Riserva naturale Sasso Fratino

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Riserva naturale integrale
Sasso Fratino
Tipo di area Riserva naturale integrale
Codice EUAP EUAP0075
Class. internaz. Diploma europeo delle aree protette
Stati Italia Italia
Regioni Emilia-Romagna Emilia-Romagna
Province Forlì-Cesena Forlì-Cesena
Comuni Bagno di Romagna e Santa Sofia
Superficie a terra 764,25 ha
Provvedimenti istitutivi DD.MM. 26.07.71;
09.02.72; 02.03.77;
25.09.80; 15.04.83
Gestore U.T.B. Pratovecchio (Arezzo)
Sito istituzionale

La Riserva naturale integrale Sasso Fratino, nel cuore del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, è la prima riserva naturale integrale istituita in Italia (1959) e si estende per 764 ettari di superficie sul versante forlivese del crinale appenninico, ricompreso nei comuni di Bagno di Romagna e Santa Sofia in Provincia di Forlì-Cesena.[1]

La riserva integrale, insignita fin dal 1985 del Diploma europeo delle aree protette[2], è stata istituita allo scopo di conservare uno dei pochi lembi di foresta giunto a noi quasi intatto grazie alla presenza di aspri pendii rocciosi e alla mancanza di vie d'accesso che da sempre l'hanno caratterizzata, le cui caratteristiche ne hanno impedito la colonizzazione umana. Il 7 luglio 2017 a Cracovia la Commissione UNESCO l'ha inserita nel Patrimonio Mondiale dell'Umanità tra le faggete vetuste europee all'interno del sito seriale Primeval Beech Forests of the Carpathians and Other Regions of Europe. [3]

Accesso[modifica | modifica wikitesto]

Ogni accesso all'interno dell'area protetta è assolutamente vietato, costituisce illecito penale, ed aspramente sanzionato dalle guardie forestali che ne sorvegliano i confini. Gli stessi sono ben segnalati da numerosi cartelli.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Sullo sfondo il Crinale di Sasso Fratino

La storia dell'attuale R.N.I. di Sasso Fratino è indissolubilmente legata alla storia delle Foreste Casentinesi. Questa è stata approfondita in particolare da Gabrielli e Settesoldi (1977).

Le Foreste Casentinesi sono state sottoposte ad una gestione sostanzialmente unitaria fin dal Medioevo. Attorno al 1000 d.C., la foresta faceva parte di un esteso feudo di proprietà della potente famiglia dei Conti Guidi di Modigliana e di Battifolle, e doveva presentarsi ancora in buona parte sotto forma di foresta vergine.

Nel 1380 la Repubblica Fiorentina sconfigge militarmente i Guidi. La foresta fu confiscata ed assegnata, con due successive donazioni, all'Opera del Duomo di S.Maria Novella. L'opera iniziò un intenso sfruttamento commerciale della foresta. Il legname dell'Opera era molto richiesto dai cantieri navali di Pisa e di Livorno e dalla città di Firenze per la costruzione di palazzi e chiese (tra cui il Duomo stesso). La gestione consisteva nello sfruttamento indiscriminato degli alberi di maggiore pregio (una sorta di taglio a scelta commerciale) e cioè degli abeti plurisecolari che si potevano trovare nel bosco misto di abete e faggio. Per esempio, la realizzazione di un albero di maestra di galeazza (l'assortimento di maggior pregio) richiedeva un toppo della lunghezza di 28 metri, con un diametro in punta di 46 centimetri!

I tagli erano effettuati preferibilmente nelle zone più accessibili, cercando, con scarsi risultati, di sfruttare le altre zone (tra cui l'attuale riserva di Sasso Fratino) mediante concessioni di taglio a terzi e assegnandole alle popolazioni locali perché vi esercitassero i loro diritti di legnatico. Gabrielli e Settesoldi (1977) riferiscono di documenti del 1701 in cui l'Opera del Duomo disponeva che le concessioni di taglio di legname a terzi dovessero essere fatte in zone particolarmente impervie, mai interessate da tagli da parte delle maestranze dell'Opera; tra queste località veniva indicato anche il nucleo centrale dell'attuale riserva di Sasso Fratino, destinata agli abitanti di Ragginòpoli (frazione di Poppi-Arezzo). Anche in seguito (1721) vennero espresse analoghe raccomandazioni, segno che i tagli non vennero eseguiti completamente, se non tralasciati.

Lo sfruttamento del legname[modifica | modifica wikitesto]

Il legname veniva esboscato a strascico, mediante l'utilizzo di buoi fino alla Badia di Pratovecchio, sede dell'amministrazione, ed ammassato nei piazzali in attesa delle piene dell'Arno. Il legname veniva quindi riunito in ‘‘foderi'’ (rudimentali zattere) e fluitato fino a Firenze o a Pisa. La gestione dell'Opera determinò la sostituzione di buona parte del bosco misto originario in più redditizie abetine, attraverso un'aspra lotta al faggio ed alla sua rinnovazione.

