Arnold Böcklin
Arnold Böcklin (Basilea, 19 ottobre 1827 – San Domenico di Fiesole, 16 gennaio 1901) è stato un pittore svizzero[1].
Böcklin è stata una figura rappresentativa della storia dell'arte in Germania. Inizialmente fu un paesaggista, ma, grazie ai frequenti viaggi in Italia, fu influenzato dal romanticismo: all'interno dello stile dell'Art Nouveau, fu un simbolista. La sua pittura si rivela mitologica: creature oniriche (ninfe, naiadi e centauri) tra architetture classiche, simbolismi, allegorie e un richiamo spesso ossessivo alla morte. L'effetto è la creazione di mondi strani e fantastici.
La sua opera più famosa è L'Isola dei Morti.
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[modifica] Biografia
[modifica] Gli esordi
Figlio del mercante Christian Friedrich Böcklin, commerciante, e di Ursula Lippe, frequentò il liceo classico e seguì i corsi di disegno di Ludwig Adam Kelterborn[2]. Vincendo le resistenze del padre, a soli diciotto anni abbandonò gli studi per andarsene in giro per l'Europa, guadagnandosi il pane con disegni e quadri a olio, poi si trasferì in Germania per studiare all'Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, discepolo del pittore romantico Johann Wilhelm Schirmer, esponente del romanticismo tedesco, dal 1845 al 1847. Qui conosce Anselm Feuerbach. In seguito si recò ad Anversa e Bruxelles, restando fortemente impressionato dal luminoso cromatismo e dalla perfezione di alcuni antichi maestri fiamminghi e olandesi.
Ritornato in Svizzera nel 1846, dipinse alcune vedute del Giura e, nel 1847 frequentò a Ginevra l'atelier dell'allora famoso pittore e acquafortista Alexandre Calame[3]. Durante un soggiorno a Parigi nel 1848 fu testimone della rivoluzione di febbraio. Di questo periodo sono, tra l'altro, alcune composizioni come i Camosci sul lago alpino e la Cascata. Nella primavera del 1849 assolse il servizio militare e nell'autunno si fidanzò con Louise Schmidt, una giovane e bella ragazza a cui promette di sposarla al più presto. A Basilea incontrò lo storico Jacob Burckhardt, che lo convinse a intraprendere un viaggio in Italia per attingere alle fonti classiche e al Rinascimento italiano. Iniziò per lui un periodo di peregrinazioni in cui cambiò spesso domicilio: Roma (1850-1857, 1862-1866), Monaco (1858/1859, 1871-1874), Weimar (1860-1862), Basilea (1866-1871), Firenze (1874-1885, 1893-1895) e Zurigo (1885-1893).
Si stabilì a Roma e ad appena due settimane dal suo arrivo gli giunse notizia della morte improvvisa della fidanzata cui fece seguito un periodo di prostrazione, di chiusura in se stesso e di duro lavoro. Finalmente il 20 giugno 1853 sposò la giovane Angela Pascucci, figlia di Domenico, furier maggiore della guardia pontificia; testimone fu il Burckhardt; dall'unione nacquero dodici figli, ma solo sei sopravvissero. Nella città eterna scoprì il mondo mitico della cultura classica che rappresenterà una grande fonte d'ispirazione pittorica e poetica. Frequentò la cerchia di artisti gravitante intorno a Karl Heinrich Dreber[4], detto Franz-Dreber, con cui fece frequenti escursioni nella campagna romana. Si recava anche da solo fuori Porta del Popolo, lungo la via Flaminia, nella valle detta del Pussino, verso Due Ponti e nella Valle Egeria, dell'Appia Antica, i Formello e di Olevano. I luoghi dipinti erano gli stessi descritti dal Burcklhardt fin dal suo primo viaggio in Italia.
Attorno al 1855 passò dalla pittura paesaggistica a soggetti mitologici; di quel periodo è Pan che riposa nel bosco. Le ristrettezze economiche lo costrinsero a far ritorno, nella primavera del 1857 a Basilea. E quindi a ripartire per Hannover dove ottenne un primo grande successo nel 1859 con Pan nel canneto. Sempre in Germania conobbe Adolf Friedrich von Schack che diverrà uno dei suoi più accesi ammiratori e suo importante mecenate; nel biennio 1860-1861 insegnò insieme a Franz von Lenbach e Reinhold Begas, alla granducale Scuola d'arte di Weimar. Intanto la municipalità di Basilea gli commissionava una grande opera, La Caccia di Diana, conservata nel locale Museo di Belle Arti.
