Riforma liturgica

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Con riforma liturgica si intende generalmente il rinnovamento della liturgia cattolica di rito latino avviato dal Concilio Vaticano II e portato a termine inizialmente da papa Paolo VI, e successivamente, in misura minore, da papa Giovanni Paolo II.

Le precedenti riforme liturgiche[modifica | modifica wikitesto]

La liturgia della chiesa non è sorta come qualcosa di predefinito, ma è il risultato di uno sviluppo. Anzi, vi è chi sostiene che si può guardare all'intera storia della liturgia come alla storia di una riforma incessantemente in corso. Lo sviluppo della liturgia cristiana naturalmente parte da alcuni elementi neotestamentari (a loro volta debitori dell'Antico Testamento e del giudaismo): l'eucaristia istituita da Cristo, il battesimo amministrato nel nome del "Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (che, tuttavia, viene amministrato anche al di fuori della messa), festa domenicale della resurrezione del Crocifisso. Le prime riforme liturgiche risalgono addirittura al IV e VII secolo, quando la Chiesa – superata l'epoca delle persecuzioni – si avviò ad essere una Chiesa di Stato.

Si svilupparono dunque, sia in oriente sia in occidente, una moltitudine di particolarità liturgiche, alcune delle quali ancora in uso: il rito ambrosiano, il rito gallicano, il rito mozarabico. Come rito romano si impose sotto l'influsso dei Franchi una variante del canone romano risalente a papa Gregorio I.

La Riforma protestante criticò la forma della liturgia latina allora in uso e ne compose di nuove. Il concilio di Trento confermò invece la liturgia tradizionale ma diede mandato al Papato di revisionare la liturgia, come garanzia della validità dei sacramenti. Fu pertanto pubblicata sotto papa Pio V nel 1570 una nuova versione del Missale Romanum. Per la sua redazione – così si scrisse nella bolla Quo primum tempore - furono utilizzati i più antichi manoscritti e messali a disposizione, al fine di eliminare errori e falsità e giungere a una redazione secondo la norma dei Padri della Chiesa e rispettosa dei portati dei più rilevanti teologi pre-riformatori. Di fatto si trattava soltanto di una minima revisione del Missale curiale del 1474. Il nuovo messale fu dichiarato obbligatorio per la chiesa latina, ma le diocesi che godevano di una propria liturgia da almeno duecento anni furono esentate dall'applicare la nuova liturgia romana, in segno di rispetto per le forme di preghiera esistenti. La riforma tridentina si differenzia pertanto da quella molto più radicale e innovativa del XX secolo sotto i seguenti aspetti:

  • per la portata assai ridotta delle modifiche apportate e il rispetto per ciò che era antico e consolidato, secondo un modello di continuità e organico sviluppo delle forme esistenti.
  • per la carenza, all'epoca, di conoscenze adeguate sulla storia della liturgia, in specie quella della chiesa primitiva e delle chiese orientali.

Le riforme liturgiche nel XX secolo precedenti il Concilio Vaticano II[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il Concilio di Trento, la liturgia fu modificata soltanto marginalmente. L'unico cambiamento di un qualche rilievo, prima del Concilio Vaticano Secondo, fu la nuova disciplina della Liturgia della notte di Pasqua e della Settimana santa disposta sotto papa Pio XII.

Le spinte verso una riforma della liturgia risalivano peraltro ad epoca illuminista. Una loro prima, timidissima accoglienza si nota con il pontificato di papa Pio X. Quelle istanze furono però rafforzate dal cosiddetto movimento liturgico, avviatosi con l'inizio del XX secolo. Fra gli altri, Romano Guardini aveva posto all'interno di questo movimento i presupposti della riforma con la sua opera del 1918 Vom Geist der Liturgie (Lo spirito della liturgia).

