M13/40

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M13/40
Carro M 13 40.JPG
M13/40 esposto nel museo dei carristi a Roma
Descrizione
Tipo Carro armato medio
Equipaggio 4 (capocarro/cannoniere, caricatore, mitragliere, pilota)
Progettista Giuseppe Rosini
Costruttore Ansaldo
Data impostazione 13 dicembre 1937
Data primo collaudo 15 febbraio 1940
Data entrata in servizio luglio 1940
Utilizzatore principale Italia Regio Esercito
Esemplari 710
Sviluppato dal M11/39
Altre varianti M14/41
Dimensioni e peso
Lunghezza 4,91 m
Larghezza 2,28 m
Altezza 2,37 m
Peso 13 t
Capacità combustibile 145 L + 35 L di riserva
Propulsione e tecnica
Motore Fiat-SPA 8T M.40 diesel a 8 cilindri a V, 11.140 cm³
Potenza 125 hp a 1 800 giri al minuto
Rapporto peso/potenza 9,62 hp/t
Trazione cingolata
Sospensioni a balestra
Prestazioni
Velocità su strada 30 km/h
Velocità fuori strada 15 km/h
Autonomia ~ 210 km
Pendenza max 100%
Armamento e corazzatura
Apparati di tiro Ottica San Giorgio da 1,25 x 30°
Armamento primario 1 cannone 47/32 Mod. 1935 da 47 mm
Armamento secondario 3 mitragliatrici Breda Mod. 38 da 8 mm
Capacità 87 proiettili per il cannone
2 592 cartucce per le mitragliatrici
Corazzatura frontale 42 mm
Corazzatura laterale 8-25 mm
Corazzatura inferiore 14 mm

Nicola Pignato, I mezzi blindo-corazzati italiani 1923-1943

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L'M13/40 è stato un carro armato medio italiano durante la seconda guerra mondiale, il maggiormente prodotto ed utilizzato dal Regio Esercito assieme alle versioni successive M14/41 e M15/42. L'M13/40 è stato anche il primo blindato italiano a rappresentare una reale minaccia contro i carri avversari, operando soprattutto contro i britannici sul fronte dell'Africa settentrionale.

Sviluppo e storia[modifica | modifica wikitesto]

La progettazione di questo carro medio iniziò da parte della FIAT-Ansaldo nel 1937 e l'anno seguente venne realizzato il primo prototipo. Basato sul precedente carro medio M11/39, ne differiva in molti aspetti, tra i quali i più vistosi erano il tipo e la disposizione dell'armamento. Nel nuovo mezzo la dotazione offensiva primaria, un cannone da 47 mm L/32, era montata in una torretta girevole a forma di ferro di cavallo e non in casamatta, soluzione quest'ultima che nel suo predecessore riduceva notevolmente l'efficacia dell'arma. Come armamento secondario disponeva di 4 mitragliatrici da 8 mm: una coassiale al cannone, due in casamatta ed una opzionale con funzione antiaerea, installabile su un apposito supporto alla sommità della torretta. Una simile arma, assai interessante per un progetto di inizio guerra, rappresentava uno dei primi tentativi di fornire ai carri armati una propria difesa contro attacchi aerei a bassa quota; accorgimenti di questo tipo, sebbene pare fossero provvisori, erano già stati utilizzati sui T-26 repubblicani impiegati nella guerra civile spagnola.

Nel dicembre del 1939 tutta la produzione italiana di carri medi venne concentrata sull'M13-40 chiudendo la linea di assemblaggio degli M11/39, rivelatisi piuttosto fallimentari.

Nel 1941 venne realizzata una nuova versione dotata di un più potente e affidabile motore, uno dei punti deboli del veicolo; denominata M14/41, ne venne ricavato il semovente 75/18, che a dispetto del nome fu intensamente impiegato come cacciacarri. Tale veicolo è considerato come il miglior corazzato italiano impiegato durante la seconda guerra mondiale.

Venne anche realizzato un prototipo sperimentale per trasporto aereo utilizzando un aeroplano Caproni Ca.180 che avrebbe dovuto trasportare il carro agganciato sotto la fusoliera.