Nel 1862, passando per Basilea, fece ritorno a Roma, dove incontrò nuovamente Feuerbach e conobbe Hans von Marées e Rudolf Schick[5], che sarà il suo primo biografo. Fu proprio la decisione di lasciare Weimar a creare i primi dissapori con Burckhardt che si era tanto dato da fare per raccomandarlo a quel posto; a quei dissapori seguirono altri screzi che portarono alla loro rottura definitiva nel 1869.
[modifica] La maturità artistica
Lasciò l'insegnamento nel 1862 e ritornò nuovamente a Roma. In questa occasione visitò anche Napoli e Pompei, ricevendo dalle pitture pompeiane e dallo studio di Raffaello nuove influenze sotto il profilo artistico. Nel 1863 aveva assistito allo scavo e al ritrovamento della statua di Augusto di Prima Porta e restò impressionato avanti alla coloritura originale. Quella vista lo convinse al rilancio della plastica policroma, facendo da precursore a Max Klinger. Ancora nello stesso anno visitò Pompei dove concepì un entusiasmo per le tecniche dell'antica pittura ad affresco. Tra il 1864 e il 1865, quando ormai godeva di fama europea, eseguì la prima e la seconda versione della Villa al mare.
Nel 1866 rientrò nella città natale, dove dipinse alcuni ritratti; nel 1867 affrescò con soggetti mitici lo scalone del Kunstmuseum che ora ospita anche molti dei suoi dipinti, e un ciclo di affreschi nel padiglione della residenza estiva dei banchieri Sarasin e nel Museo delle culture di Basilea in Augustinergasse. Poi decise di recarsi a Stoccarda e quindi a Monaco di Baviera. La Germania gli tributò per anni ogni onore, ma l'Italia lo affascinava sempre di più. Nel 1870 gli nacque il figlio Carlo, che si dedicherà anch'egli alla pittura. Nel turbolento anno della guerra franco-prussiana dipinse nel 1871 opere come la Casa distrutta presso Kehl, la Cavalcata della morte, la Lotta di centauri, Melancholia, e nel 1872 il suo Autoritratto con la morte.
Di nuovo sente il richiamo dell'Italia e nel 1874 si trasferì a Firenze dove nacque la figlia Beatrice, poi morta precocemente. Tra i suoi più significativi dipinti di questo periodo fiorentino è Tritone e Nereide del 1875. Qui nel 1879 dipinse la prima versione della sua opera più famosa: l'Isola dei Morti, olio su tavola di cm 80 x 150, in cinque versioni, di cui una andata persa, ispirata alla sistemazione del piazzale Donatello con al centro il cimitero degli Inglesi. Poi nel 1885 decise di trasferirsi con la famiglia a Zurigo per permettere ai figli di frequentare le scuole in lingua tedesca; inoltre riunì un circolo di artisti di cui fecero parte Hans Sandreuter, Theophil Preiswerk[6], Hans von Marées, Adolf von Hildebrand, Adolf Bayersdorfer e Hugo Tschudi.
La sua situazione economica precaria poté finalmente migliorare grazie al mercante d'arte berlinese Fritz Gurlit che acquistò l'insieme delle sue opere pittoriche. A Zurigo, dove strinse amicizia con Gottfried Keller, creò nuove opere, ricorrendo a formati sempre più monumentali e a polittici quali La leggenda della Madonna, Sant'Antonio). Nel 1890 l'Università di Zurigo lo insignì del dottorato honoris causa, e la municipalità gli conferì la cittadinanza onoraria.
A seguito di un attacco apoplettico fu costretto a riposarsi in località marine: soggiorna a La Spezia, Lerici, San Terenzo, e infine di nuovo a Firenze (1893). In questa occasione la Galleria degli Uffizi gli commissionò un autoritratto per la propria collezione. Nel 1895 acquistò Villa Bellagio a San Domenico di Fiesole ove dipinse opere come Colera, Paolo e Francesca, la Guerra, la Peste (1898), il Trittico (1899) e Melancholia (1900); continuò a dipingere, ma il suo potere creativo era debilitato dalle ripetute ricadute della sua salute, dopo alcuni attacchi di paralisi. Qui rimane fino alla morte, sopraggiunta nel 1901.
È sepolto a Firenze nel Cimitero degli Allori.
