Battaglia di Dogali

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Battaglia di Dogali
Battaglia di Dogali
Battaglia di Dogali
Data 26 gennaio 1887
Luogo Dogali
Esito Vittoria etiope
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
548 uomini circa 7.000 uomini
Perdite
430 morti[1] 1.071 morti
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

La battaglia di Dogali fu combattuta il 26 gennaio 1887 a Dogali in Eritrea tra le truppe del Regno d'Italia e le forze abissine durante la prima fase di espansione italiana in Eritrea.

La premessa alla battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra d'Eritrea e Assedio di Saati.

La mattina del 25 gennaio 1887 venne respinto un assalto di circa 25.000 abissini guidati da Ras Alula Engida contro il forte italiano di Saati dove, al comando dal maggiore Boretti, non vi erano che 700 uomini (di cui 300 ascari) e 2 cannoni[2]. Il presidio si difese eroicamente e, dopo circa quattro ore di lotta, riuscì a respingere il nemico infliggendogli forti perdite. Da parte italiana si ebbero soli 5 morti (fra i quali il tenente Cuomo) e tre feriti.[1] Boretti si rese però conto che non avrebbe potuto resistere ad un altro attacco visto che al forte scarseggiavano viveri e munizioni. Così chiese rifornimenti al forte di Moncullo.

La battaglia[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del 26 gennaio 1887 partirono i rifornimenti di generi alimentari, munizioni e venne inviata anche una colonna di rinforzo, formata da 548 soldati, comandata dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis. La colonna fu però avvistata da alcuni guerrieri etiopici vicino alla località di Dogali. Ras Alula, generale abissino e signore di Asmara[3], invece di riprendere l'attacco del forte di Saati decise di assaltare la colonna in movimento. Nella stessa mattina la colonna fu attaccata da circa 7000 abissini. Gli italiani ripiegarono su una collinetta che si affacciava sulla valle e resistettero fin quando non terminarono le munizioni e a quel punto si arrangiarono come meglio poterono. Dopo quattro ore di combattimenti la colonna fu completamente travolta con lo stesso De Cristoforis che perì sotto le lance abissine.

Successivamente fu mandata una nuova colonna in aiuto a De Cristoforis che tuttavia arrivò a battaglia conclusa, trovando solo qualche ferito superstite. Da parte italiana vi furono ben 430 morti di cui 23 ufficiali[1], mentre gli etiopi ebbero qualche centinaio di morti.

Ordine di battaglia italiano[modifica | modifica wikitesto]

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

La mossa di Ras Alula provocò una frattura nelle relazioni tra re Giovanni IV d'Etiopia e l'Italia[4]: le competenze per la colonizzazione dell'Eritrea passarono dal ministero degli Esteri a quello della Guerra, inoltre il governo italiano rafforzò il proprio appoggio a Menelik per minare l'autorità di re Giovanni IV e di Ras Alula.[3] Poco dopo la battaglia venne innalzato un monumento a Dogali attorno al quale vennero seppelliti in grandi fosse comuni i resti dei caduti. Ancora oggi il monumento sovrasta il luogo della battaglia.

In Etiopia, specie durante il regime del Derg, fu data grande importanza all'evento, visto come una vittoria contro l'invasore straniero. A Dogali fu costruito un monumento in onore di Ras Alula, smantellato poi con la conquista dell'area a parte del fronte di liberazione eritreo. In Italia, nonostante la sconfitta, ai caduti ed ai superstiti vennero tributati grandi onori: al tenente colonnello De Cristoforis fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare mentre a tutti gli altri caduti quella d'argento. In diverse città e località italiane furono intitolate strade, piazze e lapidi ai caduti di Dogali: a Roma il piazzale antistante la stazione Termini venne ribattezzato dei Cinquecento in onore dei circa 500 caduti italiani e, al centro di esso venne innalzato un obelisco commemorativo dello scontro.

Galleria fotografica[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antona Traversi Camillo, Sahati e Dogali : 25 e 26 gennaio 1887 , Roma, 1887

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Emilio Bellavita, La battaglia di Adua, Gherardo Casini Editore, 1930, ISBN 978-88-6410-026-5, pagina 46
  2. ^ Emilio Bellavita, La battaglia di Adua, Gherardo Casini Editore, 1930, ISBN 978-88-6410-026-5, pagina 45
  3. ^ a b R. A. Caulk. Firearms and princely power in Ethiopia in the nineteenth century, in: The Journal of African History anno XIII, numero 4, pp. 609-630. Cambridge (GB), 1972.
  4. ^ Haggai Erlich. Alula, "the son of Qubi": a "king's man" in Ethiopia, in: The Journal of African History, anno XV, numero 2, pp. 261-274. Cambridge (GB), 1974.