Caratteristiche tecniche[modifica | modifica wikitesto]

Motore

Il carro armato medio M13/40 era azionato da un motore Diesel SPA 8T raffreddato a liquido e con 8 cilindri a V, con una potenza di 125 hp a 1.800 giri al minuto. Il cambio di velocità associato contava 4 marce avanti e una retromarcia normale; inoltre, grazie al riduttore incorporato, erano disponibili altre 4 marce più una retromarcia addizionale. Il propulsore scelto fu uno dei maggiori handicap del carro: scarsamente potente ed anche non troppo affidabile. Durante il primo periodo di utilizzo in Africa, inoltre, la deprecabile mancanza di filtri per la sabbia rappresentò una grave limitazione all'impiego.

La capacità del serbatoio era di circa 145 litri più 35 litri di riserva per un'autonomia di circa 210 km o circa 10 ore in fuori strada. Il carro poteva raggiungere una velocità massima di 30 km/h (32 per l'M14) su strada, di circa 15 km/h su terreno vario. Con un raggio di volta di circa 4,50 metri, poteva superare pendenze del 100%, trincee di 2 metri, guadi di 1 metro e gradini di 0,80 m.

Il carro era dotato anche di arresto indietreggio.

Treno di rotolamento

Il motore azionava le ruote motrici anteriori, munite di anelli dentati che si agganciavano ai cingoli facendoli muovere: questi erano formati da 84 maglie a guida centrale. Le ruote di rinvio erano posteriori e folli. La parte inferiore del cingolo poggiava al suolo con una struttura atta a rendere il carro particolarmente agevole su terreno sconnesso. Durante dei test effettuati dal Regio Esercito, la cingolatura dell'M13 risultò migliore di quella adottata dallo sperimentale Škoda T21 o dal Panzer IV tedesco, almeno in terreno fortemente accidentato. Nei fatti ciò non si verificò, lasciando il sospetto sulla correttezza di simili collaudi: la velocità fuori strada era già piuttosto modesta e diminuiva ancora nelle normali condizioni di combattimento in Africa, dove il carro era appesantito da filtri, serbatoi ausiliari per acqua e nafta, corazzatura aggiuntive ed altri componenti non di progettazione. Inoltre il treno di rotolamento non era stato studiato per permettere l'assorbimento di potenze motrici superiori, così quando il motore aumentò di potenza con la versione M15/42 spesso i cingoli uscivano dal posto quando la marcia avveniva a massima velocità sullo sterrato.

Tutto il sistema cingoli-ruote e sospensioni era la copia migliorata della meccanica adottata dal carro inglese Vickers 6-Ton, acquistato dall'Italia nei primi anni trenta. La sospensione appoggiava su 2 carrelli per lato, indipendenti e con la possibilità di oscillare attorno al proprio perno. Il sistema era costituito da un bilanciere centrale con boccole in bronzo nelle quali erano posizionati due bracci piegati ad arco; dai bracci oscillavano due bilancieri dotati di due rulli gommati mentre al centro si trovava la sospensione a balestra.

Armamento

Il carro era armato di un cannone Mod. 1935 da 47 mm L/32, derivato dal modello di progettazione austriaca Böhler; era servito da una dotazione iniziale di 87 proiettili e aveva un'elevazione che andava da -10º a +20º. Per consentire una maggiore depressione dell'arma sul tetto della torretta era stata inserita una piastra corazzata davanti ai portelli di accesso, che serviva per aumentare lo spazio interno. L'arma poteva essere azionata tramite un pedale o manualmente.

Primo piano della parte anteriore di un M13/40. Questo carro in particolare è esposto al Museo militare di Base Borden

All'inizio il cannone fu giudicato in modo positivo, almeno in quanto a precisione e affidabilità; anzi in un primo tempo si dimostrò più potente dei cannoni britannici, perfettamente in grado di battere tutte le corazze avversarie, incluse quelle dei carri Matilda e Grant, quando non attaccati sull'arco frontale, provocando agli equipaggi alleati non pochi grattacapi. L'efficacia delle compagnie corazzate italiane in questa fase del conflitto divenne inoltre particolarmente visibile dal momento in cui si cominció a creare delle compagnie miste composte da M13 e semoventi 75/18, rivelatisi eccellenti unità anticarro (tanto che in un opuscolo destinato agli equipaggi carristi, il comando inglese sconsigliava di ingaggiare in combattimento grosse formazioni di semoventi).

