Rosa dei venti (storia)

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La Rosa dei venti fu un'organizzazione segreta italiana di stampo neofascista, collegata con ambienti militari nel 1973 e individuata alla fine di quell'anno dalla magistratura.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'esistenza dell'organizzazione fu portata alla luce da un'inchiesta incominciata dalla magistratura di La Spezia e poi proseguita dall'ottobre 1973 da quella di Padova, dal magistrato Giovanni Tamburino.

Nei mesi successivi Tamburino ordinò gli arresti di numerosi personaggi, tra politici, imprenditori e ufficiali, quali finanziatori del gruppo terroristico, fino all'arresto per falso ideologico del 31 ottobre 1974 del generale Vito Miceli, capo del Servizio Informazioni Difesa (ex SIFAR), ma la Corte di Cassazione renderà vano il lavoro del magistrato portando al trasferimento dell'inchiesta dalla città veneta a Roma.

Come sostiene il noto storico Paul Ginsborg, la scelta non sembra casuale dato che la magistratura romana si dimostra «meno tenace di Tamburino nel proseguire le indagini». In un secondo momento inoltre, il pubblico ministero Claudio Vitalone invocherà il segreto di stato e sulla questione cadrà il silenzio.[senza fonte]Arnaldo Forlani, a La Spezia nel novembre 1972, disse pubblicamente che vi erano prove che la vicenda fosse «il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione ad oggi».

« Ricevetti un ordine di un mio superiore militare appartenente all’organizzazione di sicurezza delle forze armate, che non ha finalità eversive ma si propone di proteggere le istituzioni contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il SID. Mi risulta che non ne facciano parte solo militari ma anche civili, industriali e politici. soltanto un vertice conosce tutto e ai vari livelli si rinvengono dei vertici parziali. Tale organizzazione è militare, ma ce n’è una parallela di civili. Al vertice dell’organizzazione militare stanno senz’altro dei militari; non posso dire che si tratti della vecchia struttura di De Lorenzo: io posso conoscere un superiore e un inferiore a me, niente di più. (…) L’organizzazione serviva a garantire il rispetto del potere vigente e dei patti NATO sottoscritti riservatamente, nonché del regime sociale ed economico indotto da tali strutture. La filosofia ispiratrice è quella dell’appartenenza dell’Italia al blocco occidentale inteso come immutabile, mobilitato permanentemente contro il comunismo e finalizzato ad impedire l’ascesa alla direzione del paese da parte delle sinistre »
(Amos Spiazzi, verbale 4 e 12 maggio 1974[1])

Attività[modifica | modifica wikitesto]

Quasi certamente legata ad un tentativo di colpo di Stato del 1973, successivo a quello denominato "Golpe Borghese", che aveva annoverato nelle sue file esponenti di primo piano come Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie e altri membri e simpatizzanti della destra eversiva italiana, oltre ad alti membri delle forze armate e dei servizi segreti.
Probabile era inoltre un legame con i servizi segreti della NATO.[2]

Analisi storico-politica[modifica | modifica wikitesto]

Si afferma oggi con sicurezza e senza perifrasi[3] che la Rosa dei venti sia stata un'organizzazione paragonabile a Gladio, una sorta di filiale locale di un servizio di intelligence NATO operante parallelamente —e su un piano superiore— rispetto ai servizi ufficialmente riconosciuti. Di questa realtà iniziatica si vuole vedere un riflesso nel provvedimento con cui nel 1978 la Corte di Cassazione tolse a Giovanni Tamburino[4] la titolarità dell'indagine che minacciava di violare il mistero dell'apparato in esame.[5] La vicenda investigativa nasce fortuitamente cinque anni prima.

