Andrej Arsen'evič Tarkovskij

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Un'immagine di Andrej Tarkovskij

Andrej Arsen'evič Tarkovskij, in russo: Андрей Арсеньевич Тарковский? (Zavraž'e, 4 aprile 1932Parigi, 29 dicembre 1986), è stato un regista e sceneggiatore sovietico.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Tarkovskij nacque il 4 aprile del 1932 a Zavraž'e, nella oblast' di Ivanovo, un piccolo villaggio sulle rive del Volga, figlio di Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij e di Marija Ivanovna Višnjakova Tarkovskaja (1907-1979), donna dal carattere forte e dalla profonda religiosità, a lungo impiegata presso una tipografia.

Enorme per Tarkovskij fu l'importanza del rapporto con i genitori, fatto di amore viscerale per la madre, e di lontananze e incomprensioni col padre, il quale abbandonò la famiglia nel 1935, quando Andrej aveva tre anni, per ritornarvi nel 1945 dopo la guerra. In questa occasione il padre tentò di portare Andrej via con sé, ma la madre glielo impedì.

Anni cinquanta[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1952 Andrej si iscrive all'Istituto di Studi Orientali dell'Accademia delle Scienze di Mosca (Moskovskij Institut Vostokovedenija) e inizia a studiare arabo. Influenzato dalla religiosità della madre, si trova molto a disagio nell'ambiente accademico ateista dei più duri anni dello stalinismo. Nel 1954 abbandonò gli studi e, seguendo il consiglio della madre, andò a lavorare come geologo nella taiga siberiana. Il contatto con la natura durante le lunghe escursioni lo aiutò a ritrovare stimoli e a riconquistare una spiritualità che gli studi avevano minato. Il periodo della taiga siberiana fu oggetto di una sceneggiatura del 1958 che però non fu mai trasformata in pellicola: Concentrato (koncentrat). Il titolo si riferiva al capo di una spedizione geologica, che aspetta la barca che riporta i "concentrati" dei minerali raccolti dalla spedizione.

Nel 1956 Andrej Tarkovskij ritornò a Mosca e si iscrisse al VGIK (Scuola Superiore di Cinematografia), la più prestigiosa scuola di cinema dell'Unione Sovietica. Vi seguì i corsi di Michail Romm, quotato regista del periodo, esponente di quel realismo socialista che andava per la maggiore in quegli anni. Romm, al di là delle sue personali scelte estetiche, si dimostrò un uomo di larghe vedute e, sotto la sua ala, Tarkovskij poté sviluppare le proprie idee, cosa di cui fu riconoscente al maestro, verso il quale ebbe sempre parole di grande stima.

Al VGIK Tarkovskij iniziò: primo titolo è, nel 1958, Gli uccisori (Ubijcy), un cortometraggio che riprende uno dei più celebri racconti di Ernest Hemingway, e in cui Tarkovskij compare anche come attore nel ruolo di cliente del bar, a cui seguirà l'anno dopo il mediometraggio: Non cadranno foglie stasera (Segodnja uvolnenija ne budet). Questa opera è più complessa rispetto all'esordio e racconta di un manipolo di militari che si occupa dello sminamento di una strada dove sono rinvenute bombe della seconda guerra mondiale. Il film, pur inserendosi idealmente in una certa cinematografia storiografica sovietica postbellica rivela, per il gusto della inquadratura e per la sceneggiatura tesa, il talento del regista.

Anni sessanta[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1960 Tarkovskij si diplomò presentando Katok i skripka, un mediometraggio che racconta l'amicizia tra un bambino che studia violino e un operaio asfaltatore. Il film è permeato da un blando lirismo un po' artificioso, dovuto anche alla sua natura di opera scolastica, ma mette già in luce, nell'inusuale tema trattato e in alcune soluzioni registiche, un'originalità e un'indipendenza all'epoca non comuni. In questa pellicola si cominciano a cogliere alcune idee visive che troveranno ampio spazio nei successivi lungometraggi: un certo gusto per le visioni oniriche (come la sequenza caleidoscopica) e il tema dell'acqua, sempre presente nei film successivi (ad esempio gli alberi che si specchiano nelle pozzanghere dopo l'acquazzone).

