Seconda battaglia dell'Amba Alagi

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Seconda battaglia dell'Amba Alagi
Data 17 aprile - 17 maggio 1941
Luogo Amba Alagi, Etiopia
Esito Vittoria britannica
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
7.000 41.000
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La seconda battaglia dell'Amba Alagi fu una celebre battaglia della Seconda guerra mondiale, svoltasi presso la montagna di Amba Alagi nella regione del Tigrè, nell'odierna Etiopia settentrionale.

Le forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Al momento dell'attacco le truppe italiane raggiungevano i 7000 uomini tra cui un battaglione mitraglieri, un reggimento di artiglieria con 40 cannoni da 65/17 ed un reggimento di fanteria.

Alleati[modifica | modifica wikitesto]

Il numero dei soldati britannici ammontava a 41.000 di cui 25.000 anglo-indiani e 16.000 abissini. Constava di una divisione indiana, un raggruppamento di brigate sudafricane e vari reparti indigeni. Dopo la conquista di Dessiè si unì a loro un gruppo di guerriglieri etiopici.

Le cause[modifica | modifica wikitesto]

Durante la Seconda guerra mondiale, di fronte alla travolgente avanzata dei britannici nell'Africa Orientale Italiana, il Viceré d'Etiopia Amedeo di Savoia aveva dato alle sue truppe l'ordine di proseguire la lotta nei ridotti dell'Amba Alagi, del Galla Sidama e dell'Amhara. Le truppe italiane rimaste al comando di Amedeo di Savoia, si ritirarono da Addis Abeba per organizzare l'ultima resistenza sulle montagne dell'Amba Alagi, mentre il Galla Sidama era difeso dal generale Pietro Gazzera e l'Amhara dal generale Guglielmo Nasi. Gli italiani lasciarono Addis Abeba il 5 aprile e la città venne occupata dagli inglesi il giorno dopo.

La resistenza[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 aprile il duca d'Aosta si asserragliò con 7.000 uomini sull'Amba Alagi fortificandola. L'Amba Alagi è un monte alto circa 3000 metri che fa parte di una catena montuosa formata da 9 monti; nei pressi della catena montuosa si trova la strada che da Dessiè porta al nord e attraversava la catena tramite il passo Alagi, dal nome del monte che lo domina.

Gli inglesi ebbero l'ordine di inseguire gli italiani ed occupare la loro posizione. Dopo 3 giorni di marcia, rallentata dai numerosi tratti di strada distrutti e dalle resistenze italiane, il 22 aprile gli inglesi espugnarono la città di Dessiè, a sud dell'Amba Alagi. Alla fine del mese la situazione cominciò a complicarsi per gli italiani che si trovano senza rifornimenti, con le truppe indiane provenienti dall'Eritrea ai piedi dell'Amba guidate dal generale Cunningham.
Nei primi di maggio crebbe la pressione dei britannici, ma il 3 maggio gli italiani respinsero un duplice attacco inglese: mentre un reggimento avrebbe fatto da diversivo muovendosi verso est, verso il passo Falagà, un battaglione avrebbe guidato l'attacco al massiccio centrale; entrambi gli attacchi furono respinti dagli italiani.

Il 4 maggio gli inglesi riuscirono a occupare tre cime della catena grazie all'intervento dell'artiglieria. Il giorno successivo riuscirono a occupare un'altra cima, ma non arrivarono oltre per l'efficace fuoco di sbarramento operato dalle mitragliatrici italiane. Nel silenzio della notte gli inglesi riuscirono a risalire l'Amba e ingaggiarono battaglia; nel frattempo un altro gruppo di inglesi approfittò dello scontro per occupare un altro monte. Poi, l'arrivo di nuovi rinforzi inglesi consentì loro l'occupazione della nuova cima. La montagna successiva fu conquistata dopo altri due attacchi il 14 maggio. Ora rimaneva soltanto l'Amba Alagi.

La fine[modifica | modifica wikitesto]

I soldati italiani, inferiori sia per numero che per mezzi diedero prova di grande valore in questa battaglia ma, rimasti in pratica senza più acqua e viveri, si dovettero infine arrendere ai britannici il 17 maggio dopo una strenua resistenza e per questo ottennero l'onore delle armi, reso non solo in omaggio all'alto appartenente della Casa Reale italiana. È degno di nota (e pressoché regolarmente ignorato nei libri di storia) il fatto che, poco prima della resa, il Duca avesse autorizzato gli ufficiali a lasciar tornare nei propri villaggi le truppe indigene che, con martellante frequenza, erano state minacciate dagli assedianti dell'Amba Alagi di drammatiche ritorsioni ai danni dei loro averi e delle loro famiglie qualora gli ascari non si fossero consegnati alle truppe di Sua Maestà britannica. A fronte di tale autorizzazione - come risulta dai Bollettini del SIM (Servizio Informazioni Militare) conservati presso l'Archivio Centrale di Stato di Roma, rubricati sotto l'anno 1941 - gli abbandoni non furono superiori alla quindicina di casi, tutti peraltro attuati controvoglia dai soldati indigeni che, con i loro ufficiali, avevano creato nel tempo un profondo rapporto cameratesco reso più intenso dalle difficoltà belliche.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Bollettini del SIM, 1941 (numerosi faldoni consultabili presso l'Archivio Centrale dello Stato di Roma)