In seguito i blindati britannici vennero affiancati e in massima parte sostituiti da grossi mezzi di produzione statunitense: le nuove macchine si rivelarono del tutto fuori portata per i carri M italiani, soprattutto sul finire del 1942. Il confronto con i carri medi sovietici anche prebellici, così come con i mezzi tedeschi, era a completo svantaggio dei carri serie M.

Le due mitragliatrici Breda Mod. 38 (progettate espressamente per l'impiego su carri) posizionate nella parte anteriore destra dello scafo erano vincolate a uno speciale supporto a sfera con un settore di tiro di circa 30º, 15º per lato. Un'altra Breda Mod. 38 era sistemata nella parte sinistra della torretta, a fianco del cannone. Una quarta Breda 38 era di solito pronta per l'uso antiaereo e poteva essere montata su uno speciale ginocchiello al centro della torretta, appena davanti ai portelli di accesso. In tutto il carro aveva una dotazione standard di 2 592 cartucce. La mitragliatrice antiaerea fu uno sviluppo interessante per il 1940 e divenne di serie in tutti i carri armati avversari solo qualche tempo dopo.

Le Breda Mod. 38 avevano una cadenza di tiro di circa 450 colpi al minuto, un caricatore da 25 colpi ed una velocità iniziale di circa 792 m/s. In Nordafrica diedero qualche problema di inceppamento a causa della sabbia.

Corazzatura
Sfilata di truppe corazzate italiane su M13/40 a Tripoli, 1941

Il tipo di costruzione e i materiali utilizzati nei carri italiani non erano all'altezza della produzione straniera, specialmente riguardo al tipo di acciaio utilizzato nelle lastre corazzate. Vi era carenza di adeguati elementi leganti per l'acciaio, quali il nichel; oppure non erano previste adeguati trattamenti termici, come la "carbocementazione", che aumentava la durezza della sola superficie esterna della corazza, senza pregiudicare la resistenza agli urti della parte interna. La durezza superficiale delle corazzature (espressa mediante la scala di Brinell) era compreso tra i 210 e i 245HB e poteva salire al massimo a 280HB nella piastra frontale ricurva dello scafo. A titolo di esempio, i carri tedeschi contemporanei avevano un valore compreso tra 435HB e i 465HB.

Le corazzature erano inoltre connesse mediante chiodatura e non saldate, come nei carri armati esteri. La proposta di adottare la saldatura nei carri M avrebbe ridotto il peso a parità di risultato, ma rimase allo stadio di mera proposta. Inoltre le corazze spesso erano fragili (ossia con bassa resilienza) e tendevano a spaccarsi in caso di impatto con un proietto, anche se non c'era penetrazione. Questo a causa della scandente qualità degli acciai (in termini di elementi leganti e trattamenti termici, come sopra accennato). Poteva verificarsi il caso di acciaio inquinati dallo zolfo, elemento che pregiudica la resilienza degli acciai. Lo spessore massimo delle protezioni era scadente. Nell'M13 arrivava a 42 mm nella parte frontale della torretta e quello minimo a 14 mm nella parte inferiore dello scafo. Sui fianchi la blindatura era di 25 mm, ma l'enorme portello di accesso laterale sinistro era un punto particolarmente debole con soli 8 mm di corazzatura.

Sistemazione interna

Il motore si poteva accendere elettricamente oppure tramite un avviatore ad inerzia che era possibile manovrare sia dall'esterno che dall'interno del veicolo. L'impianto elettrico provvedeva anche al funzionamento di due fanali esterni, ai lati della casamatta, e di un fanale singolo nel retro; l'interno era invece illuminato da due lampadine sul cruscotto e da altrettante nella camera di combattimento.
L'elevazione del cannone era comandata a mano mediante un volantino a sinistra del cannoniere/capocarro, mentre il brandeggio si otteneva facendo ruotare tutta la torretta del carro tramite un volantino posto a destra del cannoniere; per la rotazione era disponibile anche un sistema oleodinamico del tipo "Calzoni", posto al centro della camera di combattimento e a sinistra in basso rispetto al comandante. Il meccanismo fu giudicato superfluo ed ingombrante tanto che molto spesso veniva rimosso dall'equipaggio per alleggerire il carro: infatti se poteva risultare utile in terreno montagnoso per far muovere la torretta in forte pendenza, non lo era nello scenario del deserto del Nordafrica.

