche se, in parte, avvolto nel mistero. Forse per l'ambizione dell'esule di impreziosire il proprio passato, egli avrebbe rivendicato la sua partecipazione a Il Golem (1915) di Paul Wegener, come pure a Il gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, in un periodo in cui avrebbe avuto poco più di 15 anni[2], mentre Fritz Lang negò di aver mai collaborato con Ulmer, a differenza di quanto da lui sostenuto[3]. È certo invece che a metà degli anni venti egli è a Hollywood a lavorare con Murnau come assistente alla regia di Aurora (1927) e Tabù (1931), due film prodotti dalla Universal, per poi tornare a Berlino dove esordisce alla regia a fianco di Robert Siodmak in Uomini la domenica (Menschen am Sonntag, 1929).

Hollywood[modifica]

Paradossalmente, la prima regia di Ulmer per una major ne determina anche tutta la futura attività quale re dei B-movie, di quel "poverty row" (vicolo della povertà)[4] di film a bassissimo budget, realizzati in pochi giorni, spesso su soggetti dozzinali. The Black Cat, girato per la Universal nel 1934, definito il primo horror psicologico USA[5], costituisce il primo capolavoro di Ulmer, consacrato dalla contemporanea presenza di due icone dell'horror Universal, quali Bela Lugosi e Boris Karloff. Il film, "cupa mescolanza di demonismo, Art Déco e contorto erotismo[5], girato in 15 giorni con il risibile budget di 96.000 dollari, si rivela anche un successo commerciale. Ma, durante la lavorazione, è fatale per la futura carriera del regista l'incontro con Shirley Castle, la segretaria di produzione. Forse ipnotizzata dalla "parte oscura quasi incredibile"[5] del regista, la donna diviene sua moglie. Ma deve prima divorziare dal nipote di Carl Laemmle, tycoon della Universal. Ciò comporterà il bando a vita della coppia da Hollywood[2].

"Il re dei B-movie"[modifica]

Il regista, comunque, avrebbe spiegato la sua scelta per produzioni minori in termini di libertà espressiva. "Ero io a capo della produzione. Potevo fare quello che volevo, visto che il direttore di produzione si affidava completamente a me. Voleva soltanto tre cose: che girassi il film senza denaro, che ne incassasse e che fosse buono". Così avrebbe raccontato Ulmer a Bertrand Tavernier in un'intervista per i Cahiers du cinéma nel 1961. Nella sterminata produzione di Ulmer - ai cinquanta noti va aggiunta un'ottantina di film andati persi -, si possono individuare alcune fasi.

Il "regista delle minoranze"[6][modifica]

Tra il 1936 e il 1938 il regista si mette a disposizione della comunità ucraina per dirigere alcuni film in lingua madre; in particolare Natalka Poltavka (The Girl from Poltavia), un film musicale finanziato da un sindacato di lavavetri, con un budget di 20.000 dollari e per il quale fu necessario ricostruire un intero villaggio dell'Est europeo presso una fattoria del New Jersey; e Zaprozhets Za Dunayem (Cossacks in Exile), sul tema della nostalgia per la patria perduta. Più complessi, ma altrettanto brillanti per "l'eleganza della messa in scena e dello humour"[4] sono i contemporanei lavori in lingua yiddish. In questi, segnatamente in Fischke der Krumer (The Light Ahead, 1938), le istanze della ragione e della giustizia sociale entrano in contrasto con "un ambiente...altrimenti regolato dalla logica del misticismo e della tradizione"[2], segnalando la maturazione del regista in "americano del melting pot"[4]. Nello stesso periodo l'immigrato Edgar G.Ulmer rivolge la sua attenzione anche ai gruppi etnici afro-americano e latino-americano, dirigendo il dramma musicale Moon over Harlem (1939) ed alcuni cortometraggi di promozione sociale, promossi dall'Associazione Nazionale contro la tubercolosi e da altri enti pubblici.

I noir[modifica]

Gli anni dal 1942 al 1946 coincidono col sodalizio del regista con la Producer Releasing Corporation e con la sua più completa libertà produttiva. Per quanto affiancata da altre opere significative, quali i drammi Club Havana (1945) e il barocco Venere peccatrice (1946), è la produzione di noir a caratterizzare il periodo. Accanto a La follia di Barbablù (1944), di cui lo stesso regista rivendicava il legame con la sua formazione tedesca, in particolare la scuola espressionista[7] e a Sangue nel sogno (1945), versione noir dell'Amleto, girata con un budget risibile[7], il nome di Ulmer rimane indissolubilmente legato a Detour (1945), "uno degli esempi più leggendari di B-movie"[7]. Realizzato in sei giorni, con appena 20.000 dollari di budget e con attori misconosciuti, esso riesce a fare dell'approssimazione nella messa in scena un punto di forza, un "capolavoro dell'assurdo", all'altezza di Kafka[8].

