Frontiera Nord

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Linea Cadorna)
Frontiera Nord
sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera
Feritoie tra il Monte Orsa e il Monte Pravello
Feritoie tra il Monte Orsa e il Monte Pravello
Localizzazione
Stato Italia Italia
Stato attuale Italia Italia
Regione Valle d'Aosta - Piemonte - Lombardia
Informazioni generali
Tipo Linea fortificata
Utilizzatore Regno d'Italia
Funzione strategica Difesa dei confini tra Italia e Svizzera
Termine funzione strategica 1919 - 1945 dopo la fine della funzione strategica del Vallo Alpino Settentrionale
Inizio costruzione 1899
Termine costruzione 1918
Costruttore Regno d'Italia
Materiale cemento, acciaio e pietra
Condizione attuale Abbandono quasi totale, localmente alcuni interventi di recupero
Visitabile in parte, ma con cautela
Comandanti storici Ettore Mambretti
Occupanti Regio Esercito
Eventi Dal 1930 il governo fascista iniziò un'opera di riammodernamento di alcune delle opere più significative, parallelamente ai lavori di costruzione del Vallo Alpino
Sito web http://www.lineacadorna.it/

[senza fonte]

voci di architetture militari presenti su Wikipedia

La Frontiera Nord o, per esteso, il sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera, popolarmente nota come Linea Cadorna[1], è un complesso di opere di difesa permanenti posto a protezione della Pianura Padana e dei suoi principali poli economici e produttivi: Torino e, soprattutto, Milano e Brescia. Il sistema fu progettato e realizzato tra il 1899 e il 1918 con lo scopo dichiarato di proteggere il territorio italiano da un possibile attacco proveniente d'oltralpe condotto dalla Francia, dalla Germania o dall'Austria-Ungheria violando la neutralità del territorio svizzero o, ipotesi meno probabile, da una possibile invasione della Pianura Padana da parte della stessa Confederazione Svizzera.

Storia della Frontiera Nord[modifica | modifica sorgente]

Sin dal 1862, subito dopo la nascita del Regno d'Italia, lo Stato Maggiore dell'Esercito Italiano si pose il problema della necessità di proteggere il territorio italiano fortificandone i confini ed, in particolare, quelli italo-elvetici, con una serie di forti muniti di batterie per bloccare eventuali tentativi di invasione lungo la dorsale delle val d'Ossola-Lago Maggiore-Ceresio-Lago di Como, con particolare attenzione alle grandi direttrici alpine del Gran San Bernardo, del Sempione, del Gottardo, dello Spluga, del Maloja, del Bernina, dello Stelvio e del Tonale. Il progetto rimase a lungo sulla carta a causa delle difficoltà finanziarie che per anni tormentarono il nuovo Stato.

Nel 1871 il confine verso la Svizzera fu reinserito nel nuovo progetto di difesa dello Stato per poi essere nuovamente rigettato nel 1882, quando il Comitato di Stato Maggiore Generale si dichiarò contrario all'idea, essendo improbabile una violazione austriaca del territorio svizzero, e poco reale un eventuale attacco tedesco, anche in base agli accordi diplomatici con Germania e Austria-Ungheria sfociati con la Triplice Alleanza. Ciononostante, i progetti furono ripresi, accantonati e portati avanti stancamente fino al 1911, quando l'Ufficio Difesa dello Stato formulò un nuovo schema di difesa alla frontiera elvetica, lungo le Alpi Orobiche e il saliente ticinese della val d'Ossola[2].

Così dopo alcuni studi eseguiti dalle autorità militari, il 18 aprile 1911 lo Stato Maggiore affidò i lavori alla Direzione Lavori Genio Militare Milano, che si preoccupò inizialmente di allestire lo sbarramento Mera-Adda con la costruzione del Forte Montecchio Nord[2]. I lavori continuarono a singhiozzo, fino allo scoppio della Grande Guerra per essere poi completati con urgenza a ostilità iniziate.