Il pilota disponeva di una finestrella con portello che poteva restare aperta durante la marcia. In situazioni di combattimento poteva usufruire della visibilità indiretta attraverso un iposcopio con ingrandimento 1x. Nella torretta erano posizionati due periscopi per l'osservazione, sempre con ingrandimento 1x. Il mitragliere nello scafo disponeva di un telescopio posizionato tra le due mitragliatrici con ingrandimento 1x e tacche di mira fino a 900 metri. Il telescopio per il cannone era posizionato sulla destra della torretta ed era monoculare, con un ingrandimento di 1,25x, un settore d'orizzonte di 30º e una graduazione di 1.200 metri. Tutti gli strumenti ottici furono costruiti dalla ditta San Giorgio.

Impianto radio
L'equipaggio di un M13/40 Centro Radio posa davanti al mezzo. Notare a destra della torretta le due antenne

L'impianto radio, quasi del tutto assente nei primi carri prodotti, era composto da un set del tipo RF1 CA sistemato nella parte destra dello scafo, a fianco del mitragliere. Per le comunicazioni interne era montato un telegrafo (chiamato "indicatore di marcia interno SD1") simile a quello utilizzato nella sala motori di una nave. In teoria collegava il pilota col cannoniere/capocarro. Questi dava le istruzioni al pilota posizionando una levetta su una specie di orologio, che automaticamente appariva alla vista del pilota sul suo "schermo"; lo svantaggio era che poteva essere usato solo quando la torretta era in posizione a ore 12, ossia con il cannone rivolto nel senso di marcia.

Per le comunicazioni tra gli altri tre componenti dell'equipaggio era adoperato un sistema intercom con laringofoni e cuffie. Ma sia il comandante che il caricatore in torretta non potevano utilizzare il sistema se la torretta veniva girata a ore 6, ovvero sul lato posteriore: infatti i laringofoni erano inseriti nella parte bassa del carro e dovevano essere scollegati prima di iniziare il movimento.

Trasporto carri

Uno dei difetti riscontrati nella progettazione e utilizzo del carro, più che nel veicolo in sé, fu la mancanza di un reale mezzo di trasporto/soccorso. Furono adoperate trattrici Breda TP32 che non rispondevano particolarmente bene all'impiego. Le officine Strafurini e Viberti realizzarono dei modelli sperimentali ma alla fine, accampando ragioni di difficoltà produzione, si decise di spostare i carri armati in rimorchi convenzionali del tipo Viberti, spesso trainati da un camion Lancia 3Ro . La scarsità di questi mezzi in Nordafrica spinse i comandi italiani a riunire in Autogruppi i vari camion con i relativi rimorchi per spostare le diverse formazioni di volta in volta.

Versioni specializzate[modifica | modifica wikitesto]

Colonna di M40 Carro Comando Semoventi, 1942
  • M13/40 Centro Radio: oltre alla radio standard Magneti Marelli RF1 CA standard, questa versione era dotata di una RF2 CA. Le antenne erano montate sul lato sinistro dello scafo e, tramite una manopola, era possibile abbatterle dall'interno della camera di combattimento per permettere la rotazione completa della torretta. Ogni reparto comando di battaglione era equipaggiato con due M13/40 CR.
  • Carro Comando Semoventi M40: era una variante ottenuta eliminando la torretta e chiudendo l'anello di rotolamento con un piastra, inizialmente dotata di due piccoli portelli e in seguito modificata con un portello unico in quattro sezioni. L'armamento era ridotto alle due Breda Mod. 38 in casamatta e alla mitragliatrice per il tiro contraereo. La dotazione era completata dalle due radio RF1 CA e RF2 CA. Questo carro comando, come gli analoghi M41 ed M42 ottenuti rispettivamente su scafo M14/41 e M15/42, erano assegnati ai Gruppi semoventi in ragione di due per il reparto comando, uno ciascuno per le due batterie semoventi ed uno di riserva.[1].

