Calibano (La tempesta)

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Calibano in un dettaglio di un dipinto di William Hogarth

Calibano è un personaggio teatrale di William Shakespeare nella commedia La tempesta, un mostro ripugnante schiavo di Prospero.

È descritto come un cucciolo deforme e lentigginoso, "non onorato con forma umana". In alcune tradizioni è presentato come un selvaggio, o un uomo bestiale, o anche come un ibrido di uomo e pesce, poiché due personaggi lo prendono come tale, quando s'imbattono in lui per la prima volta su una spiaggia.

Calibano è figlio della strega Sicorace e (secondo Prospero) di un diavolo. Bandita da Algeri, Sicorace fu abbandonata sull'isola, incinta di Calibano, e morì prima dell'arrivo di Prospero. Calibano parla di Setebos come del dio di sua madre. Prospero spiega il suo duro trattamento di Calibano sostenendo che, dopo aver stabilito inizialmente rapporti amichevoli, Calibano aveva tentato di violentare Miranda. Calibano lo conferma gongolante, dicendo che se non glielo fosse stato impedito, avrebbe popolato l'isola con una razza di calibani. Prospero lo ha reso schiavo e da allora lo tormenta. Nel suo risentimento verso Prospero, Calibano prende Stefano, uno dei servitori naufragati, come suo nuovo dio e padrone, dopo aver ricevuto del vino da lui. Calibano vorrebbe che Stefano uccidesse Prospero e divenisse padrone dell'isola; ma alla fine dell'opera Calibano scopre che Stefano non è né un dio né un pari di Prospero, e accetta di nuovo di obbedire a Prospero.

Anche se Calibano è considerato da Prospero un selvaggio brutale, e tutti gli altri personaggi lo trattano come un oggetto di scherno e disprezzo, è significativo che a questo personaggio siano assegnati alcuni dei più eloquenti e commoventi discorsi dell'opera:

« Be not afeard; the isle is full of noises,

Sounds and sweet airs, that give delight and hurt not.
Sometimes a thousand twangling instruments
Will hum about mine ears, and sometime voices
That, if I then had waked after long sleep,
Will make me sleep again: and then, in dreaming,
The clouds methought would open and show riches
Ready to drop upon me; that, when I waked,
I cried to dream again. »

(Atto 3, Scena 2)

Etimologia del nome[modifica | modifica wikitesto]

Il nome "Calibano" deriverebbe da "cannibale", "Caraibi" e "Mucca".

Altre interpretazioni e riferimenti[modifica | modifica wikitesto]

Ariel e Calibano, di William Bell Scott, olio su tela, 1865

Calibano era originariamente una figura molto più comica; tuttavia, negli anni divenne simbolo della natura selvaggia dell'uomo. Inoltre in epoche più recenti Calibano è stato usato come metafora del colonialismo da diversi intellettuali anti-colonialisti.
Nonostante il fatto che nella stesura originale di Shakespeare né Calibano né Sicorace fossero nativi dell'isola, spesso ci si è orientati in questa direzione. L'esempio più conosciuto di questa interpretazione anticoloniale del personaggio è rappresentato dal brano Une Tempête di Aimé Césaire, esponente del movimento letterario della negritudine. Nelle battute seguenti, tratte dal brano di Césaire, Calibano, agendo come simbolo dei colonizzati e degli oppressi, confronta Prospero, che qui interpreta il colonizzatore europeo:

« For years I bowed my head

for years I took it, all of it--
your insults, your ingratitude...
and worst of all, more degrading than all the rest,
your condescension.
But now, it's over!
Over, do you hear?
Of course, at the moment you're still stronger than I am.
But I don't give a damn for your power
or for your dogs or your police or your inventions!
[...]
Prospero, you're a great magician:
you're an old hand at deception.
And you lied to me so much,
about the world, about myself,
that you ended up imposing on me
an image of myself:
underdeveloped, in your words, undercompetent
that's how you made me see myself!
And I hate that image...and it's false! »

(Atto 3, Scena 5)

In questa versione Calibano rifiuta l'offerta di Prospero di tornare al servizio del suo padrone; lo spettacolo si conclude con la sconfitta di Prospero e il suo ritiro dall'isola - rappresentante il successo della guerra civile in Algeria e volto a predire il trionfo degli altri movimenti anticolonialisti.

Robert Browning scrisse uno dei suoi monologhi drammatici dal punto di vista di Calibano, Caliban upon Setebos, in cui rappresenta Calibano come il "buon selvaggio" di Rousseau. Inoltre Calibano recita un lungo monologo sullo stile dell'Henry James di Wystan Hugh Auden nel poema "Commentario a La Tempesta di Shakespeare", una riflessione sui temi di "La Tempesta".

L'autore fantasy Tad Williams rielabora la storia di Calibano dal suo punto di vista nella novella breve L'ora di Calibano.

Ispirato sia da La Tempesta che da Caliban upon Setebos, Calibano viene riutilizzato come una mostruosa bestia inumana nella duologia fantascientifica di Dan Simmons Ilium.

Calibano è citato nella prefazione de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, anche se brevemente, con queste parole:

« L'avversione del diciannovesimo secolo per il realismo è la rabbia di Calibano che vede il suo volto in uno specchio.

L'avversione del diciannovesimo secolo per il romanticismo è la rabbia di Calibano che non vede il suo volto in uno specchio. »

(Oscar Wilde, prefazione al 'Ritratto di Dorian Gray')

Nell'Ulisse di James Joyce Calibano è ripreso in un dialogo fra Stephen Dedalus e Buck Mulligan dopo che quest'ultimo porge al primo uno specchio parafrasandolo poi con le seguenti parole:

« O rabbia di Calibano perché non si vede la faccia in uno specchio, disse. Ci fosse ancora Wilde a vederti!. »
(James Joyce, 'Ulisse')

Nel racconto di John Fowles "Il collezionista", uno dei personaggi principali, Miranda, paragona costantemente il suo rapitore, Frederick Clegg, a Calibano. Egli le ricorda un mostruoso selvaggio, privo di ogni emozione umana.

Nel racconto di P.G. Wodehouse Tanto di cappello a Jeeves Percy Gorrinfe, un poeta, sbeffeggia il rude Stilton Cheesewright con un poema intitolato Calibano al Tramonto

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]