Le intenzioni diplomatiche italiane furono tenute segrete fino al 24 maggio 1915, quando il Regno d'Italia uscì dalla neutralità per dichiarare guerra all'ex alleato austro-ungarico. Nel settembre dello stesso anno il generale Carlo Porro rese nota al Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna la concreta possibilità di un'invasione tedesca della Svizzera, che sarebbe potuta sfociare in un dilagare di truppe nemiche nella Pianura Padana e nel cuore industriale di Milano[2].

Cadorna decise di riprendere il vecchio progetto del 1882, e con le opportune modifiche, ordinò di allestire una imponente linea fortificata estesa dalle valli ossolane fino ai passi orobici.
Ne fanno parte molte strade, mulattiere, sentieri, trincee, postazioni d'artiglieria, osservatori, ospedali da campo, centri di comando e strutture logistiche, il tutto realizzato ad alte quote dai 600 fino ad oltre 2000 metri.

Una stima dell'opera cita: 72 km di trincee, 88 postazioni di artiglierie (11 in caverna), 25.000 metri quadrati di baraccamenti, 296 chilometri di strade e 398 chilometri di mulattiere, per un costo di oltre 105 milioni di lire (circa 150 milioni di euro odierni)[3] ed il contributo di 40.000 uomini.
Questo complesso di opere non venne mai utilizzato. Le fortificazioni, all'inizio della guerra, vennero presidiate ma ben presto, ed in particolare dopo la disfatta di Caporetto, la linea venne abbandonata.

La costruzione della linea[modifica | modifica sorgente]

Appostamento della Frontiera Nord sul Monte Campo dei Fiori in provincia di Varese

Nel settembre 1915, il Sottocapo di S.M. ten. gen. Porro esponeva a Cadorna la possibilità di azioni al confine svizzero dove si trovavano solo otto battaglioni di Milizia Territoriale, oltre alle guardie confinarie[4].
Una ipotetica invasione della Lombardia da parte degli Imperi Centrali, dalla neutrale Svizzera, un attacco alla zona industriale di Milano e quindi al maggiore apparato produttivo italiano, spinse il Governo italiano a ricominciare la costruzione a pieno ritmo della linea difensiva.
I lavori vennero appaltati a parecchie ditte tra le quali molte varesine, le quali lavorarono così bene che ottennero commesse anche per le fortificazione nel Veneto[5].
Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania il 27 agosto 1916, l'Italia aveva ormai terminato i lavori, e creato un apposito Comando a cui affidare l'esecuzione dei lavori e l'organizzazione dell'afflusso di reparti in caso di emergenza[4].

La frontiera italo-svizzera venne divisa in 6 settori: Val D'Aosta, Sempione-Toce, Verbano-Ceresio, Ceresio-Lario, S.Lucio-S.Iorio e Mera-Adda.

