Battaglia del Mincio (1814)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Battaglia del Mincio (1814)
Data 8 febbraio 1814
Luogo Valeggio, Roverbella, Marmirolo, Pozzolo, Quaderni, sponde destra e sinistra del Mincio
Esito Vittoria italo-francese (fonti francesi), incerto (altre fonti)
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
30.000 28.000
Perdite
Circa 4.500 morti, feriti, prigionieri e dispersi 550 morti
2.197 feriti
1.208 tra prigionieri e dispersi
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

La battaglia del Mincio fu combattuta l'8 febbraio 1814 fra l'esercito franco-italiano del viceré del Regno d'Italia, Eugenio di Beauharnais, ed un'armata austriaca comandata dal feldmaresciallo Bellegarde.

Al termine di una giornata di aspri combattimenti, le due armate contrapposte si ritrovarono nelle posizioni iniziali di partenza senza che nessuna delle due fosse riuscita a raggiungere gli obiettivi prefissati alla vigilia. Fu una delle battaglie tatticamente più insolite mai combattute nei fronti europei, dato che le due parti si ritrovarono a fronteggiarsi su ambedue le sponde del fiume Mincio a fronti rovesciati, senza che una si fosse resa conto dei movimenti dell'altra.

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

Napoleone dalla Russia, a Lipsia, alla Francia[modifica | modifica sorgente]

Nel dicembre 1812 Napoleone rientrò dalla Russia con i miseri resti di quella che fu la Grande Armée. Nello stesso dicembre la Prussia dichiarò la propria neutralità, per poi passare, il 28 febbraio 1813, alla alleanza aperta con la Russia e l’Inghilterra. L’Austria si univa solo il 20 agosto, in tempo per la vittoriosa battaglia di Lipsia il 16-19 ottobre dello stesso anno. Napoleone fu costretto a ritirarsi precipitosamente verso il Reno, dovendo ora pensare a difendere lo stesso territorio nazionale e lasciando così al loro destino le guarnigioni francesi delle piazzeforti germaniche dove ancora sventolava il tricolore.

Mentre le potenze europee coalizzate contro la Francia si stavano muovendo su tre direttrici diverse nel teatro principale delle operazioni, sul fronte orientale l'esercito del viceré d'Italia Eugenio di Beauharnais, formato in gran parte da reclute inesperte dell'ultima leva (Corpo di osservazione dell'Adige), fronteggiava un'armata austriaca lungo la Drava, dove il Regno aveva esteso i suoi confini, e in Istria. Su questo fronte ebbero luogo diversi combattimenti contro le truppe imperiali del generale di artiglieria Hiller (1754-1819) che, aiutate dall'insurrezione croata, alla fine ebbero la meglio sulle truppe del viceré, che fu costretto a ritirarsi oltre l'Isonzo abbandonando così Istria e Dalmazia.

Questi i principali eventi bellici occorsi nella seconda parte del 1813 sul fronte illirico ed in Italia:

  • Combattimento di Mitterburg (Pisino, Croazia), 4 settembre[1]
  • Combattimento di Feistritz (F. im Rosental-Carinzia), 6 settembre
  • Ingresso delle truppe austriache del generale Nugent (1777-1862) a Pola, 11 settembre, e a Capodistria, 12 settembre
  • Combattimento di St. Marein (ad est di Grosuplje, Slovenia), 13 settembre
  • Combattimento di Weichselburg (Višnja Gora, Slovenia), 16 settembre
  • Assalto alla Chiusa di Mühlbach, attualmente Rio di Pusteria, (Bolzano), 7 ottobre
  • Combattimento di Tarvisio (Udine), 7 ottobre
  • Combattimenti intorno ad Ala (Trento), 28 e 29 ottobre
  • Resa degli ultimi difensori del castello di Trieste, 29 ottobre
  • Combattimenti di Bassano (Vicenza), 29-30-31 ottobre
  • Combattimento di Caldiero (Verona), 15 novembre
  • Combattimento di San Michele (S. Michele Extra, Verona), 19 novembre
  • Capitolazione di Zara (Dalmazia), 6 dicembre
  • Combattimenti intorno a Rovigo, 3-8 dicembre

Contemporaneamente in Francia, l'armata prussiana, detta di Slesia, del feldmaresciallo principe Blücher, quella russa del Nord e infine quella austriaca di Boemia del principe Schwarzenberg, superato il fiume Reno, puntarono concentricamente su Parigi, ove sarebbero entrate di lì a poco, il 31 marzo.

L'intervento austriaco in Italia[modifica | modifica sorgente]

Dopo che il Regno di Baviera si era staccato dall'impero napoleonico in conseguenza della battaglia di Lipsia e le truppe austriache del luogotenente feldmaresciallo Fenner (1762-1824)[2] erano entrate in Tirolo, accolte trionfalmente dalla popolazione, il regno del viceré Eugenio si trovò esposto ad una invasione imminente sul fianco sinistro. Ciò indusse il viceré ad abbandonare anche la linea delle Alpi Giulie, lasciando però nelle principali piazzeforti (Osoppo, Venezia, Palmanova) delle guarnigioni francesi con la speranza di liberarle qualora in Francia Napoleone avesse prevalso sugli eserciti coalizzati. Tutte le fortezze, abbandonate per il momento a sé stesse, vennero immediatamente accerchiate e sottoposte a blocco. Davanti a Venezia, nell'Adriatico e in tutto il Mediterraneo incrociava incontrastata la flotta inglese che minacciava di sbarcare a Livorno. Le sue navi imbarcarono a Trieste la brigata Nugent e la condussero alla foce del Po dove le truppe imperiali furono fatte sbarcare nella notte tra il 14 ed il 15 novembre. I forti di Goro e Volano caddero senza opporre resistenza. Il quartier generale di Hiller si insediò a Vicenza il 12 novembre 1813. Il 15 dicembre questo generale venne sostituito dal feldmaresciallo conte Bellegarde (1755-1845).

Il re di Napoli, Gioacchino Murat, vista la mala parata di quello che pochi anni prima era stato il suo imperatore, cercò di accordarsi con le corti europee pur di mantenere il trono, offrendo il suo sostegno militare alle truppe austriache operanti in Italia. Sollecitato a dare un appoggio concreto, organizzò un'armata napoletana che risalì la penisola senza però aver presentato una formale dichiarazione di guerra al principe Eugenio. Col rimorso forse di aver commesso un vile tradimento nei confronti dei suoi connazionali e di quello che oltre a suo imperatore era divenuto suo cognato, avendo egli sposato del Bonaparte la sorella Carolina, si dimostrò incerto nell'agire e ambiguo nelle sue decisioni. Gli andò incontro il generale austriaco Nugent che con la divisione sotto il suo comando pose il suo quartier generale a Bologna.

Preparazione alla battaglia[modifica | modifica sorgente]

Eugenio retrocede sul Mincio[modifica | modifica sorgente]

Nel frattempo, in Francia, l'armata prussiana, detta di Slesia, del feldmaresciallo principe Blücher, quella russa del Nord e infine quella austriaca di Boemia del principe Schwarzenberg, superato il fiume Reno, puntarono concentricamente su Parigi, ove sarebbero entrate di lì a poco, il 31 marzo.

Con l'arrivo dell'armata napoletana di Murat, Eugenio si trovò minacciato da sud, perciò ordinò il ripiegamento dall'Adige al Mincio. Il movimento iniziò il 3 febbraio e si concluse il 5 con le colonne franco-italiane schierate tra Peschiera e Mantova lungo la sponda destra del Mincio. Le truppe austriache dell'armata italiana, ora comandate dal feldmaresciallo conte Bellegarde (1755-1845), entrate a Verona il giorno 5, dopo aver concordato col viceré lo sgombero della città senza colpo ferire, si spinsero subito verso Villafranca. Dal Trentino si stava avvicinando il luogotenente feldmaresciallo marchese Sommariva (1755-1829) che, occupata tutta la sponda orientale del lago di Garda, si apprestava a bloccare Peschiera. Una sua brigata (Stanissavlievich) era stata distaccata nelle Giudicarie col compito di assediare il piccolo forte di Rocca d'Anfo e agire verso Brescia. Altre truppe austriache erano rimaste nel Friuli e nel Veneto orientale per cingere d'assedio Venezia, Palmanova, Osoppo. Una brigata (Fölseis) era a Legnago.

Bellegarde decide di oltrepassare il Mincio[modifica | modifica sorgente]

Il 6 febbraio Bellegarde ricevette un rapporto che dava Eugenio in ritirata verso Cremona; lungo il Mincio si sarebbero trovate solo un paio di divisioni come retroguardia. Forti guarnigioni stavano invece a Peschiera e a Mantova. Il feldmaresciallo decise lo stesso di inseguire le truppe franco-italiane che supponeva in ritirata e a tale fine il giorno 7 emanò gli ordini per il passaggio del fiume da effettuarsi la mattina presto del giorno dopo. Ma che cosa aveva indotto il comandante in capo austriaco a prendere una simile decisione col nemico padrone di tutti i ponti e con parte del suo esercito schierato a difesa del fiume? Una manovra simile era contraria ad ogni principio di tattica, per di più col pericolo di venire assalito ai fianchi da parte delle guarnigioni delle fortezze, se avesse tentato di forzare il fiume al centro.[3]

Il 6 febbraio il Bellegarde si era recato a Bologna (occupata dai Napoletani ai quali si era unito il Corpo del luogotenente feldmaresciallo Nugent) per concertare con Murat le azioni da intraprendere di comune accordo e non vi è dubbio che il re di Napoli abbia rassicurato il comandante in capo austriaco sul fatto che l'armata napoletana, che aveva occupato Modena e Reggio Emilia, avrebbe strettamente cooperato con le forze imperiali contro il fianco destro del viceré, lungo la direttrice Parma-Piacenza. Il Bellegarde era sempre più convinto che l'armata franco-italiana, di fronte a questa nuova minaccia, non potesse far altro che ripiegare su posizioni più arroccate e una sua ritirata verso Cremona e Piacenza era del tutto plausibile. Inoltre non era un mistero che i contingenti italiani stavano abbandonando in gran numero l'esercito in un Paese dove la crisi politica, economica e sociale, ormai al culmine.[4] Ma se il Murat aveva rassicurato gli Austriaci lo stesso fece con Eugenio.