Nel 1961 Tarkovskij sposò Irma Rauš, un'attrice conosciuta ai corsi del VGIK. Dal matrimonio nacque nel 1962 Arsenij Andreevič, primo figlio del regista, a cui fu dato il nome del nonno.

Sempre nel 1962 uscì L'infanzia di Ivan (Ivanovo Detstvo), il primo lungometraggio di Tarkovskij. Il film fu presentato al festival di Venezia, e vinse il Leone d'oro ex aequo con Cronaca familiare di Valerio Zurlini. Il film racconta la storia di un bambino che partecipa alla seconda guerra mondiale. La vicenda è aliena da qualsiasi forma epica o realista; i lunghi carrelli che attraversano le paludi, le continue digressioni oniriche e un'atmosfera fortemente simbolica rendono il film poetico e lontano dal realismo socialista dell'epoca. Esplode improvviso il caso Tarkovskij. In Italia il film scatena una miserabile polemica che vide, in difesa del film, l'intervento di Jean Paul Sartre dalle colonne de l'Unità.

Con questo film, lirico e personale, iniziano le prime incomprensioni con il regime che, quando nel 1966 Tarkovskij girò Andrej Rublëv, diventarono un'aperta ostilità che influenzò tutta la carriera del regista. Andrej Rublëv rilegge la storia della Russia del Quattrocento attraverso le gesta del pittore di icone Andrej Rublëv, e fu uno dei migliori film degli anni sessanta dell'intera cinematografia mondiale; la sua forza e la sua intensità lo rendono un film di notevole importanza. Ci sono scene particolarmente celebri, come quella della fusione della campana, che inneggia all'unione del popolo contro il tiranno, e poi c'è il misticismo, la fede, l'esaltazione di Madre Russia. Fu l'inizio di un lungo braccio di ferro che si trascinò per anni. Dopo lunghe pressioni, che videro intervenire ipersino il ministro francese per la cultura, il film nel 1969 arrivò al festival di Cannes, dopo aver subito alcuni tagli e "correzioni" al montaggio. Il successo fu enorme, il film vinse il premio della critica internazionale e fu proiettato in tutta Europa, suscitando ovunque entusiasmi di critica e pubblico. In patria però Andrej Rublëv fu proiettato solo nel 1971, riscuotendo un buon successo nonostante la cappa di silenzio piombata sul film: nessun articolo, nessuna recensione e perfino nessuna informativa sulle sale in cui veniva proiettato.

Sul set di Andrej Rublëv Tarkovskij conobbe Larisa Pavlovna Egorkina, che sposò in seconde nozze nel 1969, e da cui nel 1970 ebbe Andrej Andreevič, il secondo figlio.

Anni settanta[modifica | modifica wikitesto]

A partire dall'aprile del 1970 Tarkovskij iniziò a scrivere un diario che tenne con continuità sino agli ultimi giorni. Contiene il resoconto delle traversie burocratiche e delle complesse vicissitudini umane di Tarkovskij e costituiscono, assieme a Scolpire il tempo, col quale Tarkovskij definisce la propria idea estetica, il più importante documento sulla sua vita e le sue opere. In un primo momento dei diari furono pubblicati alcuni estratti, in traduzione inglese e tedesca, ma solo nel 2002 uscì la prima edizione integrale, curata dal figlio, per una piccola casa editrice fiorentina, le Edizioni della Meridiana.

Nel 1972 Tarkovskij realizzò Solaris, tratto dall'omonimo romanzo di Stanislaw Lem. Il film racconta una spedizione scientifica sul pianeta Solaris, un pianeta in cui avvengono strani fenomeni. Kris Kelvin, lo scienziato inviato a risolvere il mistero, scopre che l'oceano del pianeta è una vera e propria entità senziente che materializza il passato e i ricordi. La complessa atmosfera metafisica di quest'opera fu sottovalutata e si preferì puntare tutto sull'aspetto fantascientifico. Il film fu infelicemente presentato in occidente come “la risposta sovietica a 2001: Odissea nello spazio” ed ebbe alterne fortune. In Italia Solaris fu affidato a Dacia Maraini, che vi operò profondi cambiamenti: gli iniziali quaranta minuti del film furono tagliati e altre scene arbitrariamente rimontate, ovviamente senza il consenso di Tarkovskij, che nemmeno era stato informato e che, in seguito, intentò senza successo una causa legale contro la Maraini. Questa versione del film - peraltro doppiata in maniera disastrosa - circolò in Italia per quasi un trentennio, fino alla riedizione nel 2001 della versione integrale.