Il movimento liturgico con il suo bagaglio di esperienze pratiche con i movimenti giovanili cattolici stimolò la redazione dell'enciclica di papa Pio XII Mediator Dei, tutta dedicata alla liturgia e alla correzione di alcune deviazioni del movimento liturgico stesso. Pio XII istituì inoltre nel 1946 una commissione per la riforma generale della liturgia, che iniziò i propri lavori nel 1948 e che, nel 1959, venne fatta confluire nella commissione preparatoria del concilio per la liturgia.

Si può quindi dunque affermare che la costituzione sulla liturgia del concilio cominciò ad essere predisposta fin dal 1948. Fu forse proprio per l'approfondito lavoro preparatorio che il progetto di costituzione del 1962 firmato dal cardinale competente Gaetano Cicognani (fratello del Cardinal Segretario di Stato Amleto) pochi giorni prima della sua morte sfuggì al destino di tutti gli altri progetti preparati dalla curia che furono tutti respinti dal plenum conciliare.

La liturgia secondo il Concilio Vaticano II[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa a Mogno, di Mario Botta

Il 4 dicembre 1963 la costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium (in seguito SC) è approvata con soli quattro voti contrari sugli oltre 2000 vescovi partecipanti e pubblicata quale primo documento del Concilio Vaticano II. Oggetto del rinnovamento generale della liturgia (SC 21) sono tutti i riti della Chiesa: la celebrazione eucaristica, gli altri sacramenti, la liturgia delle ore, le feste e i tempi liturgici, la musica e l'arte sacra. La SC fissò alcuni punti per la riforma della liturgia, che poi venne ampliata dai Papi successivi, soprattutto durante il pontificato di Paolo VI. Nella suddetta Costituzione, i padri tracciarono i princìpi generali della riforma: in essa si chiedeva che fossero tolte le duplicazioni presenti nei riti, fosse introdotto un numero maggiore di brani scritturali e una qualche forma di preghiera dei fedeli[1] e che la lingua latina fosse conservata nei riti latini, pur concedendo un "certo spazio alla lingua nazionale" nelle letture e nelle monizioni[2]; inoltre, riguardo alla musica liturgica, furono espressamente indicate come forme di canto privilegiate per il Rito romano il gregoriano e, secondariamente, la polifonia[1] Nel concetto di riforma rientrava, peraltro, anche un rinnovamento teologico profondo della scienza liturgica.

La riforma della liturgia dopo il Concilio Vaticano II[modifica | modifica wikitesto]

La preparazione della riforma postconciliare[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 gennaio 1964 papa Paolo VI emanò il motu proprio Sacram Liturgiam con cui stabiliva che molte delle novità introdotte dalla costituzione conciliare non sarebbero entrate in vigore prima della preparazione e pubblicazione dei nuovi libri liturgici[3]. Già nel 1964 fu istituito il Consilium per l'applicazione della costituzione liturgica (Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia), affinché adattasse i testi liturgici ai principi conciliari. La commissione fu, inizialmente, presieduta dall'arcivescovo di Bologna il cardinale Giacomo Lercaro e, dal 1968, dal cardinale Benno Walter Gut. Da essa sorse poi la Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, il cui segretario, e vero regista della riforma[4], fu l'arcivescovo liturgista Annibale Bugnini (in seguito sospettato di appartenere alla Massoneria, sollevato da ogni incarico ed esiliato da Paolo VI[4][5]), il quale aveva funto pure da segretario della commissione di riforma istituita nel 1948 e di quella preparatoria al concilio.

Il Consilium ebbe fra i suoi obiettivi anche l'evidenziazione delle caratteristiche che differenziavano il rito romano sia da quello bizantino sia dalle altre tradizioni occidentali (ambrosiano, gallicano, mozarabico).

La riforma liturgica postconciliare[modifica | modifica wikitesto]

Il concilio fissò alcuni principi generali, mentre la riforma concreta, con l'estensione dei nuovi libri liturgici che sostituirono quelli esistenti avvenne negli anni successivi, quando il Concilio era terminato. Il messale romano riformato venne infatti pubblicato da Paolo VI nel 1969, con la costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 ed entrò in vigore il 30 novembre successivo (Prima Domenica di Avvento), all'inizio nel nuovo Anno liturgico.