Egli infatti si giustificò con lui unicamente per salvare il proprio trono ma garantendo di non volere lo scontro con l’esercito franco-italiano: Eugenio poteva, quindi, preoccuparsi solo degli Austriaci.

Le forze in campo ed i piani dei due comandanti in capo[modifica | modifica sorgente]

L’esercito franco-italiano[modifica | modifica sorgente]

Eugenio, dopo decenni di guerre quasi ininterrotte che avevano assorbito le forze migliori della Nazione, ora disponeva di un'armata, per così dire, raccogliticcia, nella quale, tra gli Italiani, gli elementi più validi erano i pochi reduci che ebbero la fortuna di rientrare dalle ultime campagne di guerra di Russia, Germania e Spagna. L'ultima chiamata alle armi per ricomporre, almeno in parte, i ranghi, non aveva dato i risultati sperati (come del resto era accaduto in tutte le precedenti occasioni) ed i renitenti continuavano a sottrarsi numerosi alla coscrizione.[5]

Fuciliere del 3º reggimento di fanteria di linea italiano

Napoleone auspicava il rientro in patria delle forze francesi ma Eugenio si rendeva anche conto che abbandonare una linea difensiva formidabile come quella del Mincio, guardata da due possenti fortezze come Peschiera e Mantova, e col lago di Garda a sinistra ed il Po a destra, significava perdere la Lombardia e con essa la capitale Milano. Qui era rivolto il suo costante pensiero, dove la consorte Augusta di Baviera era in attesa di un figlio e non poteva azzardare un trasferimento in carrozza, a Parigi per esempio come suggeriva l'imperatore. Anche tale considerazione andava messa nel novero delle decisioni da prendere e forse valeva la pena di rimanere sul posto e tentare la sorte delle armi. Per fare ciò egli era costretto a fidarsi di Murat ma a sollevarlo dalla preoccupazione che aveva per la moglie Augusta, se le cose si fossero messe male e gli Austriaci avessero messo piede a Milano, fu l'imperatore austriaco Francesco I. Ad una richiesta specifica che Eugenio aveva rivolto al maresciallo Bellegarde, egli si affrettò a rassicurarlo benevolmente che la salute della regina sarebbe stata salvaguardata nella reggia di Monza dove avrebbe potuto ricevere protezione e ogni possibile aiuto.[6]

Fu con questi sentimenti che il viceré Eugenio di Beauharnais formulò il piano d'attacco contro le truppe austriache che gli stavano di fronte. Un piano ben congegnato ma che si fondava sul presupposto errato che il grosso dell'esercito nemico si trovasse ancora concentrato intorno a Villafranca. Contro di esso dispose per il giorno 8 di avanzare con quasi tutte le sue truppe lungo tre direttrici di marcia: la prima colonna del generale Grenier (ala destra), con le divisioni Marcognet e Rouyer, quindi la Guardia reale italiana e la brigata di cavalleria Perreymond (divisione Mermet), doveva uscire da Mantova e percorrere la strada maestra verso Verona con un fiancheggiamento su San Brizio; la seconda colonna (quella di centro) guidata dal viceré in persona, preceduta dall'avanguardia del generale Bonnemains e seguita dalla divisione Quesnel, superato il Mincio a Goito, doveva dirigersi su Roverbella per Villabona e Marengo per poi collegarsi con i suoi fiancheggiatori di destra alla prima colonna; la terza colonna del generale Verdier, con la divisione Fressinet, lasciato a Monzambano il 3º reggimento leggero italiano (colonnello Bianchi) chiamato da Peschiera, doveva superare il Mincio a Valeggio e puntare diritta su Villafranca quale ala sinistra della formazione di battaglia franco-italiana. Si è calcolato che queste tre colonne contassero non meno di 25000 uomini, ripartiti in circa 44 battaglioni, 10 squadroni e mezzo e 44 pezzi di artiglieria a cui dovevano aggiungersi 14 pezzi della riserva. Per proteggere e agevolare questo movimento offensivo su Villafranca, nonché tenere impegnate le truppe nemiche alle ali, dalle fortezze dovevano uscire altre due colonne: da Mantova il generale Zucchi con la sua divisione e la brigata di cavalleria Rambourg e da Peschiera il generale Palombini. Il primo dei due generali avrebbe seguito, a sua volta, le tre direttrici di marcia rappresentate dalle strada per Legnago, Isola della Scala e Castiglione Mantovano. Il secondo aveva il compito di far marciare la sua fanteria (circa 5000 uomini) lungo la strada postale di Verona e impegnare le truppe del generale Sommariva. Se questo si fosse avvicinato a Villafranca, Palombini ne avrebbe seguito le mosse. Queste due colonne contavano in tutto 8500 combattenti avvero 18 battaglioni, 6 squadroni e 14 pezzi.

Per una bizzarra combinazione derivante da considerazioni completamente diverse, i comandanti in capo dei due eserciti contrapposti avevano entrambi deciso di valicare il Mincio la mattina del giorno 8 febbraio, per dare battaglia quello franco-italiano, inseguire il nemico che si supponeva in ritirata quello austriaco.

L’esercito austriaco[modifica | modifica sorgente]

Sul fronte austriaco, Bellegarde dispose le sue truppe davanti a Peschiera e Mantova e sul tratto di terreno ad est del fiume compreso tra le due piazzeforti. Intorno a Peschiera stava prendendo posizione il marchese Sommariva con la sola divisione Fenner von Fenneberg (brigate Baumgarten, von Suden e von Abele). Su Villafranca si era intanto mossa la divisione von Radivojevich (brigate Steffanini, Bodgan e Vecsey de Hainacsko), seguita a sua volta dalle divisioni di riserva Pflacher (brigata Albert De Best) e Merville (brigata granatieri Stutterheim e brigata di cavalleria von Wrede), mentre il Corpo d'armata del luogotenente feldmaresciallo Mayer, resosi disponibile dopo la capitolazione di Dresda e appena giunto dalla Germania attraverso il Tirolo, si accingeva a chiudere Mantova da est con le divisioni Marziani e Gramont oltre alla brigata Franz von Vlasits. Il giorno 6 febbraio Bellegarde fece trasferire tutte le truppe di Verona a Villafranca (compreso il suo quartier generale) e Mayer, con la divisione Marziani, allargò il semicerchio dei suoi avamposti fino a Marmirolo, Marengo, Villabona e Pero, facendo occupare tutte le corti e le cascine della zona tra Goito e Mantova.

Dopo l'abboccamento con Murat, Bellegarde, sempre più convinto che il viceré si stesse ritirando su Cremona e Piacenza, decise di passare il Mincio per inseguirlo. Perciò la sera del 7 febbraio egli emanò le relative disposizioni che si riassumono nei seguenti punti:

  1. Il luogotenente feldmaresciallo Sommariva, mentre raduna l'ala destra a Salionze, in modo da tenere in allarme la testa di ponte di Monzambano, fa osservare Peschiera dalla brigata Vlasits.
  2. I genieri gettano due ponti di barche, uno a Pozzolo e uno a Valeggio, e riparano il ponte visconteo fatto saltare in aria.
  3. Radivojevich valica il fiume a Valeggio con le brigate Steffanini e Bogdan, a Pozzolo con la brigata Vecsey.
  4. Una delle due brigate della divisione Pflacher va a sostegno di Radivojevich, l'altra resta in riserva dietro a Valeggio.
  5. Il luogotenente feldmaresciallo Mayer fa bloccare Mantova il più strettamente possibile ad oriente del Mincio, quindi invia una ricognizione a Goito per verificare che la testa di ponte sia sgombra.
  6. La divisione di riserva Merville segue Pflacher.

Quest'ultima disposizione venne cambiata nel corso della notte nel senso che a Merville fu ordinato di spostarsi a Pozzolo. Tale assennata decisione è il frutto di un logico ragionamento fatto a posteriori dal feldmaresciallo circa il modo migliore per far passare il fiume a tutte le truppe senza generare intasamenti sulla strada di Valeggio. Una decisione che come si vedrà salverà l'armata austriaca da una disfatta quasi certa.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

I primi scontri tra Cereta e Monzambano[modifica | modifica sorgente]

Col favore della nebbia, un reparto del 10º battaglione cacciatori, notato che erano state tolte le vedette nemiche dall'altra parte del fiume, valica il fiume a Valeggio senza colpo ferire. Il lavoro ai ponti può dunque iniziare senza alcuna opposizione. Dopo le h 8 di mattina passa la brigata Steffanini. Due squadroni di ussari Frimont e alcuni cacciatori vanno a coprire il fianco destro; segue poi la brigata Bogdan. Del nemico neppure l'ombra. Solo dopo che la nebbia si dirada, il tenente colonnello Bretfeld degli ussari, si accorge da Olfino di alcuni reparti nemici in marcia. È la retroguardia delle divisione Fressinet che viene subito attaccata.

Fressinet arresta la sua marcia e si mette sulla difensiva in attesa di capire come mai truppe austriache lo stanno attaccando a destra del Mincio.

