Dakota (palazzo)

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The Dakota
1 West 72nd Street (The Dakota) by David Shankbone.jpg
Un veduta dell'edificio da Central Park
Ubicazione
Stato Stati Uniti Stati Uniti
Località New York
Indirizzo 1 West 72nd Street
Coordinate 40°46′35.74″N 73°58′35.44″W / 40.776594°N 73.976511°W40.776594; -73.976511Coordinate: 40°46′35.74″N 73°58′35.44″W / 40.776594°N 73.976511°W40.776594; -73.976511
Informazioni
Condizioni In uso
Costruzione 1880 - 1884
Inaugurazione 27 ottobre 1884
Uso residenziale
Piani 10
Realizzazione
Architetto Henry Janeway Hardenbergh
George Henry Griebel
Ingegnere Karl Jacobson
Proprietario storico Edward S. Clark

Il Dakota (The Dakota) è un celebre edificio residenziale di New York City, situato nell'esclusivo contesto dell'Upper West Side di Manhattan.

È uno dei più antichi ed esclusivi edifici residenziali di Manhattan e il suo nome è legato a molte celebrità dello spettacolo che ivi hanno abitato, tra cui Rudolf Nureyev,[1] Leonard Bernstein[2] e John Lennon.[3]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Una veduta del Dakota nel 1890, ancora completamente isolato

L'edificio fu commissionato da Edward S. Clark, fondatore della Singer Sewing Machine Company, che ne affidò la progettazione allo studio dell'architetto Henry J. Hardenbergh, già autore della prima sede dell'hotel Waldorf Astoria e in seguito del vicino Plaza.[4]

Una veduta invernale di Central Park con il Dakota alla fine dell'Ottocento

L'edificio fu costruito tra il 25 ottobre 1880 e il 27 ottobre 1884[5] ma l'origine dell'appellativo "The Dakota" non è chiara e la prima diffusione ufficiale al riguardo apparse soltanto in un quotidiano del 1933. Tuttavia una leggenda popolare narra che il suo nome derivò dal fatto che al tempo in cui l'edificio venne costruito, l'Upper West Side di Manhattan era scarsamente abitato e quindi considerato remoto quanto il Territorio del Dakota; oppure è più probabile che il nome dell'edificio sia dovuto alla passione di Edward S. Clark per i nomi degli stati dell'ovest degli Stati Uniti.[6][7] A conferma del nome del palazzo vi è comunque il fregio posto al centro del timpano nel prospetto affacciato sulla 72ª strada, che raffigura il volto di un nativo Dakota.

Per l'epoca il concetto di condominio rappresentò un'assoluta quanto discussa novità poiché a vivere in singoli appartamenti, spesso malsani e sovraffollati, erano soltanto le classi inferiori della popolazione mentre l'alta società era solita risiedere in grandi abitazioni unifamiliari. Malgrado ciò e a discapito della sua originaria posizione isolata e distante dalla frenesia del centro di Manhattan, il lussuoso edificio ebbe un grande successo di pubblico fin dal principio, basti pensare che tutti gli appartamenti furono assegnati prima del suo completamento. Pur ottenendo questo strepitoso successo le ingenti spese sostenute per la sua costruzione prosciugarono le finanze di Clark e dei suoi eredi, poiché egli morì improvvisamente prima della conclusione dei lavori.

Ciò nonostante il Dakota divenne il nuovo simbolo per l'alta società di New York, dove acquistare, o quanto meno affittare un appartamento come residenza di città, divenne sinonimo di status sociale. Tra i molti facoltosi personaggi dell'epoca che figurarono tra i primi inquilini si contano l'editore Gustav Schirmers e Theodore Steinway, erede del noto costruttore di pianoforti; egli ebbe l'onore di ospitare nel suo appartamento al Dakota il celebre compositore Pëtr Il'ič Čajkovskij,[8] giunto a New York nel 1890 per l'inaugurazione della Carnegie Hall.[9][10]

Con la costruzione del Dakota si avviò un crescente sviluppo edilizio nella zona circostante che, nei decenni successivi, vide sorgere innumerevoli altri edifici residenziali di lusso e la pianificazione viaria delle strade vicine.

