Manifesto del Partito Comunista

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Manifesto del Partito Comunista
Titolo originale Manifest der Kommunistischen Partei
Communist-manifesto.png
Copertina dell'edizione originale
Autore Karl Marx e Friedrich Engels
1ª ed. originale 1848
Genere saggistica
Sottogenere politica
Lingua originale tedesco
Karl Marx
Friedrich Engels

Il Manifesto del Partito Comunista fu scritto da Karl Marx e Friedrich Engels fra il 1847 e il 1848 e pubblicato a Londra il 21 febbraio del 1848. La prima e parziale traduzione italiana fu pubblicata nel 1889. Una successiva traduzione, ancora parziale, nel 1891, mentre nel 1892 fu pubblicata a puntate nel periodico "Lotta di classe", ad opera di Pompeo Bettini, la prima traduzione completa del Manifesto.

Contenuto[modifica | modifica sorgente]

Il libro fu commissionato dalla Lega dei Comunisti per esprimere il loro progetto politico. Il libro si apre infatti con la famosa frase, seguita da una dichiarazione di intenti:

« Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. [...] È ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso. »

Borghesi e proletari[modifica | modifica sorgente]

Karl Marx e Friedrich Engels analizzano la storia come lotta di classe, sempre esistita e combattuta tra oppressi ed oppressori. Essi sottolineano come questa non solo sia ancora presente nella moderna società borghese ma si sia addirittura accentuata, poiché, in seguito a grandi trasformazioni sociali connesse alla trasformazione del modello produttivo, è animata dallo scontro di sole due grandi classi: borghesia e proletariato. La prima, classe rivoluzionaria in età feudale, dopo aver annientato la struttura economica e politica allora esistente, ormai inadeguata ed obsoleta, si consacrò come classe dominante a tutti gli effetti durante le rivoluzioni industriali.

La base su cui la borghesia ha costruito il suo apparato è sostanzialmente lo sfruttamento del proletariato. Sfruttamento tutelato dai governi, che Marx ed Engels definiscono un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese.[1] Tuttavia con lo sviluppo dell'industria la classe operaia, le cui fila tendono a ingrossarsi sempre di più anche di parti della piccola-media borghesia e di borghesia declassata, è destinata a crescere in numero e in forza. Gli interessi e le condizioni di vita dei lavoratori diventano man mano sempre più simili, tanto che essi cominciano ad organizzarsi in assiociazioni permanenti, al fine di difendere i loro diritti, rafforzando sempre più la loro unità. Alla luce di queste premesse, il proletariato risulta essere destinato ad abbattere la classe borghese insieme con il modello economico da essa introdotto.

In seguito alla rivoluzione in cui il proletariato conquisterà il potere politico, dovrà esserci necessariamente una fase di transizione, definita "dittatura del proletariato", durante cui verranno utilizzati dalle associazioni operaie i mezzi di produzione borghese, messi a disposizione dallo Stato, per trasformare radicalmente la società: a uno Stato borghese si sostituirà quindi uno Stato proletario, a una dittatura della borghesia una dittatura del proletariato (anche se di fatto Marx presentò la teoria della transizione da una fase di "dittatura del proletariato", per l'attuazione successiva del comunismo, solo successivamente al Manifesto, ossia nel 1852,[2] nella lettera a Weydemeyer, e nel 1875, nella Critica del Programma di Gotha)

Sebbene già nel Manifesto si parli di "interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione", il concetto preciso di dittatura del proletariato appare solo nella già citata lettera a Weydemeyer, in cui si afferma che "la lotta delle classi necessariamente conduce alla dittatura del proletariato". L'espressione "classica" di questa teoria la si trova poi nella Critica del Programma di Gotha (1875) in cui Marx scrive che « tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato ».

Secondo Marx la dittatura del proletariato è solo una misura storica di transizione (sia pure a lungo termine), che mira tuttavia al superamento di se medesima e di ogni forma di Stato.[3] Solo dopo questa fase transitoria si potrà attuare il comunismo, che creerà una società senza classi, senza sfruttatori e sfruttati, in cui i mezzi di produzione sono gestiti dai lavoratori. Sparita la lotta di classe, sparirà anche il piano sul quale essa si sviluppava: lo Stato. Il potere pubblico infatti, che per Marx ed Engels non è altro che il potere di una classe organizzato per opprimerne un'altra,[4] non sarà più politico.

Il progetto politico dei comunisti[modifica | modifica sorgente]

Vengono proposti anche 10 punti, che, all'epoca della stesura del Manifesto, avevano valore di programma rivoluzionario. Gli stessi autori però, ammettono la limitatezza di questi "principi", in quanto sono ben consci che essi sono storicamente determinati e quindi non applicabili in ogni circostanza storica.[5][6]:

  1. Espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego della rendita fondiaria per le spese dello Stato.
  2. Imposta fortemente progressiva.
  3. Abolizione del diritto di successione.
  4. Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.
  5. Accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.
  6. Accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano allo Stato.
  7. Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano collettivo.
  8. Eguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l'agricoltura.
  9. Unificazione dell'esercizio dell'agricoltura e dell'industria, misure atte ad eliminare gradualmente l'antagonismo fra città e campagna.
  10. Istruzione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale. Combinazione dell'istruzione con la produzione materiale e così via.

Critica del socialismo[modifica | modifica sorgente]

Marx ed Engels passano poi ad analizzare tutti i progetti e le teorie socialiste precedenti. Individuano vari tipi di socialismo: un socialismo reazionario[7] (Sismondi), un socialismo conservatore o borghese[8] (Proudhon), un socialismo utopistico[9] (Saint-Simon, Fourier, Robert Owen). Essi riconoscono a questi interventi precedenti gli importanti meriti (specialmente al socialismo utopistico) di aver colto le contraddizioni del capitalismo e la lotta tra le classi e di aver delineato delle proposte di cambiamento della società, tuttavia ne criticano due aspetti: l'incapacità di schierarsi apertamente a favore del proletariato, cercando di rimanere sopra le parti; il non attribuire al proletariato un suo ruolo storico e una sua autonomia. Per contro propongono un socialismo scientifico, che si basi non su invenzioni o idee ma su fatti empirici.

Internazionalismo[modifica | modifica sorgente]

Il testo si chiude con una visione delle varie lotte portate avanti dai comunisti nei vari paesi. Si ricorda però che al tempo stesso è necessario una stretta collaborazione tra i partiti dei vari paesi. Sono poste le basi dell'internazionalismo di matrice socialista: i proletari dei vari paesi hanno obiettivi comuni e quindi devono unirsi. Di qui il famoso appello (divenuto poi motto dell'Unione Sovietica):

« Proletari di tutti i paesi, unitevi![10] »

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Manifesto del Partito Comunista, cap. I
  2. ^ (da Il contributo di Marx alla teoria delle classi, in Protagonisti e testi della filosofia, volume C, N. Abbagnano e G. Fornero, Paravia, 2000, pag. 356).
  3. ^ Protagonisti e testi della filosofia, volume C, N. Abbagnano e G. Fornero, Paravia, 2000, pag. 365-66.
  4. ^ Manifesto del Partito Comunista, cap. II
  5. ^ Manifesto del Partito Comunista, cap. II
  6. ^ Manifesto del Partito Comunista, s:Il Manifesto del Partito Comunista/Prefazione all'edizione tedesca del 1872
  7. ^ Manifesto del Partito Comunista, cap. III.1
  8. ^ Manifesto del Partito Comunista, cap. III.2
  9. ^ Manifesto del Partito Comunista, cap. III.3
  10. ^ Manifesto del Partito Comunista, cap. III.4

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