Più a sud, ultimato il ponte di Pozzolo, gli ulani di Vecsey, portatisi sull'altra sponda, si spingono su Cereta e Cerlongo dove piombano sul carreggio della brigata Bonnemains diretta a Goito priva di scorta. Intanto i tre battaglioni fanti Chasteler, lasciata una compagnia a Massimbona, si incamminano verso Guidizzolo.

Carica di ulani austriaci

I pochi uomini del carreggio che riescono a raggiungere Goito diffondono il panico tra la piccola guarnigione che si vede così minacciata alle spalle. Tuttavia Vecsey, nonostante che dagli avamposti della compagnia lasciata a Massimbona abbia ricevuto notizia che il nemico stava passando il fiume a Goito, manda da quella parte solo un paio di compagnie di fanteria e alcuni plotoni di ulani, e col grosso decide, in conformità degli ordini ricevuti, di proseguire la marcia verso Cereta.

La brigata Bogdan, attraversato anch'essa il fiume, piega a destra, verso Monzambano, dove due battaglioni Gran Maestro (1º Landwehr e 3º) avviano il combattimento. Visto che poteva procedere senza difficoltà al centro e che da Goito non c'era nulla da temere, Bellegarde ordina alla brigata de Best di passare sulla sponda destra, insieme con una batteria della riserva. Radivojevich, avendo il fianco coperto, può così rivolgersi con tutta le sue forza contro Verdier che si è schierato oltre il Redone. A Valeggio rimane solo la brigata Quosdanovich.

La mischia si accende presso Monte Oliveto, a sud di Monzambano, ma il Fressinet manovra bene e addirittura contrattacca i 4 battaglioni di Vienna (Gran Maestro dell'Ordine Teutonico) e i 4 della Bassa Austria (Kerpan), seguiti da altri 3 moravi (arciduca Carlo). In tutto 11 battaglioni, 8 squadroni e 3 batterie. Tutti soldati esperti, devoti e molto affidabili. Ma se Verdier disperde le sue forze costretto infine a rimanere al di là del Redone e a ritirarsi fino a Ponti, Fressinet piazza bene la sua artiglieria e mantiene le posizioni pur avendo di fronte le migliori truppe austriache.[7]

Forse, per infrangere la linea francese, bastava un ultimo colpo che avrebbe potuto essere portato dalla brigata Steffanini, ma ci si dimenticò di lei! Due suoi battaglioni stavano a Volta (i cacciatori del 10º btg. ed il btg. confinario) e gli altri 2 (Jellacic) ancora sulla sponda sinistra del Mincio in collegamento col 4º btg. cacciatori che guardava da solo Monzambano. Più tardi giunse sul posto anche il reggimento Duka, mentre Abele vi arrivò solo nel pomeriggio. Cioè nel corso della mattinata dell'8 il Sommariva non aveva ancora riunito le sue forze! Come avrebbe potuto fronteggiare un attacco congiunto proveniente da nord (Palombini) e dalla testa di ponte di Monzambano? Ad un ufficiale austriaco che si rendeva conto di una situazione simile, sarebbero venuti i sudori freddi: Valeggio era direttamente minacciata ed il peggio doveva ancora arrivare![8]

Il combattimento si estende in altri settori[modifica | modifica sorgente]

Le truppe austriache del blocco di Mantova erano intente a sistemarsi nelle postazioni raggiunte, disseminate in uno spazio di terreno piuttosto ampio. Il generale Watlet disponeva, dispersi a semicerchio, di 3 battaglioni di fanteria, 4 compagnie di cacciatori, 6 plotoni di cavalleria e mezza batteria, tra questi doveva radunare un battaglione Reisky (N° 10), 1 sq. dragoni Hohenlohe e qualche pezzo di artiglieria per eseguire quella benedetta ricognizione su Goito come gli era stato ordinato. I suoi avamposti erano costituiti di fatto dal 9º btg. cacciatori, 1 btg. Reisky e 3 pl. di dragoni sostenuti, più indietro, da 4 cp. di fanteria e 1 pl. di cavalleria. La mezza batteria si trovava a Roverbella col luogotenente feldmaresciallo Mayer insieme con 4 btg. di fanteria e 2 pl. di cavalleria.

Da Goito, intanto, le avanguardie del viceré avevano superato il sistema di canali che solcava la campagna alla sinistra del Mincio oltre Villabona. Sul fianco sinistro il 31º reggimento cacciatori a cavallo si allarga a ventaglio nel tratto di terreno che va da Marengo a Massimbona mentre il resto della cavalleria punta su Roverbella. Assaliti d'improvviso da queste avanguardie, gli Austriaci perdono uno dopo l'altro gli avamposti dove vengono catturati 12 ufficiali e 500 uomini di truppa. A Massimbona depone le armi anche la compagnia del reggimento Chasteler lasciata di guardia dal generale Vecsey. Dal canto suo il caposquadrone d'Epinchal, a mano a mano che avanza, fa deporre le armi a circa 300 uomini. Da Mantova la colonna del generale Zucchi punta su Castiglione Mantovano e dirama i suoi fiancheggiatori nelle campestri che portano alle località ed alla cascine della zona. Più a sinistra altri reparti si dirigono verso Soave e Marmirolo con pattuglie disseminate ai due lati della direzione di marcia. In questo modo sono tagliate fuori tutte le postazioni austriache tra Soave, Marmirolo, San Brizio, Santa Lucia e nel tratto di terreno racchiuso tra il canale di Castiglione e la strada per Legnago. Il reggimento Chasteler perde tutto il carreggio compresa la cassa reggimentale. Le scorrerie delle avanguardie di cavalleria francesi lo intercettano a Belvedere mentre sta ritornando a Villafranca.[9]

Come si è già visto, il piano del viceré prevedeva di far dirigere la divisione Quesnel su Belvedere e Quaderni quindi collegarsi con la divisione Fressinet. Quest'ultima infatti, una volta valicato il Mincio a Valeggio, aveva ordine di puntare su Rosegaferro. Tutti pensavano di incontrare le forze del Bellegarde a Villafranca, ma mentre la colonna di centro era intenta ad avanzare su tutta la linea, il viceré, giunto in un punto non lontano da Marengo, località posta tra Goito e Roverbella, udì il cannone tuonare al di là del Mincio. Appena vi fu campo sufficientemente libero per l'osservazione egli poté scorgere dense nuvole di fumo salire al cielo sopra Monte Oliveto e linee di truppe, chiaramente austriache, in movimento verso Volta. Il suo piano era andato a farsi benedire e addirittura il passaggio di Goito era direttamente minacciato!

La nuova strategia del viceré Eugenio[modifica | modifica sorgente]

Si può intuire quale ansia e quali timori assalirono improvvisamente il viceré a quella vista. Ma come, le truppe austriache che avrebbe dovuto incontrare davanti a Villafranca si trovavano invece sulla sponda destra del Mincio! Capì subito cos'era accaduto e quali pericoli stava correndo la sua armata. Verdier era isolato, egli stesso correva il rischio di essere assalito da Goito. Che fare? Proseguire o tornare indietro per andare in soccorso della sua ala sinistra? Non c'era un attimo da perdere, la situazione imponeva di prendere una decisione immediata. Tornare indietro significava perdere 6 ore buone di tempo prezioso e le h 10 erano già passate da un pezzo, inoltre le truppe si sarebbero sfiancate per la contromarcia, Zucchi poi si sarebbe trovato scoperto alla propria sinistra; meglio proseguire dunque ma ora non più su Villafranca bensì su Valeggio. D'altra parte Verdier e le truppe che combattevano alla testa di ponte di Monzambano, in caso di insuccesso, potevano sempre trovare rifugio a Peschiera e lui, in una evenienza simile e privato del passaggio di Goito, poteva farlo su Mantova. Un rischio calcolato dunque che gli permetteva per il momento di agire offensivamente con tutte le sue truppe e con quelle che erano uscite da Mantova. Non era poi detto che da Peschiera il generale Palombini riuscisse a prendere sul rovescio il nemico che stava sulla sponda destra del fiume. In ogni caso la prima cosa da fare era proteggere il ponte di Goito guardato solo da pochi uomini rinchiusi nel ridotto fortificato.

Mandò indietro la compagnia della Guardie d'onore con l'incarico di rendersi conto della situazione e fare un'esplorazione in direzione di Volta. Saputo da queste che a Cerlungo scorrazzavano quegli ulani che abbiamo visto catturare il convoglio della brigata Bonnemains, il viceré ordinò alla Guardia reale di accorrere a Goito per presidiare il ponte e difenderlo ad ogni costo.

Presa la decisione di lasciare l'ala sinistra a cavarsela da sola, il viceré ordinò alle sue truppe di fare una conversione a sinistra per dirigersi su Valeggio. Egli tuttavia trascurò di far seguire il medesimo movimento alle truppe uscite da Mantova che così, proseguendo la loro marcia in direzione di Villafranca, si sarebbero distaccate sempre di più dal grosso. Quest'ultimo puntò dritto su Pozzolo dove già si trovava, con la fonte rivolta al Mincio, la divisione di riserva austriaca Merville. I suoi due battaglioni a 4 compagnie stavano alle ali (Faber e Purczell) gli altri tre, a 6 compagnie, erano schierati al centro (brigata Stuttenheim). Dietro ad essi, in seconda linea, i 10 squadroni dragoni della brigata Wrede, 4 del reggimento Hohenlohe e 6 di Savoia. A guardia del ponte di Pozzolo Vecsey aveva lasciato 2 squadroni di ulani con mezza batteria a cavallo (3 pezzi). Un terzo squadrone era stato mandato verso Goito sia per accertarsi che non vi si trovassero truppe nemiche sia per stare in guardia da possibili sortite da Mantova. Siccome Pozzolo era troppo importante per la brigata Vecsey, questo generale fece chiedere a Merville un apporto di fanteria per rinforzare il presidio al ponte. Merville accondiscese e dislocò sulla sponda destra del fiume il battaglione Purczell. Dall'altra parte del fiume rimasero gli altri 4 battaglioni di granatieri (22 compagnie pari a 2686 uomini) e circa 1200 dragoni.

