Badia Prataglia

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Badia Prataglia
frazione
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Tuscany.svg Toscana
Provincia Provincia di Arezzo-Stemma.png Arezzo
Comune Poppi-Stemma.png Poppi
Territorio
Coordinate 43°47′39″N 11°52′49″E / 43.794167°N 11.880278°E43.794167; 11.880278 (Badia Prataglia)Coordinate: 43°47′39″N 11°52′49″E / 43.794167°N 11.880278°E43.794167; 11.880278 (Badia Prataglia)
Altitudine 835 m s.l.m.
Abitanti 784
Altre informazioni
Cod. postale 52014
Prefisso 0575
Fuso orario UTC+1
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Badia Prataglia
Badia Prataglia

Badia Prataglia è una frazione di Poppi (AR) e riserva naturale inserita all'interno del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.

Struttura urbanistica[modifica | modifica wikitesto]

La struttura urbanistica del paese è assai caratteristica. Infatti, Badia Prataglia è costituita da un insieme di piccoli gruppi di abitazioni chiamati Castelletti, sparsi a poca distanza l'uno dall'altro, nascosti tra castagneti ed abetine, ognuno con i suoi nomi: Fiume d'Isola, Sassopiano, Case Venti, La Casina, La Casa, Casa Celino, L'Aia, Storca, Andria, La Maestà, Casa Damiano, Casa Balena, Casa l'Orso, La Capannina, La Vetriceta, Poggio al Vento, La Nociarina, Casa la Coppa, Casa alla Ghierina, I Campi, La Mottaccia, Il Romito, Case d'Arno.

La foresta[modifica | modifica wikitesto]

Badia Prataglia immerso nell'omonima Riserva Naturale Biogenetica

Dai tempi antichi l'alto territorio « [...] in fra l'Tevero et l'Arno...», come Dante cantava, fu sede di solide istituzioni religiose: nel primo Medioevo fiorirono qui le abbazie del Trivio e di Prataglia. La storia di Badia Prataglia è stata fortemente determinata, fino all'epoca moderna, dal rapporto che i monaci, Pratagliensi prima e Camaldolesi poi, hanno saputo instaurare nel corso dei secoli con la foresta.

Al rapporto di collaborazione tra monaci e abitanti di Badia Prataglia si deve la lungimirante espansione e conservazione delle foreste attorno, giunte rigogliose fino ai giorni nostri. Tale risultato è dovuto anche, in epoca più tarda, alla politica forestale del Granduca Leopoldo II di Lorena e all'opera di Carlo Siemoni, nominato nel 1837 "Amministratore delle Foreste Casentinesi" (a memoria di questi grandi è stata eretta nel maggio 1990 una croce sull'Appennino, situata nel Parco Arboreto di Badia Prataglia dell'Amministrazione Forestale dello Stato).

Durante i secoli il paese ha sempre vissuto delle attività legate allo sfruttamento della foresta che da sempre circonda Badia Prataglia; nel 1837, per esempio, ben 40 abitanti del paese erano soliti emigrare stagionalmente per vendere oggetti di legno fabbricati in paese oppure per la transumanza, trasferendo il bestiame ovino dai pascoli estivi di montagna a quelli invernali, spesso lontani, nella maremma del grossetano o del senese.

Economia del paese[modifica | modifica wikitesto]

Badia Prataglia è da sempre il centro della civiltà casentinese del legno: nel 1887 i suoi artigiani meritarono il primo premio dal Ministero dell'Industria e del Commercio per la numerosa varietà di oggetti prodotti (234) e fin dal 1286 gli Annali Camaldolesi documentano l'esistenza di un ricco artigianato.

Nel secolo scorso Badia Prataglia fu pure famosa per la sua industria della paglia, celebre per la produzione di trecce per cappelli, sporte e ventole per attizzare il fuoco.

L'economia del paese è sempre stata improntata sul rapporto con la foresta che consentiva, oltre alla lavorazione del legno, un'attività di coltivazione e cura della stessa nel pieno rispetto della natura e ne è testimonianza l'attuale stato di conservazione del patrimonio forestale.

Dalla fine dell'Ottocento gli abitanti di Badia Prataglia hanno sviluppato intorno a questo rapporto vitale con la foresta una fiorente attività turistica che recentemente è stata coronata con la costituzione del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, nel cui ambito Badia Prataglia rappresenta una zona di centrale importanza, trovandosi in una posizione intermedia tra il Monastero di Camaldoli, il Santuario della Verna e il Castello dei Conti Guidi in Poppi.

Artigianato[modifica | modifica wikitesto]

L'economia del paese, che oggi si basa soprattutto sulle attività turistiche, un tempo era imperniata sulla lavorazione del legno.

Fino dai tempi più antichi esistevano nell'Alto Casentino ottime condizioni ambientali e tecnico-economiche per la nascita delle piccole botteghe del legno. Durante il lungo inverno infatti, con l'interruzione dei lavori agricoli, i laboriosi montanari - che disponevano abbondantemente di materie prime - cercarono nella lavorazione del legno una fonte di guadagno complementare a quella della coltivazione della terra o del taglio del bosco.

Il principale centro di questa attività fu Badia Prataglia, sorta intorno all'antica abbazia ai margini della foresta, dove boscaioli, carbonari e pastori costruirono le loro case, origine degli attuali castelletti. Le componenti essenziali di questa vita artistica sono il paesaggio e l'inverno. Nelle lunghe giornate d'inverno il forte montanaro abituato all'aria aperta della montagna, essendo costretto a rimanere in casa, quasi per passatempo comincia a costruire qualcosa di utile fabbricando mestoli ed altri utensili domestici in legno.

