Motti dannunziani

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Gabriele D'Annunzio.

I motti d'annunziani sono una serie di motti coniati da Gabriele d'Annunzio. Alcuni di questi divennero celebri, anche per il loro legame con gli eventi storici.

Si possono grossolanamente riunire nelle seguenti categorie:

Motti di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Memento Audēre Semper (ricorda di osare sempre)[modifica | modifica wikitesto]

La scritta "Memento Audere Semper" posta sull'edificio del Vittoriale che ospita il MAS 96 usato da Gabriele d'Annunzio durante la Beffa di Buccari.

Forse il motto più famoso, nasce utilizzando le medesime iniziali della sigla MAS (motoscafo armato SVAN[1]) con cui d'Annunzio fu protagonista della leggendaria beffa di Buccari nella notte fra il 10 e l'11 febbraio 1918. Evidente, in questo motto, il concetto dell'osare a ogni costo. L'illustrazione mostra una mano affiorante dalle onde e che, chiusa a pugno, stringe rami di quercia.

Semper Adamas (sempre adamantino, duro come il diamante)[modifica | modifica wikitesto]

Questo motto, illustrato come moltissimi altri da Adolfo De Carolis, fu destinato alla Prima Squadriglia Navale. L'illustrazione mostra un braccio nudo che, levato orizzontalmente e con il dito puntato, si leva fra le fiamme. In calce la dicitura il Comandante.

Cominus et Eminus Ferit (da lontano e da vicino ferisce)[modifica | modifica wikitesto]

Anche questo motto - coniato sul "Cominus e eminus" di Luigi XII di Francia, di cui lo stemma era l'istrice - fu illustrato da Adolfo De Carolis e fu ideato per decorare gli aerei della Squadra della Comina, squadriglia di aviatori dediti ad azioni particolarmente rischiose. Nell'illustrazione un'aquila ad ali spiegate e nella posizione di attacco scocca fulmini da sotto le ali.

Eia! Eia! Eia! Alalà![modifica | modifica wikitesto]

Grido di guerra suggerito da D'Annunzio al posto del "barbarico" hip, hip, hip, urrà! durante una cena alla mensa del Campo della Comina, nella notte del 7 agosto 1918. Il giorno seguente gli aviatori ebbero ciascuno una bandierina di seta tricolore su cui il Vate scrisse di suo pugno il nuovo grido di battaglia, con la data e la firma. Divenne presto di uso comune e dopo la guerra fu ripreso dalla propaganda fascista. Il grido ha origini classiche. L'eia o heia è una parola greca, usata da Eschilo e anche da Platone; inoltre si diffuse nel Medioevo e cantato dai Crociati. L’alalà (onomatopea tratta dal verbo greco ἀλαλάζω, alalázo), è un grido di guerra o di caccia, usato da Pindaro e da Euripide, si trova anche nel Carducci e nel Pascoli.

O giungere o spezzare[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1932, seguendo l'ordine alfabetico deciso sin dal primo corso arruolato nel 1923, nell'Accademia Aeronautica fece il suo ingresso il Corso da identificare con la lettera M, cui fu assegnato il nome MARTE. Gli stessi allievi del corso, dopo aver realizzato il gagliardetto raffigurante un guerriero con elmo da antico romano che tendeva l'arco per lanciare una freccia verso l'alto, si rivolsero a Gabriele D'Annunzio per chiedergli di realizzare il motto ed il Poeta scrisse di suo pugno, sull'effigie che gli era stata inviata, “o giungere” alla sinistra del guerriero e “o spezzare” alla sua destra.[2]

Motti di Fiume[modifica | modifica wikitesto]

Ardisco Non Ordisco[modifica | modifica wikitesto]

Fu lanciato all'indomani del discorso all'Augusteo di Roma nel maggio del 1919. Fu indirizzato al presidente statunitense Wilson che negava la città di Fiume all'Italia.

Hic manebimus optime (qui staremo benissimo)[modifica | modifica wikitesto]

Mutuato da Tito Livio, divenne il principale motto dei Legionari, riprodotto anche nella medaglia a ricordo dell'impresa di Fiume.


Quis contra nos? (chi contro di noi?)[modifica | modifica wikitesto]

Tratto da una frase di san Paolo ("Si Deus pro nobis, quis contra nos", Romani, VIII, 31), il motto fu usato da diversi personaggi (tra cui il libraio Michel Ier Sonnius) prima di diventare il motto della Reggenza Italiana del Carnaro.

Cosa fatta capo ha[modifica | modifica wikitesto]

Il motto, frase attribuita a Mosca dei Lamberti "Ricordera'ti anche del Mosca, che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, che fu mal seme per la gente tosca" è preso dal XXVIII canto dell'Inferno di Dante Alighieri e D'Annunzio se ne avvalse per celebrare la storica impresa fiumana, allorché d'Annunzio, a capo di un gruppo di Arditi, prese la città di Fiume. Nell'illustrazione del motto dipinto da Adolfo de Carolis, che illustrò e disegnò molte delle sue opere, alcune mani stringono dei pugnali neri.