Gli scontri tra le opposte cavallerie[modifica | modifica sorgente]

Quando Merville giunse da Quaderni nei pressi di Pozzolo, la divisione Radivojevich era sul punto di superare il fiume a Borghetto. In tutta la zona la calma regnava assoluta ma poi, una volta diradata la nebbia, si udì distintamente il rumore dei primo scontro tra gli ussari di Bretfeld ed il nemico, rumore che si allontanò sempre di più verso Olfino. Oltre il fiume si perse di vista anche la retroguardia di Vecsey in marcia verso ovest. Dato che Pozzolo era al sicuro da tutte le provenienze, Merville ordinò ai granatieri di posare i fucili in fascio e alla cavalleria di mettere piede a terra. Appena date queste disposizioni si udì da sud (dalla parte di Goito dunque) un intenso rumore di fucileria che però finì quasi subito e tutto tornò calmo come prima. Gli alberi e la vegetazione impedivano di vedere in lontananza e perciò non si poté appurare l'origine di quegli spari. Da Valeggio anche Bellegarde aveva udito la fucileria e preoccupato per il suo fianco sinistro, spedì da quella parte un suo ufficiale per avere notizie delle truppe incaricate del blocco di Mantova. Questi passò per Pozzolo dove Merville gli indicò la strada da percorrere, poi, appena l'ufficiale mandato da Bellegarde si fu allontanato al galoppo, si udirono altri colpi d'arma da fuoco provenire da Corte Malavicino di Sopra, cioè quasi alle spalle della posizione dove erano schierati gli uomini di Merville. Subito i tamburi chiamarono gli uomini alle armi e per capire cosa stava succedendo da quella parte, Merville ordinò ad una pattuglia di dragoni di andare a perlustrare la zona. Poco dopo giunse a spron battuto l'ufficiale di Bellegarde annunciando che forti colonne nemiche si stavano avvicinando dalla parte di Massimbona. Poco dopo si scorse anche lo squadrone di ulani mandato verso Goito, frammisto a truppe nemiche di cavalleria con le quali stava combattendo. Si trattava del tenente colonnello Mengen che con un solo squadrone accettò lo scontro con gli uomini della brigata Perreymond, poi però sopraffatto dal numero, anche se rinforzato da due plotoni accorsi da Pozzolo, dovette ritirarsi combattendo in direzione del ponte.

Frattanto i 4 battaglioni di granatieri di Stutterheim si disposero ad affrontare le colonne nemiche che si stavano avvicinando. La cavalleria francese, visti i granatieri in formazione di battaglia che aprirono il fuoco contro di essa, ebbe qualche esitazione. Di ciò ne approfittò Merville che, messosi egli stesso in testa ai dragoni Savoia, attaccò la cavalleria nemica. Lo stesso fece il tenente colonnello Mengen con i suoi ulani che agirono sul fianco. Il 1º rgt. ussari francese appena uscito dalla formazione di colonna, attese da fermo l'attacco anziché correre incontro ai cavalieri nemici. Dragoni e ulani piombarono loro addosso scompaginandoli del tutto e disperdendoli. Il colonnello Narboni, che guidava in seconda linea i dragoni Regina, cercò invano di raccogliere gli ussari francesi, ma venne da essi travolto insieme con parte dei suoi uomini e trascinato via. Gli artiglieri franco-italiani (era la batteria del capitano Camurri) che non avevano avuto tempo di mettere in batteria i pezzi, vistisi abbandonati dalla propria cavalleria, tagliarono le tirelle dei cavalli e fuggirono con essi. Tuttavia uno solo dei pezzi poté essere portato via dagli Austriaci per mancanza di cavalli. L'euforia dell'inseguimento portò i cavalieri più avanzati a ridosso della fanteria nemica che naturalmente aprì il fuoco appena li ebbe a tiro. Anche il colonnello Narboni, raggruppati i suoi uomini, si buttò di nuovo nella mischia sostenuto dal fuoco dei quadrati della divisione Quesnel. Il vittorioso attacco dei dragoni Savoia rischiava di trasformarsi in una rotta rovinosa. Ma in quel momento intervennero i 4 squadroni Hohenlohe, tre davanti e uno in riserva, che, guidati dal loro colonnello Schlotheim, molto abilmente avvolsero alle ali i cavalieri nemici e li spazzarono via. I superstiti corsero in disordine verso la propria fanteria che si scompaginò. Da quel momento la brigata di cavalleria Perreymond cessò di essere operativa e per il resto della giornata non intervenne più sul campo di battaglia. Ciò costrinse il viceré Eugenio a richiamare da Goito la cavalleria della Guardia per non restare scoperto sul proprio fianco sinistro. Nel frattempo le truppe di seconda linea della divisione Quesnel, raccolti i compagni che si erano sbandati, riformò la propria linea di battaglia.

Merville sbarra il passo al principe Eugenio[modifica | modifica sorgente]

Mentre avveniva il combattimento della cavalleria, la brigata di granatieri Stutterheim aveva operato un cambio di fronte a sinistra in modo tale che due battaglioni si schierarono per masse divisionali in prima schiera insieme con 4 pezzi di artiglieria, ed il resto, vale a dire 5 divisioni a massa anch'esse, in seconda. Tutta la manovra avvenne nel più perfetto ordine. Il fronte di battaglia andava da Pozzolo a cascina Ramelli con l'ala destra che si raccordava al battaglione Purczell schierato in difesa del ponte. Tutta la cavalleria fu mandata più indietro per formare la terza linea. Il terreno prospiciente era praticamente privo di ostacoli, a parte qualche filare di gelsi, favorendo così l'attacco e l'azione dell'artiglieria. Il luogotenente feldmaresciallo Merville si rese conto che le ali non si appoggiavano ad alcun sostegno adeguato e così fece avanzare sui due fianchi la cavalleria.

I successi che questa aveva riportato sulle sue prime linee e la vista delle truppe austriache schierate a battaglia pronte a fronteggiarlo, indussero il viceré Eugenio ad attendere l'arrivo di tutte le sue forze prima di proseguire l'avanzata. Ciò comportò una perdita di tempo di almeno tre quarti d'ora che favorì i movimenti dell'armata imperiale austriaca. L'offensiva del viceré consisteva nel sopravanzare il nemico sul lato destro (ala sinistra austriaca) in modo da avvolgerlo da quella parte e tagliarlo fuori da Villafranca, obiettivo della divisione Marcognet, e stabilire il contatto con quest'ultima.[10]

Sul lato destro austriaco erano stati fatti avanzare i 3 squadroni di ulani del colonnello Gorczkovsky, mentre i dragoni della brigata Wrede vennero a trovarsi su quello sinistro. Questi, appena furono in vista delle truppe nemiche, le attaccarono confidando di ripetere il successo di poco prima, ma l'onnipresente 31º reggimento cacciatori a cavallo francese del colonnello Desmichel, che proteggeva i due battaglioni dell'intraprendente Bonnemains e che poco prima presso Belvedere si era impadronito di tutto il bagaglio del reggimento Chasteler, li assalì sul fianco costringendoli alla ritirata. La linea francese poté così portarsi avanti, prima i due battaglioni di Bonnemains, poi le altre truppe di Quesnel in modo da costituire un fronte unico. In seconda linea si collocarono gli uomini della divisione Rouyer, mentre da Goito giunse anche la cavalleria della Guardia italiana che andò ad occupare l'ala sinistra. Più indietro stava la malconcia brigata Perreymond che per quel giorno ne aveva avuto abbastanza. Una trentina di pezzi piazzati negli intervalli delle varie unità, si misero a battere le posizioni dei granatieri austriaci che, dal canto loro, disponevano di soli 4 pezzi.

I granatieri austriaci tengono testa alle truppe del viceré[modifica | modifica sorgente]

A lungo andare il fuoco dei cannoni francesi, che avevano libero il campo di tiro, avrebbe messo fuori combattimento tutta la fanteria austriaca. Occorreva perciò fare qualcosa per uscire da quella situazione e dato che nessuno pensava di retrocedere non restava altro da fare che lanciarsi in avanti. Il battaglione Welsperg fu comandato di attaccare i cannoni al centro. Dietro di lui la seconda linea di granatieri si spostò verso sinistra allo scopo di proteggere il fianco dei compagni che si misero ad avanzare sotto il fuoco a mitraglia e riuscirono a raggiungere la linea dei cannoni.[11]

Il contrattacco nemico non si fece attendere: un battaglione francese stava manovrando per assalire i granatieri di fronte e di fianco in modo da tagliare loro la via della ritirata. Ma il generale Stuttenheim aveva fatto avanzare altre compagnie di granatieri e nel punto dove si trovavano i cannoni la lotta divenne ancora più aspra e cruenta. Il nemico che avanzava sul fianco fu neutralizzato dagli uomini del tenente colonnello Chimany, mentre della cavalleria avversaria che voleva assalire il battaglione Welsperg si occupò con successo il capitano Dupuis con i granatieri del reggimento Saint Julien. Per ultimo giunsero sul posto anche gli uomini del battaglione de Best i quali aiutarono i compagni del battaglione Welsperg a disimpegnarsi. A quel punto le divisioni di granatieri si erano allineate tutte alla stessa altezza, ma Merville, volendo sottrarle al fuoco di artiglieria a cui erano sottoposte fin dall'inizio dei combattimenti, ordinò di retrocedere fino ai filari di gelsi che effettivamente offrivano qualche protezione. Le perdite erano state gravissime: i capitani von Thurn e Brambilla del battaglione Welsperg erano rimasti uccisi e molti altri ufficiali feriti.