Per soddisfare le nuove esigenze abitative e la crescente richiesta a risiedere nel prestigioso immobile, nel corso dei decenni l'edificio subì notevoli rimaneggiamenti interni e molti locali condominiali destinati ad un uso comune furono trasformati in nuove unità abitative. Il Dakota continuò ad attrarre innumerevoli celebrità che scelsero di abitare al n. 1 di West 72nd Street, tra cui: il maestro Leonard Bernstein, le attrici Lauren Bacall e Judy Garland, il celebre ballerino Rudolf Nureyev e l'ex leader dei Beatles John Lennon, con sua moglie Yoko Ono.

Nel 1968 l'edificio fu inserito nel National Historic Landmark e nel 1972 nell'albo della National Trust for Historic Preservation; dal 1976 è stato dichiarato monumento nazionale.[11][12]

Dal 2007 è in progetto una riconversione della struttura originale delle scuderie all'interno del cortile, da tempo adibita a garage. Il progetto prevede un investimento da svariati milioni di dollari per la realizzazione di ulteriori unità abitative.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

Il prospetto sud

L'edificio è a pianta quadrangolare, libero sui quattro lati e si eleva per dieci piani in corrispondenza dell'incrocio tra la 72ª strada e Central Park West. Caratterizzato dalla sua colorazione ocra uniforme, dai pronunciati tetti a cuspide, le numerose balaustre, nicchie e decorazioni zoomorfe in ferro battuto, il palazzo ha un aspetto austero riferibile all'architettura rinascimentale nord-europea, con echi anseatici e neogotici, in piena sintonia con la moda newyorchese tipica dell'architettura residenziale della seconda metà dell'Ottocento.

L'elemento distintivo più riconoscibile dell'edificio è la copertura, caratterizzata dall'insieme di falde fortemente inclinate su cui troneggiano innumerevoli abbaini, pinnacoli ornamentali e la bandiera degli Stati Uniti, come consuetudine per tutti i monumenti nazionali americani.

L'ingresso è situato sulla 72ª strada ed è caratterizzato da un grande portale ad arco ribassato affiancato da due coppie di grosse lanterne in ferro battuto alimentate a gas. Il portale consente l'accesso al cortile centrale attraverso un ampio passaggio carrabile con volte a crociera; esso permetteva di far sostare le carrozze trainate da cavalli garantendo ai passeggeri un sicuro riparo dalle intemperie. A sormontare il portale, in corrispondenza dell'ottavo piano, vi è il fregio raffigurante un nativo Dakota recante la data di realizzazione "1881".

I tre prospetti principali sono caratterizzati da un basamento in bugnato e dai primi due piani fuori terra sormontati da una vistosa cornice marcapiano che lambisce le finestre del secondo piano, le uniche ad arco a tutto sesto. Il prospetto principale affacciato sulla 72ª strada presenta due grandi bow windows semicirolari che si sviluppano a tutt'altezza e culminano con una cupola di gusto eclettico. Un lungo terrazzo che corre quasi ininterrottamente per i principali prospetti dell'edificio caratterizza il settimo piano, mentre altri terrazzi panoramici sono situati ai piani superiori.

Un dettaglio della facciata

All'angolo tra la 72ª strada e Central Park West, a pochissimi metri dall'ingresso dell'edificio, è presente un accesso alla metropolitana,[13] realizzato nei primi anni del Novecento, la cui rampa di scale è stata ricavata sfruttando parte dell'intercapedine del piano seminterrato dell'edificio.

Fino agli anni venti, l'area di pertinenza del Dakota si estendeva dietro l'edificio, tra la 72ª e 73ª strada; esso comprendeva un giardino privato con un campo da croquet e uno da tennis.