Produzione e mezzi derivati[modifica | modifica wikitesto]

  • M13/40: prodotto in 710 esemplari.
  • M14/41: prodotto in 695 esemplari e con motore Fiat SPA 15T V-8 diesel da 145 hp. Visivamente le differenze tra le due versioni consistevano solamente nella forma della griglia del radiatore e nei copricingoli.
  • M15/42: prodotto in 174 unità, era un miglioramento generale sotto ogni aspetto, ma ancora più inferiore dell'originale rispetto ai carri che avrebbe dovuto affrontare. Il numero di esemplari prodotti non è chiaro, perché altre fonti riportano tra i 112 e i 248 carri costruiti: di questi, solo 82 sarebbero stati consegnati al Regio Esercito, mentre gli altri furono utilizzati dai tedeschi e dall'esercito regolare della Repubblica Sociale Italiana.
  • Carri comando M.40, M.41 e M.42: prodotti complessivamente in 139 esemplari, servivano per dirigere il fuoco dei semoventi d'artiglieria.
  • Semovente M.40, M.41, M.42 75/18: prodotto in 364 esemplari.
  • M.41 da 90/53: prodotto in soli 30 esemplari.
  • 75/34 M.42: prodotto in 120 esemplari, fu usato soprattutto dai tedeschi.
  • Ansaldo 105/25 M.43: prodotto in 108 esemplari, venne impiegato soprattutto dai tedeschi.
  • Ansaldo 75/34 M.43 prodotto in 29 esemplari, fu adoperato esclusivamente dai tedeschi.
  • Ansaldo M43 da 75/46: prodotto in appena 11 esemplari, fu utilizzato esclusivamente dai tedeschi.

Utilizzo operativo[modifica | modifica wikitesto]

Nordafrica

Durante la controffensiva britannica Compass la Brigata corazzata speciale "Babini" al comando dell'omonimo generale (esperto carrista e già comandante delle truppe corazzate italiane nella guerra civile spagnola), combatté per la prima volta in modo organico con i 57 carri M13/40 appena arrivati dall'Italia contro elementi della 4ª Brigata corazzata in forza 7ª Divisione corazzata britannica, dotata di carri leggeri e incrociatori.

Soldati italiani presso un carro M13/40 in Nordafrica

Nello scontro svoltosi presso Mechili il 24 e 25 gennaio 1941, le unità italiane mostrarono combattività e una certa efficienza; i nuovi carri medi furono discretamente efficaci contro i mezzi britannici e lo scontro terminò con un sostanziale successo difensivo delle forze italiane. Le statistiche delle perdite divergono ampiamente, e mentre nelle fonti italiane si registrano almeno venticinque carri inglesi distrutti, le fonti britanniche rivendicano invece otto veicoli italiani a fronte di un carro incrociatore e sei carri leggeri perduti.

Una formazione di M13/40 in avanzata nel deserto libico durante la controffensiva dell'Asse, lanciata nella primavera 1941

È comunque certo che dopo la battaglia di Mechili le forze corazzate inglesi interruppero i tentativi di superare lo sbarramento italiano e invece manovrarono (con l'aiuto della 7ª Brigata corazzata) per aggirare e accerchiare la Brigata Corazzata Speciale del generale Babini. La manovra non riuscì perfettamente e le forze corazzate italiane poterono sfuggire ritirandosi verso nord-ovest in direzione del Gebel el-Achdar, tuttavia l'abbandono della posizione di Mechili sguarnì le retrovie delle truppe italiane in ritirata da Derna, e permise alle veloci unità motorazzate inglesi della Combe Force di lanciarsi in profondità nel deserto in direzione del Golfo della Sirte.

