Uomo selvatico

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Homo salvadego di Sacco in Valtellina

L'uomo selvatico è un essere umano leggendario presente in molte tradizioni popolari italiane, soprattutto alpine e appenniniche, dove assume nomi diversi a seconda della lingua locale: ommo sarvadzo in valdostano[1], urciat[2] nel dialetto della Valchiusella (provincia di Torino), òm sërvaj in piemontese, homo salvadego secondo le iscrizioni del XV secolo in Valtellina[3], om pelos nei dialetti trentini[4], om salvàrech in bellunese[5][6], om salvädag in piacentino [7] e omo salvatico in provincia di Lucca[8], .

Le storie che riguardano questo essere, comunemente descritto come irsuto e con capelli e barba lunghi, si tramandano da tempo immemore nella tradizione orale.

« È sostanzialmente un comune mortale che vive al di fuori del consesso umano preferendo i luoghi isolati, la montagna, il bosco. A contatto con la natura ha esaltato al massimo le sue caratteristiche fisiche che gli assicurano la vita: forza, robustezza, fiuto eccezionale per inseguire la preda. È timido, rifugge dal prossimo isolandosi al punto tale da attenuare le sue capacità psichiche fino alla stupidità. Non si lava né si pulisce. Non si rade né si taglia i capelli cosicché questi si fondono raggiungendo le ginocchia. Per questo diventa una figura terrificante esaltata dalla pelle di caprone con cui si ammanta. Un atto gentile lo intenerisce. A volte sente il bisogno di fraternizzare con gli uomini. Allora si ferma insegnando loro i mestieri della malgazione, della lavorazione dei latticini di cui è maestro[9]»
(Giuseppe Sebesta)

Luoghi della leggenda e tradizioni associate[modifica | modifica wikitesto]

Compare ad esempio: in un ciclo di affreschi a Sacco di Cosio Valtellino in Valgerola del 1464, dove la casa che ospita gli affreschi è stata trasformata in un museo; altre raffigurazioni si trovavano sulla porta poschiavina delle mura di Tirano (ora quasi completamente cancellate dal tempo); sul simbolo della Lega delle Dieci Giurisdizioni; sulle guglie del Duomo di Milano; come personaggio nella celebrazione della Giubiana da Canz, che si svolge a Canzo l'ultimo giovedì di gennaio.

Oltre che essere un personaggio leggendario e un simbolo iconografico diffuso in tutto l'arco alpino, l'uomo selvatico è anche una maschera carnevalesca. La sua funzione è quasi sempre quella di capro espiatorio e personifica il lato oscuro ed incontrollabile della natura alpina.

Alcune "leggende" lo vedono parente di alcune delle più celebri maschere della commedia dell'arte, come Arlecchino e lo Zanni, ma l'origine della maschera del Selvatico risale a tempi molto più antichi; inoltre, non ha mai subito la trasposizione da figura atavica e inquietante dell'immaginario popolare alpino a maschera teatrale, se non in spettacoli occasionali nei periodi carnevaleschi.

Nelle valli del Canavese è considerato uomo saggio, conoscitore dei segreti della lavorazione del burro e dell'allevamento degli animali domestici. Resiste a tutto tranne che al vento. Si racconta che fosse tanto vecchio da aver visto la campagna mutare ed evolversi: sette volte la valle è stata prato, sette volte campo, sette volte bosco, quindi abbandonata.

In Garfagnana e Lucchesia l'omo salvatico vive nelle grotte, fabbricandosi gli utensili da cucina con uno scalpello; inoltre insegna ai pastori come produrre burro, formaggio e ricotta e in una storia nota a Pescaglia, Tereglio e Lucignana avrebbe insegnato anche a trasformare il latte in olio se i pastori non lo avessero lasciato andare via. Pare che l'omo salvatico rida quando piove e pianga quando c'è bel tempo: atteggiamento a prima vista incomprensibile, ma che viene spiegato ritenendo che le condizioni atmosferiche del presente sono all'opposto di quelle che seguiranno[8].