Negli anni successivi questo lavoro passò da un'attività invernale, dovuta ad esigenze familiari, ad una vera e propria lavorazione artigianale intesa come attività remunerativa; nonostante questa produzione fosse rozza e primitiva, suppliva a questa carenza la modicità del prezzo. Anche se la lavorazione del faggio a Badia Prataglia risaliva a tempi remoti (1286) solo con l'inizio dell'Ottocento si ha un perfezionamento ed un ammodernamento delle tecniche di lavorazione, grazie soprattutto all'insegnamento di artigiani fatti venire dalle grandi città come Fiesole. In particolare fu introdotto a Badia Prataglia l'uso del tornio, fino a quel tempo sconosciuto, che permise un notevole aumento di produzione ma anche di qualità.

L'artigianato del legno nel Casentino, come del resto tutte le altre attività, fu influenzato dalle alterne vicende storiche, politiche e in particolar modo dall'Unità d'Italia. A partire da quel periodo si ha un maggiore sviluppo delle vie di comunicazione con il conseguente incremento delle attività commerciali e maggior varietà degli articoli artigianali.

L'apice di questa varietà di produzione fu raggiunta nel 1887, quando gli artigiani di Badia Prataglia vinsero il primo premio del Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio per la numerosa varietà degli oggetti (234). In seguito la lavorazione del legno si è dovuta perfezionare non solo tecnicamente ma anche stilisticamente per due diversi motivi: il primo di carattere esclusivamente economico, in quanto forte era la concorrenza dei lavori in ferro e l'aumento del costo della materia prima, il secondo ha un carattere più sociale in quanto gli oggetti prodotti fino a quel momento, utensili di uso comune molto rustici, non corrispondevano alle esigenze di una classe sociale che, proprio allora, si avvicinava a questo genere di prodotto.

L'occasione per affinarsi stilisticamente si presentò agli artigiani quando Badia Prataglia, oltre che il principale centro della lavorazione del legno nel Casentino, divenne anche il più importante luogo di villeggiatura.
Si ebbe così l'incontro diretto fra produttore e consumatore. L'artigiano cercò di esaudire le esigenze del villeggiante stilisticamente più raffinato, cominciò così a migliorare l'usuale produzione di utensili di uso familiare ma, quello che è più importante, cominciò a produrre oggetti destinati anche ad altri usi come l'arredamento. Si raggiunsero così delle forme non solo più raffinate ma anche artisticamente valide. Oggi sono rimaste pochissime testimonianze di quella che è stata l'antica produzione artigianale.

Tra i prodotti principali degli artigiani di Badia Prataglia ricordiamo: la produzione su castagno di utensili domestici, soprammobili, lampadari, cassapanche, cantinette, carrelli, portabottiglie, vari oggetti per arredamento ed altre suppellettili; la lavorazione del faggio, quercia e cerro per la produzione di vangigli (manici per pale e zappe), vanghe, pale, taglieri, votazze e utensili domestici come mattarello, uova da rammendo, mortai e fusi.

Turismo[modifica | modifica wikitesto]

Badia Prataglia, stazione climatica immersa nel verde rigoglioso dell'omonima foresta, da sempre rappresenta uno dei centri turistici più prestigiosi ed attrezzati del Casentino. La vocazione turistica del paese, già presente dalla fine del 1800, si è gradualmente evoluta e strutturata alle aspettative di una moderna domanda di servizi turistici, instaurando al contempo un rapporto con la foresta circostante che ha sempre visto prevalere le esigenze di tutela e valorizzazione della natura.

La centralità di Badia Prataglia, rispetto all'interesse naturalistico ed all'attività turistica connessa al Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, è già stata confermata dallo svolgimento di manifestazioni a carattere nazionale, come "Sentiero Italia", che vi hanno avuto i loro momenti salienti.

Badia Prataglia è una stazione turistica che si offre per soggiorni di villeggiatura e per essere il centro da cui muovere per interessanti escursioni di carattere naturalistico (Parco, Riserva di Sassofratino), storico (Castello dei Conti Guidi in Poppi, Pievi romaniche casentinesi), religioso (Monastero di Camaldoli, Santuario della Verna) e sportivo (campo da golf nel vicino capoluogo di Poppi ecc.).

È presente inoltre una struttura polivalente di accesso al Parco che offrirà servizi ai visitatori in collaborazione con le infrastrutture già esistenti. Questo fa di Badia una delle principali "porte della Toscana" e di accesso al Parco stesso. Il paese di Badia offre un'ampia ricettività di soggiorno per il turista fatta di alberghi, appartamenti e camere, un camping ed impianti sportivi. Le principali strutture turistiche del paese si sono consorziate ed hanno dato vita all'associazione Casentino Sviluppo e Turismo che ha lo scopo di incrementare il turismo attraverso attività di valorizzazione del territorio.

Folklore[modifica | modifica wikitesto]

Come tanti altri paesi il folklore di Badia Prataglia consiste in canti, riti popolari e religiosi. Del secolare rapporto tra spiritualità e foresta, tra storia della lavorazione del legno e l'arte povera degli artigiani locali rimane ancora oggi traccia tangibile nella cultura e negli abitanti di Badia Prataglia, con le loro antiche tradizioni; tra queste sono da ricordare la "Cenavecchia", "Cantar Maggio" e la "Festa dei Fochi".

  • Cenavecchia - È una delle tradizioni più importanti e viene eseguita la notte della vigilia dell'Epifania. I bambini del paese (cittini) riuniti a gruppi, castelletto per castelletto, si mascherano e si travestono da "befani" e "befane" e poi girano per tutto il paese, circa all'ora di cena, casa per casa, cantano, ballano, accompagnandosi con strumenti improvvisati, e da ogni famiglia ricevono un modesto compenso, che poi dividono tra di loro.
  • Cantar Maggio - È un altro rito popolare legato al mutare delle stagioni: di simili ne troviamo in altre località della Toscana. Si tratta di tradizioni tipiche delle culture rurali e contadine che a Badia Prataglia in passato erano presenti. La notte tra il 30 aprile ed il 1º maggio i giovanotti del paese, a gruppi, girano di casa in casa e, sotto le finestre, cantano "Ecco Maggio" spesso accompagnati con la chitarra. È un canto d'augurio, per la stagione del raccolto, per l'amore, ma è anche di maledizione se le famiglie non danno alcun compenso (uova, formaggio, denaro, vino). Contrariamente alla tradizione di "Cenavecchia", che rimane ancora viva, quella del "Cantar maggio" rischia di esaurirsi, o almeno di perdere le sue caratteristiche originali.
  • Festa dei Fochi - È una tradizione molto sentita che trae probabilmente la sua origine da quei riti stagionali, propri del mondo contadino.