Interni[modifica | modifica wikitesto]

Il Dakota fu il primo plesso residenziale di alto livello a disporre di numerosi servizi e infrastrutture all'avanguardia. Fu tra i primi edifici ad essere dotato di ascensori, montacarichi e da corrente elettrica garantita da un apposito generatore autonomo, mentre una caldaia a carbone alimentava l'impianto di riscaldamento centralizzato e quello dell'acqua calda. L'accesso agli appartamenti è servito da ampie rampe di scale e dai decoratissimi ascensori in ferro battuto posti ai quattro angoli della corte interna, inoltre ulteriori scale e ascensori di servizio sono collocati al centro dei blocchi. Un altro esclusivo sistema all'avanguardia era situato presso la struttura all'interno del cortile che originariamente ospitava le scuderie e che in seguito fu adibita a garage; essa era dotata di speciali montacarichi che consentivano alle carrozze dei residenti di raggiungere direttamente i piani superiori.

Pur essendo un condominio, la concezione originaria del palazzo prevedeva uno stile di vita simile a quello condotto in una grande dimora aristocratica. Il secondo piano dell'edificio, quindi, era destinato ad ospitare ampi spazi comuni presso cui i residenti potevano intrattenere i loro ospiti; accanto a questi grandi saloni di rappresentanza riccamente decorati vi era una cucina che consentiva anche di recapitare su richiesta i pasti presso gli appartamenti padronali mediante un capillare sistema di montacarichi.[14] Gli ultimi tre piani mansardati ospitavano invece altri spazi comuni come la palestra, la lavanderia, una sala giochi, un salone con terrazzo affacciato sul parco e relativi alloggiamenti riservati al personale domestico in servizio presso i residenti.[15][16]

Immagine dell'edificio

Gli appartamenti fino al settimo piano conservano ancora gran parte degli elementi dello stile neogotico dell'epoca e originariamente si contavano complessivamente 65 unità abitative, tutte dotate di esposizione sui due lati, una novità per la New York di quegli anni.[17] Gli appartamenti erano tutti diversi tra loro ed erano composti da un minimo di quattro fino a venti stanze. In origine essi erano caratterizzati da grandi saloni comunicanti en filade alla maniera tradizionale ma anche accessibili da un corridoio interno, favorendo il comodo spostamento da una stanza all'altra, specialmente durante feste e ricevimenti. Alcuni saloni erano lunghi 49 piedi (circa 15 m) con soffitti alti più di quattro metri e pavimenti in legno con intarsi in mogano, rovere e ciliegio, mentre nell'appartamento del sesto piano che fu di Edward S. Clark, il committente dell'edificio, alcuni pavimenti erano notoriamente intarsiati con decori d'argento.[18]

Nel corso dei decenni l'edificio ha subìto notevoli rimaneggiamenti interni e molti dei locali condominiali destinati ad un uso comune sono stati trasformati in nuove unità abitative, raggiungendo un totale di 103 appartamenti[19] di svariate metrature. Tuttavia quasi tutti hanno conservato particolari architettonici di pregio e una disposizione favorevole a vantaggio di saloni o camere da letto padronali, che godono di un invidiabile affaccio su Central Park; mentre sale da pranzo e altri ambienti di servizio affacciano sul cortile interno.

L'assassinio di John Lennon[modifica | modifica wikitesto]

L'ingresso al 1 West 72nd Street dove Mark David Chapman sparò a John Lennon l'8 dicembre 1980

Il Dakota è noto anche per essere stato, a partire dal 1973, l'ultima residenza del beatle John Lennon e di sua moglie Yoko Ono, che risiedevano nel loro triplo appartamento al settimo piano[20][21] ma erano titolari anche di altri due appartamenti ai piani inferiori destinati agli ospiti e di uno al piano terra ad uso ufficio.[22][23]

L'edificio è quindi indissolubilmente legato all'assassinio di John Lennon, ucciso da uno squilibrato davanti all'ingresso principale l'8 dicembre del 1980. Da allora Yoko Ono, che ancora risiede[24] e possiede alcune proprietà nello stabile,[25] celebra ogni anno l'anniversario della morte di Lennon con un pellegrinaggio pubblico di un'ora che parte dal Dakota e termina al vicino Strawberry Fields Memorial di Central Park, creato in memoria del celebre cantante.[26]

Riferimenti nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

All'interno del Dakota sono severamente vietate intrusioni e riprese video o fotografiche per tutelare la riservatezza degli inquilini, tuttavia l'edificio è stato scelto più volte come luogo di ambientazione di riprese cinematografiche.