Giampaolo Porta Casucci, un medico di La Spezia,[6], un personaggio eccentrico che ostenta un folclore neonazista,[7] ne aveva dettagliatamente riferito alla questura della sua città di un'organizzazione pronta ad azioni terroristiche e al golpe, lasciando agli inquirenti materiale documentale, occultato in una canonica. Era una sorta di versione aggiornata del Piano Solo. Tale iniziativa aveva destato un'imbarazzata sorpresa nell'ufficio di polizia, un cui funzionario, Rodolfo Venezia, si era precipitato a Roma per ottenere istruzioni su un affare di evidente delicatezza. L'approfondimento portò dapprima alla ribalta tre nomi di un certo spessore militare: generale Francesco Nardella,[8] già comandante dell'Ufficio guerra psicologica di FTASE Verona;[9] il suo successore in tale incarico tenente colonnello Angelo Dominioni;[10] tenente colonnello Amos Spiazzi, vicecomandante del secondo gruppo artiglieria da campagna[10] e comandante del relativo «Ufficio I». Una delle prime fonti (1974) che teorizzò apertamente il collegamento tra Rosa dei venti ed USA —pur senza addurre elementi a sostegno di tale congettura— fu la rivista L'Espresso.[11] Sul piano giudiziario, si cominciò ad aprire uno squarcio di luce nel marzo dello stesso anno, quando l'inquisito Roberto Cavallaro[12] iniziò a collaborare con i giudici di Padova. Cavallaro è un'altra figura piuttosto originale. Dopo aver vissuto l'esperienza del Sessantotto francese, per un qualche periodo era stato attivista sindacale, prima nella CISL e poi nella CISNAL.[13] Nel 1972, dopo un breve idillio con l'MSI, era passato a posizioni più radicali, fondando (con altri) un'organizzazione di picchiatori della "Milano bene", che aveva un certo seguito soprattutto alla "Cattolica", il Gruppo Alfa.[14][15] In quel momento usurpò la qualifica di magistrato militare,[10] probabilmente con l'appoggio del SID. A suo dire, posto che la sua finta carriera si svolgeva a Verona, ovvero in una media città di provincia dove in teoria tutti si conoscono, ciò rappresentava la dimostrazione che le protezioni di cui beneficiava erano realmente valide.[16] Fino al momento dell'arresto (novembre 1973) Cavallaro avrebbe partecipato a quello che lui chiamava colpo dello stato, agli ordini di un'imprecisata[17] "organizzazione" che tirava le fila della Rosa dei venti e di tanti altri gruppi eversivi di ogni colore, utilizzati prima di tutto come leve di provocazione (il disordine crea la necessità di riportare ordine).[18] L'"organizzazione" —che non sappiamo se si potesse identificare con quello che tempo dopo la stampa battezzò "Supersid"[19] o "Sid parallelo"[20]— sarebbe nata contestualmente all'aborto del Piano Solo, ed avrebbe avuto una sorta di battesimo del fuoco nella controguerriglia in Alto Adige.[21][22]

Innsbruck, 1940. Sudtirolesi alla stazione ferroviaria

Forte di queste rivelazioni, Tamburino iniziò a torchiare Spiazzi, sino ad indurlo ad invocare un abboccamento riservato con Miceli, che però Tamburino avrebbe voluto trasformare in un confronto diretto tra i due ufficiali, reso tuttavia impossibile dal rifiuto di Miceli. Forse perché si era visto "scaricare" dai vertici dei servizi, Spiazzi uscì dall'ostinato riserbo mantenuto sino al momento, e rilasciò una serie di dichiarazioni che in gran parte concordavano con quelle di Cavallaro. In particolare confermò che l'"organizzazione" era «parallela alla struttura "I" ufficiale [ed era] sempre stata un'organizzazione in funzione anticomunista.»[23] Nella tarda primavera del 1973 Spiazzi —attraverso canali ufficiali della gerarchia militare e con il ricorso a comunicazioni in codice secondo standard NATO— avrebbe ricevuto l'ordine di mettersi dapprima in contatto con due imprenditori liguri, e poi di recarsi a prendere ordini successivi presso la cosiddetta Piccola Caprera,[24] un luogo sul lago di Garda considerato un sacrario fascista.[25] La telefonata in questione, proveniente da una caserma dei carabinieri di Vittorio Veneto, era stata inviata dal maggiore Mauro Venturi,[26] colui che successivamente sarebbe stato preposto ai Centri CS di Roma.[27] L'inchiesta giudiziaria fu lasciata arenare, poiché —si motivò— non era possibile raggiungere la prova che la famosa telefonata fosse davvero ascrivibile a Venturi. Di conseguenza, non fu approfondito l'aspetto di questo oscuro "organismo di sicurezza" (definizione di Spiazzi) che sarebbe stato sovrapponibile con i vertici degli Uffici "I" delle nostre forze armate, in sovranazionale coordinamento con gli analoghi comandi degli alleati NATO.[28] I membri del comitato dovevano godere di un nulla osta sicurezza (NOS) di livello superiore al COSMIC,[29] ufficialmente il livello N.O.S. di rango più elevato. Questa selettività ultra-istituzionale determinava strane situazioni, poiché talora personalità di massimo spicco istituzionale non erano considerate abbastanza affidabili, e di conseguenza il super-comitato poteva anche decidere di agire per provocare il "siluramento" politico del soggetto indesiderato.

