Imitazione di Cristo

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando pratica religiosa cristiana, vedi Imitazione di Cristo (teologia).
Imitazione di Cristo
Titolo originaleDe Imitatione Christi
Thomas à Kempis - De Imitatione Christi.gif
Copia conservata alla Bibliothèque royale de Belgique di Bruxelles
AutoreAnonimo
1ª ed. originaleXV secolo
Generetrattato
Sottogenerereligioso
Lingua originalelatino

Imitazione di Cristo (titolo originale in latino: De Imitatione Christi) è, dopo la Bibbia, il testo religioso più diffuso di tutta la letteratura cristiana occidentale.[1] Il testo è in lingua latina e ne è sconosciuto l'autore. La rosa di nomi a cui attribuire l'opera è, sostanzialmente, ridotta a tre figure: il frate agostiniano Tommaso da Kempis, Jean Gerson e Giovanni Gersen.[2]

Scritta durante il periodo medievale, l'opera ha per oggetto la via da percorrere per raggiungere la perfezione ascetica, seguendo le orme di Gesù (Christomimesis).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Sfondo storico[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Imitazione di Cristo (teologia).
L'abbazia di Windesheim, dove ebbe inizio la Devotio moderna.

L'ideale dell'imitazione di Cristo è stato da sempre un elemento importante nella teologia, nell'etica e nella spiritualità cristiana.[3][4] Riferimenti a questo concetto ed alla sua pratica si trovano già nei primi documenti del cristianesimo come nelle Lettere di San Paolo.[4]

Sant'Agostino vedeva l'imitazione di Cristo come un proposito fondamentale per la vita del buon cristiano, e come rimedio all'imitazione dei peccati di Adamo.[5][6] San Francesco d'Assisi credeva che l'imitazione fisica e spirituale di Cristo, evocata tramite la povertà e la predicazione sull'esempio di Gesù che era povero dalla nascita e morì nudo sulla croce, fosse un esempio chiaro da mettere in pratica nella vita quotidiana di quanti decidevano di seguirlo.[7][8] Il tema dell'imitazione di Cristo è stato mantenuto in tutte le fasi della teologia bizantina come appare nell'opera Vita di Cristo di Nicola Cabasilas del XIV secolo il quale riteneva che "vivendo la vita personale" in Cristo fosse la primaria delle virtù del cristianesimo.[9][10]

Il concetto di imitazione di Cristo venne ripreso già dal movimento della Devotio moderna, iniziato da Geert Groote, insoddisfatto dello stato della Chiesa della sua epoca e percepito come graduale perdita delle tradizioni monastiche e mancanza di valori morali tra il clero.[11] Il punto focale della Devotio moderna fu la riscoperta delle pratiche religiose originarie e la riconversione del clero alla vera vita del cristianesimo delle origini.[12][13] L' Imitazione di Cristo venne scritta certamente nell'ambito del movimento della Devotio moderna, fiorita in Europa settentrionale ma diffusasi poi nel resto del continente ed oltre le possibilità dello stesso movimento, portando infine ad una delle cause della riforma protestante.[13]

Tra la Summa Theologica di San Tommaso d'Aquino e l'Imitazione di Cristo, si pone quindi la Scala perfectionis del mistico agostiniano Walter Hilton (1340–1396), il quale si vedeva come "erede pastorale di San Gilberto".[14]

Controversie sull'attribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Come accennato, permangono dubbi sul reale autore del testo. Lo storico britannico Brian McNeil suppone che il vero autore sia Jean Gerson, teologo e filosofo francese, cancelliere dell'Università di Parigi.[15]

Una terza teoria ritiene invece che l'opera sia frutto del lavoro di più persone che hanno provveduto a completare il testo in tempi diversi. L'ipotesi si basa sulla differente impostazione stilistica dei primi due libri rispetto agli ultimi due.[16] In effetti, i primi due libri sembrano abbozzare una sorta di "regola monastica", "intesa al governo della vita interiore"[17] e quasi contrapposta alle scuole filosofiche realista e nominalista.

Una quarta teoria vede il benedettino Giovanni Gersen tra gli autori dell'opera.

Il terzo libro è scritto con uno stile più drammatico, probabilmente aggiunto in un momento successivo. Il quarto libro, incentrato completamente sull'importanza dell'eucaristia, fa altresì pensare a una stesura più tarda - probabilmente risalente al XIV secolo - quando le dispute su quel sacramento erano particolarmente accese.