Brigata granatieri barone von Stutterheim
Battaglione granatieri Divisione (2 compagnie) del reggimento
Tenente colonnello Faber (rgt. n. 52) Barone Simbschen
Arciduca Francesco Carlo
48
52
Maggiore Welsperg (rgt. n. 16) Marchese Lusignan
Principe Hohenlohe-Bartenstein
Marchese Chasteler
16
26
27
Tenente colonnello De Best (rgt. n. 63) Arciduca Carlo Ludovico
Gran Maestro dell'Ordine Teutonico
Barone Bianchi
3
4
63
Tenente colonnello Chimany (rgt. n. 61) Jellacic de Buxim
Conte Saint Julien
Barone Wacquant-Geozelles
53
61
62
Maggiore Purczell (rgt. n. 31) Von Benjovsky
Barone Splény
31
51
Batteria da 6 libbre Tenente Sauer

Intanto il generale Bonnemains non aveva desistito dal tentativo di aggirare la linea austriaca sulla destra. Superate le cascine di Remelli e Vanoni piegò a sinistra per prendere di fianco le divisioni Simbschen e arciduca Francesco Carlo. Il 31º reggimento cacciatori sosteneva tale manovra ma il tenente colonnello Chimany accorse con la divisione Jallacic permettendo alle tre divisioni di granatieri di abbassare le baionette e attaccare la cavalleria avversaria. Due pezzi della mezza batteria preparono il movimento bersagliando la cavalleria con cartocci a mitraglia. Approfittando dell'altimo d'incertezza che aveva colto i cacciatori francesi, le due compagnie Jellacic si buttarono loro addosso e in un attivo li fecero arretrare. Animati dal comportamento di queste due divisioni intervennero nel combattimento ravvicinato anche le altre compagnie di granatieri le quali, tramite fuoco di fucileria, baionette e calcio del fucile, ebbero ragione della cavalleria avversaria che si disperse.

I granatieri austriaci sono costretti ad arretrare[modifica | modifica sorgente]

Una volta superate le poc'anzi citate cascine da parte delle truppe di Bonnemains, i dragoni della brigata austriaca Wrede si separarono sempre più dal fianco sinistro dei granatieri che dovevano proteggere, sia per trovare un terreno adatto per le loro manovre sia per affrontare più efficacemente un tentativo nemico di aggirare Quaderni. In questo modo tra le due unità austriache venne a formarsi un vuoto sempre più ampio tra fianco sinistro dei granatieri e la brigata Wrede. A quel punto i combattimenti entrarono in una fase che vide le opposte avanguardie impegnate, lungo tutta la linea, in nutriti scontri a fuoco a distanza, intervallati da qualche assalto all'arma bianca. La lotta si accendeva intorno a qualsiasi ostacolo del terreno dove trovare un appiglio per resistere, alberi, fossati, cumuli di sassi e addirittura siepi. In questo genere di combattimento in ordine sparso le truppe francesi erano avvantaggiate e nel complesso guadagnavano costantemente terreno. Nella falla che si era aperta tra il battaglione granatieri Faber (4 compagnie) ed i dragoni, il viceré spinse un battaglione della divisione Quesnel e ordinò nel contempo a tutta la sua linea di avanzare. Ciò costrinse il battaglione austriaco ad arretrare e tale movimento obbligò Merville a portare tutti gli altri battaglioni alla stessa altezza. Una nuova linea austriaca venne stabilita grosso modo tra la cascina Mazzi e l'abitato di Quaderni. Ciò ebbe il vantaggio di avvicinarsi ai rinforzi che il maresciallo Bellegarde aveva ordinato di mandare dall'altra sponda del Mincio e da Valeggio. Il ripiegamento avvenne nel massimo ordine, cedendo terreno solo palmo a palmo e opponendo al nemico sempre una dura resistenza.

Il combattimento intorno a Pozzolo[modifica | modifica sorgente]

Il movimento retrogrado della linea austriaca lasciò scoperto l'approccio est del ponte di Pozzolo, dove il viceré fece dirigere i 4 battaglioni della brigata Forestier. In prima linea rimase l'altra brigata della divisione Quesnel (Campi), nonché tutta la divisione Rouyer, la cavalleria della Guardia, quella dei generali Bonnemains e Perreymond. Erano in tutto 17 battaglioni e 10 squadroni. Una riserva era costituita dalla brigata Forestier e da un'altra brigata fatta venire dalla divisione Marcognet che però giunse sul posto la sera inoltrata.

All'approssimarsi della brigata Forestier sulla sponda sinistra del fiume il tenente colonnello Purczell, perso il contatto con i compagni della sua brigata e non avendo forze sufficienti per contrastare il passo al nemico, si preoccupò di asportare alcuni elementi di ponte ancorati alla sponda sinistra e prese posizione dall'altra parte del fiume. Il fuoco dei suoi granatieri e dell'artiglieria che stava con loro favorì il ripiegamento dell'ala destra di Stutterheim, protetta dai tre squadroni di ulani e dall'artiglieria piazzata oltre il fiume.[12]

Dal punto presso Cereta dove intanto era giunto il generale Vecsey, notato il movimento del nemico nei pressi di Pozzolo, sospese prudentemente la sua marcia di avvicinamento all'Oglio e chiese nuovi ordini.

Dal canto suo il viceré dispose di rinnovare la spinta offensiva partendo dalla linea Maffa – Vanoni avendo reso sicuro il fianco destro in direzione di Villafranca con l'occupazione di Vanoni, Ramelli e Malavicina di Sopra. Per contro il Merville fece disporre le sue truppe a circa mezz'ora di cammino da Valeggio nella speranza di vedere sboccare da quella parte i rinforzi. L'ala destra si appoggiava all'argine ad ovest della strada, quella sinistra a Mazzi che divenne così il punto d'appoggio principale di tutto il suo schieramento. Qui si trovavano gli uomini del reggimento Saint Julien e dietro ad essi, come sostegno, quelli di arciduca Carlo. I pochi pezzi disponibili si piazzarono all'ala destra, in prossimità della strada dove disponevano di un ottimo campo di tiro. Gli scontri divennero furiosi nelle località Mazzi-Campanella, punti di vitale importanza per gli Austriaci se volevano tenere il fronte. I granatieri respinsero tutte le ondate d'assalto portate dal viceré anche se uno alla volta vennero messi fuori uso i 4 pezzi che li appoggiavano. Per dare un attimo di respiro alle compagnie Saint Julien e Francesco Carlo, il generale Stutterheim ordinò alle altre compagnie Welsperg e de Best di contrattaccare il nemico che effettivamente venne buttato indietro, raccolto dalla sua seconda schiera. Ma il viceré, riconoscendo l'importanza strategica che aveva la cascina Mazzi, spinse avanti anche la divisione Rouyer, sostenuta da numerosa artiglieria, mentre Bonnemains marciava oltre Quaderni per cogliere sul fianco i granatieri austriaci. Questi, fortemente diminuiti di numero, dopo tre ore di accaniti combattimenti nel corso dei quali avevano assalito l'artiglieria e la cavalleria avversarie, senza riserve né soccorso alcuno e dunque mai sostituiti in prima linea, alla fine dovettero cedere nuovamente terreno. Il FML Merville ordinò di retrocedere fino alla case Foroni cosa che avvenne lentamente, sempre combattendo, a scaglioni e per masse divisionali, cosicché le cascine Mazzi, Campanella e Pasini caddero in mani nemiche.

L'arrivo di rinforzi austriaci da Valeggio[modifica | modifica sorgente]

Il maresciallo Bellegarde evidentemente riteneva ancora che lo scontro decisivo dovesse avvenire ad ovest del Mincio, tanto che non fece muovere da Valeggio la brigata Quosdanovich, la quale, invece, aveva continuato a mandare sue truppe di rinforzo ai reparti che combattevano ad ovest del fiume. A lungo andare il comandante in capo delle forze austriache si rese conto che il fulcro della battaglia doveva essere cercato sulla sponda sinistra del Mincio e non su quella destra. Peraltro il rumore dei combattimenti giungeva insistentemente non solo da Mozzecane ma anche da Belvedere e si estendeva fino a Pozzolo. Era ormai evidente che su quel fronte non combatteva solamente quella parte di armata avversaria uscita da Mantova, bensì forze ben più consistenti che indubbiamente avevano il compito di prendere Valeggio con l'intento di tagliare in due la linea austriaca. Fu così che le truppe rimaste a Valeggio furono fatte gravitare più a sud e così si fece anche con una batteria da 12 libbre della riserva. Al luogotenente feldmaresciallo Sommariva si ordinò poi di non far transitare alcuna truppa al di là del fiume, anzi di cominciare a mandare qualche sua unità verso Valeggio. Al luogotenente feldmaresciallo Mayer fu fatto pervenire l'ordine di tenere fino all'ultimo uomo la posizione di San Zeno in Mozzo.