Bonn, 1969. Willy Brandt passa in rassegna una formazione della Polizia federale tedesca.

Questo sarebbe avvenuto, ad esempio, a Willy Brandt.[30][31] Non occorre dire che l'"organismo di sicurezza" aveva la missione principale di arrestare un'eventuale ascesa al potere di forze comuniste nei paesi del blocco occidentale. Se tutto questo è vero, la principale difficoltà per lo storico (certo aggravata dalle reticenze che ancora caratterizzano tutta la materia) è determinare la reale natura dei rapporti che logicamente si dovevano supporre tra "organismo di sicurezza" e Gladio.[32]

La collaborazione di Spiazzi ebbe comunque termine, quando il generale Alemanno, capo Ufficio Sicurezza SID,[33] gli ingiunse di "non coinvolgere altri".[34] Questa chiusura fu accompagnata, di fatto, dalla messa in stato d'accusa formale dello stesso Miceli.[35] Arrestato clamorosamente[36][37][38] il 31 ottobre 1974 presso il Tribunale di Roma (dove aveva reso un interrogatorio avanti diversi magistrati per altra inchiesta), Miceli —che aveva accusato un malore mentre stava per essere rapidamente "tradotto"[39] a Padova— riuscì ad evitare l'effettiva incarcerazione, mutandola in ricovero presso l'Ospedale Militare del Celio.[35][40]

Di fatto per cercare di avere i nomi di chi avessero dato gli ordini a Spiazzi, il giudice Tamburino arrivò a scrivere una lettera al Presidente della repubblica Leone: un’inchiesta giudiziaria aveva rivelato l’esistenza di un’organizzazione segreta alla quale appartenevano ufficiali dell’esercito; un membro dell’organizzazione, il tenente colonnello Amos Spiazzi, sosteneva di avere ricevuto l’ordine di prendere contatto con una banda di estremisti di destra e di finanziarla; l’ufficiale, per rivelare il nome di chi gli aveva dato quell’ordine, aveva chiesto il consenso di un superiore; era avvenuto un regolare confronto tra il tenente colonnello e un generale, il generale Alemanno, delegato dal capo del Sid generale Miceli: il generale Alemanno, presenti due magistrati e l’avvocato difensore, aveva ordinato al tenente colonnello Spiazzi, anche con cenni convenzionali, di non rivelare il nome del militare che gli aveva dato quell’ordine.”

Tamburino chiede al Capo dello Stato “che fosse designato un generale di grado superiore a quello di Alemanno e che fosse messo nelle condizioni di offrire una effettiva collaborazione alla giustizia liberando il tenente colonnello Spiazzi dal vincolo del segreto[41].

La Cassazione intervenne il 30 dicembre 1974, ordinando il trasferimento dell'inchiesta alla Procura di Roma che stava portando avanti le indagini sul Golpe Borghese. Inchiesta che sostanzialmente riguardava un fatto differente, benché vi fosse la comunanza di alcuni nomi. Il processo si chiuse sostanzialmente con esiti assolutori il 29 novembre 1984.

Indagini più recenti hanno trovato collegamenti fra la Rosa dei venti e alcuni gravi attentati di quel 1973:

"il 17 maggio 1973, la bomba ananas lanciata da Gianfranco Bertoli ha ucciso quattro persone e ferito molte altre dinanzi alla Questura di Milano, in Via Fatebenefratelli. Alla luce delle recenti emergenze dell'istruttoria del G.I. dr. Lombardi può dirsi certo il collegamento fra l'autore materiale del fatto e i congiurati padovani della Rosa dei Venti e l'ambiente ordinovista veneto"'[42]. '

Inoltre scrive ancora il giudice Salvini: il colonnello Amos Spiazzi, già imputato nel processo per la Rosa dei Venti, che ha voluto spiegare quale fosse effettivamente, a cavallo degli anni '70, il suo ruolo svelando di avere diretto la Legione di Verona dei Nuclei Difesa dello Stato, una sorta di seconda Gladio che ha operato fra il 1968 e il 1973. Poiché tale struttura era coordinata dallo Stato Maggiore dell'Esercito e quindi era in qualche modo "ufficiale", Spiazzi ha voluto così rivendicare a sé il "merito" di avere guidato una struttura formalmente illegale ma, secondo la sua visione,sostanzialmente lecita intendendosi per legalità sostanziale il fine di difendere all'epoca il nostro Paese dal pericolo comunista'[43]'. ''

Inoltre si deve tenere considerazione che nel mentre avviene l'inchiesta del giudice Tamburino, coinvolgendo ufficiali e uomini dei servizi segreti, negli stessi mesi del 1974 avvengono alcune stragi, quella di Brescia e quella dell'Italicus, oltre che altri attentati terroristici gravi, spesso ai treni come l'attentato di Vaiano e quello di Silvi Marina.