Una quinta teoria propende per l'attribuzione all'ambiente dei Padri Certosini. A questo proposito Enzo Bianchi scrive: "L'opera può essere collocata e a noi pare certamente proveniente da ambiente monastico con possibilità di essere più quello certosino, attento alle ragioni del cuore, nutrito di cristocentrismo individuale, diffidente verso le forme di vita comunitaria, che quello benedettino che, per quanto ambiente solitario, esprime pure esigenze comunitarie che nel libro mai si fanno sentire".[18]

Per riuscire a districarsi tra le vere motivazioni per cui questo lavoro non è finora stato attribuito con certezza, va tenuto presente che la querelle sull'attribuzione di questa importante opera letteraria è stata alimentata, non solo ma anche, da motivi poco elevati come i nazionalismi vari e il prestigio di qualche ordine religioso. Il dibattito tra gli studiosi, ha proposto finora, come alternative più credibili quelle di Gerson, francese e "cancelliere" della Sorbona (1363-1429), Tommaso da Kempis (1380 - 1471) e Giovanni Gersen (1243 - ?), benedettino vercellese. Quest'ultimo, nel "Dizionario storico degli autori ecclesiastici" (1768-1771, 4 voll) rileva come Gersen fosse una persona molto colta e come conoscesse San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio da Padova.[2]

Nel ventesimo secolo tuttavia la maggioranza degli scienziati ha accettato Tommaso da Kempis come autore, soprattutto dopo due grandi opere degli studiosi:

- Delaissé, L.M.J., Le manuscrit autographe de Thomas a Kempis et "L'imitation de Jésus-Christ": Examen archéologique et édition diplomatique du Bruxellensis 5855-61, Paris/Anvers, 1956, 2 tomes;

- Huijben, Jacques, et Debongnie, Pierre, L'auteur ou les auteurs de L'Imitation, Bibliothèque de l'Université, Louvain, 1957.

Struttura del testo[modifica | modifica wikitesto]

L'opera si divide in quattro libri.

  • Libro I (Libro della imitazione di Cristo e del dispregio del mondo e di tutte le sue vanità) sollecita ad abbandonare la vacuità delle cose materiali e a porre al centro dell'attenzione la carità, la conformità a Cristo, la meditazione, l'obbedienza e la contrizione.
  • Libro II (Dell'interna conversazione) insiste sulla necessità e l'inevitabilità della sofferenza per poter entrare nel regno di Dio ed elabora una serie di precetti per vivere una vita interiore molto intensa.
  • Libro III (Dell'interna consolazione) segna un mutamento nello stile: il testo diventa infatti una sorta di dialogo mistico con Cristo.
  • Libro IV (Libro del sacramento del corpo di Cristo) esorta, sempre sotto forma di dialogo, alla unione con Cristo attraverso l'eucaristia.

Dal titolo del primo capitolo è verosimile pensare che il testo, passando da copista a copista, abbia fatto sì che la scelta del titolo per l'intera opera abbia avuto origini casuali in quanto riflette il titolo di questo capitolo iniziale.

Il De imitatione Christi come ispirazione del pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Il De imitatione Christi è stato testo fondamentale per diverse personalità del mondo religioso e laico sin dalla sua uscita. All'ombra delle parole di Tommaso da Kempis si sono formati ad esempio sant'Ignazio di Loyola (che consigliò il testo a san Filippo Neri), san Carlo Borromeo, santa Teresa d'Avila, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Giovanni Bosco e santa Maria Domenica Mazzarello. Il testo è stato punto di riferimento dottrinale per papa san Pio V, per papa san Pio X e per papa Pio XI, oltre ad aver raccolto il plauso di scrittori laici come Hippolyte Taine, Auguste Comte, Jules Michelet, Giosuè Carducci e Benedetto Croce, oltre a scienziati e letterati come Pierre Corneille, Voltaire, Jean-Jacques Ampère, Adolphe Retté, Giovanni Papini e Thomas Merton.

Thérèse di Lisieux[modifica | modifica wikitesto]

Tra i più illustri allievi dell'autore del "De imitatione Christi" va annoverata la suora carmelitana e dottore della Chiesa santa Thérèse di Lisieux.[1] La composizione letteraria del monaco agostiniano infatti è capitale per riuscire a comprendere a pieno la figura della carmelitana, in quanto è proprio su questo testo di mistica medioevale che si è svolta la sua prima formazione. Teresa, durante l'adolescenza, portava sempre questo libro con sé, e avendolo meditato a lungo era giunta a conoscerne ampi stralci a memoria.

Bossuet[modifica | modifica wikitesto]

Bossuet definiva questo libro "Quinto evangelo", tanta era l'importanza che gli accordava rispetto a tanti altri libri che nel loro insieme costituiscono la letteratura cristiana.[19]

Voltaire[modifica | modifica wikitesto]

Lo stesso Voltaire, non credente, riconobbe meriti singolari a quest'opera[1] che si è imposta nei secoli come capolavoro ascetico e letterario insieme.

Papa Giovanni XXIII[modifica | modifica wikitesto]

Anche il papa del Concilio Vaticano II si ispirava regolarmente al De imitatione Christi.[19]

Benedetto Giuseppe Labre[modifica | modifica wikitesto]

Questo mistico e santo francese seguì quasi alla lettera l'insegnamento del libro. Alla sua morte i suoi unici averi erano un Vangelo, un crocifisso, un breviario per le preghiere quotidiane e appunto una copia del De imitatione Christi.[20]

L'umiltá che deve avere l'intellettuale[modifica | modifica wikitesto]

Il brano che fa da incipit a questo libro mette chiaramente in luce l'umiltà che deve avere l'intellettuale. Si presenta come un vero e proprio manuale di ausilio a percorrere la via della perfezione evangelica, migliorando se stessi sull'esempio di Cristo.

