King Arthur (film)

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King Arthur
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Paese di produzione Stati Uniti d'America
Anno 2004
Durata 126 min
156 min (Director's cut)
Colore colore
Audio sonoro
Genere epico, storico, avventura, azione, drammatico
Regia Antoine Fuqua
Soggetto Jonathan Glazer
Sceneggiatura David Franzoni
Produttore Jerry Bruckheimer
Casa di produzione Touchstone Pictures, Buena Vista Distribution
Distribuzione (Italia) Walt Disney Pictures
Fotografia Sławomir Idziak
Montaggio Conrad Buff IV, Jamie Pearson
Musiche Hans Zimmer
Scenografia Dan Veil
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

King Arthur è un film del 2004 diretto da Antoine Fuqua, interpretato da Clive Owen e Keira Knightley. Il film è uscito nelle sale negli Stati Uniti il 7 luglio 2004 con anteprima a Los Angeles il 28 giugno 2004, mentre in Italia il film è uscito nelle sale il 1º ottobre 2004.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

V secolo. Il giovane Artorius Castus, da tutti chiamato Artù, di padre romano e madre bretone, ha al suo fianco i cavalieri sarmati, gloriosi combattenti, condannati dopo la sconfitta in un'epica e passata battaglia a servire l'Impero Romano per 15 anni da quando sarebbero giunti alla pubertà; Lancillotto, Galvano, Galahad, Bors, Tristano e Dagonet, che poi diverranno i mitici Cavalieri della Tavola Rotonda.

Ma, proprio allo scadere della servitù, il vescovo Germanius, che da Roma porta i salvacondotti, impone loro un'ultima missione: prima di abbandonare il Vallo di Adriano devono risalire verso nord per soccorrere Marius, un nobile romano, e la sua famiglia, dall'imminente invasione sassone, guidata dal loro re Cerdic e suo figlio Cynric. Secondo Germanius, il figlio di Marius, Alecto, è il figlioccio favorito del Papa e può essere "destinato a diventare Papa un giorno".

Artù si trova di fronte ad uno spettacolo raccapricciante: Marius rende schiavo il suo popolo e tortura i vecchi e Woad nel nome di Dio e di Roma; disgustato, Artù trae in salvo il popolo (nonostante i Sassoni siano vicini e questo rallenti la ritirata), Marius, la famiglia e due superstiti Woad ritrovati in una sorta di cava murata, la bella Ginevra e un bambino.

Durante la strada verso casa Marius muore da vile qual è, mentre Artù si trova a dover stringere un'alleanza con Merlino, il druido a capo della tribù Woad e padre di Ginevra, per salvare la Britannia dall'invasione.

Su un lago ghiacciato, i cavalieri vengono attaccati dall'esercito sassone guidato da Cynric, e Artù perde uno dei suoi cavalieri, Dagonet, che si sacrifica per permettere ai suoi compagni di fuggire, lasciando Artù e gli altri cavalieri paralizzati dal dolore. Ginevra risveglia in lui il sangue britannico e Artù, disilluso sull'idea di una Roma democratica, decide di non farvi ritorno, ma di rimanere e combattere contro i Sassoni, a fianco degli Woad (Ginevra compresa) e dei suoi fedeli cavalieri che ormai sono liberi da ogni obbligo, ma che comunque decidono di combattere al fianco di Artù. Durante la battaglia però muoiono altri due suoi cavalieri: Tristano (ucciso da Cerdic) e Lancillotto (il quale, per difendere Ginevra, viene trafitto a tradimento da Cynric, che viene a sua volta ucciso da un Lancillotto morente). Artù uccide Cerdic e i Sassoni sono sconfitti. La vittoria riportata da Artù e dai suoi cavalieri al monte Badon è così completa e devastante che i Sassoni si ritirano dalla Britannia. Dopo aver bruciato il corpo di Lancillotto dopo la sua morte (segno della promessa fatta all'amico) Artù e Ginevra si sposano.

