Gruppo del Laocoonte
Il gruppo scultoreo del Laocoonte ed i suoi figli, noto anche con il nome di Gruppo del Laocoonte, è una scultura monumentale di marmo che si trova a Roma, presso i Musei Vaticani, nel Museo Pio-Clementino e raffigura il famoso episodio narrato nell'Eneide che vede il troiano Laocoonte ed i suoi figli assaliti da serpenti marini.
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[modifica] Il ritrovamento
La statua fu trovata il 14 gennaio del 1506 scavando in una vigna sul colle Oppio di proprietà di Felice de Fredis[1], nelle vicinanze della Domus Aurea di Nerone. Allo scavo, di grandezza stupefacente secondo le cronache dell'epoca, assisterono di persona, tra gli altri, lo scultore Michelangelo e l'architetto Giuliano da Sangallo inviato dal papa a valutare il ritrovamento, secondo la testimonianza di Francesco, giovane figlio di Giuliano, che, ormai anziano, ricorda l'episodio in una lettera del 1567[2]. Secondo questa testimonianza fu proprio Giuliano da Sangallo ad identificare i frammenti ancora parzialmente sepolti con la scultura citata da Plinio[3]. Esistono comunque testimonianze coeve che danno la stessa identificazione della scultura appena rinvenuta[4]. Plinio racconta di averla vista nella casa dell'imperatore Tito[5], attribuendola a tre scultori provenienti da Rodi: Agesandro, Atanodoro e Polidoro[6]. Identificazione ancora generalmente accettata, visto che la residenza privata di Tito si doveva trovare proprio sul colle Oppio. Accettata è anche l'attribuzione ai tre artisti rodii[7], anche se potrebbe trattarsi di una copia coeva. I tre artisti sono anche gli autori del gruppo di Scilla nella grotta di Sperlonga.
[modifica] La statua
Il Gruppo del Laocoonte, composto da più parti distinte[8], raffigura Laocoonte ed i suoi due figli Antifante e Timbreo mentre sono strangolati da serpenti marini. Nell'Eneide Virgilio descrive l'episodio come la vendetta di Atena per il tentativo di Laocoonte di opporsi all'ingresso del cavallo di Troia nella città[9][10].
Il sacerdote di Apollo viene stretto con i suoi figli dai serpenti di mare inviati da Atena. La sua posa è instabile perché nel tentativo di liberarsi dalla stretta dei serpenti Laocoonte richiama tutta la sua forza. I suoi arti e il suo corpo assumono una posa pluridirezionale e in torsione, che si slancia nello spazio. L'espressione dolorosa del suo viso unita al contesto e la scena danno una resa psicologica notevole e quasi teatrale.
Varie date sono state proposte per questa statua, forse copia di un originale bronzeo ellenistico[11], dalla metà del II secolo a.C. alla metà del I secolo d.C. Alcune iscrizioni trovate a Lindos, sull'isola di Rodi fanno risalire la presenza di Agesandro e Atanodoro ad un periodo successivo al 42 a.C., ed in questo modo la data più probabile per la creazione del Laocoonte deve essere compresa tra il 40 ed il 20 a.C., per una ricca casa patrizia, o più probabilmente per una committenza imperiale (Augusto, Mecenate), anche se il Laocoonte sembra lontano dallo stile neoattico in auge nel periodo. Visto il luogo di ritrovamento è anche possibile che la statua sia appartenuta, per un periodo, a Nerone.
[modifica] La collocazione al Belvedere
La statua fu acquistata subito dopo la scoperta dal papa Giulio II, che era un appassionato classicista, e fu sistemata, in posizione di rilievo, nel cortile ottagonale ("Cortile delle Statue") progettato da Bramante all'interno del complesso del Giardino del Belvedere proprio per accogliere la collezione papale di scultura antica di cui il Laocoonte insieme all'Apollo del Belvedere costituiva il pezzo più importante, e fu oggetto dell'incessante successione di visite, anche notturne, da parte di curiosi, artisti e viaggiatori. Tale allestimento è considerato l'atto fondativo dei Musei Vaticani[7].
[modifica] L'influenza culturale
La scoperta del Laocoonte ebbe enorme risonanza tra gli artisti e gli scultori ed influenzò significativamente l'arte rinascimentale italiana e nel secolo successivo la scultura barocca. Si sa che Michelangelo fu particolarmente impressionato dalla rilevante massa della statua e dal suo aspetto sensuale, in particolare nella rappresentazione delle figure maschili. Molti dei lavori di Michelangelo successivi alla scoperta, come lo Schiavo ribelle[12] e lo Schiavo morente[13], furono influenzati dal Laocoonte. Molti scultori si esercitarono sul gruppo scultoreo facendone calchi e copie anche a grandezza naturale.
