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La fiaccola sotto il moggio

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La fiaccola sotto il moggio
Tragedia in quattro atti
Gabriele D'Annunzio.jpg
Foto di Gabriele D'Annunzio
AutoreGabriele D'Annunzio
Lingua originaleItaliano
GenereDecadentismo
AmbientazioneAnversa degli Abruzzi (Abruzzo)
Composto nel1905
Prima assoluta1905
Prima rappresentazione italiana1905
Personaggi

Principali: Tibaldo, Simonetto e Gigliola de Sangro, Bertrando Acclozamòra, Donna Aldegrina, la donna di Luco Angizia Fura.

Secondari: 2 nutrici (Annabella e Benedetta), il Serparo, i Manovali.

Una particolarità: nell'edizione originale del libro in fondo alla lista dei personaggi è citato il testo greco della chiusa dell'introduzione anapestica del primo stasimo delle Coefore di Eschilo δράσαντα παθεῖν τριγέρων μῦθος τάδε φωνεῖ ("chi ha commesso [il delitto] soffra [la pena]: questo recita un motto tre volte antico!)
 

La fiaccola sotto il moggio è una tragedia di Gabriele D'Annunzio ambientata ad Anversa degli Abruzzi in provincia dell'Aquila, scritta nel 1905 e rappresentata per la prima volta nello stesso anno.

D'Annunzio vi venne ispirato nella sua breve permanenza ad Anversa degli Abruzzi con Antonio De Nino, e scrisse di proprio pugno: "La fiaccola sotto il moggio è la perfetta delle mie tragedie".[1] Tra le interpreti della sua opera ebbe modo di dichiarare dell'attrice Paola Pezzaglia: "Ha tenuta accesa la mia fiaccola ponendola sopra il moggio".[2]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il dramma tratta gli ultimi istanti di reggenza della famiglia dei Di Sangro al castello normanno di Anversa degli Abruzzi ed è ambientato nel terzo decennio dell'Ottocento, sotto il regno di Ferdinando I di Borbone. Viene uccisa la madre della protagonista Gigliola per opera della matrigna Angizia e del padre Tibaldo. Gigliola non ne riesce a vendicare il misfatto.

La storia porta Gigliola al sacrificio. Il castello infine crolla ed i personaggi sono affetti da vari morbi più o meno gravi: Simonetto è emofiliaco, Tibaldo è affetto da un tremore, Bertrando è moralmente corrotto, Angizia è sfrontata.

Analisi[modifica | modifica wikitesto]

"Tenere una fiaccola sotto il moggio” (una specie di piccolo tino usato come unità di misura per le granaglie) è un'espressione derivata dai Vangeli per indicare “possedere una verità nascosta”, che è appunto quella della farneticante e quasi folle Gigliola, la quale intuisce la vera causa della morte materna, ma non la manifesta ed è alla fine sopraffatta nel suo impeto vendicatore dal destino, implacabile signore delle ombre e unico arbitro delle vicende umane.

La tragedia inizialmente fu accolta negativamente da pubblico e critica, e rivalutata soltanto dopo la morte del poeta, venendo accostata a La figlia di Iorio per le qualità e i collegamenti con l'Abruzzo. Gigliola è vista come una superfemmina in negativo, rispetto alle protagoniste Fedra e Francesca da Rimini, che distruggono la vita del proprio amato, in qualità di fèmmes fatales. Gigliola è stata definita una vera e propria eroina tragica, figlia dei personaggi dei classici greci, che viene annientata dal potere della natura (il paesaggio tetro di montagna, la gente ignorante e ostile e la sensuale Angizia), e che prende ugualmente in mano il proprio destino, venendo però distrutta, secondo la tipica legge dei figli che pagano per le colpe dei genitori. Tuttavia il pessimismo nella tragedia si rivela universale e simbolico perché non solo Gigliola viene distrutta dalla morte, ma con lei rovina tutto il palazzo nobile dei Sangro, che simboleggia la decadenza fisica-morale non solo della struttura, ma anche dei componenti dell'antica famiglia. Da qui sempre la comunione panica con la natura degli elementi Sangro-Castello.

L'importanza della tragedia consiste anche, come per la figlia di Iorio, nella scelta del paesaggio, che si correla perfettamente con gli schemi della tragedia, basata su leggi del casato e su regole universali imposte dalla natura. L'Abruzzo descritto da D'Annunzio era ancora profondamente legato a riti mistici pagani, come la venerazione dei serpenti, nel personaggio del Serparo, e della montagna Majella, le cui leggende spingevano al commettere atti di profonda venerazione, che a volte sconfinava nell'estasi dionisiaca tipica della tragedia, e della poetica dannunziana. I valori negativi di corruzione sono evidenti in ogni componente della vecchia famiglia, di cui ciascuno incarna il tradimento, l'inganno o la follia, destinati per legge di "hybris" della tragedia classica ad essere annientati nella morte.

Attualmente del castello sono visibili solo i ruderi; forse questo ha ispirato D'Annunzio per l'apoteosi finale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Anversa degli Abruzzi.
Nella parte alta a sinistra dell'abitato si possono notare i ruderi del castello che hanno ispirato D'Annunzio per la stesura de "La fiaccola sotto il moggio".