Dunque i rinforzi per le truppe di Merville sarebbero ben presto arrivati anche se in numero inadeguato come vedremo. Per il viceré era ormai sfuggita l'occasione di battere a forze riunite le truppe austriache a sud di Valeggio e di impossessarsi così del loro unico passaggio sicuro sul fiume che avevano. Egli lasciò marciare le sue unità di destra a ventaglio facendole così distanziare una dall'altra, mentre se si fossero trovate a combattere più raggruppate avrebbero potuto sostenersi vicendevolmente, anziché agire ognuna per conto proprio come di fatto accadde. Infatti Zucchi, che combatteva all'estrema ala destra franco-italiana tra Molinella e Due Castelli, non poté coadiuvare la divisione Marcognet quando questa, conseguiti alcuni successi iniziali a Roverbella, spinse una sua brigata a Mozzecane (l'altra rimase in riserva) ma non poté procedere oltre perché arrestata dalle truppe del Mayer. Al centro del fronte la brigata Vecsey, che agiva sulla destra del Mincio, rappresentava una serissima minaccia per la guarnigione francese di Goito, mentre a Monzambano Verdier era completamente tagliato fuori. Come si vede la situazione dei franco-italiani non era delle più rassicuranti e fortuna volle che il luogotenente feldmaresciallo Radivojevich avesse sospeso gli attacchi per attestarsi sulle alture di Monte Oliveto, dove rimase fino a sera. Egli aveva ricevuto ordine di mandare due suoi battaglioni sulla sponda sinistra in modo da rafforzare la posizione di Valeggio e agire verso meridione contro le truppe del viceré.

In quanto a Quosdanovich, due suoi battaglioni del reggimento Koburg erano andati di rinforzo a Mozzecane cosicché ora disponeva degli altri 2 battaglioni di quel reggimento e 2 di Saint Julien, oltre ad una batteria a piedi. Il maresciallo non ritenne di mandare queste truppe tutte insieme in aiuto di Merville ma vi destinò solo i due battaglioni Saint Julien con la batteria di brigata, seguita da due altre batterie della riserva. Tale rinforzo, consistente in fatto di artiglieria, ma piuttosto debole come fanteria, giunse proprio quando la divisione Merville stava completando il suo nuovo schieramento all'altezza di cascina Foroni. Erano circa le h 3.30 di pomeriggio. Come è facile intuire l'apparire del tanto sospirato aiuto riportò la fiducia agli stremati granatieri. Merville organizzò subito un contrattacco per non lasciare tempo alle truppe del viceré di rinforzarsi alle cascine Pasini e Mazzi, vere chiavi di volta di tutto il dispositivo sia austriaco che franco-italiano che avrebbero permesso di conseguire un vantaggio decisivo sia per una che per l'altra parte in lotta. Il generale Quosdanovich guidò i due battaglioni Saint Julien alla sinistra dei granatieri, in posizione un po' più avanzata rispetto a loro. Ancora una volta ecco dunque i granatieri eseguire un attacco frontale contro i loro avversari, mentre i due battaglioni Saint Julien lo fecero sul fianco destro.[13] Le divisioni arciduca Carlo e Hohenlohe furono le prime a scontrarsi coi Franco-Italiani al centro, mentre il battaglione Chimany riconquistò di slancio cascina Mazzi.[14]

L'avanzata del principe Eugenio è arrestata davanti a Foroni[modifica | modifica sorgente]

Molti erano i caduti tra gli ufficiali imperiali, ma le schiere dei Franco-Italici cominciarono a vacillare e numerosi fuggiaschi già punteggiavano la campagna a tergo della loro linea. Tuttavia il viceré, chiamata a sé la divisione Marcognet, la fece dirigere contro il fianco sinistro di Merville. Le punte avanzate delle sue colonne vennero avvistate verso le h 5 di pomeriggio davanti a Quaderni. Tutta la linea del viceré Eugenio riprese così ad avanzare e la cascina Mazzi, nuovamente investita, cadde in potere dei franco-italiani che minacciarono il reggimento Saint Julien sul fianco sinistro. Il generale Quosdanovich, nel tentativo di riconquistare quell'importante baluardo, venne colpito alla testa e portato via dal campo di battaglia. La linea Franco-Italiana si portò di nuovo verso Foroni dove i contrattacchi eseguiti alla baionetta dagli austriaci ed il fuoco della loro artiglieria impedirono alle truppe del viceré di procedere oltre.

Sul posto si era portato anche il maresciallo Bellegarde che finalmente aveva riconosciuto l'importanza del settore meridionale del suo fronte. Dopo ore di combattimenti e di assalti continui, le file dei granatieri si erano fortemente diradate. Molti gli ufficiali caduti o feriti. Tra questi ultimi i tenenti colonnelli Faber e de Best; le divisioni dei reggimenti Simbschen e Lusignan avevano perduto tutti gli ufficiali ed ora erano comandate da sergenti maggiori. Le cartucce scarseggiavano ed a Foroni fu grazie al fuoco a mitraglia dei cannoni che il nemico poté essere tenuto a distanza. A Mazzi, per liberarsi delle insistenti puntate offensive dei franco-italiani, i granatieri si prodigarono in un ennesimo attacco frontale spinti solo la forza della disperazione. Il generale Stuttenheim conduceva i suoi uomini sostenuti dal fuoco dei cannoni della riserva che rimpiazzarono quelli messi fuori combattimento negli impari duelli di artiglieria di poco prima. Alle ali si erano piazzati altri cannoni delle batterie giunte di rinforzo. Il combattimento continuò in questo modo per diverso tempo senza che una parte riuscisse a prevalere in maniera decisiva sull'altra. Il sole era già sceso all'orizzonte e la divisione Merville stava per essere aggirata di nuovo sul proprio fianco destro, quando davanti a Foroni giunsero due battaglioni Gran Maestro che prima avevano preso una posizione di rincalzo a Campagnola. Il colonnello Ertmann che li comandava, vedendo subito quanto critica era la situazione per gli imperiali, non esitò a dare l'ordine di attaccare immediatamente. I granatieri, vedendo quel provvidenziale soccorso, si rianimarono e urlando il loro saluto ai compagni del reggimento di Vienna si riportarono in avanti assieme a loro. Tutta la zona di Foroni venne liberata dalla presenza delle truppe avversarie che vennero anche inseguite per un tratto. Sul posto giunsero poco dopo anche 1 battaglione Koburg (brigata Quosdanovich) e 2 battaglioni Beaulieu (brigata Bogdan) oltre ad un paio di squadroni di ussari Stipsics (brigata Paumgarten).

I combattimenti di Mozzecane, Pellaloco e Peschiera[modifica | modifica sorgente]

Mentre si combatteva a sud di Valeggio, in quello che era diventato il fronte principale, più ad est il luogotenente feldmaresciallo Mayer con le truppe che gli erano rimaste, vale a dire tre battaglioni del reggimento Splény più alcuni reparti che erano sfuggiti all'accerchiamento degli avamposti, si frappose alle truppe del generale Zucchi che tentavano di raggiungere Villafranca. Un paio di compagnie del reggimento Splény, che erano riuscite a passare tra le maglie della brigata Bonnemains, avevano partecipato, quale estrema ala sinistra della divisione Merville, alla difesa di Remelli e Quaderni. Ora davanti a Mozzecane si trovava il GM Watlet con 3 battaglioni, 2 squadroni e mezza batteria. Dietro ad essi era dispiegata la brigata di cavalleria Spiegel. Più lontano, a chiudere Mantova da est, era sparpagliata la brigata Eckhart, anch'essa facente parte delle truppe di blocco. Una volta radunate, le sue forze avrebbero avuto buone possibilità di manovra per costituire una seria minaccia sul fianco destro del generale Zucchi. Il barone Mayer, che proveniva dallo stato maggiore generale e a Würzburg si era guadagnato la croce dell'Ordine di Maria Teresa, era un soldato troppo esperto per non capire che con un atteggiamento puramente difensivo avrebbe lasciato l'iniziativa all'avversario e a lungo andare sarebbe stato costretto a ritirarsi.

Il generale Zucchi aveva occupato con 3 battaglioni di fanteria e qualche plotone di cavalleria il piccolo nodo stradale di Pellaloco sulla strada di Villafranca. Tra l'altro da quella posizione le truppe franco-italiane, se opportunamente guidate e con un cambio di direzione a sinistra (ovest), avrebbero potuto piombare sul fianco della divisione Merville. Del resto quella manovra era stata compiuta prima da una brigata della divisione Marcognet, chiamata dal viceré Eugenio ad operare contro Valeggio. Dato che il nemico non sembrava dispiegare una grande energia per procedere decisamente su Villafranca e Watlet non aveva difficoltà a sostenersi a Mozzecane contro Marcognet, il barone Mayer decise di assumere l'iniziativa agendo offensivamente su Pellaloco. Per questo compito si designarono 10 compagnie del reggimento Splény: 6 di esse, cioè un battaglione, avrebbero dovuto attaccare di fronte e 4 sul fianco. Ben guidate dai propri ufficiali, le 10 compagnie assalirono con decisione le truppe del generale Zucchi che furono costretto a ripiegare fino a Castiglione Mantovano. I combattimenti proseguirono all'interno dell'abitato e a Due Castelli. Ciò bastò per rimanere in quelle posizioni fino a sera.[15] Dopo avere ripreso possesso di quel nodo stradale, il generale austriaco si sentì abbastanza forte per mandare oltre Malavicina di Sopra 4 compagnie Splény, allo scopo di portare un aiuto concreto alle truppe di Merville e ristabilire il contatto con esse.

In quanto alle truppe di Peschiera, all'estrema ala sinistra francese, il generale Palombini non poté fare altro che una semplice sortita respingendo davanti a sé i posti di guardia nemici. Appena oltre Mandella, tra questa località e Cavalcaselle, l'opposizione della brigata Vlasits, sostenuta da una parte della divisione Fenner, lo fece desistere da qualsiasi proposito offensivo. Non erano passate le h 2 di pomeriggio che le truppe franco-italiane della guarnigione erano rientrate tutte nella fortezza.