Obiettivi della riforma e mutamenti introdotti[modifica | modifica wikitesto]

Principio fondante della riforma liturgica è (SC 79) una partecipazione cosciente, attiva e semplice dei fedeli (conscia, actuosa et facilis participatio fidelium) alle liturgie della Chiesa. Non una mera semplificazione dei riti, bensì di una profonda e accurata revisione integrale (SC 4; 21), condotta nello spirito della tradizione. La riforma doveva avvenire con prudenza, e introducendo innovazioni quando richieste da una vera e accertata utilità (SC 23), in modo che ai riti venisse dato nuovo vigore e che potessero esprimere in modo più chiaro e fedele le realtà che da essi vengono significate e rese presenti (SC 21). Il Consilium per l'applicazione della riforma postconciliare, alla luce del magistero conciliare nella sua ampiezza, con l'approvazione di Paolo VI, interpretò l'obiettivo della partecipazione come marginalizzazione (e più spesso totale eliminazione) dell'utilizzo del latino a favore delle lingue moderne in uso dei fedeli. Ciò, perquanto la costituzione Sacrosancum Concilium indicasse la conservazione dell'uso della lingua latina, salvo diritti particolari. I primi passi crearono inoltre una dinamica propria di mutamento e sperimentazione sia nel clero sia nei fedeli, contro la quale la curia romana scelse di intervenire rapidamente. A titolo di esempio, in Olanda e in Belgio sarebbero stati elaborati, subito dopo il concilio, svariate nuove preghiere eucaristiche.

Riforma del calendario[modifica | modifica wikitesto]

Il concilio prevedeva che la revisione del calendario liturgico conservasse e restaurasse usi e ordinamenti tradizionali dei tempi sacri, e nell'adattamento moderno si mantenesse il loro carattere tradizionale (art 107 Sacrosantum Concilium), la riforma postconciliare ha modificato l'ordinamento tradizionale, ad esempio eliminando l'antico uso del Tempo di Settuagesima.

Messa[modifica | modifica wikitesto]

Chitarrista che suona durante una liturgia

Canone e preghiera eucaristica[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene il Concilio non avesse dato alcuna indicazione relativamente al canone della messa, con la riforma postconciliare, accanto al canone romano della messa (che subì qualche lieve modifica), o Preghiera eucaristica I, vennero introdotte tre nuove versioni della solenne preghiera eucaristica. La seconda si ispira liberamente al testo della tradizione apostolica di Ippolito di Roma (III secolo). La III versione riassume in modo nuovo i contenuti del canone romano con particolare considerazione per l'ecclesiologia cristocentrica del Concilio Vaticano II. La IV preghiera eucaristica si rifà alla tradizione bizantina, più precisamente ad un'anafora della tradizione antiochena e, infine, una quinta versione ancora più vicina ai modelli orientali (in specie a quelli alessandrini di San Basilio) fu accantonata per le remore evidenziate dalla Congregazione della Dottrina della Fede nel 1967. Quest'ultima approvò invece gli altri tre nuovi testi. Lo stesso papa Paolo VI redasse le parole della transustanziazione – identiche in tutti i canoni - adattando con cautela il testo alla tradizione biblica sull'istituzione dell'eucaristia. Il cambiamento più evidente è lo spostamento delle parole "Mysterium Fidei", mistero della fede, dopo la transustanziazione stessa a modo di annuncio ai fedeli, i quali rispondono con un'acclamazione, per la quale il Messale Romano 2002 prevede diverse varianti.

Papa Paolo VI desiderava che la nuova preghiera liturgica conservasse il tipico carattere romano, ciò si è riflesso in specie nella singola epiclesi consacratoria immediatamente prima della transustanziazione.

Il nuovo Messale Romano fu pubblicato nel 1969. La riforma della messa poté dirsi conclusa nel 1975 con l'introduzione di due ulteriori preghiere eucaristiche. Nel messale 2000, pubblicato nel 2002, sono stati introdotti tre nuovi canoni per le messe con i bambini e quattro varianti per messe celebrate in particolari occasioni. Nella pratica il canone romano è poco usato, sostituito dalle preghiere eucaristiche più brevi.