  • Valle d'Aosta: l'ottocentesco sbarramento di Bard fu integrato con alcune postazioni nella conca di Etroubles allo scopo di impedire il passaggio dal colle del Gran San Bernardo[6], ma l'improbabile manovra nemica nel settore ne limitò i lavori.
  • Toce-Verbano: (dal passo del Sempione al lago Maggiore) fu potenziato lo sbarramento di Ornavasso prevedendo una linea di massimo arretramento all'altezza delle Cave di Candoglia così da poter sfruttare la difesa naturale offerta dai monti della val Grande.
    Lo sbarramento della ferrovia del Sempione non venne modificato, perché se ne dava per certa l'occupazione nemica.
    Alla postazione in caverna di Iselle fu assegnata mezza batteria (due pezzi) da 75 mm, con l'incarico di chiudere l'imbocco della galleria in caso di emergenza, interessante è che quando il rischio di invasione fu passato, questa rimase l'unica in dotazione al Comando fino alla fine del conflitto.
  • Verbano-Ceresio: (da Luino a Porto Ceresio) la difesa fu realizzata su due linee, inizialmente furono attrezzate le posizioni del campo trincerato di Varese, e solo in un secondo tempo si decise di portarsi all'altezza della linea Luino-Ponte Tresa. La posizione avanzata di Monte Sette Termini, risultava comunque battuta in caso di abbandono delle artiglierie della seconda linea.
  • Ceresio-Lario: (da Viggiù a Menaggio) si saldava al precedente punto, l'importanza di questa zona era tale che tutti i piani elaborati successivamente prevedevano, come primo obiettivo, allo scoppio delle ostilità, l'occupazione dell'intero Mendrisotto fino a Capolago.
    Per questo si decise di concentrare il fuoco sulla diga-ponte di Melide, unica via di collegamento con Lugano.
    Tale azione avrebbe consentito l'agevole occupazione del monte Generoso a protezione e sostegno del punto strategico dell'intero settore, la Sighignola.
    Da Porlezza fino a Menaggio, la massiccia catena montuosa a sud della valle opponeva una sufficiente barriera naturale.
  • S.Lucio-S.Jorio: l'occupazione delle caserme di confine fu prevista solo in caso di offensiva, il valico di S.Jorio, in particolare era già dall'epoca medioevale una via di comunicazione per chi provenendo da Milano, si dirigeva verso il Gottardo.
  • Mera-Adda: questo settore proponeva la catena delle Alpi Orobie come limite di difesa ad oltranza.
    Lo sbarramento di Colico fu ritenuto insufficiente poiché la sua dislocazione, a livello del lago, poteva consentire al nemico di controbattere da una quota superiore con le artiglierie appostate sui vicini rilievi.
    Furono quindi realizzati alti appostamenti a monte Legnoncino[4].

Concezione teorica[modifica | modifica sorgente]

A causa della scarsa disponibilità di soldati, gli sbarramenti furono costruiti lungo una linea più arretrata che sfruttasse l'orografia del territorio, incuneandosi lungo le dorsali e gli avvallamenti nel confine. Nella concezione militare dell'epoca, si faceva ancora affidamento soprattutto sulla forza d'urto delle masse di soldati piuttosto che sulle nuove tecnologie, infatti la linea fu costruita soprattutto con trincee di prima linea in calcestruzzo, corredata da piattaforme su cui salire per sparare e da nicchie e ricoveri per la truppa e le munizioni.

I trinceramenti erano un susseguirsi di linee spezzate, spesso con angoli acuti per garantire la maggior protezione possibile allo scoppio delle granate, e ad intervalli regolari presentavano nicchie "a campana" per il ricovero delle sentinelle in caso di maltempo.
Numerosi tratti di trincea erano dotati di piccole ridotte, e di scalette per permettere al fante di uscire in caso di contrattacco, numerose poi erano le postazioni di mitragliatrice sottoterra.

Le batterie di cannoni presenti in trincea erano di tre tipi: in "barbetta", ovvero all'aperto e in posizione rialzata semi-protetti da un muretto, oppure protette in un bunker di calcestruzzo, e in "caverna" protette dalle stesse montagne, dove venivano inseriti i pezzi di maggior calibro, e dove si potevano trovare camere per le munizioni e per le truppe.

Tipologie e strutture delle fortificazioni[modifica | modifica sorgente]

Ingresso di una postazione d'artiglieria presso Monte Orsa

Le fortificazioni della Linea Cadorna furono molto innovative e si differenziarono non poco dai metodi costruttivi in vigore fino ad allora: furono abbandonati i presidi isolati, vulnerabili ai grossi calibri, a favore di cupole corazzate in acciaio, opere campali semi-permanenti, postazioni in barbetta per mortai, obici e cannoni, e postazioni in caverna per mitragliatrice e artiglierie di medio calibro. Furono progettati nidi per mitragliatrice, dato il largo utilizzo di questa nuova arma usata durante il primo conflitto mondiale, nidi sistemati in modo tale da assicurare un tiro coordinato in grado di battere aeree estese e proteggersi a vicenda.

Elemento a cui i progettisti fecero più affidamento furono le trincee, provviste di parapetto, feritoie riparate, ricoveri, da considersi vere e proprie opere semi-permanenti progettate in ogni particolare, secondo criteri ben precisi, di fattura ben diversa dalle trincee del fronte.