  • Il regista Roman Polanski filmò gli esterni per il film Rosemary's Baby al Dakota; tuttavia gli interni furono ricreati in studio. In una tesi della giornalista Camilla Sernagiotto pubblicata in un articolo sul sito di Sky Atlantic viene delineato un parallelo tra il massacro della moglie di Polanski, Sharon Tate, assieme ai suoi ospiti in un party indetto nella sua villa dalla setta capitanata da Charles Manson e una delle scene del film Rosemary's Baby, ambientato nella palazzina Dakota. Secondo l'articolo, “nel film la protagonista (Rosemary, interpretata da Mia Farrow, ndr), già incinta di alcuni mesi, organizza una festa nel proprio appartamento del Dakota invitando vecchi amici; tra gli ospiti, compare la moglie del regista (Roman Polanski, ndr), l'attrice Sharon Tate, benché non accreditata nei titoli di coda. La strana coincidenza rimanda alla scena purtroppo reale del massacro indetto da Manson: la Tate, non più invitata ma padrona di casa, organizza un party nella propria abitazione con alcuni amici di vecchia data e viene assassinata da una setta satanica, incinta all'ottavo mese. L'unica differenza, oltre al fatto che Rosemary non verrà uccisa dalla setta del film, è che alla festa di Sharon Tate non presenzia suo marito, mentre John Cassavetes (che interpreta il marito di Rosemary) partecipa al party. Il regista Roman Polanski si salvò proprio grazie al suo film, dal momento che, finite le riprese in America, si era recato in Inghilterra per il montaggio e la postproduzione”[27]. L'ipotesi di Sernagiotto è che Charles Manson e la Family, a loro detta animati da un profondo senso cristiano e cattolico (Manson si professò la reincarnazione di Gesù Cristo), abbiano voluto infliggere una punizione ai danni di chi aveva creato una pellicola satanica come quella di Rosemary's Baby (in cui si parla della nascita del figlio del diavolo, in grembo alla protagonista Rosemary. Per le riprese Polanski si avvalse della collaborazione di Anton Lavey, fondatore della Chiesa di Satana nel 1966; questo famoso satanista americano si era avvicinato all'occultismo nel 1951 attraverso le teorie di Aleister Crowley, ndr). L'articolo prosegue: “Altri due particolari concorrono a rendere tale ipotesi suggestiva; il primo risale al 10 agosto 1969, giorno seguente la strage in casa Polanski in cui Charles Manson ordina ai suoi seguaci un altro massacro, stavolta ai danni del droghiere Leno La Bianca e di sua moglie; stranamente non si tratta di star milionarie del cinema o della musica (il motivo per il quale Manson dichiarò di volere uccidere Roman Polanski e la moglie era proprio perché si trattava di star milionarie, ndr), però la donna assassinata ha un nome significativo: Rosemary. (...) La seconda coincidenza tra le stragi di Charles Manson e il Dakota Building emerge in occasione del processo, nel momento in cui Manson rivela l'identità degli altri personaggi famosi che comparivano sulla sua lista nera: tra questi, spicca quello di Frank Sinatra. Ciò potrebbe apparire insignificante, ma non se calato nel contesto di quell'anno: “The Voice” aveva da poco sposato una ragazza di vent'anni più giovane, creando uno scandalo di proporzioni considerevoli nell'America di quel tempo. A causa dello scalpore che ne era nato, Sinatra decise di chiedere il divorzio alla sua giovane moglie, portandole di persona i documenti di separazione sul set del film in cui la consorte stava recitando. Le carte del divorzio vennero così firmate da Mia Farrow nell'appartamento del Dakota, proprio sul set di Rosemary's Baby.