Il re di Francia insistette molto per avere la statua dal papa o almeno una sua copia. A tal fine, intorno al 1520, lo scultore fiorentino Baccio Bandinelli ricevette l'incarico dal cardinale Giulio de' Medici papa Clemente VII Medici, di farne una copia, oggi agli Uffizi. Il re di Francia, però, dovette accontendarsi di inviare, intorno al 1540, lo scultore Francesco Primaticcio a Roma per realizzare un calco al fine di ricavarne una copia in bronzo destinata a Fontainebleau. Un'altra copia si trova nel Gran Palazzo dei Cavalieri di Rodi a Rodi. Una copia in gesso, appartenuta a Mengs, si trova nell'Accademia di belle arti di Roma.
Il fascino della scultura coinvolse per secoli artisti ed intellettuali come Gian Lorenzo Bernini, Orfeo Boselli, Winckelmann e Goethe[14], diventando il fulcro della riflessione settecentesca sulla scultura.[15]
La tragica mobilità di questa statua è uno dei temi del saggio Laokoön, di Lessing, uno dei primi classici di critica dell'arte.
[modifica] Restauri ed integrazioni
Quando il gruppo scultoreo fu scoperto, benché in buono stato di conservazione, presentava il padre ed il figlio minore entrambi privi del braccio destro. Dopo un primo ripristino, forse eseguito dal Bandinelli, del braccio del figlio minore e di alcune dita del figlio maggiore, artisti ed esperti discussero su come dovesse essere stata la parte mancante nella raffigurazione del sacerdote troiano. Nonostante alcuni indizi mostrassero che il braccio destro fosse, all'origine, piegato dietro la spalla di Laocoonte, prevalse l'opinione che ipotizzava il braccio esteso in fuori, in un gesto eroico e di forte dinamicità. L'integrazione fu eseguita, probabilmente in terracotta, da Montorsoli ed il restauro ebbe un successo duraturo tanto che Winckelmann, pur consapevole della diversa posizione originaria, si dichiarò favorevole al mantenimento del braccio teso.[16] Intanto, tra il 1725 e il 1727, Agostino Cornacchini eseguì un restauro del gruppo scultoreo che versava in condizioni di degrado. Vennero sostituiti il braccio di terracotta del Laocoonte e quello in marmo del figlio, evidentemente rovinati con altri dall'identica posa.
[modifica] L'aspetto attuale
La statua fu confiscata e portata a Parigi da Napoleone dopo la conquista dell'Italia del 1799. Fu sistemata nel posto d'onore nel Museo del Louvre dove divenne una delle fonti d'ispirazione del neoclassicismo in Francia. Dopo la caduta di Napoleone, fu riportata in Vaticano nel 1815, sotto la cura di Antonio Canova e nuovamente restaurata.
Nel 1906 fu rinvenuto il braccio destro originario, piegato a gomito e mancante della mano, nella posizione quindi che era stata ipotizzata da Michelangelo. Un intervento di restauro, effettuato tra il 1957 ed il 1960, ha ripristinando l'aspetto originario riunendo il braccio ritrovato alla statua. Oggi il gruppo del Laooconte è una delle opere più prestigiose dei Musei vaticani.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Note
- ^ L'epitaffio sulla tomba di Felice de Fredis in Santa Maria in Araceli ricorda l'avvenimento; vd: AA.VV. Laocoonte: alle origini dei Musei Vaticani, 2006
- ^ AA.VV. Laocoonte: alle origini dei Musei Vaticani, 2006.
- ^ "Questo è Hilaoconte, che fa mentione Plinio".
- ^ Salvatore Settis, Laocoonte, fama e stile, 1999.
- ^ Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, 36, 37
- ^ Plinio, Naturalis Historia, XXXVI, 37, "... Quorundam claritati in operibus eximiis obstante numero artificum, quoniam nec unus occupat gloriam nec plures pariter nuncupari possunt, sicut in Laocoonte, qui est in Titi imperatoris domo, opus omnibus et picturae et statuariae artis praeferendum. Ex uno lapide eum ac liberos draconumque mirabiles nexus de consilii sententia fecere summi artifices Hagesander et Polydorus et Athenodorus rhodii..."
- ^ a b AA.VV. Laocoonte: alle origini dei Musei Vaticani, 2006
- ^ Plinio, in effetti, descrive una scultura ricavata da un unico blocco marmoreo (ex uno lapide). Tale circostanza ha creato sempre molti dubbi di identificazione ed attribuzione: vd. Salvatore Settis, Op. cit., 1999.
- ^ Virgilio, Eneide, II libro, versi 40 ss.
- ^ cfr. Timeo Danaos et dona ferentes
- ^ Salvatore Settis, Op. cit., 1999
- ^ Conservato presso il Museo del Louvre
- ^ ibidem
- ^ J. W. Goethe, Sul Laocoonte, 1798, trad. it. di M. Cometa, in Laocoonte 2000, Palermo, 1992, pp.94-102
- ^ M. Cometa, Laocoonte 2000, Palermo, 1992
- ^ A. Conti, Storia del restauro e della conservazione delle opere d’arte, 1988, p. 33.
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