Alla lunga, le foreste vennero notevolmente impoverite da questo tipo di gestione: tagli a scelta commerciale, ignoranza delle pratiche del vivaismo e del rimboschimento, ingenti tagli abusivi. A ciò si sommava la pressione esercitata dalle popolazioni romagnole, che attraverso un eccessivo pascolo in foresta e la pratica del ‘‘ronco'’ (taglio, abbruciamento della ramaglia e dissodamento) determinava una progressiva riduzione della superficie forestale e notevoli problemi di tipo idrogeologico.

A causa della caduta del prezzo del legname avvenuta nel '700, la foresta, non più redditizia, nel 1818 venne concessa in enfiteusi ai Monaci Camaldolesi, ma la situazione non migliorò.

La gestione del Granducato di Toscana[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1838 la foresta passò sotto le Reali Possessioni del Granducato di Toscana. Il Granduca Leopoldo II ne affidò la gestione a Karl Simon (che italianizzò il suo nome in Carlo Siemoni), tecnico forestale boemo. Egli effettuò notevoli investimenti, applicando le più avanzate conoscenze e tecnologie forestali dell'epoca: introdusse le pratiche del rimboschimento, del vivaismo, del diradamento (prima praticamente sconosciute); razionalizzò la viabilità forestale; sperimentò specie esotiche (senza grandi successi). Al Siemoni si deve la creazione di estese abetine pure (trattate a taglio raso con rinnovazione artificiale posticipata) e purtroppo anche un certo inquinamento del patrimonio genetico della specie, attraverso l'importazione di seme dal Tirolo e dalla Boemia.

Nel 1852 la foresta fu acquistata a titolo personale dal Granduca, affinché il lavoro del Siemoni non venisse intralciato da eccessivi intoppi burocratici.

Dal 1900 al 1914 la foresta venne ceduta dai Lorena alla S.A.I.F., società privata che la sfruttò notevolmente per la produzione di traverse ferroviarie e carbone. A questo periodo risalgono probabilmente le 272 aie carbonili presenti nella riserva. Le popolazioni locali, preoccupate per l'eccessivo sfruttamento, che sottraeva la materia prima agli artigiani, sollecitarono l'acquisto della foresta da parte dello Stato, che avvenne nel 1914. Iniziò una notevole opera di miglioramento: vennero effettuati rimboschimenti di terreni nudi, ricostituzione dei boschi cedui degradati, acquisto di nuove proprietà. Vennero inoltre riparati i danni causati dalle intensissime utilizzazioni effettuate durante le due guerre mondiali.

Per quanto riguarda l'area corrispondente all'attuale riserva, occorre far notare che gli interventi antropici furono sempre molto più limitati rispetto alle altre zone delle Foreste Casentinesi. Le prime notizie sulla gestione statale risalgono al 1915: secondo la ‘‘Relazione sull'Azienda del Demanio Forestale dello Stato'’ (Relazione Sansone) l'area corrispondente all'attuale riserva ‘‘è stata sempre utilizzata pochissimo: in qualche punto si potrebbe dire che non è stata utilizzata mai'’. Mancano poi notizie fino al periodo 1934-1943, per il quale il piano di gestione prevedeva tagli nel nucleo centrale della riserva (particelle 4-5-6) che però non furono mai eseguiti. Al periodo 1943-1952 risalgono ingenti tagli nella parte occidentale della riserva, che hanno lasciato notevoli segni nella struttura del soprassuolo, tracce di teleferiche e carbonaie. Il piano per il decennio 1953-1962 prevedeva dei tagli solo in parte eseguiti. Fuori del nucleo centrale furono comunque eseguite prudenti utilizzazioni fino agli anni ‘60. Sicuramente vi furono tagli ingenti durante i periodi bellici, ma non esiste documentazione al riguardo.

Istituzione della Riserva Naturale Integrale[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1959 prima in Italia, grazie anche all'impegno dell'allora Amministratore delle Foreste Casentinesi Fabio Clauser e al naturalista forlivese Pietro Zangheri, viene istituita la Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino su un'area di 113 ha sul versante nord-est di Poggio Scali; successivamente venne estesa a più riprese (1972: 261 ha, 1980: 551 ha, 1983: 551 ha) fino agli attuali 760 ha. Col D.P.R. n°616 del 1977, parte della restante foresta viene dichiarata riserva naturale biogenetica (R.N.B. di Campigna, Scodella, Camaldoli e Badia Prataglia) e parte passa alla Regione Toscana, che delega le sue competenze alle comunità montane.