A Beda Fomm, il 7 febbraio 1941, le unità italiane in ritirata si trovarono quindi la strada sbarrata delle unità corazzate e motorizzate inglesi e i restanti carri M della Brigata speciale non riuscirono a scardinare il blocco, situazione che comportò la resa della 10ª Armata. Poco dopo, a febbraio, giunse in Africa una porzione consistente della 132ª Divisione corazzata "Ariete" comandata dal generale Baldassarre, insieme ai primi reparti tedeschi del DAK.

I carri M parteciparono poi all'offensiva italo-tedesca di primavera che costrinse le truppe inglesi a ripiegare sul confine egiziano, conservando però la piazzaforte di Tobruch. A novembre 1941 la Gran Bretagna lanciò l'Operazione Crusader con l'obiettivo di sostenere la piazzaforte di Tobruch e in questo ambito. Il 19 del mese gli M13/40 dell'"Ariete", appoggiati da alcuni cannoni antinave da 102 mm montati su autocarri, si scontrarono con i carri Crusader della 22ª brigata corazzata britannica a Bir el Gobi, riuscendo a fermarne l'avanzata.

A partire dal 1942 incominciarono a entrare in linea i più efficaci M14/41, che combatterono durante l'avanzata italo-tedesca fino a El Alamein. Con effettivi sempre più ridotti continuarono a sostenere la sempre più pesante offensiva alleata fino alla resa delle truppe dell'Asse in Tunisia nel maggio 1943.

Balcani

All'inizio delle ostilità con la Grecia (28 ottobre 1940), si trovava in quel teatro operativo la 131ª Divisione corazzata "Centauro" che comprendeva soprattutto carri leggeri CV33. Il IV Battaglione Carri M, composto da 2 compagnie carri, fu aggregato a questa divisione nel novembre del 1940 invece di essere spedito in Nordafrica.

I carri M13/40 compirono numerose azioni in supporto alla fanteria, soprattutto nella zona compresa tra Tepelenë e Klisura. Nel gennaio 1941 quattro carri furono distrutti o seriamente danneggiati nel tentativo di contrattaccare le forze greche oltre il passo di Klisura, al di là del fiume Desnizes. Il 19 marzo 1941 la 2ª Compagnia fu impiegata in un assalto contro la famosa Collina 731 insieme ad unità di arditi comandati: in questa azione furono persi due carri.

Dopo la dichiarazione di guerra del 6 aprile 1941 vari carri L e M della Centauro furono mandati alla frontiera con il Regno di Jugoslavia per prevenire eventuali attacchi. I mezzi furono impiegati con successo in azioni di disturbo e puntate offensive, e con il proseguire dell'offensiva le unità corazzate giunsero in Montenegro il 12 aprile. Lo stesso giorno i blindati della 133ª Divisione corazzata "Littorio", tra le cui fila si contavano solo cinque M13/40, attaccarono la Jugoslavia dalla frontiera italiana e raggiunsero Ragusa il 17.

Esemplari superstiti[modifica | modifica wikitesto]

Sono attualmente conservati due esemplari dell'M13/40, entrambi in Nord America e nessuno dei due in condizioni di marcia:[2]

  • M13/40 - U.S. Army Center for Military History Storage Facility (Anniston - Alabama)
  • M13/40 - Canadian Forces Base Borden, Ontario. Questo mezzo manca del portello ribaltabile alla postazione del pilota, rimpiazzato da alcune barre metalliche saldate

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'organico del Gruppo semoventi era così costituito: un reparto comando su 2 carri comando; un reparto d'appoggio su 2 semoventi, un carro comando di riserva e 2 CV33 portamunizioni; due batterie, ognuna su un carro comando e 4 semoventi da 75/18, da 75/34 o da 105/25.
  2. ^ (EN) Surviving Panzers - Italian World War 2 medium, heavy tanks and self-propelled guns, the.shadock.free.fr. URL consultato il 27 ottobre 2017.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Tallillo, Andrea Tallillo, Daniele Guglielmi, Carro M - carri medi M 11-39, M 13-40, M 14-41, M 15-42, semoventi e altri derivati, Gruppo Modellistico Trentino, 2010, ISBN 88-902511-6-6.
  • Nicola Pignato, I mezzi blindo-corazzati italiani 1923-1943, Parma, Ermanno Albertelli Edizioni Speciali, 2004, ISBN 88-87372-46-2.

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