Alla ricerca del tempo perduto

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Alla ricerca del tempo perduto
Titolo originale À la recherche du temps perdu
MS A la recherche du temps perdu.jpg
Prime pagine di Dalla parte di Swann, con le correzioni e revisioni fatte a mano dall'autore.
Autore Marcel Proust
1ª ed. originale 1913 - 1927
Genere romanzo
Lingua originale francese
(FR)

« Longtemps, je me suis couché de bonne heure. »

(IT)

« A lungo, mi sono coricato di buonora. »

(incipit Dalla parte di Swann, traduzione di Giovanni Raboni, Mondadori.)

Alla ricerca del tempo perduto (À la recherche du temps perdu) è l'opera più importante di Marcel Proust, scritta tra il 1909 e il 1922, pubblicata in sette volumi tra il 1913 e il 1927. Si colloca tra i massimi capolavori della letteratura universale per vari motivi, ma soprattutto per l'ambizione letteraria e filosofica che l'autore ha riposto in quest'opera (come l'intuire di cosa il tempo sia composto, al fine di cercare di fuggire il suo corso). In essa è racchiusa tutta l'evoluzione del pensiero dell'artista: tra i moltissimi temi trattati spicca il ritrovamento del tempo perduto, del ricordo, della rievocazione malinconica del passato perduto. L'opera per la sua struttura compositiva è stata definita L'oeuvre cathédrale.[1]

L'opera[modifica | modifica wikitesto]

Il primo volume della Ricerca apparve il 14 novembre 1913. La pubblicazione dei volumi seguenti venne interrotta dallo scoppio della prima guerra mondiale. Il lavoro febbrile di Proust sulla propria opera è ininterrotto e continuo: ad ogni bozza di stampa inviata da parte dell'editore, l'autore aggiunge nuove parti sui margini e su foglietti che incolla alle pagine (i famosi paperoles). Nel periodo della guerra e del primo dopoguerra, quello che doveva essere l'ultimo volume dell'opera si espanse fino ad arrivare a comprenderne tre, che vennero pubblicati solo postumi.

L'opera è suddivisa, per motivi editoriali, in sette volumi:

In Dalla parte di Swann Proust ha inserito un vero e proprio "romanzo nel romanzo" col titolo Un amore di Swann, spesso pubblicato separatamente.

Vicenda editoriale[modifica | modifica wikitesto]

La storia editoriale de Alla ricerca del tempo perduto è lunga e complessa.

Nell'estate del 1912 Proust preparò una copia dattiloscritta di quello che sarebbe dovuto diventare il primo volume del suo romanzo. Ad ottobre, su suggerimento di Gaston Calmette, all'epoca direttore di Le Figaro, mandò il dattiloscritto a Fasquelle, editore tra gli altri di Émile Zola e di Edmond Rostand. L'incaricato alla lettura dette parere negativo di fronte ad un'opera così sconcertante per l'epoca. In questo rapporto si legge:

« Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto - dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti d'impazienza per l'impossibilità di risalire alla superficie - non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta. Che scopo ha tutto questo? Che cosa significa? Dove ci vuole condurre? - Impossibile saperne e dirne nulla. »

Proust pensava che l'editore Fasquelle avrebbe dato al suo lavoro "risonanza più vasta" ma, per una "presentazione più artistica", Proust pensava alla Nouvelle Revue Française, fondata da un gruppo di intellettuali tra cui André Gide e l'amministratore Gaston Gallimard. Gide, incaricato della lettura, lo scorse appena e lo bocciò, contrariato anche dalla nomea di mondano e snob che accompagnava Proust.

Anche se in pochi giorni aveva ricevuto due bocciature, Proust non si dette per vinto e mandò il dattiloscritto alla casa editrice Ollendorf. Il lettore incaricato dette parere negativo con una frase rimasta famosa:

« Sarò particolarmente tonto, ma non riesco a capire come questo signore possa impiegare trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno. »

Dopo queste bocciature, nel febbraio del 1913, Proust si rivolse al giovane editore Bernard Grasset offrendogli di pagare le spese di pubblicazione e di pubblicità, mentre all'editore sarebbe spettata una percentuale sui guadagni. Grasset accettò senza aver nemmeno letto le bozze del romanzo. Così la ricerca dell'editore aveva fine e la Recherche poteva iniziare il suo viaggio nella letteratura. Nel Tempo ritrovato, Proust ricorda questo periodo scrivendo:

« Presto fui in grado di mostrare qualche abbozzo. Nessuno ci capì niente. »

Solo al termine della prima guerra mondiale, dopo l'uscita del primo volume, Gide capì di aver commesso un grosso errore e convinse Gallimard a pubblicare tutte le parti successive, di cui le ultime tre postume curate dal fratello di Proust, Robert, e da Jacques Rivière, critico letterario.