Letture bibliche[modifica | modifica wikitesto]

Prima della riforma nel rito romano durante la Messa venivano cantati o letti di solito due brani biblici (epistola e vangelo) e il graduale, seguito senza interruzione dall'alleluia, in un ciclo annuale. Il Concilio diede il mandato (art 51 Sacrosantum Concilium) di aumentare il numero di brani letti durante la liturgia festiva. Per questo motivo le letture del nuovo lezionario domenicale vennero portate a tre, solitamente dall'Antico Testamento, dal Nuovo Testamento e dai vangeli, organizzate in un ciclo triennale. L'Alleluia, nella liturgia festiva di Paolo VI, non segue direttamente il Graduale, che si canta dopo la prima lettura, ma è cantato dopo la seconda lettura. Nelle messe non cantate in latino il Graduale è sostituito dal Salmo responsoriale.

Collette[modifica | modifica wikitesto]

Le collette, cioè le orazioni specifiche per le domeniche e le feste di precetto, che si erano stratificate nel corso dei secoli come espressione della preghiera di diverse epoche (tardo antica, medievale, barocca ecc)[senza fonte] sono state radicalmente modificate e in diversi casi sostituite con delle nuove composte dagli estensori dei nuovi testi liturgici, con l'obiettivo di renderle più moderne e rispondenti alla sensibilità del momento.

Orientamento del celebrante[modifica | modifica wikitesto]

Un mutamento molto visibile e non previsto dalla costituzione Sacrosanctum Concilium[6] fu la mutata posizione del sacerdote rivolto con il volto verso i fedeli ("versus populum") e non più verso oriente ("ad Deum"), secondo l'antica tradizione, in cui celebrante e i fedeli mantengono la stessa direzione. Con la riforma il modo in cui la messa era celebrata dal Papa divenne il modello: ma occorre notare che le basiliche romane costituiscono un'eccezione rispetto alle altre chiese, dato che sono orientate verso ovest, e pertanto anche in questo caso il celebrante era rivolto verso est. La diffusione del mutamento della direzione del celebrante ha causato interventi architettonici in moltissime chiese, paradossalmente passati sotto il nome di "adeguamenti liturgici conciliari" nonostante non siano richiesti in nessun documento del Concilio; essi compresero, tra l'altro, la demolizione o il rimaneggiamento degli altari antichi per disporvi la sede del celebrante e l'altare "versus populum", e lo smantellamento delle balaustre di fronte all'altare (banchi della comunione), causando non di rado gravissimi danni al patrimonio storico-architettonico. Nel messale di Paolo VI, tuttavia, rimane, ed è ammessa la possibilità di celebrare la Messa "versus Deum", come mostrato da papa Benedetto XVI[7] e successivamente anche da papa Francesco[8] in occasione della festa del Battesimo del Signore in Cappella Sistina, e come avviene in alcune chiese d'Italia e del mondo. Sul mantenimento dell'altare versus Deum si è pronunciata anche la Congregazione per la Dottrina della Fede[9].

Comunione[modifica | modifica wikitesto]

Il sacramento della comunione è amministrato dal sacerdote celebrante o altri ministri ordinati e ,straordinariamente, se vi è necessità, può essere amministrato dai fedeli (ministri straordinari) che abbiano ricevuto speciale mandato dal vescovo, su richiesta dei parroci.

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Il nuovo orientamento della liturgia ha comportato, la riduzione dell'utilizzo della tradizione musicale usata per secoli dalla Chiesa cattolica (il canto gregoriano e la polifonia sacra). Sebbene il concilio prevedesse che l'organo a canne venisse tenuto in grande onore, il gregoriano avesse il posto principale nelle celebrazioni e, fra le altre forme ammesse, la polifonia tenesse una posizione speciale, e prescrivesse il mantenimento del graduale romano, tuttavia in gran parte delle diocesi le indicazioni conciliari sono state disattese e il repertorio si è orientato su canti musica folk composti a partire dagli anni settanta del Novecento, a volte con l'accompagnamento di chitarre, tastiere elettroniche e piccoli strumenti percussivi.