Gastronomia[modifica | modifica wikitesto]

La gastronomia è una spia interessante sulle abitudini del paese di Badia Prataglia e sulla capacità di ricavare in passato i massimi risultati da poche risorse. La semplicità tipica della gente di montagna è riconoscibile anche nella preparazione di molti piatti, la cui bontà non è seconda a quella di ricette più raffinate.

Primi piatti[modifica | modifica wikitesto]

Nelle occasioni importanti i pranzi iniziano con i crostini neri. Ai fegatini di pollo, buoni e delicati, si aggiungono i funghi e il composto ottenuto tritando il tutto si spalma sopra il pane fatto a fettine, che si può bagnare nel vin santo o nel brodo di gallina.

La cucina consente di riutilizzare, con fantasia e grandi capacità culinarie, pane e farinacei... anche il pane indurito con cui si prepara l'acquacotta alla tagliatora, di cui si cibavano appunto i tagliatori che lavoravano nel bosco. Il lavoro veniva assunto a cottimo e questo non consentiva di perdere tempo, anche per cucinare. Da qui la necessità di un piatto che richiedesse poco tempo per essere preparato, ma che fosse allo stesso tempo buono ed energetico visto il lavoro pesante. L'acqua cotta rispondeva pienamente a queste esigenze e si preparava con pochi elementi: cipolla, pomodoro, aglio, pane raffermo e verdure.

Altro piatto tipico è la pulenda dorce (polenta dolce), preparata con la farina di castagne che, grazie anche alle semplici ma efficaci tecniche di conservazione, si riusciva a mantenere intatta per lungo tempo nei cassoni, stivandola e pressandola sul loro fondo. Va ricordato che nella zona il tipo di castagna coltivata era la "pistolese" che, meno nobile del marrone, è però più succulenta e perde meno facilmente le sue qualità nutrizionali.

Per la preparazione della "pulenda dorce" prima di tutto è necessario setacciare la farina per poi stemperarla in un paiolo usando acqua fredda un po' salata. Si mette poi al fuoco continuando, con il mestolo di legno, a girare l'impasto ed aggiungere acqua. La polenta si può considerare pronta quando il tutto si stacca con facilità dalle pareti del paiolo. Dopo cotta si rovescia sulla spianatoia e, tagliata con il "filo di refe", si serve sola o accompagnata con buona ricotta. Si dice "vin di nuvole e pan di legno", per dire che non si sconsiglia di bere vino di vite con questo piatto.
Un altro alimento con cui si può gustare la polenta dolce è l'aringa. Un tempo, quando le risorse alimentari scarseggiavano, l'aringa veniva legata ad un trave della sala da pranzo poi si prendevano due fette di polenta e si strisciavano sulla stessa per insaporirle. Si narra, forse per burla, che molti non sbattessero la fetta di polenta sull'aringa, ma sull'ombra che la stessa, illuminata dalle lampade ad olio, rifletteva sul muro.

Molto meno antica di quella dolce è la polenta gialla, cioè ottenuta con la farina di mais, che nelle campagne del Casentino cominciò ad essere coltivato nell'Ottocento. Questo piatto è buono condito con il sugo di carne, ma la polenta gialla si presta ad essere utilizzata con tanti altri prodotti quali il formaggio, i funghi o fritta.

Quando si parla di primi piatti, non si può dimenticare la panzanella, un monumento al buon gusto e alla semplicità oltre che un inno alla primavera. Si prepara, infatti, con pane raffermo e tutte le verdure fresche che si possono trovare in un orto.

Uno dei lavori che ha segnato la storia di Badia Prataglia era quello del carbonaio. Tutti gli uomini che restavano nel bosco per lungo tempo, dovevano cercare di nutrirsi in modo abbondante, senza spendere molto: se uno dei piatti che rispondevano a questa esigenza era l'acqua cotta, l'altro è rappresentato proprio dalla pasta alla carbonara che si prepara con spaghetti, rigatino, pepe, zenzero e pecorino fresco.

Secondi piatti[modifica | modifica wikitesto]

La scottiglia è una sorta di cacciucco di terra, poiché risulta dall'insieme di carni diverse. Visto che la bollitura deve procedere con estrema lentezza, le cuoche erano solite dire che il liquido doveva "sorridere" ma non "gorgogliare". Questo piatto, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, si può assaggiare nei ristoranti locali, rispettosi della tradizione culinaria in tutti i minimi particolari.

Il maiale è sempre stato allevato nella zona e, cibandosi di castagne e ghiande, ha raggiunto una qualità eccellente nella carne, buona per sapore e consistenza. Fin dal 1300 esistevano delle regolamentazioni per quanto riguardava l'allevamento e ciò è essenziale per comprendere l'antica conoscenza che ha portato ad elaborare ricette eccellenti nella preparazione dell'animale.

Uno di questi prodotti è il prosciutto. Un altro è la rosticciana, fatta con le costole del suino, che si gusta con "pan d'un giorno e vin d'un anno". Che dire poi dei fegatelli saporiti con l'alloro o conservati nel lardo? Sono ottimi dopo una bella escursione nelle foreste.

Ultimi piatti[modifica | modifica wikitesto]

Lasciando le carni, ritorniamo a parlare di castagne. Con la loro farina infatti si prepara un ottimo dessert adatto anche per fare merenda, il bardino, meglio conosciuto come castagnaccio, che si può ancora trovare nelle pasticcerie tradizionali.