La struttura narrativa del romanzo[modifica | modifica wikitesto]

La struttura della Recherche è circolare. Le tremila pagine del romanzo (sarebbero state molte di più se Proust non fosse morto prima di correggere gli ultimi volumi) sono state sintetizzate in tre parole: «Marcel diventa scrittore».

Per tremila pagine Marcel, io narrante, combatte contro la sua mancanza di volontà, la sua bassa autostima, la sua fragilità fisica e psichica, il tempo che scorre troppo veloce, per arrivare finalmente a prendere la grande decisione: scriverà un romanzo sugli uomini e sul tempo.
Ma il romanzo che scriverà non è un'altra Alla ricerca del tempo perduto, bensì proprio quelle tremila pagine di cui si è arrivati alla fine. Quindi la Recherche si trova ad essere sia il libro che si è appena letto, sia, in seconda lettura, il romanzo che Marcel ha trovato finalmente la forza di scrivere.

A simbolo di questa circolarità, Proust comincia il suo romanzo con le parole: «Longtemps, je me suis couché», e lo termina con le parole «dans le Temps». Proust ha sempre affermato che l'inizio e la fine dell'opera erano stati scritti simultaneamente. Essi infatti risultano legati proprio come in un percorso che torna su sé stesso.

I temi dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

La Recherche ha luogo in un tempo che va dall'affaire Dreyfus alla prima guerra mondiale, ma il tempo personale del suo narratore è irregolare e ripetutamente sfalsato rispetto agli altri.
Il titolo dell'opera indica già al lettore qual è il nucleo duro dell'opera proustiana: la ricerca di un tempo perduto. Che sia un tempo interiore o un tempo esteriore, è un tempo che si è perduto; esso è, quindi, legato al passato, ma al contempo è un tempo verso il quale tende il presente.

Nelle prime pagine Marcel riferisce l'episodio in cui fece in modo di avere dalla madre il bacio della buona notte e ottenne che ella rimanesse tutta la notte. Quella notte capisce che la sua solitudine e sofferenza recenti erano parte della vita: era l'inizio dell'erosione della felicità infantile, che è il contenuto del tempo perduto. Questo ritrovamento necessario passa attraverso due elementi entrambi necessari: la memoria e l'arte.
La memoria ci dà la possibilità di rivivere momenti passati che associamo a determinate sensazioni: il sapore della madeleine[2], riassaporato dopo anni, ricorda al protagonista le giornate d'infanzia passate a casa della zia malata a Combray.
Per Proust, però, il recupero del passato non è sempre possibile. Distingue due tecniche o gradi di recupero: memoria volontaria e memoria spontanea. La memoria volontaria richiama alla nostra intelligenza tutti i dati del passato ma in termini logici, senza restituirci l'insieme di sensazioni e sentimenti che contrassegnano quel momento come irripetibile; la memoria spontanea o involontaria (epifania secondo la tradizione decadente) è quella sollecitata da una casuale sensazione e che ci rituffa nel passato con un procedimento alogico, che permette di "sentire" con contemporaneità quel passato, di rivederlo nel suo clima: è "l'intermittenza del cuore" la tecnica da seguire per il recupero memoriale basato sull'analogia-identità tra la casuale sollecitazione del presente e ciò che è sepolto nel tempo perduto.
La memoria involontaria cattura con un'impressione o una sensazione l'essenza preziosa della vita, che è l'io e serve a spiegare il valore assoluto di un ricordo abbandonato dall'infanzia, risvegliato attraverso il sapore di un dolce o un sorso di tè. Questo procedimento porta alla vittoria sul tempo e sulla morte, cioè ad affermare noi stessi come esseri capaci di recuperare il tempo e la coscienza come unico elemento che vince la materia e porta alla Verità e alla felicità. Ricordare è creare. Ri-cordare è ri-creare:

« No, se non avessi convinzioni intellettuali, se cercassi soltanto di ricordare il passato e di duplicare con questi ricordi l'esperienza, non mi prenderei, malato come sono, la briga di scrivere. »

Ma questa evoluzione del pensiero non ha voluto analizzarla astrattamente bensì ricrearla, farla vivere un lacerto di tempo che è un nuovo Tempo, una nuova Realtà, una nuova Verità. Ossia in una parola, una vecchia e nuova Eternità. Partendo da una dimensione di un tempo contingenza, occasione, finisce con lo stratificarsi e con l'illuminarsi come eterno frammento di Tempo Puro, che non è mai stato un vero passato. Il Tempo Perduto non è un tempo passato perché è un tempo da ricercare e da ritrovare. In quanto ritrovata quell'infanzia ritrovata è eterna, universale. L'essenza pura della vita giace nel suo essere Ritrovata, nel suo essere Ripetuta o Ripresa, l'essenza che si dà nella cosiddetta apparenza, nel fenomeno, nell'esperienza sensibile.
Proust vede l'esperienza epifanica come esperienza già ‘ideale’. L'idea o l'essenza dell'esperienza si dà nell'esperienza stessa. Non c'è una madeleine pura dietro la madeleine immersa nel tè caldo di Marcel. Quell'esperienza è già ideale, è già una briciola di tempo puro, una scheggia di eternità che salva la vita dalla sua transitorietà. Perché dietro la ricerca del Tempo perduto e gli infiniti errori, deformazioni, fraintendimenti di questa peripezia, si manifesta il volto di quella Verità che invano si cercherebbe avanti, prima di tutto, all'origine o a priori.

L'arte, rappresentata nel romanzo dalla stessa attività scritturale del narratore che narra la propria esperienza, fissa in eterno quel risveglio di sensazioni che permette alla nostra memoria di riandare al passato. Il tempo che viene così ritrovato dalla memoria e fissato dall'arte è dunque un tempo interiore, e non esteriore, un tempo assolutamente soggettivo. Per questa ragione Proust dà un'importanza notevole agli spazi chiusi, come può esserlo una camera, e al rinchiudersi in sé stessi per poter "ascoltare" meglio le voci interne del nostro io. L'importanza del tema della chiusura in una camera si fa più chiaro se si tiene presente che lo stesso autore, affetto dalla malattia, passa la sua breve giovinezza rinchiuso, come Noe nell'arca:

« Più tardi, mi ammalai molto spesso, e per molti giorni dovetti rimanere nell' "arca". Capii allora che mai Noè poté vedere il mondo così bene come dall'arca, nonostante fosse chiusa e che facesse notte in terra. »

La grandezza dell'arte vera, consiste nel ritrovare, nel riafferrare, nel farci conoscere quella realtà da cui viviamo lontani, da cui ci scostiamo sempre più via via che acquista maggior spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale che le sostituiamo: quella realtà che noi rischieremmo di far morire senza aver conosciuta, e che è semplicemente la nostra vita. La vita vera, la vita finalmente scoperta e tratta alla luce, la sola vita quindi realmente vissuta, è la letteratura; vita che, in un certo senso, dimora in ogni momento in tutti gli uomini altrettanto che nell'artista grazie all'arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, noi lo vediamo moltiplicarsi; l'opera d'arte, come il tempio che è segno e partecipazione tra gli uomini della terra della divinità ultraterrena, è il mezzo più adatto ad oggettivare e manifestare agli altri l'intensa soggettività di chi è stato ispirato ed evitarle il rischio di farla apparire soltanto una teoria.
Artista è stato reso dalle proprie meditazioni quell'uomo che da giovane aveva scoperto occasionalmente che il tempo passato non era per lui perduto. Per il suo animo il reale era divenuto figurazione di valori ideali, eterni, segno di verità che si trovavano a grande distanza e che da esso potevano differire. Unicamente allo spirito era concesso raggiungerle e partecipare della loro eternità. Ciò che fuori dell'azione dello spirito rimaneva limitato alla materia non poteva, per Proust, rispondere a verità poiché non era parte dell'eternità. La verità, come la vita, dura eternamente e sta in una dimensione diversa dalle altre generalmente note non essendo, come queste, contaminata dal tempo, dalle convenzioni, dalle apparenze né accessibile a tutti. Esiste lontano dalla compiutezza della materia nell'incompiutezza ed eternità dello spirito. Solo all'artista, diverso come essa dalla norma, sarà possibile conoscerne il segreto e solo all'arte esprimerlo. Si tratta della storia di una coscienza in cerca della sua identità; ne Il tempo ritrovato il narratore scopre infine la verità, cioè la vita scopre il suo significato grazie all'Arte, che fissa il passato che altrimenti sarebbe condannato alla distruzione. Per Proust la resurrezione del passato si compie attraverso la letteratura che fissa la realtà transitoria, rende possesso stabile dell'epifania momentanea.