Immotus nec Iners (fermo ma non inerte)[modifica | modifica wikitesto]

La frase è di Orazio ed orna, come motto, lo stemma nobiliare di Principe di Monte Nevoso; lo stemma fu dipinto da Guido Marussig; il titolo di principe fu concesso a d'Annunzio dal Re d'Italia su iniziativa di Mussolini il 15 marzo 1924, dopo la definitiva annessione di Fiume all'Italia. Sembra evidente come la scelta di questo motto avesse un intento dichiaratamente polemico con lo stesso Duce, che teneva il poeta in un dorato isolamento sul Lago di Garda, escludendolo completamente dalla vita politica della capitale, molto probabilmente a causa del profondo disaccordo di quest'ultimo con la linea dittatoriale presa dal governo del Mussolini. Nella raffigurazione, si vede la cima di un monte coperta di neve e sovrastata dalla costellazione dell'Orsa Maggiore.

Me ne frego[modifica | modifica wikitesto]

« La mia gente non ha paura di nulla, nemmeno delle parole »
(Gabriele d'Annunzio)

Un motto "crudo" come lo definì lo stesso poeta, tratto dal dialetto romanesco. Il motto apparve per la prima volta nei manifesti lanciati dagli aviatori del Carnaro su Trieste. Il motto era ricamato in oro al centro del gagliardetto azzurro dei legionari fiumani (un gagliardetto che riporta "me ne strafotto" è presente al Vittoriale degli italiani di Gardone, nella sezione "schifamondo"). In seguito venne utilizzato dalle Squadre d'azione fasciste.

Sembra che il motto sia stato ripreso da un discorso avvenuto il 15 giugno 1918 a Giavera del Montello tra il Capitano Zaninelli e il Maggiore Freguglia, suo comandante durante la battaglia del solstizio. Freguglia chiamò Zaninelli e gli disse che con la sua compagnia doveva attaccare un caposaldo Austriaco a Casa Bianca; Freguglia aggiunse che era una missione suicida, ma che andava portata a termine ad ogni costo. Zaninelli guardò Freguglia e rispose: "Signor comandante io me ne frego, si fa ciò che si ha da fare per il re e per la patria". Si vestì a festa e andò incontro alla morte. Ora Casa Bianca si chiama Casa Zaninelli proprio in suo onore.

A noi![modifica | modifica wikitesto]

Fu reso celebre a Fiume, durante la Festa di San Sebastiano, nel gennaio 1920, in risposta alle acclamazioni dei legionari che lo circondavano. Anche questo motto venne successivamente fatto proprio dai fascisti.

Per la verità era già in uso nel XXVII reparto arditi. Fu coniato dal comandante degli Arditi Maggiore Luigi Freguglia nel febbraio del 1918 al posto del classico: hip hip hurra! Divenne il motto della compagnia.

Nec recisa recedit (neanche spezzata retrocede)[modifica | modifica wikitesto]

Antica frase latina, venne utilizzata dal poeta per una dedica alle Fiamme Gialle della Regia Guardia di Finanza che parteciparono all'impresa di Fiume giurando fedeltà alla causa.

« Alle Fiamme Gialle, onore di Fiume, Nec Recisa Recedit, Fiume d'Italia, 1920 - Gabriele d'Annunzio »

La frase divenne nel 1933 il motto ufficiale della Guardia di Finanza, riportato sullo stemma araldico.

In seguito al Terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009, il motto, che campeggiava ben visibile all'interno della Scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di Finanza, centro delle operazioni di soccorso della Protezione Civile, è stato assunto dagli stessi cittadini della città abruzzese come motto di speranza verso la ricostruzione.[senza fonte]

Motti di casata[modifica | modifica wikitesto]

Senza cozzar dirocco[modifica | modifica wikitesto]

Lo suggerì d'Annunzio per lo stemma della famiglia Caproni, industriale trentino e pioniere dell'aviazione italiana. Ai Caproni venne conferito dal re Vittorio Emanuele III il titolo di Conti di Taliedo, in riconoscimento dei meriti industriali (come ad altre grandi famiglie industriali dell'epoca) e di supporto all'industria bellica durante la prima guerra mondiale. Oltre al motto, lo stemma riportava l'effigie di un caprone rampante.

Altri motti[modifica | modifica wikitesto]

Habere non haberi (possedere, non essere posseduto)[modifica | modifica wikitesto]

È un'espressione latina tratta dal filosofo greco Aristippo. L'espressione giustifica le ricchezze ("habere"), ma mette in guardia l'uomo dalla possibilità di essere sottomesso da esse, di fare delle ricchezze il fine ultimo della propria vita ("haberi"). La citazione si trova ne Il piacere (libro I, cap. II), tra i precetti che il padre del protagonista Andrea Sperelli dà al figlio: in chiave dannunziana significa "possedere la vita" ma non farsi possedere da essa, ossia una completa indipendenza da tutto e da tutti in nome di sé e delle proprie idee.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Motoscafo armato S.V.A.N, dove la SVAN era la ditta che armava tali battelli (Società Veneziana Automobili Navali)
  2. ^ Paolo Moci “Seguendo la Bandiera – Vita di un pilota” pag. 28.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Elena Ledda, Le leggende del superfluo, ovvero motti e versi del Vittoriale.
  • Paola Sorge (a cura di), Motti dannunziani, Roma, Newton, 1994. ISBN 8879834118.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]