Un'altra delle acquisizioni valide sul piano storico è l'asseverazione dell'azione dispiegata dalla Rosa dei venti in Alto Adige. Insurrezionalisti come Norbert Burger[44][45] e Peter Kienesberger[46] avrebbero cooperato strettamente con il SIFAR.[47][48] Contestualmente, sarebbero stati attivi in Alto Adige numerosi funzionari dei servizi, tra cui Carlo Ciglieri,[49] Giulio Grassini,[50] il già ricordato Federico Marzollo[36] ed Angelo Pignatelli.[51] Significativamente, gravitavano al contempo nella medesima area neofascisti vari, tra cui il già nominato Franco Freda, Carlo Fumagalli,[52] esponente del Movimento di Azione Rivoluzionaria, l'ordinovista Elio Massagrande[53] e Sandro Rampazzo.[54][55][56][57][58][59] Anni dopo, rendendo un interrogatorio, Spiazzi avrebbe avuto a compiacersi dell'opera svolta in Alto Adige —che definì "pacificato" e preservato dai "germi distruttori" (contestazione, tensioni sociali...)— rammaricandosi un po' che tale azione —disturbata da interferenze dell'apparato garantista, per così dire— non avesse potuto dispiegare i suoi virtuosi effetti sull'intero territorio nazionale.[60]

Ritornando all'indagato Miceli, questi riuscì a trascorrere poco tempo in carcere, giocando proficuamente la carta del silenzio, cui lo costringeva, a suo dire, il segreto politico-militare[61][62] a riguardo di un "Super SID" che egli del resto non ebbe mai a smentire.[63]

L'esperienza altoatesina[modifica | modifica wikitesto]

Roger Trinquier[64] scrisse:

«Il terrorismo è perciò un'arma di guerra e non è più possibile ignorarlo o minimizzarlo. Dobbiamo quindi studiarlo proprio come mezzo bellico.
Dato che lo scopo cui tende la guerra moderna è la conquista della popolazione, il terrorismo è l'arma particolarmente adatta perché mira direttamente all'abitante.»[65]

Non è chiaro se l'attività in questione si limitasse alla strumentalizzazione degli atti eversivi commessi dagli irredentisti altoatesini, o se arrivasse a perpetrare direttamente gli attentati stessi. Rimane il fatto che sorprendentemente Elio Massagrande —che deteneva un rilevante numero di armi, a detta di Spiazzi, procurate dai carabinieri— fu assolto dal Tribunale di Verona, che accettò di considerarlo un innocuo collezionista di cimeli.[66] Un'inchiesta giudiziaria, sempre scaligera, riguardante l'operato altoatesino di Carlo Fumagalli, era stata immediatamente accantonata, mentre l'informatore che l'aveva suscitata, Marcello Soffiati,[67] subì a stretto giro una perquisizione domiciliare, un processo per direttissima e la condanna a cinque anni di reclusione[60] per possesso illecito di armi.[68] Ancora i giudici veronesi ravvisarono soltanto l'omicidio colposo nelle sanguinose sortite in territorio austriaco portate a segno da ragazzi di ultradestra, che non trascorsero in prigione neppure un giorno per effetto delle blande sentenze irrogate.[60]
Ad un certo punto, il terrorismo sudtirolese, iniziato bruscamente con la Notte dei fuochi del 1961 (malgrado che un'esauriente informativa del SIFAR avesse infruttuosamente messo in allarme le forze armate), altrettanto bruscamente cessò; ed anche in tale repentinità si è voluto riconoscere il sintomo di una regia esterna.