L’Uomo Selvatico compare tra le pagine dell’Orlando Innamorato, poema cavalleresco di Matteo Maria Boiardo. Nella VII ottava del canto XXII (libro primo) così lo descrive il poeta:


« Questo era grande e quasi era gigante,

Con lunga barba e gran capigliatura,

Tutto peloso dal capo alle piante:

Non fu mai visto più sozza figura.

Per scudo una gran scorza avia davante,

E una mazza ponderosa e dura;

Non aveva voce de omo né intelletto:

Salvatico era tutto il maladetto. »

(Orlando Innamorato, I, XXII,7)


Nel canto successivo, alla VI ottava, il Boiardo narra delle sue abitudini e del suo carattere bizzarro:


« Abita in bosco sempre, alla verdura,

Vive de frutti e beve al fiume pieno;

E dicesi ch’egli ha cotal natura,

Che sempre piange, quando è il cel sereno,

Perché egli ha del mal tempo alor paura,

E che ‘l caldo del sol li venga meno;

Ma quando pioggia e vento il cel saetta,

Alor sta lieto, ché ‘l bon tempo aspetta. »

(Orlando Innamorato, I, XXIII,6)


Un personaggio simile compare anche nelle Fiabe italiane di Italo Calvino. La fiaba è la n. 51, "Il gobbo Tabagnino" (di origine bolognese). In questo caso particolare, il personaggio ha lo stesso ruolo dell'Orco.

Selvatico è un termine utilizzato in araldica per indicare un uomo irsuto cinto e coronato di foglie, talora con la clava e con la spoglia ferina sulle spalle.

Nel Napoletano, in particolare a Somma Vesuviana, compare la fiaba "L'Hommo Sarvaggio", raccolta da Angelo Di Mauro e pubblicata dalla Mondadori nel 1994 nel libro di "Fiabe del Vesuvio".

Altre tradizioni[modifica | modifica wikitesto]

La figura dell'Uomo Selvatico compare nel folclore di molte nazioni, almeno fin dal medioevo (ma anche la figura di Enkidu, nel mito di Gilgamesh, ha alcune delle sue caratteristiche).

L'Uomo Selvatico compare nelle fiabe dei fratelli Grimm "L'uomo selvatico" (De wilde Mann) e "L'uomo di ferro" (Der Eisenhans). In particolare, nella fiaba "L'uomo di ferro", l'Uomo Selvatico ha una funzione di Aiutante o di Donatore.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Guida ai draghi e ai mostri in Italia. URL consultato il 30 aprile 2008.
  2. ^ Giancarlo Plazio, La cera, il latte l’uomo dei boschi, Torino, Giappichelli, 1978.
  3. ^ Homo Salvadego. URL consultato il 30 aprile 2008.
  4. ^ Le leggende alpine del Salvanel e dell'Om pelos. URL consultato il 30 aprile 2008.
  5. ^ Daniela Perco, Carlo Zoldan (a cura di), Leggende e credenze di tradizione orale della montagna bellunese, Belluno, Edizioni della Provincia di Belluno, 2001, pp. 61-76.
  6. ^ Gianluigi Secco, Mata: la tradizione popolare e gli straordinari personaggi dei carnevali arcaici delle montagne venete, Belluno, Belumat Editore, 2001, pp. 122-129.
  7. ^ Carmen Artocchini, Tradizioni popolari piacentine vol. 4 - La fede, il mistero, l'occulto, Piacenza, Tep, 2006.
  8. ^ a b Oscar Guidi, Gli Streghi, le Streghe... Antiche credenze nei racconti popolari della Garfagnana, Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, marzo 2000, pp. 24-26, ISBN 88-7246-408-0.
  9. ^ Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. URL consultato il 15 gennaio 2011.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alessio Strambini, L'Homo Salvadego: una figura folclorica della Rezia alpina in Luca Giarelli (a cura di), Carnevali e folclore delle Alpi. Riti, suoni e tradizioni popolari delle vallate europee, 2012, p. 51, ISBN 978-88-6618-948-0.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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