Il retroterra culturale di Proust è costituito certamente anche dalle conquiste della poesia francese di fine Ottocento (Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Mallarmé) che aveva valorizzato le "corrispondenze", i reconditi rapporti tra stato d'animo e natura, la tecnica analogico-evocativa. Inoltre, la concezione del tempo di Proust, un tempo soggettivo, richiama evidentemente il concetto di "tempo" come durata interiore teorizzato dal filosofo Henri Bergson.[3]

Omosessualità[modifica | modifica wikitesto]

« Non sempre la misoginia è indizio di spirito critico e di intelligenza. Talvolta è solo il frutto dell'omosessualità. »
(Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore)
« Non c'erano anormali quando l'omosessualità era la norma. »
(Marcel Proust, Sodoma e Gomorra)

Le questioni sollevate dall'omosessualità maschile e femminile di alcuni personaggi vengono ampiamente rappresentate in varie parti del romanzo, in particolare negli ultimi volumi. Il primo annuncio di questo tema è già presente nella sezione "Combray" di Dalla parte di Swann, dove la figlia del maestro di pianoforte e compositore Vinteuil, recentemente scomparso, viene sedotta da una sua compagna, mentre Marcel osserva la relazione lesbica, che avviene di fronte e in spregio al ritratto del padre della ragazza. Marcel sospetta sempre le sue amanti di legami con altre donne, come Charles Swann sospetterà la futura moglie, Odette, in Dalla parte di Swann. Un racconto dettagliato e grottesco di un legame tra M. de Charlus, omosessuale per il momento celato ma che poi quasi inconsciamente si rivelerà, e il suo sarto, si trova già in Sodoma e Gomorra. La stessa iniziale celebre ripulsa del manoscritto, presentatogli da Proust per la pubblicazione sulla NRF, da parte di André Gide, potrebbe essere fondata su tale ambiguita: Gide, omosessuale dichiarato – contrariamente a Proust – gli rimproverava la rappresentazione sordida data dell'omosessualità in Charlus, così distante da quella idealizzante che ne faceva il mondo classico e come intesa da Gide nel Corydon. E ancora, gli riusciva intollerabile l’idea che Proust si fosse ispirato ai suoi amori per gli uomini per tratteggiare i suoi personaggi femminili, e in particolare quello di Albertine[4].

A sedici anni Marcel aveva compreso il proprio orientamento omosessuale e aveva scritto tre lettere d'amore al coetaneo Jacques Bizet, orfano del celebre autore della Carmen, Georges Bizet, e suo compagno di liceo. Jacques Bizet non ricambiò l'amore di Marcel, ma i due restarono amici per tutta la vita. Poco più che ventenne Marcel s'innamorò di un ragazzo poco più giovane di lui, un tenore di talento, Reynaldo Hahn, nato a Caracas da madre venezuelana e padre tedesco[5].