Terminato Solaris Tarkovskij iniziò a lavorare a Un bianco giorno, un film a carattere autobiografico, che uscì nel 1974 con il titolo definitivo Lo specchio (Zerkalo). Si tratta senza dubbio del film più personale ed ermetico del regista. Vadim Ivanovič Jusov che era sempre stato l'operatore di fiducia di Tarkovskij, rifiutò di girare il film perché considerava presuntuoso il progetto. Una volta uscito nelle sale però, Jusov ammise di aver avuto torto e si complimentò con Tarkovskij. In effetti Lo specchio è un'opera di grande fascino che esibisce un virtuosismo tecnico sconfinato, nell'uso della macchina da presa e nel lavoro sul colore, un virtuosismo finalizzato alla creazione di un'atmosfera eterea in cui il presente, il passato e i sogni sono fusi in unico blocco atemporale, su cui si innestano immagini d'archivio di soldati dell'Armata Rossa impegnati nella seconda guerra mondiale, in una lirica ricostruzione della storia della Russia.

L'ostilità del regime nei confronti di Tarkovskij, dopo questo film, diventò ancora più aspra. Il film fu ostacolato in ogni modo, se ne impedì la partecipazione a qualsiasi festival, nazionale e internazionale, mentre in patria fu considerato un film di terza categoria, la meno importante, per cui andò in programmazione solo per tre settimane e solo in piccole sale di periferia. A Tarkovskij fu inoltre impedito di girare altri film. Tra le altre idee sviluppate mai tradotte su schermo figurano la riduzione de L'idiota di Dostoevskij, che, nelle idee di Tarkovskij, avrebbe dovuto essere il suo film più importante e al quale lavorò dal 1971 al 1983 quando, ormai esule, capì che non avrebbe mai girato un film sul Vangelo di Luca.

Tra il 1976 e il 1977 Tarkovskij si dedicò al teatro e mise in scena a Mosca l'Amleto di Shakespeare, con Anatolij Solonicyn nel ruolo del principe di Danimarca. A partire dal 1978, grazie a un permesso speciale del Presidium del Soviet Supremo, Tarkovskij riprese a girare: iniziò la lavorazione di Stalker, tratto da Picnic sul ciglio della strada, un romanzo di fantascienza dei fratelli Strugackij, che uscì nel 1979.

Stalker racconta un viaggio all'interno di una misteriosa Zona, di cui si dice esista una stanza in cui si esaudiscono i desideri. Protagonisti del viaggio sono lo stalker, cioè la guida che sa come muoversi dentro la Zona, uno scienziato e uno scrittore. Lo sviluppo narrativo è quasi inesistente, ma il film è uno dei più suggestivi girati da Tarkovskij. Lentissime carrellate su pavimenti d'acqua, dialoghi filosofici e un'atmosfera da apocalisse post-atomica, che impregna ogni immagine, rendono il film enigmatico e sfuggente, probabilmente il vertice figurativo di Tarkovskij.

L'ostracismo del regime calò sulla pellicola: per volere dell'autorità sovietica il film fu presentato al festival non competitivo di Rotterdam, precludendogli la possibilità di concorrere a Cannes, dove fu comunque presentato a sorpresa riscuotendo un grande successo. Nel luglio del 1979 Tarkovskij ottenne il permesso di espatrio per recarsi in Italia per prendere contatti con la RAI. La moglie di Tarkovskij e il figlio furono trattenuti in URSS a garanzia del suo ritorno. In Italia Tarkovskij iniziò a girare assieme a Tonino Guerra Tempo di viaggio, un documentario per la RAI e, sempre con Guerra, iniziò il progetto di Nostalghia. Due mesi dopo ritornò in Unione Sovietica.

Anni ottanta[modifica | modifica wikitesto]

Targa in memoria di Andrej Tarkovskij, Firenze.

Nell'aprile 1980 ripartì per l'Italia per ricevere il David di Donatello per Lo specchio e per terminare il lavoro iniziato l'anno prima. Nel 1982, durante un nuovo soggiorno in Italia, prese la decisione definitiva: non fece mai più ritorno in patria.

