Bosco sacro

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il bosco sacro è un luogo di culto caratteristico delle antiche religioni europee, ad esempio di quella romana, greca, celtica, germanica.

Europa settentrionale[modifica | modifica wikitesto]

Il più famoso bosco sacro dell'Europa settentrionale fu il tempio di Uppsala a Gamla Uppsala, descritto da Adamo di Brema.

Europa centrale[modifica | modifica wikitesto]

Il bosco sacro dei Celti era chiamato nemeton.

Europa mediterranea[modifica | modifica wikitesto]

Il più famoso bosco sacro della Grecia continentale è stato quello di Dodona. Anche ad Atene, il sito dell'Accademia ateniese fu anticamente un bosco sacro di olivi, detto il "bosco di Academo".

Il bosco sacro dei romani[modifica | modifica wikitesto]

I Romani davano ai boschi sacri il nome latino di Lucus o Nemus distinguendoli dai boschi privi di valore sacrale che venivano chiamati Silva[1].

Nell'Italia centrale, la città odierna di Nemi richiama nel nome il nemus Aricinum ("bosco di Ariccia"), antica sede del santuario di Diana Nemorensis.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Culto di Diana Nemorensis.

Il lucus romano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lucus a non lucendo.

Il Luco, in latino Lucus (con il significato originario di «radura nel bosco dove arriva la luce del sole»[2][3]) è il bosco sacro per gli antichi romani.

Un santuario dedicato alla ninfa Marìca era sulla sponda del fiume Garigliano in prossimità della città romana di Minturnae. Il Lucus Maricae, il bosco sacro a lei dedicato, era invece sulla sponda opposta, oggi la pineta della località turistica Baia Domizia. In questo bosco che un tempo doveva essere paludoso trovò rifugio il console Gaio Mario, nell'88 a.C., per salvarsi dai sicari inviati da Silla che volevano ucciderlo.

Bosco sacro - Monteluco di Spoleto

Una grande lecceta con esemplari vecchi di oltre 2000 anni, si trova nel Bosco sacro di Monteluco di Spoleto. A fianco dei lecci sempreverdi e delle specie arboree dominanti si trovano aceri, carpini bianchi, noccioli, meli e ciliegi selvatici, maggiociondoli, corbezzoli e arbusti come per esempio il ginepro, la ginestra, il rovo, il biancospino, il corniolo e il viburno.

Riproduzione Lex Luci Spoletina - Monteluco di Spoleto

All'interno del bosco è collocata la riproduzione di un cippo lapideo su cui è scritta la "Lex luci Spoletina", primo esempio di norma forestale nel mondo romano: iscrizioni su pietra del tardo III secolo a.C., scritte in latino arcaico, che stabiliscono le pene per la profanazione del bosco sacro dedicato a Giove.

La traduzione recita:

« Questo bosco sacro nessuno profani, né alcuno asporti su carro o a braccia ciò che al bosco sacro appartenga, né lo tagli, se non nel giorno in cui sarà fatto il sacrificio annuo; in quel giorno sia lecito tagliarlo senza commettere azione illegale in quanto lo si faccia per il sacrificio. Se qualcuno [contro queste disposizioni] lo profanerà, faccia espiazione offrendo un bue a Giove ed inoltre paghi 300 assi di multa. Il compito di far rispettare l'obbligo tanto dell'espiazione quanto della multa sia svolto dal dicator. »
(Traduzione dell'iscrizione del cippo lapideo della Lex spoletina)

. L'originale attualmente è custodita al Museo Archeologico Nazionale nella città umbra di Spoleto.


Non distante era il Lucus Angitiae (oggi Luco dei Marsi), bosco sacro consacrato alla dea Angizia dal popolo italico dei Marsi.

Un Bosco Sacro, chiamato Lucus Vestae, era presente a Roma dietro alla Casa delle vergini Vestali sotto la pendice del Palatino; esso si ridusse per i vari ingrandimenti fatti alla casa e le ultime vestigia andarono in fiamme nel Grande incendio di Roma del 64.

Anche la collinare Lucera era anticamente un bosco sacro (etrusco "luk": bosco, "eri": sacro, una tra le sue probabili etimologie) e vantava una propria Lex de luco sacro, appunto. Dell'iscrizione, rinvenuta fortuitamente attorno alla metà dell'Ottocento e subito andata perduta, resta una trascrizione dell'epoca.[4]

Il termine "Luco" rimane ancora oggi come elemento toponomastico piuttosto diffuso, soprattutto nell’Italia centrale e nelle Alpi Retiche meridionali: Monte Luco (in provincia di Bolzano), Luco di Mugello (in provincia di Firenze), Monte Luco della Berardenga (in provincia di Siena), Poggio a Luco (in provincia di Firenze), Monteluco (in provincia di Perugia), Piediluco (in provincia di Terni), Luco dei Marsi (in provincia dell'Aquila), Passo del Lucomagno (nel Canton Ticino).

India[modifica | modifica wikitesto]

In India i boschi sacri vengono chiamati Devarakadus ("foreste degli dèi"). Un tempo venivano mantenuti dalla comunità locale, proibendo all'interno di essi la caccia e il disboscamento.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Servio, Ad Aeneidem , I, 314.
    «Lucus lucus est arborum multitudo cum religione, nemo composita multitudo arborum, silva diffusa et inculta».
  2. ^ Treccani - ad vocem
  3. ^ La parola latina lucus è etimologicamente connessa a lucem, nome latino della luce (lux) Cfr. Giuseppe Ragone, Dentro l'àlsos. Economia e tutela del bosco sacro nell'Antichità Classica in Il sistema uomo-ambiente tra passato e presente, Bari 1998, p. 14.
  4. ^ P. F. Girard, Textes de droit romain, 2nd ed., Paris, 1895, pp. 22-23, n. 1, Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik Dr. Rudolf Habelt GmbH, Bonn (Germany), emendamento di Mommsen sull'apografo, direttamente dall'originale, di Francesco del Buono, erudito del posto:.
    «In hoce loucarid stircus ne [qu]is fundatid, neve cadaver projecitad, neve parentatid. Sei quis arvorsu hac faxit, [ceiv]ium quis volet pro joudicatod n(umum) [L] manum inject[i]o estod. Seive mac[i]steratus volet moltare, [li]cetod».

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Les bois sacrés, Actes du Colloque International, du Centre J. Bérard, Napoli 1993

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]