Solo nel 1983, il colonnello Spiazzi, ritenendosi esonerato dal segreto —invocato da Miceli— in relazione a situazioni che egli stesso non giudicava (o non giudicava più) pienamente legittime, svelò qualche maggior dettaglio sull'"organismo di sicurezza".[69] Apprendiamo così dell'esistenza di due livelli organizzativi:

  • quello inferiore dei "nuclei sicuri", alimentati da persone che risultavano politicamente affidabili in forza di specifiche relazioni dei carabinieri ("modelli D"), sostanzialmente rappresentava una schiera di riserva, da allarmare eventualmente al bisogno;
  • quello superiore, di alta segretezza, costituente una vera forza d'intervento per situazioni di grave perturbamento politico-sociale, con lo scopo dichiarato "per non restare alla finestra, ma per intervenire, per sedare la situazione, bloccarla e poi eventualmente decidere in merito".[69][70]
Tomba di Luis Amplatz

La selezione dei partecipanti, secondo Spiazzi, era curata dai carabinieri, dagli ufficiali "I" e dai centri di mobilitazione,[71] e —sul piano della pura attitudine operativa— mirava a cooptare elementi paramilitari, ovvero persone congedate dalle forze armate oppure anche solo "gente che ha ricevuto un addestramento di tipo particolare".[69] (È facile notare le analogie con le dichiarazioni di Parri nell'ambito della “Commissione SIFAR".)[72] Spiazzi proseguì spiegando come, in occasione del Golpe Borghese (Esigenza Triangolo), aveva fatto parte del contingente che stava per occupare Sesto San Giovanni, quando un repentino contrordine aveva trasformato l'atto insurrezionale in una semplice esercitazione.[73] Ma la parte più esplosiva delle tardive rivelazioni Spiazzi riguarda ancora una volta l'Alto Adige. Precisò che gli era stato spiegato da un superiore che gli attentati erano utili ad "interessi di carattere globale", riferì di aver catturato personalmente "due carabinieri del SIFAR" mentre preparavano un attentato (i due soggetti gli erano poi stati sottratti da altri carabinieri ed agenti di polizia, e questo episodio aveva segnato la fine della sua avventura altoatesina).[74] L'attentato a Georg Klotz ed Alois (o Luis) Amplatz[75] sarebbe pure risultato dalla collaborazione di servizi italiani, nostre forze di polizia e autorità politiche. Questa versione degli accadimenti è del resto conforme a quella del più volte menzionato generale Marzollo (al tempo, comandante del gruppo[76] CC di Bolzano); in particolare asserì che Christian Kerbler,[46][77][78][79] (esecutore materiale dell'agguato a Klotz ed Amplatz, in cui quest'ultimo perse la vita) era un infiltrato dei servizi e/o della questura di Bolzano.[80] Il senatore Bertoldi, relatore della commissione parlamentare d'inchiesta,[81] arrivò a sospettare che perfino la magistratura, in questo affare, avesse sistematicamente deviato dai propri doveri istituzionali. Il concorso di forze di polizia e servizi risulta oltre tutto dalle deposizioni di Giovanni Peternel,[82] capo ufficio politico,[83] e del colonnello Renzo Monico,[84] Capocentro SIFAR di Verona.[85] Per la cronaca, Peternel, cui Kerbler si era costituito, lo fece rifugiare (eseguendo degli ordini) in Libano.[86] Condannato in contumacia a ventidue anni di reclusione, nel 1976 Kerbler fu scoperto fortuitamente a Londra, ma venne rimesso in libertà per l'inerzia del nostro governo nel richiederne l'estradizione, dopo di che se ne sono perse definitivamente le tracce.[87][88]