Considerazioni finali[modifica | modifica sorgente]

Le posizioni assunte a fine giornata[modifica | modifica sorgente]

Quasi tutti i resoconti francesi si discostano parecchio da questa esposizione dei fatti ma la ricostruzione di ciò che veramente accadde, desunta dai rapporti delle varie unità austriache che vi parteciparono confrontati, per quanto possibile, con le narrazioni francesi, non lasciano alcun spazio alle fantasie che si possono leggere in alcuni libri. È incontestabile infatti che la divisione Merville abbia combattuto per cinque ore da sola, solo più tardi aiutata da 4 battaglioni di fanteria con alcune batterie, nello spazio di terreno che va da Pozzolo fino a Foroni località questa che rimase definitivamente in mano austriaca. Il merito della difesa del terreno a sud di Valeggio va ascritto ai granatieri ed ai dragoni e il loro comandante, barone Mauroi de Merville, meritò ampiamente l'Ordine di Maria Teresa che gli venne conferito, avendo salvato, grazie al suo valoroso comportamento, l'intero esercito del maresciallo Bellegarde da una possibile disfatta.

Le due parti in lotta si trovarono a combattere su fronti semirovesciati che si rispecchiavano quasi esattamente sulle due sponde del fiume Mincio. Furono delle posizioni insolite per una battaglia che nella storia difficilmente presentano riscontri analoghi. Presso Monzambano il luogotenente feldmaresciallo Radivojevich aveva cercato in tutti i modi di aggirare il nemico sulla sinistra, mentre sulla destra il fiume impediva di compiere qualsiasi manovra. Il generale francese Verdier che qui aveva il comando, si limitò a tenere le sue truppe sulla difensiva, vuoi per sua insufficiente azione di comando vuoi perché costretto dal nemico. A sud di Monzambano i due schieramenti correvano lungo il corso del torrente Redone, divisi solamente da una sottile striscia di terreno che l'artiglieria francese teneva costantemente sotto tiro. Tuttavia le truppe austriache da quella parte si trovavano in vantaggio non solo perché erano arrivate ad occupare tutto il terreno e le cascine prospicienti la testa di ponte, ma anche per il fatto che una parte dell'abitato era caduta in mano loro. Ad ogni modo la divisione Fressinet oppose qui, al pari della divisione austriaca Merville dall'altra parte del fiume, una strenua ed eroica resistenza impedendo al nemico di progredire. Alla difesa di Monzambano contribuì il presidio italiano mandato da Peschiera dal Palombini.

Questa situazione venne a modificarsi quando il comandante in capo austriaco, fatti distaccare alcuni battaglioni da mandare in aiuto alla divisione Merville, ordinò di assumere un atteggiamento più difensivo e spostarsi in posizioni più arretrate ma vantaggiose sulle alture di monte Oliveto e Olfino. In questo modo l'accesso di Borghetto era protetto dalla provenienza di Monzambano e ciò rendeva sicura la marcia di ripiegamento della brigata Vecsey alla quale, nel frattempo, era stato ingiunto di tornare sui suoi passi. Lo stesso doveva fare la brigata Steffanini davanti a Borghetto.

Dato che lo spostamento al di là del Mincio dei due battaglioni (Gran Maestro dell'Ordine Teutonico) non poteva passare inosservato, ne approfittò il generale Verdier per prendere l'offensiva contro le alture. I suoi tentativi però rimasero sempre infruttuosi.

Il generale Vécsey, ricevuto l'ordine di tornare indietro, ripercorse a ritroso la strada che lo avrebbe portato a ripassare il Mincio a Pozzolo, ma vedendo ciò che era accaduto al di là del fiume, prese la direzione di Valeggio. Il maggiore Purczell rimase al suo posto fino alla mezzanotte poi, isolato e senza ordini, temendo di essere infine catturato, risalì il fiume fino a Valeggio portandosi dietro la mezza batteria. Queste truppe e quelle della brigata Steffanini presero posizione nel tratto di terreno antistante Borghetto. Qui, a sera inoltrata, dalle posizioni di Monte Oliveto confluirono anche le truppe del luogotenente feldmarescillo Radivojevich con le brigate Bogdan e de Best. Per ordine del maresciallo Bellegarde a Olfino rimase solo una retroguardia e a est di Borghetto fu lasciata solo la brigata Steffanini rinforzata da due battaglioni Gran Maestro, a tutte le altre truppe fu ordinato di spostarsi sulla sponda sinistra del fiume. La divisione Radivojevich mise il campo a Valeggio dove si sistemò anche il quartier generale. Il luogotenente feldmaresciallo Sommariva rimase a Salionze e la brigata Vlasits ritornò a controllare gli approcci di Peschiera da est.

Verso le h 3 di mattina del giorno 9 vennero richiamati anche i picchetti di Olfino ma senza spegnere i fuochi dei bivacchi per far credere al nemico che le alture arano ancora presidiate. La linea degli avamposti della brigata Steffanini correva ora per Ca' dei Boschi (a nord di Pozzolo), Montaldo, Monte Frati, Fenilazzo, La Gobbina e si raccordava con le altre truppe sopra monte Piva. A Borghetto i pionieri del maggiore Wirker sistemarono a difesa la cinta esterna di case. Insomma si approntò tutto in vista di proseguire la lotta l'indomani in posizioni più risponenti al manule di tattica militare.

Anche il viceré Eugenio corresse l'andamento del suo fronte. La sera, dopo la battaglia, le sue truppe erano schierate come segue: la divisione Zucchi stava dietro a Castiglione Mantovano, Marcognet davanti a Roverbella, la brigata Bonnemains tra questa località e Pozzolo, le divisioni Rouyer e Quesnel tra Roverbella e Cascina Aldegatti con la fronte rivolta verso Valeggio, la brigata Perreymond e la cavalleria della Guardia stavano più indietro, a Marengo, mentre la fanteria della Guardia presidiava Goito e le sue adiacenze. La divisione Fressinet non si era mossa da Monzambano e Palombini stava sempre a Peschiera. La linea degli avamposti francesi correva da Pozzolo a Roverbella. Già prima che albeggiasse il viceré, da Marengo dov'era, tornò a Goito. Protette dalla brigata Bonnemains, che da avanguardia era diventata retroguardia, le truppe franco-italiane si portarono tutte sulla sponda destra del Mincio. Prima di mezzogiorno anche Bonnemains mise piede a Goito. La divisione Zucchi rientrò a Mantova insieme con la brigata di cavalleria Rambourg (la terza della divisione di cavalleria Mermet di cui facevano parte le brigate Perreymont e Bonnemains). Ora le truppe francesi, appoggiate con le ali alle fortezze di Peschiera e Mantova, occupavano posizioni più centrali atte a coprire le strade per Cremona e Brescia e a controllare tutta la linea del Mincio. Il quartier generale francese si spostò più centralmente a Volta.

Di fronte ad uno schieramento di questo tipo, con i passaggi principali del Mincio saldamente in mano al nemico e l'atteggiamento sempre incerto del re di Napoli, il maresciallo Bellegarde non aveva possibilità alcuna di forzare il fiume. In sostanza la battaglia non aveva cambiato praticamente nulla rispetto alla situazione del giorno 7, salvo far avvicinare di più al fiume le truppe austriache che prima si trovavano in posizioni più decentrate e piuttosto allargate e, soprattutto, tenere un piede sulla sponda destra del fiume con un passaggio attraverso cui far transitare l'esercito in caso di avanzata. Abbiamo visto che sulle alture davanti a Borghetto era appostata la brigata Steffanini con i suoi 4 battaglioni di fanteria, 6 squadroni ed una batteria. I due battaglioni Gran Maestro che stavano con lei erano stati mandati a riposare a Valeggio. Questo saliente naturalmente lasciava inquieto il viceré e un paio di giorni dopo tentò di eliminarlo (senza riuscirvi).

Una battaglia non decisiva[modifica | modifica sorgente]

I toni mirabolanti con cui i franco-italiani si attribuirono la vittoria sembrano ricalcare uno stereotipo ormai superato, dati i tempi, risalente ai primi anni della rivoluzione, quando le scalcinate armate repubblicane riuscivano a sconfiggere i più quotati generali avversari. In seguito il genio guerresco del Bonaparte, generale, primo console e imperatore, abituò la nazione a dare per scontate le sfolgoranti vittorie conseguite da quel suo impareggiabile condottiero in guerre sempre più estenuanti e sanguinose. I bollettini francesi si preoccupavano di esaltare le virtù militari dei propri soldati, accompagnandoli con lunghi elenchi di perdite inflitte al nemico in termini di uomini, mezzi, prede belliche, territori, ma trascuravano di fornire rapporti precisi sulle proprie. Se questo poteva trovare riscontri oggettivi di veridicità, fatte le debite rettifiche, quando si trattava dei successi dell'imperatore dei Francesi, lo stesso non si poteva sempre dire per i suoi generali ed il principe Eugenio non faceva eccezione.

Le sue affermazioni del 9 febbraio indicano con precisione le perdite nemiche: 2500 prigionieri e 5000 tra morti e feriti (con cifre arrotondate a due e a tre zeri), ma non conosce con esattezza le proprie, che però non "arrivano a 2500 uomini". Tali cifre, già di per sé improbabili, sono fatte ascendere, per gli imperiali, a 7.000 o addirittura a 11.000 da certi autori.[senza fonte]

I rapporti stilati dagli imperiali, raccolti dopo alcuni giorni di distanza dall'evento bellico e perciò più attendibili dopo il rientro degli sbandati, che sempre ci sono dopo una battaglia, e la nuova conta dei mancanti, sono come al solito più ponderati e precisi. Ci limitiamo alle perdite austriache essendo impossibile, per mancanza di dati veritieri, elencare quelle franco-italiane.