Al di là di ogni tentativo di ipotesi psicologica, forse errata, è interessante notare come nel "mondo artistico" di Marcel la figura di una lesbica esistesse prima della conoscenza reale con colui che è considerato il principale ispiratore del personaggio di Albertine: Alfred Agostinelli. Fu solo dopo la sua morte che André Gide, nella pubblicazione della corrispondenza con Proust, rese pubblica l'omosessualità di Proust. La natura dei rapporti intimi di Proust con persone come Agostinelli e Reynaldo Hahn sono ben documentati, anche se Proust non ha mai fatto alcuna rivelazione eccetto forse con gli amici più intimi. Nel 1949, il critico Justin O'Brien ha pubblicato un articolo su "PMLA"[6] chiamato "Albertine o l'ambiguità: Note sulla sensibilità sessuale di Proust[7]" in cui sostiene che alcuni personaggi femminili del romanzo sono in realtà ragazzi. Questa teoria è nota come la "trasposizione della teoria dei sessi". Raymonde Coudert, parlando di Proust, parte dal principio che i modi di lettura sono sessuati e che, se non esiste una scrittura femminile, esistono però modi di scrittura "del" femminile. La domanda è: in che cosa Proust fa consistere il femminile e la femminilità? Quali catene significanti collegano personaggi femminili proustiani come Odette, Oriane, Albertine?[8] Tale tesi è stata contestata nella critica di Eve Kosofsky Sedgwick la quale sostiene che, se da una lettura psicoanalitica strutturata esce un romanzo apparentemente soffocante e misogino, "tuttavia, sotto la lente kleiniana, l'omosessualtà dell'autore è una paura almeno tanto quanto è un desiderio".[9]

La felicità e il tempo[modifica | modifica wikitesto]

La ricerca di Proust è anche una speranza e una promessa di felicità: ritrovare il tempo non è impossibile, a patto che il mondo ricreato sia un mondo letterario, un mondo interiore, mistico, costruito su questo gioco di memoria e tempo. La struttura si basa sulla contrapposizione Tempo perduto-Tempo ritrovato, attraverso la memoria involontaria che è il ricordo improvviso e spontaneo di una sensazione provata nel passato, suscitata dalla stessa sensazione nel presente.

L'intelligenza e lo spirito hanno il compito di riavvicinare queste due sensazioni e di riportare la sensazione che sfugge. Questa esperienza, che non appartiene né al passato né al presente ed è dunque extratemporale, è motivo di grande felicità perché elimina la sensazione di perdita del tempo e permette al soggetto stesso di uscire dalla dimensione del tempo reale e riscoprire la verità di un momento della sua esistenza. Anche lo stile, musicale, molto dettagliato e metaforico, è l'espressione di una sorta di eternità e vittoria sul tempo e di fede nell'Assoluto che vive nell'interiorità umana. Le pagine di Proust, fatte di frasi lunghe e sinuose, spiegano simultaneamente gli aspetti del mondo e la profondità dell'anima. Proust concepisce inoltre l'artista come il portatore di una rivelazione. La vita degli uomini consiste dunque in una lotta disperata contro l'inevitabile scorrere del tempo che passando trasforma o distrugge gli esseri, i sentimenti, le idee e questa lotta è condotta grazie alla memoria involontaria. Infatti non si tratta di ricostruire il passato in modo intellettuale con documenti o ricordi, ma bisogna attendere una sensazione particolare che ne evochi una passata, un ricordo.

L'autore spiega che la grande felicità non consiste nel semplice elemento memoriale, bensì nella felicità alla quale conduce, cioè il primato dello spirito sulla materia e il ritrovamento della sua identità. La meravigliosa sensazione di felicità che accompagna l'autore nelle sue indescrivibili esperienze, infatti, è dovuta alla capacità di queste di trasportare il soggetto in una realtà extratemporale, che gli aveva dunque permesso di sfuggire dal presente e di gioire nell'essenza delle cose, cioè fuori del tempo. Queste impressioni pervenivano a far combaciare il passato con il presente, a renderlo titubante nel definire in quale dei due si trovasse. Il linguaggio metaforico, analitico e lirico e le metafore rendono la corrispondenza tra il livello reale delle sensazioni e quello ideale dell'interiorità.