Per quanto riguarda i latticini, non possiamo tralasciare il famoso raviggiolo. Nel 1515 il Magistrato Comunitativo di Bibbiena, come dice il Grassi nelle "Memorie del Casentino", dette in dono a Papa Leone X un raviggiolo in un canestro di felci.

In zona si possono poi assaggiare tutti i dolci della tradizione, dai cenci che si fanno per Carnevale alle buonissime crostate preparate con marmellata di more. Il gusto si è mantenuto intatto come il dialetto, riuscendo ad attutire i colpi che i prodotti moderni stanno dando alla buona cucina. Questa è infatti una grande ricchezza sia per chi la conserva sia per coloro che hanno l'opportunità di gustarla: ogni piatto è un capitolo della storia sociale e spirituale del luogo.

Altri piatti caratteristici si basano su prodotti locali, prevalentemente frutti del bosco e della sua fauna: polenta con il ghiro, piatti a base di funghi (ragù, frittate, trifolati, polenta e funghi ecc.), lo "scottino", a base di ricotta, latte e pane (ma originariamente siero di latte, ricotta e pane), le "mondine", zuppa di castagne secche, le "bricie", castagne cotte alla brace e i "baloci", ovvero le castagne bollite.

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Antica Abbazia[modifica | modifica wikitesto]

L'abbazia di Prataglia venne fondata intorno al 986 da monaci benedettini Cassinesi giunti in Toscana. Come afferma Don Parisio Ciampelli nella relazione storica, letta nella chiesa di Badia Prataglia il 20 novembre 1910: «(prima di) allora non iscorgenvasi quassù che vasti deserti e profonde solitudini, valloni muscosi, ricoperti di lussureggiante vegetazione, nei cui seni non udivasi che il ritmo flebile ed uniforme delle acque sonanti tra i massi di quarzo e di arenaria, al quale faceva eco dalle serene regioni dell'aria il grido delle aquile e degli astori, librantisi a picco sui profondi cupi abissi». L'abitato di Badia Prataglia ha un aspetto essenzialmente moderno con caratteristiche architettoniche tipiche dei centri di villeggiatura. L'antico è rappresentato dalla chiesa parrocchiale dedicata alla SS. Assunta e a S. Bartolomeo che sorge proprio al centro del paese, in posizione un po' più bassa rispetto al piano stradale attuale.

Fondata prima del 1000, l'abbazia è nota a partire dal 1002, come si legge in un diploma di Ottone III Imperatore, precedente quindi alla fondazione di Camaldoli. In pochi anni i monaci aumentarono di numero e nel settembre 1008 fu consacrata la nuova chiesa da parte del vescovo di Arezzo Elemperto, che aveva anche fatto ingrandire il monastero, assegnandogli selve, vigne e campi lungo l'Archiano, nei pivieri di Partina e Bibbiena.

Dalla fondazione fino alla metà del XII secolo l'abbazia a Prataglia aumenta il proprio potere ed i propri possessi, grazie soprattutto ad una serie di donazioni da parte dei vescovi aretini, ed arriva ad avere possedimenti a Partina, Marciano, Salutio, Gello. Nel 1031 il vescovo Teodaldo assoggettò la chiesa di San Clemente, fuori da Arezzo, alla Badia di Prataglia; fino al 1073 Soci era detto "casale del monastero di Prataglia". Nel 1084 un altro vescovo di Arezzo, Costantino, donò Marciano agli abati di Prataglia.

Ma l'espansione dell'abbazia si scontrò con quella di Camaldoli, nel frattempo salita a più grande potere e fama, che pian piano prese il sopravvento. Dato che nell'Abbazia di Prataglia diminuiva sempre più il numero dei monaci e il potere a favore del monastero concorrente, il 15 giugno 1157, Girolamo, vescovo d'Arezzo, la assoggettò a Rodolfo, Priore Generale camaldolese, insieme a tutti i possedimenti, e tutto ciò a causa soprattutto delle liti e delle lotte sorte fra i due potentati religiosi e temporali; la decisione fu poi approvata dal Papa.

L'unione comportava l'osservanza da parte dei Monaci di Prataglia della regola romualdina, tuttavia conservando il titolo abbaziale; i monaci prataliensi non accettarono di buon grado questa decisione superiore, e solo nel 1183 l'abate prataliense Guglielmo acconsentì di unirsi alla congregazione camaldolese, ma solo nel colore bianco degli abiti e nella recita degli uffizi divini.

Ancora nel 1352, essendosi rifiutato l'abate di Prataglia Pietro Nocerio di prestare giuramento al Priore Generale dell'Eremo, dovette essere richiamato all'ordine, mediante censure, dal conservatore apostolico di Santa Maria degli Angioli di Firenze, Abate Nicola di Lapo Ghini. Nel 1314 la chiesa di Prataglia venne rifatta, ma l'abbazia sopravvisse solo fino al 1391, quando papa Bonifacio IX la soppresse, incorporandone definitivamente i beni nel patrimonio camaldolese; così il Rettore della Parrocchia doveva essere eletto dal Maggiore di Camaldoli.

La chiesa attuale, unico resto dell'antica abbazia, ha una facciata molto semplice con un portale con arco a tutto sesto, sormontato da una piccola finestra e sopra la porta una terracotta moderna con la Glorificazione di Maria. L'interno è a navata unica, coperta a capriate, con abside semicircolare.

Interessante la cripta, posta sotto il coro rialzato, a tre navate e due campate, con archi a tutto sesto e volte a crociera, e con capitelli di diversa foggia, dei quali due, ornati di palmette e foglie d'acanto probabilmente frutto di spoglio, sono provenienti forse da qualche edificio preesistente di epoca romana. La cripta è stata restaurata nel 1910. Un'apertura rettangolare nella parete di fondo serviva a contenere le reliquie dei martiri. Da notare una figura umana, scolpita a bassorilievo, con le mani alzate, figura simile a quella che si ritrova sulla facciata della Pieve di Montemignaio e che rappresenta l'antico orante.