Per questo, a oltre 90 anni di distanza, molte di quelle trincee e di quei presidi sono arrivate fino a noi in ottime condizioni. Particolarmente in buono stato sono le trincee di Ornavasso (VB), Cassano Valcuvia e del monte Marzio in provincia di Varese.

Altri presidi molto ben conservati sono i locali per le artiglierie in caverna (spesso pezzi da 149/35 S. e Mod. 149A, e obici da 149/12), questi capisaldi per artiglieria, consistevano in una serie di vani scavati (4 o 5) nella roccia, collegati tra loro da cunicoli e gallerie, in modo tale da rendere tutto la struttura "immune" dagli attacchi di artiglieria nemica grazie allo spessore di roccia che proteggevano la struttura, che per questo motivo aveva al suo interno anche le polveriere.

Batterie in caverna particolarmente interessanti sono situate presso Plan Puitz a Saint-Rhémy-en-Bosses in Valle d'Aosta, del Monte Orsa vicino Viggiù, del Piambello, Varese, e di Locco Tocco in provincia di Lecco.

La linea entra in servizio[modifica | modifica sorgente]

Ingresso di un posto di osservazione del Monte Orsa

Il sistema fortificato fu affidato al varesino, comandante della 5ª Armata, Ten. Gen. Ettore Mambretti che aveva il compito di proteggere il fianco sinistro dello schieramento difensivo italiano.

A causa della mancanza di truppe, che nella quasi totalità erano impiegate al fronte, le postazioni e gli sbarramenti furono costruiti in posizioni più arretrate, in modo da poter sfruttare la conformazione del terreno. La 5ª Armata, poteva disporre di 4 Corpi d'Armata, (ciascuno su due divisioni), due Divisioni di cavalleria, una divisione schierata in Valle d'Aosta e 56 batterie di medio calibro.

Il 16 gennaio 1917 fu costituito il "Comando Occupazione Avanzata Frontiera Nord" (OAFN), stabilito a Varese a Villa Pfitzmajer, alle dipendenze dirette della 5ª Armata con sede a Varese, atta a "vigilare lo stato confinante e studiare la concreta attuazione delle ipotesi formulate"; ipotesi che prevedevano il piano di difesa dei confini, con il supporto dei paesi alleati, supporto che fu deciso durante la Conferenza di Chantilly nel dicembre 1916.

Furono elaborati dal comando della 5ª Armata tre piani ipotetici, il "Piano A" che rappresentava il piano di difesa ad oltranza con il supporto francese schierato in zona Arona-Gallarate; mentre gli atri due piani prevedevano un "balzo" offensivo fino ai passi di Monte Ceneri e del Bernina con la conseguente occupazione delle creste di confine nord del fiume Adda ("Piano B") o in alternativa la rescissione completa del saliente Ticinese ("Piano C).

In seguito a voci che vedevano la Svizzera legata alla Germania da un patto segreto inteso a danneggiare l'Italia, tutti i piani prendevano in considerazione una confederazione connivente col nemico, che avrebbe consentito il transito sul suo territorio o che addirittura avrebbe agito in modo offensivo nei confronti dell'Italia.

Nei primi mesi del 1917 le opere furono quasi totalmente ultimate, ma già a metà dello stesso anno le artiglierie vennero inviate in Veneto, assieme ai reparti della Milizia Territoriale. Il sistema fortificato passò quindi sotto il controllo di 6 battaglioni della Regia Guardia di Finanza[4].

Dopo la rotta di Caporetto, anche questi 6 battaglioni furono inviati ad integrare le difese del Piave, e la Linea Cadorna rimase così sguarnita fino alla fine del conflitto. Il gen. Mambretti silurato da Cadorna, fu messo a capo dell' OAFN il 20 luglio 1917, in sostituzione del Gen. Lequio, il comando della 5ª Armata fu sciolto in quanto quello dell' OAFN era ritenuto più che sufficiente, nel maggio 1918 lo stesso Mambretti cedeva il comando al Gen. Novelli.[7]

Il 10 gennaio 1919, l'OAFN fu sciolto per sempre, e il sistema di fortificazioni lombarde abbandonato, restando però di pertinenza del demanio militare.