[28]” Tornando alla strage nella villa di Sharon Tate, l'articolo spiega che “quando la polizia fece irruzione nella villa di Polanski, trovò (...) la scritta sul muro “Helter Skelter” sullo specchio della camera da letto, scritta con il sangue di Sharon Tate; è il titolo di uno dei brani di quello passato alla storia come il White Album dei Beatles. Quando Charles Manson viene arrestato come mandante degli omicidi, spiega di essere stato ispirato proprio da quel disco e, in particolare, da quella canzone; dichiarò di aver scoperto un messaggio profetico a lui indirizzato che gli ordinava di diffondere il caos, dunque pianificò l'uccisione della Tate al fine di far ricadere la colpa sulla comunità afroamericana e dare così l'avvio ad una guerra di razze. Manson vide i Beatles come i Quattro Angeli dell'Apocalisse menzionati nel libro Rivelazione del Nuovo Testamento, credendo che le loro canzoni dicessero a lui e ai suoi adepti di prepararsi (“Look out, cos' here she comes!”), quindi chiamò la guerra che stava per scatenare proprio “Helter Skelter”, traducibile in “caos, finimondo”.[29]" Manson arriverà addirittura a far chiamare a deporre John Lennon, accusandolo di averlo spinto per mezzo di alcune sue canzoni a uccidere. Tutto questo nonostante Lennon fosse il suo idolo indiscusso, cosa che accomuna Charles Manson a un altro grande fan dei Beatles e di Lennon in particolare: Mark David Chapman, ossia l'assassino di John Lennon. Secondo Camilla Sernagiotto, "Anche lui, esattamente come il capo della Family, sognava di diventare famoso, ma il suo desiderio non si “limitava” alla volontà di essere uno dei Beatles: innanzitutto la sua idolatria aveva come totem in particolare Lennon e, in secondo luogo, Chapman non sperava di diventare semplicemente come il suo mito, bensì voleva trasformarsi in John Lennon stesso, arrivando nella sua ossessione al punto di sposare una sosia di Yoko Ono. Parallelamente a Manson, pure lui aveva architettato l'omicidio di una star in previsione dell'attenzione che avrebbe attirato su di sé e delle luci della ribalta di cui sarebbe stato finalmente protagonista. Per un attimo l'ex guardia giurata, tossicodipendente e malato di mente Mark David Chapman avrebbe potuto tramutarsi in John Lennon, solamente nel momento in cui avrebbe premuto il grilletto contro di lui”[30]. Premerà quel grilletto l'8 dicembre del 1980 mentre Lennon, assieme alla moglie Yoko Ono, stava uscendo dal palazzo in cui abitavano: il Dakota Building. “In tribunale tentò di giustificarsi dicendo che si era accorto che Lennon stava tradendo gli ideali della sua generazione e che quindi, sentendosi investito della missione di punirlo, gli sparò. Anche Chapman voleva punire qualcuno, qualcuno che aveva peccato. (…) per quanto concerne il parallelo tra la punizione inflitta a Polanski e quella a John Lennon, si potrebbe nuovamente parlare di satanismo. Esistono infatti numerosi elementi che collegano i Beatles al lato oscuro, primo tra tutti uno dei loro album più importanti dal punto di vista storico: Sergent Pepper's Lonely Hearts Club Band del 1966. Non è il disco in sé ad avere tracce di occultismo, ma la sua famosa copertina che mostra le facce di molti personaggi “fondamentali per l'evoluzione artistica del gruppo”, come i Beatles stessi dichiararono. In mezzo alle tante effigi che vanno da Marx a Edgar Allan Poe, compare un viso allora poco noto che Lennon volle inserire ad ogni costo. Avendogli già impedito l'inserimento di Adolf Hitler, Mc Cartney e gli altri permisero al cantante di attaccare quel volto; si tratta di Aleister Crowley, uno stregone esperto di occultismo che ispirò negli anni Cinquanta proprio quell'Anton Lavey di cui Polanski si servì per rendere credibili i rituali satanici presenti in Rosemary's Baby[31].
  • David Aames, il personaggio protagonista del film di Cameron Crowe del 2001, Vanilla Sky, risiede al Dakota ma sono stati filmati soltanto gli esterni dell'edificio, tutti gli interni sono stati riprodotti in studio.