Lingua della liturgia[modifica | modifica wikitesto]

La celebrazione eucaristica ordinaria viene compiuta utilizzando le lingue parlate e comprese dai fedeli, a seconda delle loro diocesi. Papa Francesco ha aggiunto alle lingue autorizzate alla celebrazione della messa due lingue indigene precolombiane, il tzotzil e il tzeltal [10].

Sebbene il Concilio Vaticano II prevedesse, il mantenimento della lingua latina nei riti latini, secondo l'articolo 36 della costituzione Sacrosanctum Concilium, e che i fedeli imparassero anche in latino le parti dell'ordinario della messa (articolo 54), queste indicazioni sono state di fatto disattese negli anni postconciliari.

Salterio[modifica | modifica wikitesto]

Il Concilio diede mandato di semplificare la struttura delle ore canoniche della liturgia delle ore (art 89 - 91), tenendo presente il latino, il canto e la tradizione della chiesa latina e distribuendo i salmi nello spazio più lungo di una settimana. I salmi vennero distribuiti nell'arco di un mese e ridotti da cinque a due nell'ufficio di lodi e vespri, con salmi rigidamente fissati a determinate ore e con l'innovativa recita di un brano neotestamentario nella preghiera dei vespri al posto di un salmo. La diminuzione del numero dei salmi è stata compensata dall'introduzione di alcune invocazioni, composte ex novo dai liturgisti.

Le critiche[modifica | modifica wikitesto]

Adeguamento liturgico del duomo di Pisa. Gli scranni del clero hanno preso il posto dell'altare maggiore

Le critiche alla riforma liturgica del XX secolo sono state espresse dalla componente cattolica più tradizionalista e rivolte soprattutto alla sua applicazione pratica, distinguendo fra i testi e il mandato conciliare da una parte e quanto è stato effettivamente effettuato e i risultati che sono seguiti, ispirati a un'ermeneutica della discontinuità e alla cultura pop degli anni 60 e 70. Tra questi critici alcuni si spingono a ritenere scorretti i testi stessi del concilio.

Critiche alle applicazioni pratiche[modifica | modifica wikitesto]

Archeologismo[modifica | modifica wikitesto]

Una critica agli esperti della riforma liturgica contemporanea è quella di archeologismo, tendenza già condannata da Pio XII nell'enciclica Mediator Dei (n.51). Secondo Joseph Ratzinger:

« il punto problematico di gran parte della moderna scienza liturgica consiste proprio nella pretesa di riconoscere soltanto l'antico come corrispondente all'originale e quindi autorevole, considerando tutto ciò che è successivo, che è stato elaborato in seguito, nel Medioevo e dopo Trento, come spazzatura. Si arriva così a delle discutibili ricostruzioni di ciò che è più antico, a dei criteri mutevoli e, quindi, a delle continue proposte di forme sempre nuove che, alla fine, finiscono per dissolvere la liturgia cresciuta con la vita. »

(J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia)

Clericalismo[modifica | modifica wikitesto]

Fedeli in Argentina seguono in diretta la messa celebrata da papa Francesco tramite video

Una critica è quella di avere spostato il centro della celebrazione dall'azione liturgica al sacerdote, accentuato dall'uso di strumenti tecnologici come impianti di amplificazione e in alcuni casi anche video. Gli adeguamenti liturgici successivi al Concilio enfatizzano notevolmente la sede del celebrante, che in molti casi sostituisce l'altar maggiore antico e soprattutto il tabernacolo, conferendo di fatto maggiore importanza all'uomo (il sacerdote) piuttosto che a Dio (il Santissimo Sacramento).

