Salvo Montalbano

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Salvo Montalbano
Nome originale Salvo Moltalbano
Creato da Andrea Camilleri
Apparizione 1994
Editore it. Sellerio (Collana: La memoria)
Etnia siciliano
Luogo di nascita Catania
Data di nascita 1950
Stato attuale attivo
Abilità singolare intuito nelle indagini poliziesche
Alleati
  • Domenico Augello (Mimì)
  • Fazio
  • Catarella
  • Nicolò Zito
  • dottor Pasquano (Medico legale)
  • Livia Burlando(fidanzata)
Nemici
  • Bonetti Alderighi (questore)
Base Vigata

Salvo Montalbano è un personaggio letterario, protagonista dei romanzi polizieschi di Andrea Camilleri. Montalbano è un commissario di polizia che svolge le sue funzioni nell'immaginaria cittadina di Vigata, sulla costa siciliana.

I racconti sono caratterizzati dall'uso di un italiano fortemente contaminato da elementi della lingua siciliana e da un'ambientazione siciliana particolarmente curata.

Il nome Montalbano venne scelto da Camilleri in omaggio allo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, creatore di un altro detective famoso, Pepe Carvalho: i due personaggi hanno molte cose in comune, l'amore per la buona cucina e le buone letture, i modi piuttosto sbrigativi e non convenzionali nel risolvere i casi, una storia d'amore controversa e complicata con donne anch'esse complicate.

Indice

[modifica] Il personaggio

Montalbano risulta essere nato a Catania nel 1950 (descrive gli avvenimenti del '68 affermando di avere all'epoca 18 anni).[1] Laureato in giurisprudenza, inizia la sua carriera in polizia verso i trent'anni, conducendo un apprendistato che lo porta come vicecommissario in un paesino di montagna, Mascalippa in provincia di Enna, fino a quando viene trasferito a Vigata, cittadina sul mare in provincia di Montelusa (due nomi di fantasia che corrispondono nella realtà rispettivamente a Porto Empedocle[2] e Agrigento[3]). In una località vicina a Vigata, Marinella, il commissario affitta una villetta sul mare, che poi acquisterà, dove abitualmente vive solo, salvo quando viene a visitarlo la fidanzata Livia, che vive a Boccadasse, un quartiere di Genova, e che appare nei romanzi come filo rosso sempre presente nella sua vita.[4]

La casa di Marinella sarebbe invivibile, dato l'abituale disordine che caratterizza l'agire di Montalbano, se non ci fosse la preziosa adenzia (aiuto) della cameriera Adelina, scorbutica ma fedele donna di servizio e cuoca, nonostante abbia due figli delinquenti arrestati spesso proprio dal commissario. Adelina è una bravissima cuoca e lascia sempre qualche piatto siciliano nel frigorifero o nel forno per il commissario, che abitualmente pranza nel ristorante "San Calogero" [5] con abbondanti piatti di pesce, il suo cibo preferito. Può capitare però che talvolta il commissario di ritorno a casa non trovi niente di preparato: in questo caso Montalbano non si perde d'animo e pranza a base di olive nere (passuluna) e formaggio caciocavallo. Raramente accade invece che trovi il piatto principe di Adelina la pasta ncasciata che fa nitrire di piacere il nostro commissario.

Tra Livia e Adelina c'è una perfetta incompatibilità di carattere per cui, quando è presente in casa l'una, è sicuramente assente l'altra.

I più stretti collaboratori di Montalbano sono il suo vice Domenico Augello, amico ed impenitente "fimminaro" che Montalbano chiama con il diminutivo di Mimì, l'ispettore Fazio, solerte, efficientissimo e di grande aiuto nella ricerca di indizi, Catarella, il simpatico agente centralinista tonto e perciò, secondo Camilleri, abile nell'uso del computer.[6] Il commissario da parte sua ha un rapporto di amore-odio con la moderna tecnologia: ne riconosce i grandi vantaggi ma la sente ormai estranea alla sua età. Divertenti sono le sue considerazioni, che riflettono quelle del suo creatore, che egli fa proprio a proposito dei telefonini:

« La chiamò al cellulare, ma arrisultò astutato (spento). Anzi, per la precisione, la voci registrata disse che la pirsona chiamata non era raggiungibile. E consigliava di riprovare doppo tanticchia (un po'). Ma come si fa a raggiungere l'irraggiungibile? Solo provando e riprovando doppo tanticchia? Al solito, quelli dei telefoni tiravano a praticare l'assurdo. Dicevano, per esempio: il numero da lei chiamato è inesistente… Ma come si permettevano un'affermazione accussì? Tutti i nummari che uno arrinnisciva a pensari erano esistenti. Se veniva a fagliari (mancare) un nummaro, tutto il mondo si sarebbe precipitato nel caos. Se ne rendevano conto quelli dei telefoni, sì o no? »