«quando verrà per noi il giorno del Giudizio, non ci sarà domandato che cosa avremo letto, ma che cosa avremo fatto, né con quanta dottrina o eleganza avremo parlato, ma quanto santamente avremo vissuto.»

(Libro Primo del "De imitatione Christi")

Giá Re Salomone dopo aver raggiunto ricchezze immense,[21] aver provato ogni tipo di piacere, ed esser diventato il piú dotto della sua epoca,[22] nel libro del Qoelet, insoddisfatto di tutto, definisce tutto vanità e senza senso (compresa la sapienza).

«Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento.»

(Re Salomone in Qoelet)

É dalla durezza di questo passo che Tommaso da Kempis mette l'accento sul senso "per chi é lo studio", se in un contesto di umile santificazione personale o peccando di superbia. Nel caso di Salomone, che per tradizione é andato all'inferno, era per edonismo, per godere, per se stesso.

«Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore.»

(Re Salomone in Qoelet)

Il contesto in cui viene scritto questo libro é il monastero, che per lo più era governato dalla Regola benedettina[23]di San Benedetto da Norcia, quindi un circolo di intellettuali in un mondo per lo più disinteressato all'istruzione. Siamo in un tempo che quindi esponeva i sapienti al peccato primordiale, quello di Lucifero, la superbia.

«L'ozio è nemico dell'anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore e in altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio.»

(Regola di San Benedetto)

Questo tipo di critica alla superbia dell'intellettuale ha sostenitori anche in autori che con la tradizione ebraica-cristiana sono in aperta rottura, come il filosofo tedesco dell'Ottocento Friedrich Nietzsche.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c www.zenit.it Archiviato il 27 giugno 2009 in Internet Archive.
  2. ^ a b Prefazione redatta da Giuliano Vigini in L'Imitazione di Cristo, Torino, 2005
  3. ^ The Westminster Dictionary of Christian Theology by Alan Richardson, John Bowden 1983 ISBN 978-0-664-22748-7 pagg. 285-286
  4. ^ a b Holy people of the world: a cross-cultural encyclopedia, Volume 3 by Phyllis G. Jestice 2004 ISBN 1-57607-355-6 pagg. 393-394
  5. ^ Augustine's early theology of the church by David C. Alexander 2008 ISBN 978-1-4331-0103-8 pag. 218
  6. ^ Augustine by Mary T. Clark 2005 ISBN 978-0-8264-7659-3 page 48
  7. ^ The Word made flesh: a history of Christian thought by Margaret Ruth Miles 2004 ISBN 978-1-4051-0846-1 pagg. 160-161
  8. ^ Saint Francis of Assisi by Jacques Le Goff 2003 ISBN 0-415-28473-2 pag. 44
  9. ^ A concise dictionary of theology di Gerald O'Collins, Edward G. Farrugia 2004 ISBN 0-567-08354-3 page 115
  10. ^ Holy people of the world: a cross-cultural encyclopedia, Volume 3 by Phyllis G. Jestice 2004 ISBN 1-57607-355-6 pag. 661
  11. ^ The Reception of the Church Fathers in the West: From the Carolingians to the Maurists, Volume 1 by Irena Dorota Backus 1997 ISBN 90-04-09722-8 pag. 405-415
  12. ^ Paradigms, poetics, and politics of conversion di Jan N. Bremmer, Wout Jac. van Bekkum, Arie L. Molendijk 2006 ISBN 90-429-1754-7 pagg. 59-62
  13. ^ a b The Westminster Dictionary of Christian Spirituality by Gordon S. Wakefield 1983 ISBN pages 113-114
  14. ^ (EN) Martin Thornton, Pastoral Theology: A Reorientation, Wipf and Stock, 2010, p. 99, ISBN 9781608997442, OCLC 908417927.
  15. ^ Brian McNeil, L'imitazione di Cristo, Jaca Book, Milano, 2004, ISBN 88-16-43724-3, pag. 133.
  16. ^ Cfr. introduzione di (FR) L. Molland, Ch. D'Héricault, Le Livre De L'Internelle Consolacion, Première Version Françoise De L'Imitation De Jésus-Christ, P. Jannet, Parigi, 1856.
  17. ^ Cesare Guasti, Della imitazione di Cristo, Società di San Giovanni / Desclèe, Roma / Tournai, 1866, p. 338.
  18. ^ Introduzione a L'Imitazione di Cristo, Paoline, Milano 2008, p. 15
  19. ^ a b Introduzione a cura di Brian McNeil de L'imitazione di Cristo, Milano, Jaca Book, 2004, pag. 8. ISBN 8816437243.[1]
  20. ^ www.santiebeati.it
  21. ^ La Sacra Bibbia - IntraText, su www.vatican.va. URL consultato il 25 maggio 2021.
  22. ^ La Sacra Bibbia - IntraText, su www.vatican.va. URL consultato il 25 maggio 2021.
  23. ^ ora-et-labora.net, https://ora-et-labora.net/RSB_it.html.

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