Personaggi principali[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lista dei personaggi della Ricerca del tempo perduto.
  • il narratore (colui che dice "je"), assai raramente chiamato Marcel (da Albertine ne La prigioniera);
  • la madre del narratore, alla quale quest'ultimo è molto legato. Odette dirà gli assomigli;
  • il padre del narratore, che lavora al ministero degli affari esteri e nonostante appaia poco ha figura onesta e generosa;
  • la nonna del narratore, Mathilde, che ha un'importanza fondamentale nell'infanzia del narratore e che lo inizia alla lettura delle lettere di Madame de Sévigné;
  • la zia Léonie, detta anche Octave, che vive quasi esclusivamente a letto e offre al narratore il tè con il famoso biscotto «madeleine», scatenante i ricordi; alla morte, il narratore ne erediterà la fortuna[10];
  • lo zio Adolphe, fratello del nonno del narratore; in casa sua, per la prima volta il narratore incontra Odette.
  • Françoise, cuoca della zia Léonie a Combray, poi a servizio della famiglia del narratore;
  • Charles Swann, vicino invitato regolarmente a Combray, borghese colto e raffinato, possiede la tenuta di Tansonville; la sua presenza e il suo amore per Odette de Crécy sono di fondamentale importanza per la formazione del narratore, nonché modello per il suo amore con Albertine. Per via di sua moglie, Swann non è ben visto dalla famiglia del narratore;
  • Odette, Madame de Crécy, successivamente Madame de Swann e Madame de Fourcheville, già «cocotte», poi grande amore di Charles Swann, che lui sposerà quando non l'ama più;
  • Gilberte Swann, figlia di Charles e Odette Swann, amica del narratore e amore di infanzia non corrisposto, sposerà Robert de Saint-Loup, duca di Guermantes;
  • Madame Verdurin, borghese ricca e ipocrita, «parvenue» che riunisce un «petit clan» nei suoi salotti, poi vedova, diverrà duchessa di Duras, poi principessa di Guermantes e verrà chiamata Sidonie;
  • Monsieur Gustave Auguste Verdurin, marito di Madame Verdurin, critico d'arte, rende martire Saniette, un archivista fedele alla famiglia;
  • Albertine Simonet, una delle «fanciulle in fiore», di cui il narratore si innamora, pur sospettando che lei abbia relazioni omosessuali con altre donne. Il narratore è molto geloso di lei, arrivando a tal punto da barricarla in casa (ne La Prigioniera). Il personaggio di Albertine pare sia ispirato all'autista di Proust, Alfred Agostinelli, di cui lo scrittore era molto geloso;
  • Andrée, altra ragazza della banda di Balbec, il narratore la usa per ingelosire Albertine, ma non l'ama; lei più tardi sposerà Octave, nipote dei Verdurin;
  • Madame Bontemps, zia di Albertine che cerca di sbarazzarsi della nipote sperando che sposi il narratore;
  • Il barone di Charlus, personaggio ambiguo e pieno di enfasi che affascina per la sua complessità il narratore, il quale ne scoprirà il segreto: è omosessuale, masochista, e ha per amanti il sarto Jupien, poi il violinista e suo segretario Morel, del quale è gelosissimo; il personaggio, pur non essendo del tutto ridicolo, ha spunti comici. Proust adottò come modelli per la creazione del suo personaggio il conte Robert de Montesquiou e il barone Jacques Doasan;
  • Charles Morel, amante e segretario del barone di Charlus: è figlio del valletto dello zio del narratore, Adolphe. Il suo personaggio è ispirato al pianista Léon Delafosse;
  • Robert de Saint-Loup, nipote del barone di Charlus e del duca di Guermantes, sottufficiale, amico del narratore, amante di Rachel, sposerà Gilberte, morirà al fronte;
  • Mademoiselle de Saint-Loup, figlia di Robert e Gilberte, al quale il narratore paragona la propria giovinezza;
  • Rachel, attrice e amante di Saint-Loup, al narratore non piace;
  • Jupien, sarto, sorta di parassita che vive nel cortile di casa Villeparisis, e durante la guerra del 1914 possiede un bordello;
  • il marchese di Norpois, collega del padre del narratore, diplomatico vanitoso, amante della marchesa di Villeparisis;
  • il duca di Guermantes, fratello di Charlus, opportunista, abbandona la moglie il giorno dopo il matrimonio;
  • il principe di Guermantes, suo cugino, rovinato economicamente, sposerà Madame Verdurin in seconde nozze;
  • Oriane di Guermantes, sposa del duca di Guermantes, per la quale il narratore prova un'infatuazione destinata a disilludersi quando ne scoprirà l'ipocrisia; il personaggio è ispirato da Mme Straus e dalla Contessa de Greffulhe;
  • la marchesa Madeleine de Villeparisis, zia dei Guermantes e del barone di Charlus, vecchia aristocratica decaduta e «blasée»;
  • Bergotte, incarnazione dello scrittore di successo, «habitué» di salotti parigini, conoscente di Gilberte Swann; nonostante la malattia che lo porterà progressivamente a morire davanti a un quadro di Vermeer. Si dice ispirato in parte ad Anatole France;
  • Elstir, pittore moderno che frequenta i Verdurin, e il cui «atelier» verrà visitato dal narratore. I critici davanti alla descrizione delle sue opere l'hanno paragonato a Whistler, Turner, Monet, Chardin, Renoir, Manet e Paul César Helleu;
  • Vinteuil, musicista, insegnante di pianoforte, soffre per il comportamento apertamente omosessuale della figlia; in parte ispirato a César Franck e a Gabriel Fauré;
  • la signorina Vinteuil, figlia dell'insegnante di pianoforte che sembra detestare; ha rapporti omosessuali con una sua amica e successivamente con Albertine;
  • Berma, attrice famosa e ammirata da Norpois e da Bergotte, anche il narratore ne resta colpito, vedendo una rappresentazione della Fedra. Il suo personaggio è ispirato a quello della celebre attrice Sarah Bernhardt;
  • Albert Bloch, studente ebreo amico del narratore che lo introdurrà alla letteratura e ai bordelli, poi giudicato troppo snob, viene allontanato dalla famiglia del narratore;
  • il dottor Cottard, fedele ai Verdurin, ingenuo ma medico eccezionale;
  • Brichot, professore della Sorbonne, appassionato di etimologia, morfinomane, durante la guerra e ormai già vecchissimo diventerà giornalista di fama;
  • Céleste Albaret, cameriera al Grand Hôtel di Balbec, porta il nome della vera cameriera di Proust, che lo assisterà fino alla morte.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Il libro è considerato il romanzo più lungo del mondo secondo il Guinness dei Primati, con circa 9.609.000 caratteri, scritti in 3724 pagine[11].