Complesso il suo rapporto con la religione: è senz'altro un laico ma non un mangiapreti, non è un credente ma man mano che la vecchiaia avanza, romanzo dopo romanzo, diventa sempre più introverso e sgomento di fronte ai problemi dell'età con i suoi piccoli inconvenienti come i vuoti di memoria, a cui deve rimediare, vergognandosi, prendendo appunti, e con le grandi paure improvvise come quando al risveglio gli compare ossessivamente nel cervello «non un pinsero completo, ma un principio di pinsero, un pinsero che accomenzava con queste ‘ntifiche parole: Quanno viene il jorno della tò morti...».(op. cit., p. 11). Forse per il non credente Montalbano è questo il ricordo della preghiera dell'"Ave Maria" recitata da bambino («... e nell'ora della nostra morte») ? Ed era una sorta di "Padre nostro" quello che invocava quando ne Il giro di boa, credeva di essere stato colpito da un infarto? «mentre il dolore diventava una specie di trapano rovente nella carne viva, litaniò dintra di sé: "Patre mio, patre mio, patre mio..." Litaniava a sò patre morto... Ma sò patre non ascutò la priera.».[7]

[modifica] Carattere

« ... in questo consisteva il suo privilegio e la sua maledizione di sbirro nato: cogliere, a pelle, a vento, a naso, l'anomalia, il dettaglio macari impercettibile che non quatrava con l'insieme, lo sfaglio (differenza) minimo rispetto all'ordine consueto e prevedibile »

Montalbano è un commissario sui generis, «maturo, sperto, omo di ciriveddro e d'intuito» (in La luna di carta), con innata abilità nel dipanare intrighi complicati e difficoltosi. Sebbene il suo mestiere glielo permetta, rifugge dall'uso delle armi ma quando è costretto ad usarle lo fa con abilità e precisione.

Montalbano, coerentemente al suo carattere introverso, preferisce condurre le sue indagini da solo e spesso risponde scontrosamente alle richieste di chiarimenti dei suoi collaboratori per certi suoi strani comportamenti.

Non è certo esente da umane debolezze, come la sua propensione per la buona cucina, soprattutto quella a base di pesce, e tic come l'assoluto silenzio durante il pasto.

Ci sono poi giornate in cui il commissario è intrattabile, come sanno bene i suoi collaboratori, che in quelle occasioni si tengono alla larga. Questo dipende dal fatto che Montalbano è un meteoropatico[8] che si rabbuia e si irrita facilmente quando il tempo si fa tinto (brutto).

Odia parlare in pubblico e quando è costretto a farlo appare impacciato e dall'eloquio sconnesso, sembra essere «... pigliato dai turchi, balbuziente, esitante, strammàto (squilibrato), stunàto, perso, ma sempre con gli occhi spiritati».[9]

Non ama mettersi in primo piano di fronte ai media ed anzi si sente sprofondare quando in alcune occasioni è premiato in cerimonie ufficiali per i brillanti risultati delle sue indagini.

Assolutamente privo d'ambizione giunge al punto di rifiutare le promozioni e fa di tutto per evitarle. Vuole fare solo il suo lavoro, che sa di far bene, e non vuole avere contatti con la classe politica che apprezza ben poco.

Con grande abilità riesce a districarsi nella burocratica macchina dell'apparato statale, servendo lo Stato con grande lealtà e non lesinando critiche feroci ai suoi colleghi per comportamenti poco onorevoli.

Ha quindi una personalità complessa: da un lato l'irreprensibile funzionario di Pubblica Sicurezza e dall'altro l'uomo con i suoi vizi e le sue virtù che talora applica una sua personale giustizia, elemento questo che lo accomuna all'altro grande commissario della letteratura gialla: il commissario Maigret di Georges Simenon.

[modifica] Famiglia

Le notizie sulla famiglia di Montalbano le ricaviamo dal romanzo Il ladro di merendine quando il commissario, che ha perso la madre da piccolo e di cui conserva solo il ricordo dei suoi capelli biondi, si confida con François, il bambino che ha avuto la madre assassinata: «Gli confidò cose che mai aveva detto a nessuno, manco a Livia. Il pianto sconsolato di certe notti, con la testa sotto il cuscino perché suo padre non lo sentisse; la disperazione mattutina quando sapeva che non c'era sua madre in cucina a preparargli la colazione o, qualche anno dopo, la merendina per la scuola. Ed è una mancanza che non viene mai più colmata, te la porti appresso fino in punto di morte.».[10]

Montalbano nelle sue indagini sembra ricercare delle figure materne sostitutive trovandole in personaggi anziani e miti che hanno svolto la professione d'insegnanti, come la maestra in pensione Clementina Vasile Cozzo, una settantenne costretta su sedia a rotelle, verso cui ha immediati sentimenti di simpatia e che prende l'abitudine di andare a visitare o l'ex preside Burgio con sua moglie Angelina di cui apprezza la buona cucina a base di pesce, oppure la moglie malata del suo amico, l'anziano questore Burlando prossimo alla pensione.