Musica[modifica | modifica wikitesto]

  • Tim Curry cita il Dakota nella sua canzone I do the rock.
  • Il Dakota viene citato nella canzone delle Hole, 20 years in The Dakota.
  • I Brand New menzionano il Dakota nella loro canzone Play crack the sky dell'album Deja entendu.
  • La band Of a Revolution ha scritto una canzone intitolata Dakota circa l'omicidio di John Lennon, nel 2005.
  • La canzone L'ultimo autografo (John Lennon, 08/12/1980) di Giacomo Mariani (Testo e Musica di Giacomo Mariani e Mauro Labellarte) trae ispirazione dalla foto di Paul Goresh che ritrae Lennon all'uscita del Dakota mentre firma la copertina del suo disco Double Fantasy a Mark David Chapman, colui che poche ore dopo diventerà il suo assassino[32].
  • Nas menziona il Dakota nella sua canzone Thief's Theme mentre parla di John Lennon
  • Christine Lavin scrisse ed eseguì una canzone dal titolo The Dakota. In essa racconta i suoi sentimenti verso l'omicidio di Lennon, e come non possa fare a meno di pensare all'incidente quando passa davanti all'edificio.

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Residenti illustri[modifica | modifica wikitesto]

Immagine dell'edificio
Immagine dell'edificio

Richiedenti illustri respinti[modifica | modifica wikitesto]

Analogamente a quanto accade in edifici simili, per abitare al Dakota non è sufficiente disporre soltanto di una notevole somma di denaro a garanzia ma è necessario inoltrare anche una domanda al Consiglio di gestione del condominio. Questi organi di amministrazione sono molto diffusi in tutti gli immobili cooperativi di un certo livello; costituito da residenti dell'edificio, il Consiglio si riserva di valutare l'idoneità o meno del richiedente che, in caso affermativo, dovrà versare l'importo dovuto per acquistare l'immobile divenendone co-proprietario.