Nella scena finale, una voce fuori campo narra che le gesta dei cavalieri verranno tramandate di padre in figlio per generazioni. La leggenda narra che i cavalieri rinascano nei cavalli e, durante il monologo finale se ne vedranno tre al galoppo, presumibilmente le reincarnazioni di Lancillotto, Tristano e Dagonet.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Le riprese del film sono iniziate il 23 giugno 2003 in Irlanda gli esterni sono stati girati nella contea di Wicklow mentre gli interni a Dublino. Le riprese sono terminate il 1º novembre dello stesso anno.[1]

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Incassi[modifica | modifica wikitesto]

Il film ha incassato 203 567 857 $ a livello globale, di cui 51 882 244 $ in Nord America, a fronte di un budget stimato in 120 milioni di dollari.[2]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Il sito Rotten Tomatoes riporta un rating del 31% basato su 185 recensioni, con un voto medio di 5/10.[3] Metacritic riporta un rating di 46 su 100 basato su 39 recensioni.[4]

Tematiche[modifica | modifica wikitesto]

I cavalieri riuniti attorno alla Tavola Rotonda

Il film riprende i temi del ciclo arturiano (in particolare l'ascesa al trono di re Artù e la nascita della Tavola rotonda), inquadrandoli però in una cornice storica insolita, in cui lo stesso Artù viene descritto come un romano-britannico convinto del ruolo civilizzatore di Roma, maestra di civiltà e di libertà. L'incontro con la realtà di un popolo fatto "schiavo" dalla stessa civilizzazione cristiana lo libera da questa illusione convincendolo ad assumere la guida dei britanni come re di quella che è diventata ormai la sua vera patria. Lo stesso Artù non è solo un militare; è anche un uomo religioso, ma di una religiosità piuttosto eterodossa; è infatti un seguace di Pelagio, lo storico avversario di Agostino d'Ippona, che il film presenta come un sostenitore dell'uguaglianza tra gli uomini ed un predicatore della necessità dell'uomo di forgiare il proprio destino. (In realtà l'eresia del pelagianesimo consiste, tra le altre cose, nell'attribuire la salvezza dell'uomo alle sue sole forze, negando l'influenza della Grazia divina).

Pretese di storicità[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene la sequenza introduttiva del film faccia riferimento esplicitamente a "recenti scoperte archeologiche" che giustificherebbero questa collocazione temporale, la questione è quanto meno controversa (vale la pena ricordare che gli storici non sono neppure concordi nel ritenere che sia esistito un personaggio storico riconducibile alla figura di Artù). Ad ogni modo in una recente edizione della Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri di Thomas Malory, gli stessi curatori all'edizione italiana nella prefazione specificano che la leggenda sembra sia stata ispirata dalle gesta di un condottiero britanno del V secolo che contrastò l'avanzata sassone in Britannia. Ancor più degno di nota, come evidenzia Francesco Benozzo nei suoi studi di letteratura romanza, «posto che Brân [un predecessore di Artù] è al tempo stesso Brennos, il capo supremo dei celti continentali, l'eroe leggendario per eccellenza dell'Età gallica dei metalli, ci si deve chiedere se - come è accaduto per il suo progenitore - anche a proposito delle imprese di Artù non sia possibile pensare a un nucleo narrativo originatosi in una fase precedente la separazione tra celtico continentale e insulare [cioè alla preistoria]».[5]

Controversie[modifica | modifica wikitesto]

Lo scrittore e storico Valerio Massimo Manfredi ha dichiarato che il film è quasi un plagio del suo romanzo L'ultima legione, per via di alcune analogie tra le due opere.[6] Tali analogie consisterebbero in alcuni topoi presenti nel libro e, soprattutto, il tentativo di conferire credibilità storica ai personaggi principali basandosi sulla supposta origine romana di Re Artù. Invero, gli eventi narrati nel film suggeriscono una teoria differente da quella su cui si basa il romanzo di Manfredi, nel quale Lucio Artorio Casto non è nemmeno menzionato così come l'esercito ausiliario Sarmatico. Secondo Manfredi, l'uscita di King Arthur e il suo fallimento commerciale costituì una delle cause principali dei problemi relativi all'adattamento cinematografico del suo libro.

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ King Arthur - Info, su movieplayer.it. URL consultato il 7 ottobre 2016.
  2. ^ (EN) King Arthur, su Box Office Mojo. URL consultato il 7 ottobre 2016.
  3. ^ (EN) King Arthur, in Rotten Tomatoes, Flixster Inc. URL consultato il 7 ottobre 2016.
  4. ^ (EN) King Arthur, su Metacritic, CBS Interactive Inc. URL consultato il 7 ottobre 2016.
  5. ^ Francesco Benozzo, La tradizione smarrita. Le origini non scritte delle letterature romanze, Viella, 2007, p. 148.
  6. ^ Introduzione al film "L'ultima legione", youtube.com. URL consultato il 4 gennaio 2016.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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