Edizioni complete[modifica | modifica wikitesto]

  • Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, a cura di Giovanni Bogliolo, traduzione di Maria Teresa Nessi Somaini, "I grandi romanzi", BUR, 2006, pp. 3 724 (complessive dei 7 volumi), ISBN 88-17-01326-9.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Luc Fraisse, L'oeuvre cathédrale.
  2. ^ un dolce tradizionale francese a forma di conchiglia, popolare ad Illiers (Combray), perché Illiers era una delle tappe dei pellegrinaggi medievali che da Parigi si dirigevano verso il Santuario di Santiago di Compostela. Il dolce ha la forma della conchiglia che i pellegrini giunti a Santiago attaccano al loro cappello.
  3. ^ Salvatore Guglielmino, Guida al Novecento, Principato editore, 1988, pp. 143-147.
  4. ^ http://www.proust.it/introduzione/odissea_accoglienza/due.htm.
  5. ^ Biografia di Marcel Proust
  6. ^ http://www.mla.org/pmla
  7. ^ http://www.jstor.org/discover/10.2307/459660?uid=3738296&uid=2129&uid=2&uid=70&uid=4&sid=47699042516527
  8. ^ http://www.marcelproust.it/note/coudert.htm.
  9. ^ http://books.google.it/books/about/The_Weather_in_Proust.html?id=PEdMOAOIMLIC&redir_esc=y
  10. ^ La casa dove il narratore passava le vancanze è un museo di Illiers-Combray.
  11. ^ (EN) Longest novel in Guinness World Records. URL consultato il 4 gennaio 2013.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Trascrizione completa dell'opera in lingua originale (Francese) Indice: Du Côté de Chez Swann (da 001 a 102); À l'ombre des jeunes filles en fleurs (da 103 a 182); Le côté de Guermantes (da 183 a 265); Sodome et Gomorrhe (da 266 a 334); La Prisonnière (da 335 a 390); Albertine disparue (La Fugitive) (da 391 a 432); Le Temps Retrouvé (da 433 a 486).


Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]