Fu l'inizio di una vita da esule (terzo illustre dopo Aleksandr Solženicyn e Rostropovič), che lo vide girare per tutta Europa e per gli Stati Uniti. Fu comunque in Italia che Tarkovskij trovò il maggiore sostegno, Dacia Maraini a parte: il comune di Firenze gli donò un appartamento a Palazzo Gianni-Vegni e gli concesse la cittadinanza onoraria; Tonino Guerra fu un amico sincero che lo aiutò in ogni momento.

Nel 1983 uscì Nostalghia, girato in Italia nella campagna senese, il suo primo film fuori dalla Russia. La personale vicenda di Tarkovskij è tutta proiettata nel film, a partire dal titolo. È la storia di un intellettuale russo che si trova in Italia per scrivere la biografia di un musicista del XVIII secolo. Fa amicizia con Domenico, il matto del paese, il quale gli affida un voto da compiere in sua vece, quello di attraversare, con una candela accesa, la piscina di Bagno Vignoni. Il matto si uccide dandosi fuoco a Roma e Gorčakov, il protagonista, muore portando a termine il voto della candela.

Il film fu accolto da opinioni discordanti. Una certa presunta fragilità filosofica e un sottile indugio manierista fecero sorgere dubbi sul valore del film che, tutt'oggi, è considerato poco riuscito. Rimane comunque la notevole fotografia di Giuseppe Lanci e la suggestione di alcune immagini, come quelle della nebbia che avvolge la Val d'Orcia o la scena della candela nella piscina svuotata di Santa Caterina. Un altro elemento che rende il film degno di nota nella totalità dell'opera tarkovskijana è il riferimento alle opere d'arte, soprattutto pittoriche, esattamente come accade in quasi tutti i film. In questo caso c'è un richiamo a un dipinto di Piero della Francesca, la Madonna del parto (1460, Cappella di Santa Maria di Momentana a Monterchi), nella memorabile sequenza che ripropone il rito di fertilità che le donne della campagna di Monterchi eseguono per propiziare la nascita di un figlio.

Nel 1983, Rai 2 trasmise Tempo di viaggio, il documentario girato in Italia durante la ricerca dei luoghi in cui ambientare Nostalghia.

Sempre nel 1983 al Covent Garden di Londra andò in scena il suo Boris Godunov, con la direzione musicale di Claudio Abbado. Lo spettacolo, fortemente voluto da Abbado, era il frutto di tre anni di contatti, rinvii, imprevisti vari e infine prove e ancora nuovi ripensamenti. Fu un trionfo e fece man bassa dei premi destinati alla lirica.

Intanto Nostalghia vinso a Cannes il gran premio della giuria ex aequo con L'Argent di Robert Bresson.

Nel 1984 Tarkovskij, pur vivendo in Italia, chiese e ottenne asilo politico negli Stati Uniti, paese che conosceva poco. L'annuncio fu dato a luglio dal regista in una conferenza stampa a Milano: era il più clamoroso caso di dissenso in URSS dai tempi di Aleksandr Solženicyn. L'importanza e il prestigio di cui godeva il regista fecero sì che la notizia facesse il giro del mondo.

Nel 1985, grazie all'interessamento di Ingmar Bergman, Tarkovskij si recò in Svezia per girare Sacrificio (Offret), il suo ultimo film. Sacrificio uscì nel 1986 e presentato a Cannes suscitando entusiasmo unanime. La Palma d'oro però andò a Mission di Roland Joffé, scatenando fortissime proteste perfino da parte del presidente francese François Mitterrand, che parlò addirittura di "scandalo".
Mitterrand fu molto vicino a Tarkovskij in un'altra importante circostanza: all'inizio del 1986 una sua lettera inviata a Michail Gorbačëv aveva permesso ad Andrej, il figlio di Tarkovskij, di uscire dall'Unione Sovietica per ricongiungersi, dopo molti anni, con i genitori (Larisa era col marito già dal 1982).

Tomba di Tarkovskij nel cimitero russo di Sainte-Geneviève-de-Bois (Essonne), circa 20 km sud di Parigi.