La chiesa, trasformata profondamente da una serie di restauri, aveva probabilmente due torri a lato dell'abside e, se così fosse stato, avrebbe ripetuto una tipologia di chiesa comune alla aree del Nord Europa. Le due torri furono probabilmente abbattute nel 1510, quando venne costruita l'abitazione del parroco; i due altari laterali e il fonte battesimale della chiesa sono del 1630 e probabilmente i restauri del 1929 che, secondo i canoni dell'epoca, cercavano di riportare all'aspetto originale le chiese romaniche, hanno distrutto delle decorazioni barocche e rinascimentali stratificatesi nel corso del tempo. Durante i restauri, nel 1930, venne costruito anche il campanile. Un ulteriore restauro venne compiuto tra il 1969 e il 1974 da parte della Sovrintendenza di Arezzo, durante il quale furono tolte le finte bozze di pietra ad intonaco poste all'interno nel 1929, riscoprendo così l'antica muratura in pietra.

Grotta della Madonna di Lourdes[modifica | modifica wikitesto]

In località La Casina, lungo la strada che da Badia Prataglia porta a Corezzo e a Rimbocchi e di lì al Santuario della Verna, si trova una cappella dedicata alla Madonna di Lourdes, comunemente chiamata la Grotta, fatta costruire nel 1939 dal sacerdote Lorenzo Mondanelli.

Don Lorenzo, nato a Badia Prataglia nel 1878, era partito come missionario per l'America del Sud nel 1905, prima con destinazione Argentina poi Chillán in Cile dove, oltre alla chiesa, edificò una scuola ed un ospedale ancora oggi funzionanti. Fu qui che nel gennaio del 1939 rimase vittima insieme ai suoi fedeli di un terremoto che colpì gravemente tutta la missione; egli si salvò per miracolo pur essendo stato travolto da una trave e avendo riportato ferite alla testa.

Il suo vescovo, per consentirgli di rimettersi, gli concesse un permesso di un anno da trascorrere in Italia e fu in questa occasione che, per ringraziare della protezione ricevuta dalla Madonna, Don Lorenzo fece costruire la cappella entro lo spazio di una grotta naturale dove da bambino si riparava dalla pioggia quando andava a portare al pascolo le pecore.

Nel gennaio del 1940 Don Lorenzo si imbarcò nuovamente per il Cile, portando con sé anche la giovane nipote Tersilia. La sua nave non arrivò però mai sulle coste del paese sudamericano perché su di essa scoppiò un incendio quando si trovava ancora in Europa, vicino a Marsiglia, causando più di 300 vittime fra coloro che perirono tra le fiamme e coloro che, per salvarsi, si buttarono in mare ed affogarono. Don Lorenzo anche questa volta attribuì alla protezione della Madonna la salvezza propria e della nipote e da Marsiglia fece ritorno in Italia dove rimase come parroco di Serravalle fino al 1946. Fu in quell'anno che, terminata la guerra, il suo vescovo lo richiamò in Cile dove rimase fino a pochi anni prima della morte avvenuta nel 1962.

La Madonna della Grotta non ha però protetto solo il suo edificatore: nel 1944 infatti, durante la guerra, alcuni giovani proprio all'interno della piccola cappella trovarono rifugio, salvandosi così la vita, quando furono fatti oggetto di una serie di attacchi aerei mentre venivano costretti a camminane in colonna dai tedeschi.

L'Arboreto[modifica | modifica wikitesto]

L'Arboreto nasce nel secolo scorso come parco-giardino, nei pressi della Villa che i Lorena, Granduchi di Toscana, possedevano nel luogo dove oggi sorge la Caserma del Corpo Forestale dello Stato: un ambiente naturale adibito a scopo ornamentale. Successivamente venne trasformato ed ampliato, da parte di Carlo Siemoni e di altri studiosi ed appassionati, per poterlo utilizzare in qualità di impianto per l'acclimatazione di specie arboree esotiche, in commistione con piante autoctone di interesse forestale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I terreni sui quali si trova l'impianto, hanno una storia molto antica in quanto costituivano, intorno all'anno mille, il podere e gli orti dei monaci benedettini dell'Abbazia di Santa Maria e San Benedetto a Prataglia. Le prime notizie circa i luoghi sui quali sorge l'attuale Arboreto, risalgono all'anno 980, cioè, a quando alcuni monaci si stabiliscono in questa parte dell'Appennino toscano fondandovi un'Abbazia. Sull'esistenza del Monastero di Prataglia, si hanno notizie più precise a partire dall'anno 1002, quando con un diploma datato 3 gennaio del medesimo anno, l'Imperatore del Sacro Romano Impero Ottone III convalidava la donazione di questi luoghi e di altri ai monaci Prataliensi, che già in precedenza l'avevano avuta da Ugo, Marchese di Toscana.

L'Abbazia durante tutto l'XI secolo continuò ad ingrandirsi acquistando sempre nuove proprietà terriere ed aumentando, nello stesso tempo, la sua potenza in tutti i campi, nonché la sua rilevanza politica, tanto che nell'anno 1031 il Vescovo aretino Teobaldo assoggettò ad essa la chiesa di San Clemente di Arezzo. Nel XII secolo furono concessi all'Abbazia numerosi feudi, fra i quali il Castello di Marcena nonché importati privilegi come l'intero padronato della chiesa di Serravalle.