Nel 1985 alla R.N.I. di Sasso Fratino viene assegnato il Diploma Europeo per la conservazione della natura da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa. Nel 1993 viene istituito il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, e la Riserva di Sasso Fratino fu inserita nella zona di protezione integrale.

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

La Riserva si localizza nel versante settentrionale dell'Appennino Tosco Romagnolo, ha una altitudine massima di 1520 m. (Poggio Scali) e una minima di 650 m. (Ponte di Campo alla Sega). La morfologia è estremamente accidentata con crinali secondari che delimitano profondi fossi, originatisi dall'erosione delle marne e dal conseguente crollo dei banchi arenacei. Il pendio presenta un'alternanza di zone a fortissima pendenza (talora verticali) con aree relativamente pianeggianti. Il territorio è attraversato da numerosi torrenti con andamento da Sud-oves a Nord-est, frequenti sono i salti e le cascate a causa della stratificazione della roccia sottostante. La sua esposizione prevalente è Nord-Est. Si estende per una lunghezza massima di 6,6 km e per una larghezza massima di 2,2 km

Geologia[modifica | modifica wikitesto]

Il substrato geologico che modella i versanti della Riserva di Sasso Fratino è piuttosto omogeneo e riferibile alla Formazione Marnoso Arenacea, sedimentata nel Miocene medio e superiore, tra i 18 e i 10 milioni di anni fa. Si presenta come un'alternanza di arenarie quarzoso feldspatiche-micacee, marne, siltiti e argilliti. Dalle quote più elevate fino agli 800 metri affiorano bancate arenacee molto spesse, silicee e ricche di miche, a composizione arcosica.

Tettonica[modifica | modifica wikitesto]

Questa parte di Appennino risulta dalla sovrapposizione tettonica delle falde derivate dalle coperture sedimentarie del dominio toscano, caratterizzato dalla formazione del "Macigno", costituita da torbiditi arenacee antiche, sul dominio umbro-romagnolo, caratterizzato dalla Formazione Marnoso Arenacea.

Vegetazione[modifica | modifica wikitesto]

Il nucleo della Riserva, compreso tra Poggio Scali (1520 m.) e Quota 900, è caratterizzato da boschi misti di faggio e abete bianco. Altre latifoglie come l'acero montano, l'acero riccio, l'olmo montano, il tiglio nostrano, il frassino maggiore e conifere come il tasso, partecipano alla copertura. Sopra i 1300 m. la foresta è una faggeta pressoché pura. Sotto gli 800 m. al bosco misto faggio abete, partecipano latifoglie quali il cerro, il rovere, la roverella, l'acer opalus, l'acero campestre, il sorbo ciavardello, il carpino nero, il carpino bianco, l'orniello e il nocciolo. Il faggio è la specie dominante in tutta l'area. Il legno morto di questi alberi svolge un'importante funzione sotto il profilo della biodiversità, in quanto permette l'attivazione di catene alimentari assenti nei boschi coltivati, legate alla presenza di microrganismi, funghi, insetti e uccelli.

Flora[modifica | modifica wikitesto]

La Riserva è caratterizzata da un'importante copertura forestale di fustaie mature, con una ricca florula erbacea che, per struttura e composizione, rendono queste cenosi con un alto valore di naturalità. Numerosi gli studi effettuati su questo lembo di territorio, svolti da scienziati provenienti da tutto il mondo. Per una dettagliata conoscenza delle numerosissime specie vegetali presenti all'interno della Foresta, si rimanda al testo edito dal Corpo Forestale dello Stato e dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, nonché al catalogo online della Biblioteca del Parco Nazionale sito.

Micologia[modifica | modifica wikitesto]

Numerosissime le specie di funghi presenti all'interno della Riserva, ne sono stati catalogate oltre 800. Di particolare interesse le Aphyllophorales lignicole. Recentemente all'interno di Sasso Fratino è stata rinvenuta da degli scienziati una specie di fungo sconosciuta alla scienza, che è stato chiamato Botryobasidium sassofratinoense, a conferma dell'incredibile ricchezza naturalistica presente all'interno della Riserva.[4]

Fauna[modifica | modifica wikitesto]

Fauna maggiore[modifica | modifica wikitesto]

Cinque sono le specie di ungulati presenti all'interno della Riserva Integrale: tre Cervidi, il cervo europeo, il capriolo e il daino, un Suide, il cinghiale e un Bovide, il muflone. Queste specie, con proporzioni diverse, sono sottoposte alla predazione del lupo. Sia il lupo che gli ungulati, rappresentano una delle popolazioni numeriche più importanti di tutto l'Appennino. Per quanto riguarda i carnivori possiamo parlare solo al passato per quanto riguarda l'orso, estintosi nei primi decenni dell'Ottocento per colpa di una caccia spietata, ma di cui restano segni toponomastici in queste montagne (Siepe dell'Orso, Ca' dell'Orso, ecc.) Tra i felidi è recente la conferma della presenza del gatto selvatico nel territorio delle Riserve e in quelli limitrofi. Dibattuta è la discussione sulla presenza della lince, in quanto storicamente non si riesce ad accertare fino a quando essa abbia occupato anche la dorsale appenninica settentrionale; sicuramente qualche individuo è stato presente nelle Riserve, ma la provenienza di questi animali è incerta.