The "Poverty Row"[modifica]

Gran parte della successiva produzione del regista è un lungo percorso lungo il "vicolo della povertà": film con sceneggiature abborracciate, titoli volti a suscitare le prurigini e la curiosità dei pubblici di provincia[4], spesso per spettacoli a doppia proiezione, tempi di lavoro ridotti all'osso; come nel caso di La figlia del dott. Jekyll (1957), girato in cinque giorni e considerato dallo stesso regista come uno dei suoi peggiori film[8]. Molte pellicole sono andate perdute, di altre sono rimaste copie rimaneggiate, come nel caso di Il pirata di Capri (1949), del quale non esiste più la versione italiana originale. Vi sono anche un'incursione nel genere western con Fratelli messicani (1955), molto apprezzato da François Truffaut, che attribuì al film l'ispirazione per Jules e Jim[9] e alcuni film di fantascienza. Mentre L'uomo dal pianeta X (1951) si fa ammirare per l'originalità della messa in scena e l'innovativa struttura narrativa, in cui lo sguardo del regista esule simpatizza con quello dell'alieno perseguitato[2][8], Beyond the Time Barrier (1960) costituisce un'ulteriore dimostrazione dell'efficienza produttiva di Ulmer: fu girato in Texas in undici giorni, contemporaneamente all'altro film di fantascienza The Amazing Transparent Man (1960).

La rivalutazione[modifica]

Si è fatto riferimento all'articolo di Truffaut, che risale al 1956. Si deve a lui e alla politica degli autori del gruppo di critici raccolti attorno ai Cahiers du cinéma il merito di aver sottratto l'opera di Ulmer all'oblio cui sembrava destinata e di aver messo in evidenza la sua genialità ed originalità. Ciò avvenne anche con alcune interviste effettuate per il giornale da Luc Moillet e Bertrand Tavernier nel 1956 e nel 1961. Solo tardivi furono invece i riconoscimenti della critica USA. Fu Peter Bogdanovich, con un libro-intervista uscito postumo nel 1974, a dare il via a una rivalutazione proseguita da John Belton ed altri, mentre l'interesse per l'opera del regista veniva alimentato dalla scoperta di produzioni ritenute perse.

Sopravvissuto ad un primo attacco cardiaco nel 1965, Edgar G.Ulmer morì d'infarto nel 1972.

Filmografia[modifica]

Regista[modifica]

Scenografo[modifica]

Note[modifica]

  1. ^ Peter Bogdanovich, "Edgar G.Ulmer. An Interview", Film Culture, n.58-60, 1974
  2. ^ a b c d Noah William Isenberg, "Perennial Detour: the Cinema of Edgar G.Ulmer and the experience of Exile"
  3. ^ Peter Bogdanovich, "Edgar G.Ulmer. An Interview", Film Culture, n.58-60, 1974
  4. ^ a b c d "Dizionario dei registi del cinema mondiale" vol.III
  5. ^ a b c "The Monster Show"
  6. ^ Enciclopedia del cinema Treccani
  7. ^ a b c "L'età del noir. Ombre, incubi e delitti nel cinema americano, 1940-60"
  8. ^ a b c " Il Mereghetti. Dizionario dei film 2008 ", Baldini Castoldi Dalai, 2007, Milano
  9. ^ François Truffaut, "I film della mia vita", Marsilio

Bibliografia[modifica]

  • David J.Skal, "The Monster Show. Storia e cultura dell'horror", Baldini&Castoldi, 1993 Milano
  • Renato Venturelli, "L'età del noir. Ombre, incubi e delitti nel cinema americano, 1940-60", Giulio Einaudi editore, 2007, Torino
  • Luc Moullet, Bertrand Tavernier, "Entretien avec Edgar G.Ulmer", "Cahiers du cinéma, agosto 1961
  • Noah William Isenberg, "Perennial Detour: The Cinema of Edgar G.Ulmer and the Experience of Exile", Cinema Journal, n.2, University of Texas
  • Peter Bogdanovich, "Edgar G.Ulmer. An Interview", "Film Culture", n.58-60, 1974
  • Emanuela Martini, "Edgar G.Ulmer", in "Dizionario dei registi del cinema mondiale" vol.III, Giulio Einaudi editore, 2006, Torino
  • Alessandro Cappabianca, "Edgar G.Ulmer", in "Enciclopedia del cinema", vol. V, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 2004, Milano
  • François Truffaut, "I film della mia vita", Marsilio, 1978, Venezia.

Collegamenti esterni[modifica]

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