In seguito, scoppiati dissensi e liti tra i monaci camaldolesi ed i monaci di Badia Prataglia, fu costretto ad intervenire il Pontefice Adriano IV in persona per sedare le contesa e con una Bolla datata 14 giugno 1157, assoggettò il Monastero di Prataglia a Rodolfo, Priore Generale dei Padri Eremiti Camaldolesi, passando tutti i possedimenti sotto la giurisdizione dell'Eremo di Camaldoli. Non volendo sottostare a simili condizioni i Prataliensi continuarono le diatribe circa la proprietà dei luoghi fino a quando l'Abbazia di Prataglia, depredata dalle masnade degli Ubertini, e fu soppressa da Papa Bonifacio IX con una Bolla del 1391 con cui dispose il passaggio delle proprietà dei monaci ai Padri Eremiti Camaldolesi che trasformarono i territori di Badia Prataglia in fattorie e ridussero la chiesa a semplice parrocchia.)

Nell'anno 1801, il Granduca di Toscana, Ferdinando III di Toscana, fu deposto da Napoleone Bonaparte, che nominò Ludovico di Borbone-Parma Re d'Etruria. Alla morte di quest'ultimo (1803), la moglie Maria Luisa di Borbone-Spagna, figlia di Carlo IV di Spagna, divenne Reggente al posto del figlio Carlo Ludovico, fino al 1807, anno in cui Bonaparte annetté la Toscana alla Francia. Nel 1809 Napoleone nominò Granduchessa la sorella, Elisa Maria Anna Bonaparte Baciocchi, già Principessa di Lucca e Piombino.

Durante il regno di quest'ultima, nell'anno 1810, in seguito all'applicazione delle normative atte a sopprimere la proprietà ecclesiastica, l'Abbazia, i poderi che la circondavano, e quindi anche il futuro arboreto, furono espropriati all'Ordine Camaldolese e venduti ai Signori Eugenio e Filippo Biondi di Bibbiena, che ne mantennero la proprietà anche dopo la restaurazione dei Lorena, avvenuta dopo il Congresso di Vienna. In seguito, detti territori furono acquistati dai Granduchi di Lorena, nell'anno 1846, su indicazione dell'Ispettore Forestale Karl Simon il quale dall'anno 1838, era Amministratore della Regia Foresta di Casentino.

Karl Simon, italianizzato poi in Carlo Siemoni, ingegnere forestale ed eccezionale esperto in selvicoltura e botanica fu chiamato dal Granduca Leopoldo II di Toscana, per rimediare alle condizioni critiche della Foresta, naturale conseguenza dei tagli indiscriminati operati sia da parte dei monaci camaldolesi - che commerciavano il legname - che dai coloni romagnoli - che appoderavano senza autorizzazione vaste porzioni di foresta. Il Siemoni fu coadiuvato da un altro forestale boemo, Antonio Seeland, nell'incarico di redigere il piano di riordino e rimedio alla situazione della foresta.

L'Arboreto faceva parte di un progetto ideato dal Siemoni, poi continuato dai figli Edoardo e Carlo, a loro volta amministratori dei possedimenti dei Lorena dopo la morte del padre (avvenuta nel 1878 presso Sala di Pratovecchio). Tale progetto riguardava la sperimentazione e l'acclimatazione di specie forestali esotiche, che potessero dare un rendimento sempre maggiore, in termini sia qualitativi che quantitativi del legname, in previsione di una loro eventuale introduzione nella Foresta.

Il piano prevedeva, inoltre, tutta una serie di interventi e di innovazioni nella gestione del patrimonio forestale.

  • La realizzazione di vasti impianti di castagneti
  • La trasformazione di vecchi pascoli e zone degradate in boschi di conifere
  • L'introduzione della tecnica del diradamento
  • La costruzione di nuove strade, in sostituzione di quelle vecchie realizzate ai tempi dell'Opera del Duomo poco agibili per le forti pendenze
  • L'introduzione dei carri matti a garanzia di un più rapido trasporto e un minor danneggiamento del legname
  • La costruzione di una segheria ad acqua nella foresta della Lama, i cui scarti alimentavano una vetreria
  • L'introduzione di specie animali per incrementare la fauna della tenuta granducale quali: cervi e daini trasportati dalla Germania; mufloni prelevati in Sardegna e un gran numero di specie volatili, provenienti da ogni parte del mondo (Sansone 1915).

Durante il periodo della gestione di Siemoni e dei suoi successori, furono realizzati numerosi altri impianti di acclimatazione, dei quali oggi rimangono poche tracce. Uno di questi venne realizzato nella Foresta della Lama sulla particella forestale nº 73, dove sono ancora visibili: uno stupendo esemplare di Sequoiadendron giganteum (Lindl.) Buchholz, due esemplari di Calocedrus decurrens (Torr.) Florin, due notevoli Thuja plicata Donn ex D. Don. e due vetusti esemplari di Juniperus virginiana L. Sulla medesima particella, in località denominata "Fornino", vegetano tuttora alcuni esemplari di Acer monspessulanum L. e cespugliose Quercus ilex L., sicuramente residui dello stesso impianto.

Alla Lama, dietro la Chiesina realizzata nel 1962 dall'Amministratore Dott. Clauser, esiste un altro piccolo arboreto, impiantato in epoca più recente durante la gestione dei figli del Siemoni sulla particella forestale nº 103. Alla medesima gestione appartengono le piantagioni realizzate sulle particelle forestali nº 98 e 102 (G. Bernetti,198). Queste ultime particelle, caratterizzate da vaste zone rocciose - situate sopra il Posto di Guardia del CFS della Lama - , erano sul finire del secolo scorso interamente coperte da Brachypodium spp., e prive per la maggior parte di vegetazione arborea a causa dall'alterazione dell'ambiente naturale poiché gli amministratori dell'Opera del Duomo vi consentivano il pascolo intensivo ed incontrollato di ovini e caprini.