Micromammiferi[modifica | modifica wikitesto]

Importante la presenza di micromammiferi (mammiferi non volatori il cui peso non supera il chilogrammo), importante fonte di cibo per numerose specie di predatori come donnole, faine, volpi, rapaci notturni e diurni. Ne sono state rinvenute 21 specie, tra cui 5 specie di toporagno, il moscardino, il ghiro, la crocidura, il riccio e lo scoiattolo rosso.

Chirotteri[modifica | modifica wikitesto]

Le specie di chirotteri segnalate per il Parco Nazionale rappresentano il 72% di quelle segnalate in tutto il territorio toscano ed emiliano romagnolo. Il rapporto fra gli ecosistemi forestali e i pipistrelli è molto stretto e particolarmente significativo per la maggior parte delle specie, che frequentano gli ambienti boschivi sia come rifugio che come zona di caccia nei confronti degli insetti. Le più caratteristiche sono le nottole, il barbastrello, gli orecchioni, il rinolofo e il vespertillo.

Avifauna[modifica | modifica wikitesto]

La foresta presenta al suo interno elementi di "disordine" particolarmente apprezzati dalle specie ornitiche, quali lo sviluppo di un sottobosco vario, la presenza di alberi morti, di piccole interruzioni di copertura boschiva, di balzi rocciosi oltre a importanti variazioni di pendenza e radure e praterie montane nelle aree sommitali. Le specie di uccelli, oltre 50, che popolano quest'area sono prevalentemente quelle più legate all'ambiente boschivo. Si segnalano in particolare l'Aquila Reale, il Gufo Reale, il Falco Pellegrino, il gheppio, l'astore, lo sparviere e la poiana per quanto riguarda i rapaci; il Picchio nero verde rosso muratore, il ciuffolotto, il codirosso, la ballerina, il pettirosso, il rampichino alpestre e molti altri.

Anfibi e Rettili[modifica | modifica wikitesto]

La Riserva ospita 5 specie di anfibi e 2 specie di rettili. Sasso Fratino rappresenta un fondamentale baluardo di naturalità per la Salamandra pezzata, il Geotritone italiano, la Salamandrina dagli occhiali, il Tritone oltre alla Rana. Tra i rettili si segnalano la vipera comune, la natrice dal collare, il biacco, l'orbettino, il colubro di esculapio e la lucertola muraiola.

Invertebrati[modifica | modifica wikitesto]

Grazie anche all'enorme mole di dati ricavabili nel "Repertorio sistematico topografico della Flora e della Fauna vivente e fossile della Romagna" di Pietro Zangheri la conoscenza degli invertebrati presenti a Sasso Fratino è piuttosto completa. In quest'opera gli Invertebrati citati per quest'area sono poco meno di 600 taxa, ripartiti in 3 phyla: Anellidi (4), Molluschi (8), e Antropodi (8 crostacei, 7 chilopodi, 4 diplopodi, 29 aracnidi e oltre 500 insetti; fra questi ultimi gli ordini maggiormente rappresentati sono i coleotteri, i ditteri, i lepidotteri e gli imenotteri.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Elenco ufficiale delle aree protette (EUAP) 5º Aggiornamento approvato con Delibera della Conferenza Stato Regioni del 24 luglio 2003 e pubblicato nel Supplemento ordinario n. 144 alla Gazzetta Ufficiale n. 205 del 4 settembre 2003.
  2. ^ Ministero dell`Ambiente - Le aree protette italiane insignite del Diploma
  3. ^ [1], Primeval Beech Forests of the Carpathians and Other Regions of Europe
  4. ^ Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Ambiente: scoperta nuova specie di fungo nella Riserva naturale di Sasso Fratino, Corpo Forestale dell Stato. URL consultato il 25 ottobre 2011.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino - 1959-2009. 50 anni di conservazione della Biodiversità. Corpo Forestale dello Stato e Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali
  • Gabrielli A. Settesoldi E. (1977). La storia della Foresta Casentinese nelle carte dell'Archivio dell'Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV al XIX. M.A.F. Collana verde n.43, Roma.
  • Bibliografia: vista la notevole mole della bibliografia completa, si rimanda al testo edito dal Corpo Forestale dello Stato e dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, nonché alla bibliografia online del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi Monte Falterona e Campigna.sito.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]