La natura a dir poco singolare delle operazioni di sicurezza in Alto Adige trova riscontro ulteriore nelle testimonianze di altri due ufficiali che vi presero parte. L'allora tenente colonnello Giancarlo Giudici,[89] comandante di un battaglione mobile CC,[90] si rifiutò di eseguire la fucilazione di quindici civili per rappresaglia,[91][92] durante un rastrellamento[93] a Montassilone,[94] e per questo motivo rischiò la destituzione e di essere processato per insubordinazione.[95] Il generale Giorgio Manes[96][97] nel proprio diario ripetutamente annota frasi del tipo: "Molti attentati in AA furono simulati dai CS."[98] — "Anche rappresaglie dimostrative dopo recente morte di due CC appaiono di marca CS."[99]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mimmo Franzinelli, “La sottile linea nera”, Rizzoli, p. 234
  2. ^ Mario Caprara e Gianluca Semprini, Neri!: la storia mai raccontata della destra radicale, eversiva e terrorista, Roma, Newton Compton, 2009. p.317 e segg. ISBN 9788854111639
  3. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 124
  4. ^ Il Sussidiario.net :: Autori
  5. ^ Umanità Nova - Archivio 2000 - art1393
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  7. ^ "il Machiavelli" - Novembre-Dicembre 1973
  8. ^ BREVE CRONOLOGIA
  9. ^ Silj, op. cit., pag. 165
  10. ^ a b c La notte della Repubblica
  11. ^ Mario Scialoja, Il generale è un nero, in L'Espresso, 27 gennaio 1974
  12. ^ LE DICHIARAZIONI DI PIERLUIGI CONCUTELLI, FRANCESCO ZAFFONI E ALTRI TESTIMONI RELATIVE AL GRUPPO DI MADRID
  13. ^ La strategia della tensione (Federazione Nazionale Combattenti RSI)
  14. ^ Intervista a Pier Enrico Andreoni | Tempi
  15. ^ Nomi vari
  16. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 126
  17. ^ Sarebbe stata diretta da rappresentanti dei servizi, nostrani ed USA, oltre che da portavoce di società multinazionali.
  18. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 126 e nota a pag. 532
  19. ^ «Stragi, così agiva il Supersid»
  20. ^ [54538 - L'inchiesta giudiziaria sul "SID parallelo" (Radio Radicale)
  21. ^ Hans Karl Peterlini, Südtiroler Bombenjahre: von Blut und Tränen zum Happy End?, Raetia, 2005, ISBN 8872832411, 9788872832417, pag. 60
  22. ^ Alex Peter Schmid, Albert J. Jongman, Political terrorism: a new guide to actors, authors, concepts, data bases, theories, & literature, Transaction Publishers, 2005, ISBN 1412804698, 9781412804691, pag. 594
  23. ^ Istruttoria del giudice Filippo Fiore, interrogatorio del 3 marzo 1975
  24. ^ LA PICCOLA CAPRERA "Oasi di Italianità"
  25. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., nota a pag. 532
  26. ^ Silj, op. cit., pag. 124
  27. ^ Le origini dello stragismo in Italia «Blog» di Giuseppe Casarrubea
  28. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., nota a pag. 129
  29. ^ Disposizioni in materia di rilascio del nulla osta di sicurezza
  30. ^ Giorgio Galli, La crisi italiana e la destra internazionale, A. Mondadori, 1974, pagg. 223 e segg.
  31. ^ Günter Guillaume la spia tedesco-orientale la cui scoperta aveva affossato il cancelliere, come il maestro dello spionaggio della Germania Est Markus Wolf, ha sempre affermato che le dimissioni di Brandt non furono da intendersi intenzionali e che l'operazione va annoverata tra i più grandi errori commessi dalla Stasi.
  32. ^ Si veda sul punto: Commissione stragi, Relazione sull'inchiesta condotta sulle vicende connesse all'operazione Gladio, 22 aprile 1992, pag. 19
  33. ^ la strage di stato sentenza P A R T E S E T T I M A
  34. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 130
  35. ^ a b De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 131
  36. ^ a b Si ritenne che il mandato di cattura fosse stato divulgato deliberatamente, forse da tale colonnello dei carabinieri Marzollo, addetto al SID, allo scopo di "bruciare" Tamburino, al quale si sarebbe tentato di addebitare la fuga di notizie (De Lutiis, I servizi, op. cit., nota a pag. 533).
  37. ^ Silj, op. cit., pag. 165
  38. ^ P2: la controstoria (3) NIENTE DI PIÙ CONOSCIUTO - :: Radicali.it ::
  39. ^ Arma dei Carabinieri - Home - L'Editoria - Rassegna dell'Arma
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  43. ^ Sentenza Ordinanza Piazza Fontana GI. Salvini 1995 pag 22
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  95. ^ Commissione stragi, Relazioni sull'inchiesta condotta su episodi di terrorismo in Alto Adige, a cura dei senatori Boato e Bertoldi, 22/04/1978, pag. 113, ed anche: intervista a La Repubblica 18/07/1991
  96. ^ Crimini di stato : 1960-1968
  97. ^ "Il testimone è servito" di Solange Manfredi
  98. ^ Ovviamente, con "CS" Manes intende gli uomini del controspionaggio.
  99. ^ Diari del generale Manes, citati in: Commissione stragi, Relazioni sull'inchiesta condotta su episodi di terrorismo in Alto Adige, a cura dei senatori Boato e Bertoldi, 22/04/1978, pag. 52

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia. Dal fascismo all'intelligence del XXI secolo, Sperling & Kupfer, 2010, ISBN 9788820047276
  • Maurizio Dianese, Gianfranco Bettin, La strage: Piazza Fontana, verità e memoria, Feltrinelli Editore, 1999, ISBN 880781515X, 9788807815157, pag. 174
  • Corrado Stajano, Il disordine, Einaudi, 1983

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]