Il Gabbrielli nel 1978 in base a dati raccolti riferisce che il Siemoni aveva realizzato nella Foresta di Campigna in località Bornia un piccolo arboreto, del quale non esiste più alcuna traccia, nel quale aveva piantato trentadue piante, che di seguito riportiamo con i nomi indicati dallo stesso Siemoni:

  • n°   6 Abies balsamica
  • n°   4 Abies picta
  • nº 12 Pinus laurico
  • n°   4 Pinus pallasiana
  • n°   6 Pinus strobus

Interessante è la particella forestale nº 175, situata sotto la Cima del Termine, in prossimità del Fosso delle Spiagge, uno degli ultimi impianti realizzati al tempo del Siemoni che ancora sopravvive. Su questa particella, utilizzata fin dall'antichità come pascolo per i bovini, Siemoni impiantò un bosco di Picea abies (L.) Karsten, utilizzando un sesto di impianto molto rado, come dimostra la presenza di ramificazioni anche nella parte più bassa dei fusti. Questi alberi fortunatamente sono scampati a tagli indiscriminati della gestione privata, in particolar modo a quella della Soc. Anonima Industrie Forestali, oltre che a quelli di altri più recenti interventi. Questa residua e vetusta particella rappresenta un lembo importante della storia forestale italiana.

A Sala di Pratovecchio, intorno alla villa costruita dal Siemoni, è tutt'oggi visibile un vasto parco ricco di specie esotiche, che meriterebbe di essere meglio curato. Durante la gestione Siemoni la sperimentazione non si limitò alle sole specie arboree ma furono introdotti numerosi arbusti, alcuni tutt'oggi sopravvivono in rari esemplari come il Viburnum tinus L., introdotto nell'anno 1860, che il Vice-Revisore Checcacci riscontrò presente nella località del Puntone di Federico e su alcune scogliere nella zona di Poggio alla Seghettina.

Per quanto riguarda lintroduzione di specie esotiche nelle Foreste Casentinesi, abbiamo notizie certe riportate sul libro Sguardo sulla Foresta Imperiale e Reale del Casentino e sul suo trattamento, stampato in Firenze dalla Tipografia Carnesecchi nel 1878, in occasione dell'Esposizione Universale di Parigi. In questa pubblicazione redatta in francese oltre agli importanti riferimenti relativi agli innovativi ed originali metodi di gestione vengono riportati i nominativi delle principali piante spontanee o introdotte. Per quanto concerne le specie esotiche vengono indicati l'anno di introduzione, i dati inerenti all'evoluzione del loro sviluppo nel tempo, nonché la loro capacità di introdurre semi fertili, da utilizzare per la riproduzione in vivaio di piante per il rimboscamento.

Varietà esotiche[modifica | modifica wikitesto]

Ecco un elenco di alcune delle principali varietà introdotte nelle foreste e nell'Arboreto con indicato (ove possibile) tra parentesi l'anno di introduzione:

Arboreto "Carlo Siemoni"[modifica | modifica wikitesto]

Per lo studio delle piante, o meglio di quel ramo della scienza biologica noto come botanica, l'Arboreto si è da sempre servito di sistemi di raccolta e di conservazione di specie vegetali essiccate, che vengono mantenute in appositi ambienti chiamati erbari, onde costituire una documentazione inalterata nel tempo, riproducente le caratteristiche peculiari delle stesse e da utilizzare nella ricerca sistematica. Analogamente si è servito della coltivazione su piccola scala di individui vegetali vivi, particolarmente curati in terreni opportunamente adattati quali gli orti botanici, i giardini, gli arboreti, gli impianti di acclimatazione o più in generale le collezioni dendrologiche.

Per conoscere meglio gli organismi vegetali e studiarne in maniera approfondita la biologia, è indispensabile la disponibilità di campioni viventi, ai fini della ricerca scientifica sul comportamento, lo sviluppo e l'evoluzione degli stessi. Uno degli impianti che merita particolare attenzione è la collezione dendrologica di Badia Prataglia, ubicata in un'area adiacente al locale Posto Fisso del Corpo Forestale dello Stato, e meglio conosciuta con il nome di Arboreto "Carlo Siemoni".

Museo forestale "Carlo Siemoni"[modifica | modifica wikitesto]

Il Museo forestale "Carlo Simeoni" è un piccolo museo realizzato per cercare di soddisfare la crescente richiesta di informazioni e conoscenze sull'ambiente forestale dell'Appennino tosco-romagnolo da parte di coloro che, gitanti, turisti o le stesse popolazioni locali, sempre più numerosi si avvicinano con interesse alle manifestazioni naturali. La disponibilità dei locali è ridotta, pertanto si confida nella collaborazione dei visitatori per un ordinato svolgimento delle visite e per la conservazione di quanto esposto. Il museo è dedicato a Carlo Siemoni[1], ingegnere forestale boemo, chiamato ad amministrare le foreste casentinesi nel 1837 dal Granduca di Toscana Leopoldo II.

Il Siemoni visse e lavorò a Pratovecchio dove morì nel 1878. A Lui, valente selvicultore e ideatore di importanti innovazioni, dobbiamo il rifiorire in quella zona della foresta, ridotta allora in condizioni di trascuratezza. Nel museo è esposta una raccolta delle principali specie forestali spontanee o introdotte in Italia.

Gli esemplari secchi incorniciati, sono corredati di una cartina con l'indicazione dell'areale italiano, e con una breve descrizione dei principali dati stazionali ed ecologici della specie. Oltre a gigantografie di flora e fauna dell'Appennino, sono esposte sezioni di tronchi di alberi, caratteristici legni intaccati da insetti o da altri parassiti e una piccola collezione di campioni di legno di specie forestali presenti nel Parco.

Sono illustrati i principali aspetti delle foreste demaniali e in particolare della Riserva naturale integrale di Sasso Fratino. In proposito sono esposte foto, gigantografie, un plastico della geologia del territorio, campioni delle rocce tipiche, profili pedologici e loro descrizione. Nelle vetrine al centro di una sala sono raccolti campioni di insetti tipici dell'Appennino (in parte offerti da ricercatori e in parte raccolti e preparati dal personale forestale). Alle pareti poi sono esposti trofei di alcune specie di ungulati presenti in queste zone (trovati morti nella foresta).

Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.

L'idea di un parco delle Foreste Casentinesi è, se non antica, almeno molto vecchia e in una pubblicazione del 1915 un dirigente forestale suggeriva di pensare a Sasso Fratino e alla Lama come a riserve da tutelare per i valori estetici e del paesaggio, oltre che economici.

Forse è un bene che il parco sia stato istituito solo nel gennaio 1991, perché negli ultimi settant'anni le Foreste Casentinesi sono state rinvigorite, ampliate, rimboschite, allargando il bosco sugli ex-coltivi del Casentino, recuperando le pendici spogliate della foresta del corniolo, ricostruendo, dopo i tagli ottocenteschi per la produzione di carbone vegetale, le magnifiche fustaie di faggio attorno a Badia Prataglia.

Al posto dei flebili poteri dei Parchi prima della legge quadro del dicembre 1991, si è allargata la proprietà statale e poi regionale, ereditando la cultura forestale dei Camaldolesi e le terre dei Lorena, e la piena disponibilità dei boschi assieme ai pubblici investimenti ha regalato all'Italia e al mondo più di 11.000 ettari di magnifiche foreste, coltivate con l'ingegno dei tecnici, il sudore di migliaia di operai e la volontà di chi spera nel futuro.

Oggi il parco cavalca con i suoi 35.170 ettari il crinale appenninico, include due regioni (Toscana ed Emilia-Romagna), tre province (Arezzo, Firenze e Forlì) e undici comuni. Il territorio del Parco è suddiviso in tre zone:

  • zona 1: "Conservazione integrale"
  • zona 2: "Zona di protezione"
  • zona 3: "Tutela e valorizzazione"

Badia Prataglia oggi si trova proprio al centro, nel cuore del Parco Nazionale, nella zona 2 "Zona di protezione", rappresenta il più importante centro di villeggiatura e il crocevia per numerose escursioni.
Il Parco inoltre racchiude terre che erano fiorentine e toscane fino al 1924, offre al visitatore non solo boschi, animali, paesaggi, ma prima di tutto la storia di un mondo in cui l'uomo da mille anni costituisce un soggetto indistinguibile dal resto dell'ambiente, una presenza da anni matura per considerare il bosco risorsa culturale e non solo produttiva e turistica. In questo Parco, conteso fra il Casentino - che l'ha sempre posseduto e gestito in nome e per conto di Camaldoli e Firenze - e la Romagna - che oggi lo sente come nuova ricchezza e riscatto culturale, corrono caprioli, bramiscono cervi, volano silenziose le aquile, mentre il lupo osserva i suoi territori.

II turista non è specie nuova, anzi è stato accolto da secoli nei suoi pellegrinaggi a Camaldoli e alla Verna, nei pericolosi viaggi oltre la giogana appenninica verso Venezia e Roma. I nuovi turisti verranno accolti con calore e amicizia, nelle strutture adeguate a viaggiatori più esigenti dei pellegrini di un tempo, ma saranno soddisfatti solo se partiranno con un poco di comprensione della storia di queste terre, di queste genti e con la voglia di tornare. Quando saluterete un abete slanciato verso l'alto, non ringraziate solo Dio e i casi della natura, ma anche le mani che lo hanno piantato, curato, tagliato e ripiantato per secoli, scrivendo nel terreno e col linguaggio degli alberi la storia che altri hanno scritto su pagine di carta.

Il trenino della Lama[modifica | modifica wikitesto]

Per rendere più conveniente e rapido il trasporto di legname tagliato nel versante romagnolo delle Foreste Casentinesi nel 1900 il Cav. Tonetti e quindi la Società Anonima Industrie Forestali, proprietari della Foreste dal 1900 al 1914, costruirono una ferrovia Decauville di quasi 20 km dalla Lama al Cancellino. Essa seguiva lo stesso percorso della stradella che collega ancora oggi queste due località. La stessa "casa al Cancellino" fu costruita in quel periodo per servire come stazione di arrivo della Ferrovia e come ricovero per le piccole locomotive. Con questa ferrovia veniva esboscata la legna del versante romagnolo che prima doveva invece risalire, trainata dai bovi, le ripide Vie dei Legni.

La legna, superato il crinale dell'Appennino, discendeva il versante Toscano sino a Pratovecchio e a Poppi. La Ferrovia ha funzionato anche successivamente quando la Foresta diventò proprietà dello Stato. I vagoncini della ferrovia erano trainati da piccole locomotive a vapore alimentate a legna e ad ogni viaggio venivano trasportati dai 3 ai 5 m3 di legna ed il percorso tra la Lama e il Cancellino veniva compiuto al massimo 3 volte al giorno.

In località Pian della Saporita c'era il rifornimento di acqua e legna, e vi era pure l'unica possibilità di scambio tra i convogli provenienti da sensi opposti, ciò grazie al raddoppio dei binari. Dal Passo Lupatti al Cancellino, tutto in leggera discesa la marcia dei carrelli doveva essere rallentata da operai detti "frenatori". Durante il periodo di attività furono usate 3 locomotive che gli operai avevano chiamato: Saba, Fioia e Archiana (la più grossa).

Un altro tratto di ferrovia era programmato anche nella foresta Campigna, da Pian del Grado al Passo la Calla, ma non fu eseguito. La ferrovia fu smantellata nel 1920 per l'avvento degli autocarri che permettevano un trasporto più economico e a testimonianza di ciò, al 14º km della strada tra Cancellino e la Lama, i parapetti del ponte Camera sono fatti con le rotaie della vecchia ferrovia. Ancora, un pezzo dei binari è custodito al Museo forestale "Carlo Siemoni" di Badia Prataglia e un vagoncino con binari si trova proprio al Cancellino.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nome non italianizzato: Karl Siemon.

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