« Si è così introdotta una clericalizzazione quale non si era mai data in precedenza. Ora, infatti, il sacerdote – o, il “presidente”, come si preferisce chiamarlo – diventa il vero e proprio punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto termina su di lui. È lui cui bisogna guardare, è alla sua azione che si prende parte, è a lui che si risponde; è la sua creatività a sostenere l'insieme della celebrazione. È altresì comprensibile che si cerchi poi di ridurre questo ruolo attribuitogli, distribuendo numerose attività e affidandosi alla “creatività” dei gruppi che preparano la liturgia, i quali vogliono e devono anzitutto “portare se stessi”. L'attenzione è sempre meno rivolta a Dio ed è sempre più importante quello che fanno le persone che qui si incontrano e che non vogliono affatto sottomettersi a uno “schema predisposto”. Il sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l'aspetto di un tutto chiuso in se stesso. »

(J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia)
  • Da parte di alcuni, specialmente dai tradizionalisti, viene criticata l'arte religiosa contemporanea.[11][12]

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Tra i critici vi sono anche persone non legate alla Chiesa, che hanno visto l'abbandono quasi totale del grande patrimonio musicale precedente. Fra questi Riccardo Muti, che scrive:

« Ora io non capisco le chiese, tra l'altro quasi tutte fornite di organi strepitosi, dove invece si suonano le canzonette. Probabilmente questo è stato apprezzato all'inizio come un modo di avvicinare i giovani, ma è un modo semplicistico e senza rispetto del livello di intelligenza delle persone. »

(dichiarazione del 3 maggio 2011)

Critiche radicali alla riforma liturgica[modifica | modifica wikitesto]

Intervento Ottaviani[modifica | modifica wikitesto]

Fece clamore il cosiddetto Intervento Ottaviani, ossia il Breve esame critico del Novus ordo Missae, scritto da Padre Guerard Des Lauriers e altri sacerdoti, fu sottoscritto e inviato a papa Paolo VI dai cardinali Alfredo Ottaviani (già Prefetto del Sant'Uffizio e della Congregazione per la Dottrina della Fede) e Antonio Bacci il 25 settembre 1969[13]. Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Franjo Šeper, respinse il 12 novembre 1969 questo scritto, ritenendolo superficiale e errato. Paolo VI integrò il Missale Romanum del 1970 con una prefazione, nella quale esponeva le ragioni, in base alle quali egli riteneva che la riforma liturgica fosse fedele alla tradizione.

Tradizionalisti[modifica | modifica wikitesto]

Nei confronti della riforma liturgica, e in particolare del Messale promulgato da Paolo VI, numerosi gruppi, alcuni cattolici tradizionalisti, altri addirittura sedevacantisti, ma non solo tra di essi[14], hanno espresso ed esprimono tuttora un rifiuto totale, mentre altri, pur non mettendo in discussione la validità sacramentale non le risparmiano critiche di metodo e di merito.

Tra i primi critici, alcuni sostennero che la riforma ha un carattere modernista, che rimuove il carattere di sacrificio dell'eucaristia. Ciò si evidenzierebbe in particolare dal confronto fra il canone romano (pur nella versione ripresa dalla prima preghiera eucaristica) e la seconda preghiera eucaristica.

Alcuni obiettano che il Novus Ordo, contraddica la bolla Quo primum tempore di papa Pio V, in cui si vieta, in perpetuo, di apportare modifiche al Missale Romanum.[15]

Lungo i secoli molti Papi apportarono modifiche Messale, le quali furono tuttavia sempre di lieve entità (come il modificare, aggiungere o togliere, l'invocazione a certi santi). Fra questi vi furono papa Urbano VIII, Clemente VIII, papa Leone XIII, papa Pio X, papa Pio XII e papa Giovanni XXIII.

Lefebvriani[modifica | modifica wikitesto]

Ancora durante i lavori della commissione liturgica era sorto un movimento di opposizione, dal quale sarebbero poi nati successivamente dei movimenti tradizionalisti. Fra di essi è in specie nota la Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata dall'arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1970, la quale ha respinto il messale di Paolo VI e ha continuato a celebrare con il rito antico.