La situazione nel dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Negli anni trenta il Regime fascista iniziò la costruzione del Vallo Alpino e contestualmente deliberò dei lavori di manutenzione alle opere della Linea Cadorna.

Un momento di attenzione, la Linea Cadorna lo ottenne nel 1938, quando Mussolini pensò di invadere la Svizzera[8], forse per mostrare i muscoli ai tedeschi che da poco avevano annesso l'Austria. Venne quindi mandato al confine, sulla linea, il battaglione "Camicie Nere Como" di 700 uomini, ma poi l'ordine rientrò e il progetto fu abbandonato.

Nonostante il grosso impegno finanziario per la sua costruzione, e l'impegno degli oltre 20.000 operai, la linea non ebbe mai un impiego bellico, anche se alcune opere furono teatro di scontri tra i partigiani e reparti nazi-fascisti.

L'unica azione di guerra a cui assistette la linea, fu il 13 novembre 1943 quando si svolse tra i bunker di S.Martino in Valcuvia la prima battaglia della resistenza, tra le preponderanti forze nazi-fasciste che ebbero la meglio sui partigiani del colonnello Croce[9].

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale le opere furono completamente abbandonate, e versano da oltre 60 anni in uno stato di abbandono, che ne ha sacrificato alcuni tratti giunti a noi molto mal conservati, che confermano ancora una volta l'inutilità difensiva di molte linee costruite nel novecento[4].

Settori e postazioni di batteria[modifica | modifica sorgente]

Gli itinerari[modifica | modifica sorgente]

Dislocazione dei principali settori difensivi
Tunnel interno, presente ancora vari meccanismi interni, del Forte Montecchio Nord a Colico.

Negli ultimi anni, dopo un lungo periodo di abbandono pressoché totale, questi manufatti sono stati oggetto di un rinnovato interesse, soprattutto da parte di organizzazioni locali che hanno promosso una serie di iniziative volte a valorizzare questo patrimonio da un punto di vista divulgativo, paesaggistico ed escursionistico.

In molte località sono sorti itinerari guidati che ripercorrono i luoghi ove sorgevano le fortificazioni più interessanti della linea difensiva e che consentono anche di fruire della natura e del paesaggio circostante.

Alcuni itinerari significativi sono:

Santa Maria del Monte - monte Tre Croci - Campo dei Fiori - forte Orino
Escursione che permette di visionare le postazioni in barbetta con cannone del Monte Tre Croci, la batteria di Forte Orino, e vari resti di camminamenti, con una maestosa visuale sul Lago Maggiore.
Viggiù - monte Orsa - monte Pravello
Percorso alla scoperta delle fortificazioni di monte Orsa e Pravello.
Porto Ceresio - Borgnana - Cuasso al Monte - monte Derta - bocchetta Stivione
Percorso diviso in due anelli, che permettono di visionare il Picco della Vedetta mentre per il secondo anello porta alle Rocce Rosse e monte Derta col suo osservatorio.
Marzio - Forcorella - monte Piambello - Bocchetta dei Frati
Osservatori, trincee, camminamenti, postazioni mitragliatrici e piazzole per l'artiglieria, il summit della Linea Cadorna.
Viconago - Bocca di Noogh - San Paolo - monte La Nave - alpe Prò
Permette di osservare gli osservatori di Monte La Nave e Alpe prò; con le loro trincee e postazioni per mitragliatrice dell' Alpe Cognolo, inoltre la caserma dell'Alpe Paci, itinerario ottimo per conoscere la linea.
Montegrino Valtravaglia - monte Sette Termini
Itinerario conduce in vetta al gruppo montuoso dei Sette Termini, e permette di visitare trincee, osservatori, postazioni per arma automatica e batterie blindate; con flora e fauna suggestive che accompagnano il percorso.
Monte San Michele - Cascina Profarè - monte Pian Nave
Alla scoperta dell'osservatorio in caverna di Monte Pian Nave percorrendo la strada militare che collega con San Michele, suggestiva.
Cassano Valcuvia - Vallalta - monte San Martino
Lunga e splendida escursione alla scoperta del ridotto di San Giuseppe, dei camminamenti e delle trincee a Vasighée e Buss Bocc e della Caserma Cadorna.
Monte Galbiga - Rifugio Venini - monte di Tremezzo
Dervio - monte Legnone
Colico (LC) - Forte Montecchio Nord
Visita ai forti di Colico, ancora ben conservati, dove si possono vedere ancora 4 cannoni 149.1 Schneider ancora perfettamente efficienti.
Cavallasca (CO) - monte Sasso
Oggebbio, Aurano (VB) - monte Morissolo - monte Spalavera - monte Vadà - monte Zeda
È interessante notare la geometria delle fortificazioni. Soprattutto a Viggiù e Porto Ceresio un ipotetico nemico doveva sempre essere visibile (e quindi in linea di fuoco diretta) da almeno 2 mitragliatrici (ognuna in un diverso nido, composto da 3 mitragliatrici) e da 15-20 postazioni di fucilieri.