  • Billy Joel fece richiesta di un appartamento nel Dakota, ma la sua richiesta fu respinta dalla commissione di Consiglio del palazzo il 25 settembre 1977.
  • Gene Simmons dei Kiss fece richiesta di un appartamento nel Dakota alla fine degli anni settanta ma la sua richiesta venne respinta dalla commissione di Consiglio del palazzo.
  • Antonio Banderas fece richiesta di un appartamento nel Dakota ma la sua richiesta venne respinta dalla commissione di Consiglio del palazzo.
  • Cher fece richiesta di un appartamento nel Dakota ma la sua richiesta venne respinta dalla commissione di Consiglio del palazzo.
  • Madonna fece richiesta di un appartamento nel Dakota ma la sua richiesta venne respinta dalla commissione di Consiglio del palazzo.
  • Melanie Griffith fece richiesta di un appartamento nel Dakota ma la sua richiesta venne respinta dalla commissione di Consiglio del palazzo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Rudolph Nureyev's bath at the Dakota. | Home & Garden Photography | P…
  2. ^ Floorplan Porn: Bernstein's at The Dakota - Curbed NY
  3. ^ The Dakota
  4. ^ Nel 1906 Henry J. Hardenbergh progettò anche la nuova (e attuale) sede dell'hotel Plaza in Central Park South. Il sovrintendente alla costruzione del Dakota fu George Henry Griebel; in seguito egli disegnò e supervisionò anche altri edifici per la compagnia edilizia di Clark per un periodo di diciotto anni, inclusi il palazzo degli uffici della Singer Manufacturing Company sulla 3ª strada e sulla 16ª, quattordici case sulla West Eighty-Fifth Street, un gruppo di case sulla West Seventy-Fourth Street (vicino Columbus Ave), i magazzini Barnett e molte altre ancora.
  5. ^ Historic American Buildings Survey, The Dakota (Apartments), 1 West 72nd Street, Central Park West, New York, New York County, NY, page 2. URL last accessed 2006-10-24.
  6. ^ Christopher Gray, New York Streetscapes, Harry N. Abrams, Inc., pp. 326-328, ISBN 0-8109-4441-3.
  7. ^ Edward Rutherfurd, New York, il romanzo, Oscar Mondadori, pp. 575 - 576, ISBN 978-88-04-61246-9.
  8. ^ Stephen Birningham, Life at The Dakota. New York's most unusual address., pp. 44-46
  9. ^ Lettera al nipote Bob, in L. Bellingardi, p. 38
  10. ^ Edward Rutherfurd, New York, il romazo, Oscar Mondadori, p. 658, ISBN 978-88-04-61246-9.
  11. ^ Dakota Apartments, su National Historic Landmark summary listing, National Park Service, 11 settembre 2007.
  12. ^ Carolyn Pitts, http://pdfhost.focus.nps.gov/docs/NHLS/Text/72000869.pdf National Register of Historic Places Inventory: Dakota Apartments, National Park Service, 10 agosto 1976. and Accompanying photos, exterior, undated
  13. ^ Linee "1", "2", "3", "B", "C".
  14. ^ Stephen Birningham, Life at The Dakota. New York's most unusual address., p. 36.
  15. ^ Stephen Birningham, Life at The Dakota. New York's most unusual address., p. 36
  16. ^ Negli ultimi anni, anche questi spazi al decimo piano sono stati convertiti in appartamenti per ragioni economiche.
  17. ^ Nello Stuyvesant, palazzo costruito nel 1869, appena dieci anni prima e considerato il primo esempio newyorkese di condominio in stile europeo, molti appartamenti erano esposti su un solo lato, con un unico affaccio.
  18. ^ Stephen Birningham, Life at The Dakota. New York's most unusual address., pp. 36-38.
  19. ^ http://www.cityrealty.com/nyc/central-park-west/the-dakota-1-west-72nd-street/4930
  20. ^ http://www.nytimes.com/2010/12/07/nyregion/07appraisal.html?_r=0
  21. ^ Dakota Apartments.. John & Yoko lived on the top floor.. she still lives there.. - Foto di The Dakota, New York City - TripAdvisor
  22. ^ http://newyorkitecture.com/2013/04/23/dakota-apartments/
  23. ^ C.P. Roth: My Visit With John Lennon at the Dakota, 1978
  24. ^ Feb. 18: On Yoko Ono's 81st birthday, we look at her real estate | Spaces - Yahoo Homes
  25. ^ The Dakota in NY: Why Yoko Ono remained a resident after John Lennon's murder - National Celebrity travel | Examiner.com
  26. ^ The Dakota www.travelgoat.com, accessed July 18, 2007.
  27. ^ Sky Atlantic, Appuntamento con Charles Manson al Dakota di New York, skyatlantic.sky.it. URL consultato il 19 luglio 2016.
  28. ^ Sky Atlantic, Appuntamento con Charles Manson al Dakota di New York, skyatlantic.sky.it. URL consultato il 19 luglio 2016.
  29. ^ Sky Atlantic, Appuntamento con Charles Manson al Dakota di New York, skyatlantic.sky.it. URL consultato il 19 luglio 2016.
  30. ^ Sky Atlantic, Appuntamento con Charles Manson al Dakota di New York, skyatlantic.sky.it. URL consultato il 19 luglio 2016.
  31. ^ Sky Atlantic, Appuntamento con Charles Manson al Dakota di New York, skyatlantic.sky.it. URL consultato il 19 luglio 2016.
  32. ^ A 31 anni dalla scomparsa di John Lennon, il cantautore Giacomo Mariani rende omaggio all'ex-Beatle Beatlesnews.it, 13 dicembre 2011.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Birmingham S., Life at the Dakota, Syracuse University Press. Reprint edition, 1996, ISBN 0-8156-0338-X. Originally published by Random House, 1979, ISBN 0-394-41079-3.
  • Rutherfurd E., New York, il romanzo, Oscar Mondadori, Milano, 2010, ISBN 978-88-04-61246-9
  • Schoenauer N., 6000 Years of Housing, 3rd ed., pp. 335 – 336, W.W. Norton & Co., 2001, ISBN 0-393-73120-0.
  • Alpern A., "New York's fabulous luxury apartments: with original floor plans from the Dakota, River House, Olympic Tower, and other great buildings." New York: Dover Publications, 1987, c1975.
  • Van Pelt D., Leslie's History of the Greater New York, Volume III" New York: Arkell Publishing Company 110 Fifth Avenue, c1898, The L A Williams Publishing and Engraving Company. Volume III Encyclopedia of Biography and Genealogy, pp. 656.
  • Luigi Bellingardi, Invito all'ascolto di Čajkovskij, Milano, Ugo Mursia Editore, 1990, ISBN 88-425-0544-7.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]