In ciò alcuni hanno intravisto:

(FR)

« En apparence cette différend porte sur une subtilité. Mais cette messe dite de Saint Pie V., comme on le voit à Ecône, devient le symbole de la condamnation du Concile. Or, je n'accepterai en aucune circonstance que l'on condamne le Concile par uns symbole. Si cette exception était acceptée, le Concile entier sera ébranlée. Et par voie de conséquence l'autorité apostolique du Concile »

(IT)

« Apparentemente la differenza sembra sottile. Ma la messa detta di San Pio V, come si vede a Ecône, diviene il simbolo della condanna del Concilio. Ora, non accetterò in alcun modo che si condanni il Concilio mediante un simbolo. Se si accettasse questa eccezione l'intero Concilio sarebbe scosso e, conseguentemente, pure la sua autorità apostolica »

(cfr. Jean Guitton, Paul VI secret, Paris 1979, p. 159.)

Dai gruppi tradizionalisti veniva in particolare criticato il divieto di celebrare la messa tridentina, ciò che sarebbe stato illegittimo in virtù della costituzione Quo primum tempore di papa Pio V così come le misure punitive nei confronti dei preti che celebravano secondo il vecchio rito. Inoltre, sulla base di un malcompreso ecumenismo, la Chiesa cattolica avrebbe - a loro parere - fatto troppe concessioni al protestantesimo.

Il Vaticano ritenne che i vertici della Fraternità Sacerdotale San Pio X fossero vicini allo scisma. I sacerdoti della Fraternità, validamente ordinati, furono quindi sospesi dalle loro funzioni, impedendo così loro di celebrare la messa e di distribuire i sacramenti nelle chiese cattoliche.

In seguito, il 2 luglio 1988, papa Giovanni Paolo II pubblicò il motu proprio Ecclesia Dei, nel quale egli si rivolse a tutti quelli che erano legati al movimento di Marcel Lefebvre, invitandoli ad adempiere seriamente i propri doveri rimanendo fedeli al Vicario di Cristo nell'unità della Chiesa cattolica e cessando di sostenere quel movimento. Egli invitava tuttavia la Chiesa e le comunità a venire incontro con le necessarie misure alle esigenze di quei fedeli cattolici, che si sentivano legati alle precedenti forme della liturgia e disciplina della tradizione cattolica.

D'altronde papa Giovanni Paolo II aveva dato la possibilità ai vescovi diocesani di rilasciare a precise condizioni[non chiaro] un'autorizzazione alla celebrazione della messa secondo il messale romano del 1962. Nello scritto Quattuor abhinc annos del 3 ottobre 1984 furono individuate le linee direttive per tale pratica. Oggi vi sono, in sostanza, una ventina di gruppi tradizionalisti che hanno ottenuto tale autorizzazione.

Con la Fraternità Sacerdotale San Pio X non si è, invece, finora trovato accordo, in quanto gli aderenti a quest'ultima continuano a respingere le novità più rilevanti del concilio: libertà religiosa, l'ecumenismo, la collegialità dei vescovi.[senza fonte]

Il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Summorum Pontificum.

Benedetto XVI concedendo il motu proprio "Summorum Pontificum" ha dato seguito ai rilievi già espressi da cardinale. Nella propria Autobiografia, contestava il divieto del Messale precedente come espressione di una perniciosa ermeneutica della discontinuità. Nella sua Introduzione allo spirito della liturgia, il futuro Pontefice criticava anche l'archeologismo liturgico e molte delle riforme scaturite. Il motu proprio "Summorum Pontificum" sottolinea la continuità con la tradizione liturgica precedente il Concilio e permette l'uso dei libri liturgici antichi.