[10]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'espressione Linea Cadorna, esplicito riferimento al generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano dal 1914 al 1917, è recente (1970) e, soprattutto, è impropria se utilizzata per identificare la Frontiera Nord: il sistema difensivo fu infatti concepito e, seppur in minima parte, realizzato molti anni prima che Luigi Cadorna potesse avere voce in capitolo presso lo Stato Maggiore dell'Esercito Italiano. Inoltre, sebbene Cadorna ne avesse ordinato la progettazione, l'istanza che nel 1916 determinò il finanziamento e la conseguente realizzazione del grosso delle opere fu essenzialmente di ordine politico e solo marginalmente di ordine militare.
  2. ^ a b c Corbella 2009, p. 14
  3. ^ Marco Boglione - Linea Cadorna in bellavista, alla scoperta della Maginot tra i monti, "Camminare" estate 2008
  4. ^ a b c d e Uniformi e Armi, settembre 2001, La linea Cadorna. Storia delle fortificazioni lungo il confine italo-svizzero durante la I G.M Pag. 30 - 34. Con Francesco Capelletto e Eugenio Vajna De Pava
  5. ^ Corbella 2009, p. 15
  6. ^ Il passo del Gran San Bernardo era l'unica, e peraltro improbabile, via d'accesso per un esercito nemico in territorio italiano da ovest. Il passo, essendo impervio, stretto e inadatto al passaggio di migliaia di soldati, insieme alla sua posizione distante dai punti nevralgici del paese non fu considerato come un fulcro difensivo
  7. ^ Uniformi e Armi, settembre 2001, La linea Cadorna. Storia delle fortificazioni lungo il confine italo-svizzero durante la I G.M Pag. 30 - 34. Con Francesco Capelletto e Eugenio Vajna De Pava.
  8. ^ Corbella 2009, p. 17
  9. ^ Corbella 2009, p. 19
  10. ^ Marco Boglione - Linea Cadorna in bellavista, alla scoperta della Maginot tra i monti, "Camminare" estate 2008