Il padre, attento e sollecito, gli ha fatto anche da madre e, rispettoso della vita del figlio, ha voluto aspettare per risposarsi che questi si laureasse e diventasse autonomo. Montalbano non aveva preso bene la decisione del padre di risposarsi e si era quasi del tutto allontanato da lui «forse c'era stata... una quasi totale mancanza di comunicazione, non riuscivano mai a trovare le parole giuste per esprimere vicendevolmente i loro sentimenti...».[11]

I due però continuavano a volersi, sia pure da lontano, molto bene.

Il padre, che vive lontano da Vigata, rimasto vedovo della seconda moglie, colleziona gli articoli di giornale che scrivono dei successi investigativi del figlio e quando il commissario è stato ferito in uno scontro a fuoco, gli è stato vicino telefonandogli ed è andato una volta a visitarlo in ospedale. Ed ogni tanto arriva in commissariato una cassetta del suo buon vino.

Durante l'indagine narrata ne Il ladro di merendine Montalbano riceve due lettere del socio (Prestifilippo Arcangelo) dell'azienda vinicola del padre che gli danno notizia che questi è da tempo gravemente ammalato di tumore e che, sebbene consapevole della sua morte imminente, non ha voluto far sapere niente al figlio per risparmiargli lo strazio della sua sofferenza. Montalbano arriverà nell'ospedale dov'è ricoverato il padre quando questi è ormai morto e si rimprovererà amaramente del suo egoismo, poiché pur avendone intuito il malessere, ha come voluto inconsciamente ignorarlo.

[modifica] Amici e colleghi

[modifica] Mimì Augello

Domenico Augello, detto Mimì, grande amico di Montalbano, è il vice-commissario di Polizia a Vìgata. Molto ammirato dall'altro sesso, è conosciuto per le sue numerose conquiste femminili nelle quali ha mietuto successi, almeno fin quando nella sua vita non irrompe Beatrice, detta Beba, giovane studentessa universitaria conosciuta ne La gita a Tindari, che, con la connivenza di Montalbano, riuscirà a portarlo all'altare. Al figlio della coppia dei giovani sposi sarà imposto lo stesso nome di Salvo in onore del padrino Montalbano.

Augello è sempre "compagno", insieme a Fazio, delle indagini del commissario, seguendo - con non poche critiche - anche i suoi metodi di investigazione "poco tradizionali". Dopo essersi "allontanato" dal commissario nel romanzo Il campo del vasaio, la grande amicizia tra i due si è di nuovo manifestata chiaramente nei successivi romanzi. Dagli ultimi due romanzi, inoltre, ha cominciato a portare degli occhiali da vista per lettura, suscitando non poco stupore e meraviglia in Montalbano.

[modifica] Fazio

Giuseppe Fazio è uno dei principali collaboratori del commissario. Più anziano del suo capo di qualche anno (è da notare che nella fiction invece viene rappresentato come sensibilmente più giovane del commissario), presta servizio da prima di lui nel commissariato di Vigata e conosce a fondo fatti e vicende della città. Anzi, secondo Montalbano, Fazio patisce del "complesso dell'anagrafe"[12], ossia tende a specificare tutti i dati anagrafici di un indagato - soprattutto quelli più inutili - durante l'esame delle sue ricerche.

[modifica] Catarella

L'agente Agatino Catarella è centralinista al Commissariato di Vigata. Personaggio dalle limitate capacità intellettive, giunto "chissà come" nella polizia di Stato (dietro raccomandazione), è fortemente caratterizzato per il suo linguaggio contorto e stralunato, con cui storpia il più delle volte i nomi degli interlocutori (come quando scambia il cognome Misurata per una nota pasticca digestiva). Spesso tocca a lui avvisare il commissario del delitto di turno, o precipitandosi nel suo ufficio come una valanga (un classico è la porta dell'ufficio che sbatte con il fragore di una bomba scalpellando l'intonaco della parete "Scusassi dottori, ma la mano mi scappò"), oppure telefonandogli a casa, costringendo Montalbano ad uno sforzo di interpretazione e analisi per capire quello che Catarella gli riferisce. Catarella, sorprendentemente, si rivela ben presto un valente esperto di informatica e come tale viene spesso utilizzato nelle indagini.