Elenco perdite i.r. esercito Ufficiali Truppa Totale Cavalli
Morti 17 533 550 162
Feriti 103 2094 2197 170
Dispersi e prigionieri (ufficiali e truppa) 17 1191 1208  ?
Totale 137 3818 3955 332
Fonti: Österreichische militärische Zeitschrift 1861/3 pag. 402, Relation 1814 pag. 19

Tali cifre sono comprensive delle perdite che gli imperiali subirono il 9 e il 10 e anche il 4 febbraio.

La stessa fonte austriaca indica che l'avversario certamente non ebbe perdite inferiori alle proprie e che la cifra complessiva di 6000 può essere ritenuta non lontana dal vero poiché, tenuto conto che in conseguenza dei combattimenti precedenti e successivi, nei vari ospedali di tutto il circondario, a metà febbraio si trovavano ancora ricoverati circa 4000 feriti.

Per quanto riguarda l'attribuzione della vittoria, un semplice esame dei fatti fa emergere un primo dato irrefutabile che riguarda ambedue i comandanti in capo: nessuno dei due raggiunse gli obiettivi prefissati alla vigilia della battaglia. Il piano del principe viceré Eugenio fallì per il semplice fatto che egli non riuscì a battere il nemico e a ributtarlo oltre l'Adige, mentre il maresciallo Bellegarde dovette rinunciare a tallonare l'esercito franco-italiano, che supponeva in ritirata, e a reinsediarsi (ma bastava solo attendere), nei vecchi possedimenti che l'Austria deteneva in Lombardia prima dell'avvento di Napoleone Bonaparte.

Resa della Francia ed armistizio in Italia[modifica | modifica sorgente]

Poi venne, il 31 marzo, l'occupazione austro-prussiana di Parigi, seguita, il 6 aprile, dalla abdicazione di Napoleone ed alla successiva stipula del Trattato di Fontainebleau, l’11 aprile: la guerra era finita.

La fine del Regno Italico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Caduta del Regno Italico.

Eugenio convocò per il successivo 17 a Milano il Senato del Regno Italico per ottenere la nomina a Re.

Al Senato, tuttavia, il tentativo venne frustrato dalla miglior nobiltà milanese (Carlo Verri, il Confalonieri, il generale Pino, il Manzoni, il Porro Lambertenghi, fra gli altri). Il 20 la folla invadeva il Senato. Poi passava a San Fedele e massacrava il ministro Prina, che si era opposto alla congiura, insieme al Melzi d'Eril.

Il 21, addirittura, il Consiglio Comunale di Milano, riunitosi d'urgenza, nominò un Comitato di Reggenza Provvisoria, composta da sette membri. Come primo atto, il Comitato inviò delegati al Bellegarde perché mandasse truppe ad occupare la città. Il 22 i Collegi elettorali, convocati dal podestà Durini, abolirono il Senato.
Il progetto di Eugenio era compromesso. L'indipendenza del Regno Italico finita: il 23 il viceré firmò a Mantova la capitolazione.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il capitano Lazarich con soli 55 uomini e senza artiglieria costrinse alla resa un intero battaglione del 4º reggimento leggero italiano prendendogli anche 3 cannoni. Per tale azione ricevette l'Ordine di Maria Teresa.
  2. ^ Ordine di Maria Teresa per i fatti di Rio Pusteria.
  3. ^ Un assedio in piena regola delle fortezze era impensabile perché mancavano gli uomini ed i mezzi necessari, tutti riservati al fronte di guerra principale.
  4. ^ In effetti l'intenzione di ritirarsi da parte del principe Eugenio è confermata dagli ordini da lui emessi il 4 febbraio: a Piacenza si dovevano predisporre gli alloggi per il viceré, per la Guardia reale e per una divisione di fanteria. Era impossibile tenere segreti eventi simili che coinvolgevano migliaia di persone. Inoltre il giorno 5 erano stati emanati gli ordini per il passaggio dell'Adda di tutto l'esercito e una parte dell'artiglieria fu vista dirigersi su Cremona. Tali notizie dovettero diffondersi piuttosto velocemente e con la stessa velocità giungere alle orecchie del feldmaresciallo austriaco. Tuttavia questi ordini vennero revocati il giorno 6 ma stavolta, evidentemente, gli Austriaci ne rimasero all'oscuro.
  5. ^ Sono significative di questa grave situazione le lettere che a fine gennaio 1814 il viceré aveva spedito all'imperatore. Dei 36000 uomini di fanteria di cui disponeva, circa la metà, egli diceva, proveniva dalle parti d'Italia che erano state annesse all'impero francese o che erano sotto la sua orbita come la Toscana e gli ex Stati della Chiesa: "gente su cui è impossibile contare" aveva detto nella lettera del 29 gennaio, "ci si deve spettare che avvengano massicce diserzioni persino tra le nostre truppe” aveva avvertito 4 giorni prima. Infatti, dei 15000 coscritti che erano stati annunciati da quei dipartimenti, solo 7000 avevano raggiunto l'armata.
  6. ^ Augusta darà alla luce a Mantova la figlia Teodolinda, dato che a Milano, dove non erano ancora entrati gli Austriaci, non si sentiva più al sicuro.
  7. ^ Da parte francese Fressinet fu dunque l'eroe della giornata. Soprattutto dando uno sguardo alla mappa, ci si rende conto che era circondato da tre parti, ad ogni modo la strada di Peschiera era libera anche se gli Austriaci potevano tagliare da un momento all'altro a causa dell'atteggiamento difensivo di Verdier). Vacani, allora capo di stato maggiore di Verdier, criticò molto il suo generale attribuendogli di avere agito poco incisivamente e impegnato uno alla volta i suoi battaglioni anziché gettarli sul nemico tutti insieme.
  8. ^ Il peggio, anche se non dai 24000 uomini inizialmente previsti, era rappresentato dai 16000 uomini del viceré Eugenio che stavano per scagliarsi contro il fianco sinistro dell'esercito austriaco, ma non dalla parte occidentale del Mincio bensì da quella orientale, quasi alle spalle delle truppe del Bellegarde! Il piano del viceré era ancora buono, Fressinet, anche se non aveva potuto raggiungerlo, badando com'era alla sua sopravvivenza, impegnava gran parte delle forze austriache e delle migliori per di più. Sulla destra del viceré, marciava il generale Zucchi uscito da Mantova. Tutti puntavano su Villafranca dove si pensava di trovare il Bellegarde.
  9. ^ Nei carri si trovavano 22 vivandiere e mogli di sottufficiali austriaci che però vennero rilasciate poco dopo insieme col cappellano militare fatto prigioniero anch'esso.
  10. ^ Tale compito toccava al generale Bonnemains che stava a destra della linea francese e procedeva su Ramelli con i due battaglioni di fanteria leggera italiana (del 1º e del 14º reggimento).
  11. ^ I primi a sacrificarsi sotto quel diluvio di fuoco furono alcuni volontari del reggimento stiriano Chasteler condotti dal primo tenente Heymann. Questi, raggiunta d'impeto la posizione dove si trovavano i cannoni avversari, eliminarono gli artiglieri facendo uso della baionetta o del calcio del fucile. Non c'era tempo per mettere fuori uso i pezzi e nemmeno fu possibile trascinarli indietro mancando tra l'altro i cavalli del traino che se l'erano squagliata.
  12. ^ Il ponte fu poi smontato e portato in salvo grazie alla difesa dell'abitato di Pozzolo che alcuni volontari del battaglione si erano assunti sulla sponda sinistra fino a che i genieri ebbero terminato il loro lavoro.
  13. ^ In appoggio alla propria fanteria intervenne la batteria del tenente Wielowiesky, un giovanissimo ufficiale che a Raab aveva ottenuto l'Ordine di Maria Teresa contro i Turchi e che qui meritò l'Ordine di Leopoldo.
  14. ^ Anche i due battaglioni Saint Julien ebbero grande merito nel successo di questo attacco e testimone di ciò fu il generale britannico sir Robert Wilson, presente presso lo stato maggiore imperiale austriaco, che non cessò di elogiare il reggimento.
  15. ^ In questi scontri perse la vita il colonnello Millo dell'artiglieria a cavallo italiana.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (DE) Streffleur (1861/3), Die Schlacht am Mincio am 8. Februar 1814
  • (FR) A. Du Casse, Mémoires et correspondance politique et militaire du Prince Eugène, XXVII, Paris 1860
  • (FR) Frédéric Guillaume de Vaudoncourt, Histoire des campagnes d'Italie en 1813 et 1814, Londres 1817
  • (DE) Karl Schmola, Das Leben des Feldmarschalls Heinrich Grafen von Bellegarde, Wien, 1847
  • Relation über die bei der k.k. Armee von Italien vom 1. bis 10. Februar 1814 vorgefallenen Kriegsereignisse, Wien, 1814
  • Felice Turotti, Storia dell'armi italiane dal 1796 al 1814, Milano, 1858
  • (FR) Vignolle, Précis historique des opérations militaires de l'Armée d'Italie en 1813 et 1814, Paris, 1817
  • (DE) Julius Stanka, Geschichte des k. Und k. Infanterie-Regimentes Erzherzog Carl Nr. 3, Wien, 1894
  • (DE) A. v. Treuenfest, Geschichte des k.k. Infanterie-Regimentes Hoch- und Deutschmeister Nr. 4, Wien, 1879
  • (DE) Carl v. Prybila, Geschichte des k.k. 27. Linien-Infanterie-Regiments, Wien, 1858
  • (DE) Karl von Blažeković, Chronik des k.k. 31. Linien-Infanterie-Regimentes, Wien, 1867
  • (DE) Leopold Auspitz, Das Infanterie-Regiment Freiherr von Hess Nr. 49, Teschen, 1889
  • (DE) Geschichte des 53ten ungarischen Linien-Infanterie-Regiments, Wien, 1838