[modifica] Produzione pittorica
La maggior parte delle sue opere è conservata in musei di aerea tedesca. Importanti collezioni si trovano infatti a Basilea (Kunstmuseum), Winterthur (Collezione Oskar Reinhart), a Monaco di Baviera (Schackgalerie e Neue Pinakothek), a Berlino (Alte Nationalgalerie).
Tra le sue opere più note figurano "La Peste" (Die Pest, 1898), "Il gioco delle Najadi" (Das Spiel der Najaden, 1886), "La villa sul mare" (Villa am Meer, in due versioni, nel 1864 e 1865), (Im Spiel der Wellen, 1883) commentato da una famosa poesia di Guido Gozzano.
[modifica] L'isola dei morti
| Per approfondire, vedi la voce L'isola dei morti (dipinto). |
La sua opera più famosa è L'Isola dei Morti (Die Toteninsel) che evoca in parte il Cimitero degli Inglesi che si trovava vicino al suo studio e nel quale era sepolta la figlia. Böcklin produsse cinque diverse versioni negli anni tra il 1880 e il 1886. Tema comune è un rematore e una figura vestita di bianco in una piccola barca che attraversa delle acque profonde dirigendosi verso un'isola sassosa. Nella barca c'è un oggetto che potrebbe essere una bara. Non diede né un titolo né una sua interpretazione dell'opera. Le cinque versioni dell'Isola dei morti si trovano a:
- Kunstmuseum, Basilea (1880)
- Metropolitan Museum of Art, New York (1880)
- Alte Nationalgalerie, Berlino (1883)
- Distrutta a Berlino durante la seconda guerra mondiale (1884)
- Museum der bildenden Künste, Lipsia (1886).
Adolf Hitler fece comprare a un'asta nel 1936 la versione originale del 1883, non staccandosene fino alla fine dei suoi giorni. Fu esposta a Berlino nel 1884 da Gurlitt che per primo la battezzò col nome L'Isola dei morti; si parlò subito di febbre böckliniana e perfino di suggestione di massa. Lo stesso gallerista incaricò Max Klinger di farne un'incisione, le cui tirature andarono a ruba a migliaia. Ne trarranno ispirazione, tra gli altri, Giorgio De Chirico, Emil Nolde, Salvador Dalí e Max Ernst. Tra i grandi estimatori dell'opera furono Conrad Ferdinand Meyer e Gabriele D'Annunzio che, come Lenin, tenevano una copia bene esposta in casa.
[modifica] L'eredità artistica
Influenzò pittori surrealisti come Max Ernst e Salvador Dalí; ebbe una influenza anche su Giorgio de Chirico ed Edvard Munch.
Nel 1904 Otto Weisert[7] gli dedicò un carattere tipografico (chiamato appunto in suo onore “Arnold Böcklin”). Il design, di chiaro stampo Art Nouveau, utilizza dei "viticci" (ossia degli avviluppamenti) sulla maggior parte delle lettere maiuscole.
[modifica] Note
[modifica] Bibliografia
- Bryson Burroughs, The Island of the Dead by Arnold Böcklin., in The Metropolitan Museum of Art Bulletin, Volume 21, Numero 6 (giugno 1926), 146 – 148.
- Clement Greenberg, Nation, Volume 164, Numero 12, 22 marzo 1947, 340-342.
- Marisa Volpi, Arnold Böcklin. Disegni, Firenze 1982, 2, 6, 16.
- C. Klemm, Arnold Böcklin, in I protagonisti, Locarno 1995, 304-305, 344.
- John Vinocur, "The Burlesque, and Rigor, of Arnold Böcklin, in International Herald Tribune, 12 gennaio 2002.
- Tindaro Gatani, Arnold Böcklin e Jacob Burckhardt. Romani per 'amore' e 'nostalgia', in Giorgio Mollisi (a cura di), Svizzeri a Roma nella storia, nell'arte, nella cultura, nell'economia dal Cinquecento ad oggi, Edizioni Ticino Management, anno 8, numero 35, settembre-ottobre 2007, Lugano 2007, 310-321.
[modifica] Altri progetti
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[modifica] Collegamenti esterni
- Arnold Böcklin sul Dizionario storico della Svizzera
- (EN) Sito su Arnold Bocklin
- Toteninsel.net: encyclopedia dedicata a l'Isola di A.Bocklin: copie, parodie, inspiration, libri, cinema, teatro...
- Dipinti di Arnold Böcklin
- Arnold Böcklin