[modifica] Nicolò Zito

Nicolò Zito è un giornalista di Retelibera, una delle due televisioni locali private di Montelusa che si vedono a Vigata. Oltre ad essere un amico del commissario, è anche un ottimo informatore e consulente in alcune delle sue indagini.

[modifica] Il dottor Pasquano

Di età avanzata, dal carattere scontroso e insofferente, è il medico legale incaricato dell'autopsia del morto di turno. Tartassato puntualmente da Montalbano con domande minuziose inerenti il cadavere, è solito mandarlo a quel paese con la frase «non mi rompa i cabasisi». È un grande appassionato di giochi di carte, tanto da passare gran parte del suo tempo libero al Circolo di Vigata, impegnato in avvincenti partite talvolta interrotte dal fastidioso commissario Montalbano che alle rimostranze del superstizioso dottore per essere stato disturbato risponde augurandogli seraficamente buona fortuna e ricevendone in risposta un improperio.

[modifica] I romanzi e i racconti

Per dichiarazione dello scrittore, l'ultimo libro dedicato a Montalbano, intitolato Riccardino, è già stato consegnato alla casa editrice, che però non ha reso nota la data di uscita.

[modifica] Note

  1. ^ «Nel '68 il futuro commissario, che aveva diciotto anni, fece scrupolosamente tutto quello che c'era da fare per un picciotto della sua età: manifestò, occupò, proclamò, scopò, spinellò, s'azzuffò. Con la polizia, naturalmente.» in A.Camilleri, Un mese con Montalbano, p. 258-259, Milano, 2004).
  2. ^ Nella finzione letteraria Camilleri sceglie di non adoperare i toponimi delle città siciliane, ma trasforma ogni nome con suoni simili. Ad esempio la Fiacca è Sciacca, Fela è Gela, la stessa Vigata, anche se elevata a capoluogo di provincia, richiama nel suono Licata («Vigàta in realtà è Porto Empedocle. Ora, Porto Empedocle è un posto di diciottomila abitanti che non può sostenere un numero eccessivo di delitti, manco fosse Chicago ai tempi del proibizionismo: non è che siano santi, ma neanche sono a questi livelli. Allora, tanto valeva mettere un nome di fantasia: c'è Licata vicino, e così ho pensato: Vigàta. Ma Vigàta non è neanche lontanamente Licata. È un luogo ideale, questo lo vorrei chiarire una volta per tutte. »(Andrea Camilleri) Nel 2003 l'amministrazione comunale di Porto Empedocle, per onorare il suo illustre cittadino e la fama derivatagli dal successo letterario, con il benestare dello scrittore che, nell'occasione, si è dichiarato particolarmente onorato della richiesta, ha deciso, di aggiungere al proprio nome ufficiale anche quello della città immaginaria: Porto Empedocle Vigata, forse uno dei pochi casi in cui la realtà geografica si adatta alla fantasia letteraria. (Vedi La Repubblica - Porto Empedocle diventa Vigata).
  3. ^ «Agrigento sarebbe la Montelusa dei miei romanzi, però Montelusa non è un'invenzione mia ma di Pirandello, che ha usato questo nome molte volte nelle sue novelle: l'Agrigento di oggi la chiamava Girgenti e anche Montelusa, e io gli ho rubato il nome, tanto non può protestare.» Andrea Camilleri.
  4. ^ Un mese con Montalbano, p. 49-59 e 231-240.
  5. ^ Dopo il pensionamento del proprietario e la chiusura del ristorante, il commissario troverà un adeguato sostituto nella trattoria "Da Enzo".
  6. ^ «Catarella è un picciliddro, un bambino dentro al corpo di un omo. E perciò ragiona con la testa di uno che non ha manco sette anni... Con ciò voglio dire che Catarella ha la fantasia, le alzate d'ingegno, le invenzioni di un picciliddro. Ed essendo picciliddro, queste sue cose le dice, senza ritegno. E spisso c'inzerta. Perché la realtà, vista con l'occhi nostri, è una cosa, mentre vista da un picciliddro è un'altra» (Il giro di boa, p. 193).
  7. ^ Il giro di boa, p. 237.
  8. ^ «Che la giornata non sarebbe stata assolutamente cosa il commissario Salvo Montalbano se ne fece subito persuaso non appena raprì le persiane della càmmara da letto. Faceva ancora notte, per l'alba mancava perlomeno un'ora, però lo scuro era già meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d'acqua e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane pechinese» (La voce del violino, p. 9).
  9. ^ Il cane di terracotta, p. 69.
  10. ^ op. cit., p. 155.
  11. ^ Il ladro di merendine p. 204.
  12. ^ Nel racconto La lettera anonima in Un mese con Montalbano.

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