Sacrificio a Cannes conseguì quattro premi, fatto senza precedenti, oltre a grandi elogi. Il film racconta la storia di Alexander, un uomo che vede crollare tutto ciò in cui crede in seguito all'improvviso scoppio di una guerra nucleare. Disperato prega Dio di salvare il mondo, facendo voto di rinunciare a tutto ciò che possiede, se la sua preghiera si dovesse realizzare. Seguendo il consiglio di un amico, Alexander fa l'amore con Maria, una cameriera che si dice sia una strega. La mattina dopo scopre che il mondo è tornato indietro di un giorno e nessuna guerra incombe. Mantenendo fede alla promessa, Alexander dà fuoco alla sua casa e si chiude in un impenetrabile mutismo prima di essere portato via da un'ambulanza. Con Sacrificio Tarkovskij firma un film raffinato e sontuoso, denso di omaggi a Bergman, a partire dalla lividissima fotografia di Sven Nykvist, fino all'ambientazione in una piccola isola che ricorda molto la Farø in cui Bergman si è ritirato. Ma oltre a questo, il film sviluppa tutte le tematiche tarkovskiane e le porta, in un certo senso, a compimento.

La malattia uccise Tarkovskij nella notte tra il 28 e il 29 dicembre del 1986 in una clinica di Parigi. I funerali si svolsero il 3 gennaio nella cattedrale ortodossa di Sant'Aleksandr Nevskij e Mstislav Rostropovič, col quale il regista aveva stretto amicizia negli ultimi anni, suona sul sagrato della chiesa la suite per violoncello nº2 di J.S. Bach.

La moglie Larisa rifiutò l'offerta delle autorità sovietiche di rimpatriare la salma per seppellirla sul suolo natio. Andrej Tarkovskij fu invece sepolto, e tuttora giace, nel piccolo cimitero ortodosso russo di Sainte-Geneviève-de-Bois.

La forma cinematografica[modifica | modifica wikitesto]

Per Tarkovskij la materia prima del cinema non è la narrazione ma il tempo. Il cinema è l'unica arte in grado di registrare il tempo nelle sue forme fattuali[1]. Il 29 gennaio 1973 egli scrisse nel suo diario:

« Non si può più dire che il cinema è fatto di piccole “storie” recitate e filmate. Questo non ha niente a che vedere col cinema. Prima di tutto il film è un’opera, che è impossibile realizzare con qualsiasi altro mezzo artistico. Il cinema è solamente ciò che si può creare con i mezzi cinematografici, e solo con quelli. »
(A. Tarkovskij, Martirologio. Diari, Istituto Internazionale Tarkovskij, Firenze, 2014, p. 90.)

In tal senso egli vedeva nel cinema più affinità con la poesia e la musica che non con la narrativa. Coerentemente con queste premesse teoriche l'aspetto formale della sua opera presenta un notevole spessore ed anche, a differenza delle tematiche narrative, una notevole evoluzione. Sono state individuate a questo proposito due fasi creative[2] la cui linea di demarcazione è posta fra Lo specchio e Stalker. La prima fase è caratterizzata da opere stilisticamente molto diverse le une dalle altre ma accomunate da una concezione ancora plastica e dinamica dello spazio e del tempo filmico che si concretizzano in un uso frequente della panoramica, nel comporre le immagini per linee oblique, nel ricorrere a cromatismi spesso intensi. Da questa fase Tarkovskij prese le distanze nel 1980 definendo le sue opere precedenti Stalker «tutti dei brutti film»[3]. La seconda fase presenta un notevole rinnovamento di tutti i codici linguistici. La lunghezza media delle inquadrature aumenta notevolmente, il ritmo si fa più lento, l'orientamento dell'asse visivo si fissa divenendo la carrellata il movimento di macchina dominante, le immagini vengono composte quasi esclusivamente secondo piani frontali e per linee orizzontali o verticali, dunque secondo pattern visivi statici, ma soprattutto appare un uso estremamente parco del colore, quasi al limite del bianco e nero. È stato notato a quest'ultimo proposito[4] come il passaggio dal bianco e nero al colore in Andrej Rublëv sia un evento eclatante mentre in Sacrificio costituisca appena una sfumatura. L'insieme di questi mutamenti è stato interpretato[5] come l'esito di una aspirazione a trovare nel linguaggio cinematografico un equivalente dell'ideale artistico della pittura di icone russa.