Questo motu proprio fu criticato da esponenti della parte più progressista del clero, come il cardinale Carlo Maria Martini, secondo il quale ritornare ai vecchi riti significherebbe prendere le distanze dall'apertura sociale decisa da Paolo VI, che «ha costituito una fonte di ringiovanimento interiore e di nutrimento spirituale», per i fedeli, permettendo loro anche un migliore e maggior comprensione della liturgia e della Parola di Dio e facendoli «trovare quel respiro di libertà e di responsabilità da vivere in prima persona di cui parla san Paolo», affermando quindi che non avrebbe celebrato in latino [16].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Dal testo della Sacrosanctum Concilium
  2. ^ "L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. Dato però che, sia nella messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia", dalla Sacrosanctum Concilium: [1]
  3. ^ Lettera apostolica motu proprio data Sacram Liturgiam, AAS 56 (1964), p. 139]
  4. ^ a b Tra il papa e il massone non c'è comunione
  5. ^ A. Tornielli, Paolo VI - L'audacia di un Papa, Mondadori, Milano (2009), cap. XVII pagg. 586-588
  6. ^ Essa si limita, al n. 128,[2], a chiedere che si "rivedano quanto prima" le disposizioni circa la costruzione degli edifici sacri, tra cui genericamente la "forma ed erezione degli altari".
  7. ^ [3] Papa Benedetto XVI: Festa del Battesimo del Signore, Cappella Sistina.
  8. ^ [4] Papa Francesco: Festa del Battesimo del Signore, Cappella Sistina.
  9. ^ Il testo del pronunciamento si può leggerlo al seguente link
  10. ^ Claudio Ferlan, La Chiesa parlerà anche Tzotzil e Tzeltal, Rivista il Mulino, 30 ottobre 2013 online
  11. ^ - Capitolo VI, in La "Nuova Chiesa" di Paolo VI, Editrice Civiltà - Brescia, 2003, p. 268.: «Esempi di scandalose chiese post-conciliari. La chiesa di Emmaus di Wöls, in Tirolo. La nuova chiesa, che è vicina a quella vecchia, manca di un qualsiasi segno di riconoscimento del sacro».
  12. ^ si veda voce "Chiese postconciliari"
  13. ^ Testo completo dell'intervento qui
  14. ^ Contro-rivoluzione liturgica – Il caso “silenziato” di Padre Calmel | Concilio Vaticano II
  15. ^ „...Con la presente Nostra Costituzione, da tenersi in perpetuo, … stabiliamo e comandiamo sotto pena della Nostra indignazione che a questo Nostro Messale recentemente pubblicato giammai, in alcun tempo, nulla possa essere aggiunto, sottratto o cambiato (nell'Ordinario della Messa)...“[§ VI]
    «Anzi, in virtù dell'Autorità Apostolica, Noi concediamo a tutti i sacerdoti, a tenore della presente, l'indulto perpetuo di poter seguire, nella Messa cantata o recitata, in qualunque chiesa, senza scrupolo veruno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui avranno piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente, così che non siano tenuti a celebrare la Messa in maniera differente da quella che abbiamo prescritto, né d'altra parte possano venir costretti e spinti da alcuno a cambiare questo Messale.“ [§ VII]
    „...Similmente decretiamo e dichiariamo che le presenti Lettere in nessun tempo potranno venir revocate o diminuite, ma stabili sempre e valide dovranno perseverare in tutto il loro vigore..».. [§ VIII]
    «Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento, facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l'audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell'indignazione di Dio Onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo».
  16. ^ Luca Saitta, Martini: Non celebrerò la messa in latino, in La Repubblica, 30 luglio 2007. URL consultato il 15 novembre 2009.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Aimé Georges Martimort, Le rôle de Paul VI dans la réforme liturgique: Pubblicazioni dell'Istituto Paul VI (5), Brescia 1987, p. 59-73.
  • Martin Mosebach, Häresie der Formlosigkeit, Die römische Liturgie und ihr Feind, Wien und Leipzig (Karolinger), ³2003, ISBN 3-85418-102-7
  • Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, Milano 2001
  • Jean Soldini, «Storia, memoria, arte sacra tra passato e futuro», in AA. VV., Sacre Arti, a cura di Flaminio Gualdoni, con testi di Tristan Tzara, Soetsu Yanagi, Titus Burckhardt, Franco Maria Ricci, Bologna 2008, pp. 166–233.

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