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Massimo Ascoli, Flavio Russo, La difesa dell'arco alpino, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1999.
  • Francesca Boldrini, Carlo Cattaneo, La Linea Cadorna in Valtravaglia. articolo in "Loci Travaliae. Contributi di storia locale", Verbania, Biblioteca Civica di Portovaltravaglia, 2005, pp. 113-169.
  • Francesca Boldrini, La difesa di un confine. Le fortificazioni campali della Linea Cadorna nel Perco Spina Verde di Como, Como, Parco Regionale Spina Verde, 2006, p. 92.
  • Walter Belotti, I sistemi difensivi e le grandi opere fortificate in Lombardia tra l'Età Moderna e la Grande Guerra. Vol. 1 - Le batterie corazzate, Varese, Museo della Guerra Bianca in Adamello, 2009, p. 242, ISBN 978-88-904522-0-8.
  • Antonello Biagini, Daniel Reichel, Italia e Svizzera durante la Triplice Alleanza, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1991.
  • Maurizio Binaghi, Roberto Sala, La frontiera contesa. I piani svizzeri di attacco all'Italia nel rapporto segreto del colonnello Arnold Keller (1870-1918), Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2008, p. 597, ISBN 978-88-7713-509-4.
  • Marco Boglione, Linea Cadorna in bellavista, alla scoperta della Maginot tra i monti in Camminare, estate 2008.
  • Luigi Cadorna, La guerra alla fronte italiana. Fino all'arresto sulla linea della Piave e del Grappa (24 maggio 1915 - 9 novembre 1917. Volume Primo (Con 3 carte corografiche) e Volume Secondo, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1921, pp. 307+272.
  • Luigi Cadorna, Altre pagine sulla Grande Guerra, Milano, Casa Editrice Arnoldo Mondadori, 1925, p. 205.
  • Stefano Cassinelli, Forte Montecchio. Baluardo tra Alto Lario e Valtellina. Dalla Grande Guerra alla resa dell'autocolonna Mussolini, Varese, Macchione editore, 2003, ISBN 978-88-8340-113-8.
  • Andrea Colombo, Itinerari di sguardi tra passato e presente lungo le linee fortificate. Atlante non convenzionale per la Linea Cadorna, Milano, Politecnico di Milano, 2008, p. 128.
  • Roberto Corbella, Le fortificazioni della linea Cadorna tra Lago Maggiore e Ceresio, Varese, Macchione Editore, 1998 e 2009, p. 103, ISBN 978-88-8340-039-1.
  • Paola Crosa Lenz, Pier Antonio Ragozza, La Linea Cadorna nel Verbano Cusio Ossola. Dai sentieri di guerra alle strade di pace, Verbania, Provincia del Verbano Cusio Ossola, 2007, p. 159.
  • Matteo Ermacora, Cantieri di Guerra. Il lavoro dei civili nelle retrovie del fronte italiano (1915-1918), Bologna, Il Mulino, 2005, p. 211, ISBN 978-88-15-10604-9.
  • Antonio Greco, Davide Beccarelli, Le fortificazioni della Val d'Intelvi. Tra natura e storia alla scoperta dei manufatti della Prima Guerra Mondiale, Missaglia, A. G. Bellavite s.r.l., 2005, p. 80, ISBN 88-7511-064-6.
  • Mauro Minola, Beppe Ronco, Fortificazioni nell'arco alpino. L'evoluzione delle opere difensive tra XVIII e XX secolo, Ivrea, Priuli & Verlucca, editori, 1998, p. 118, ISBN 88-8068-085-4.
  • Mauro Minola, Beppe Ronco, Fortificazioni di montagna. Dal Gran S. Bernardo al Tonale e la cintura difensiva svizzera, Varese, Macchione Editore, 2004, p. 112, ISBN 88-8340-016-X.
  • Salvatore Rotigliano, Costruzioni di strade e gallerie. Con 660 incisioni intercalate nel testo, Milano, Ulrico Hoepli Editore Libraio della Real Casa, 1916, p. 808.
  • Alberto Rovighi, Un secolo di relazioni militari tra Italia e Svizzera, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1987, p. 597.
  • Antonio Trotti, I sistemi difensivi e le grandi opere fortificate in Lombardia tra l'Età Moderna e la Grande Guerra. Vol. 2 - Le grandi opere in caverna della Frontiera Nord, Varese, Museo della Guerra Bianca in Adamello, 2010, p. 303, ISBN 978-88-904522-1-5.
  • Ambrogio Viviani, Roberto Corbella, La Linea Cadorna. Val d'Ossola - Val d'Intelvi - Lago di Como - Valtellina. Itinerari storici e turistici, Varese, Macchione Editore, 2000, p. 111, ISBN 88-8340-039-1 .

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]