L'eredità[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante l'esigua filmografia, l'opera di Tarkovskij resta tuttora una delle più apprezzate del cinema moderno. A lui si sono ispirati molti autori, in modo manifesto, da Aleksandr Sokurov a Wim Wenders fino a Lars Von Trier, Gus Van Sant, Béla Tarr, Alejandro González Iñárritu e Lav Diaz. Nel 2002 è stato dato alle stampe Martirologio (Edizioni della Meridiana, Firenze), diario autobiografico del regista, definito l'ultimo "grande artista della tradizione russa".

Nel 2010 Openculture ha reso disponibili le opere di Tarkovskij attraverso youtube. I film sono in lingua originale con sottotitoli in inglese[6].

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Regista[modifica | modifica wikitesto]

Cortometraggi
Mediometraggi
Lungometraggi
Documentari

Attore[modifica | modifica wikitesto]

Documentari su Andrej Tarkovskij[modifica | modifica wikitesto]

Archivio personale[modifica | modifica wikitesto]

Le sue carte personali[7] son conservate presso l'Istituto Internazionale Andreij Tarkovskij a Firenze[8]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A. Tarkovskij, Scolpire il tempo, Ubulibri, Milano, 1988, p. 59-60.
  2. ^ F. Schillaci, Lo spazio il tempo nell'opera di Andrej Tarkovskij, Lo spettacolo, vol. 46, no. 1, 1996.
  3. ^ A. Tarkovskij, Martirologio. Diari, Istituto Internazionale Tarkovskij, Firenze, 2014, p. 313. Nota del 21 luglio 1980.
  4. ^ S. Argentieri, Il senso della nostalgia: da Nostalghia a Sacrificio, in P. Zamperini (a cura di), Il fuoco, l'acqua, l'ombra, La casa Usher, Firenze, 1989.
  5. ^ F. Schillaci, op. cit.
  6. ^ Tarkovsky Films Now Free Online, su Openculture, 13 luglio 2010. URL consultato il 10 gennaio 2015.
  7. ^ Archivi di personalità, Tarkovskij Andreij, su MIBAC, SIUSA.
  8. ^ ̺ Istituto Internazionale Andreij Tarkovskij\sito=MIBACː SIUSA, siusa.archivi.beniculturali.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Scritti di Tarkovskij[modifica | modifica wikitesto]

  • Sulla figura cinematografica, in cinemasessanta, nº 1/173, gennaio-febbraio 1987, in seguito ripubblicato in "circuito cinema", quaderno nº 30, giugno 1987
  • Scolpire il tempo, Milano, Ubulibri, 1988
  • Andrej Rublëv, Milano, Garzanti, 1992
  • Racconti cinematografici, Milano, Garzanti, 1994
  • Martirologio, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2002
  • Luce istantanea, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2002
  • L'Apocalisse, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2005
  • La forma dell'anima. Il cinema e la ricerca dell'assoluto, Milano, BUR, Rizzoli, 2012

Scritti su Tarkovskij[modifica | modifica wikitesto]

  • Achille Frezzato, Andrej Tarkovskij, Firenze, La Nuova Italia, 1977
  • AAVV, Andrej Tarkovskij (a cura di Fabrizio Borin), "circuito cinema", quaderno nº 30, giugno 1987
  • Antonio Socci, Obiettivo Tarkovskij. L'opera, la spiritualità, il pensiero di un grande del cinema del '900, Milano, Editoriale italiana, 1987.
  • Fabrizio Borin, L'arte allo specchio. Il cinema di Andrej Tarkovskij, Roma, Jouvence, 1989
  • AAVV, Sul cinema di Andrej Tarkovskij, (a cura di Claudio Siniscalchi), Roma, Ente dello Spettacolo, 1996
  • Tullio Masoni, Paolo Vecchi, Andrej Tarkovskij, Milano, Il Castoro, 1997
  • Simonetta Salvestroni, Il cinema di Tarkovskij e la tradizione russa, Biella, Qiqajon, 2006.
  • Layla Alexander-Garrett, Andrei Tarkovsky: A Photographic Chronicle of the Making of The Sacrifice, Cygnnet, 2011
  • Paolo Zermani (a cura di), Le case di Andrej Tarkovskij (brossura), 1ª ed., Parma, Diabasis, gennaio 2013, p. 36, ISBN 978-88-8103-789-6.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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