Sessantotto

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Lavagna in una scuola occupata nel 1968
Prime manifestazioni studentesche a Roma il 24 febbraio 1968

Il Sessantotto (o movimento del Sessantotto) è il fenomeno culturale avvenuto nel 1968 nel quale grandi movimenti di massa socialmente disomogenei (operai, studenti e gruppi etnici minoritari) e formati per aggregazione spesso spontanea, attraversarono quasi tutti i Paesi del mondo con la loro carica di contestazione sembrarono far vacillare governi e sistemi politici in nome di una trasformazione radicale della società. La portata della partecipazione popolare e la sua notorietà, oltre allo svolgersi degli eventi in un tempo relativamente concentrato e intenso, contribuirono ad identificare il movimento col nome dell'anno in cui si manifestò (o fu più attivo).

Il Sessantotto è stato un movimento sociale e politico ancora oggi controverso: molti sostengono che abbia portato ad un mondo "utopicamente" migliore, mentre altri ritengono che abbia spaccato e distrutto la moralità e la stabilità politica mondiale.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Barbara Gittings, attivista per i diritti degli omosessuali, in una manifestazione alla Casa Bianca nel 1965

Il movimento nacque originariamente a metà degli anni sessanta negli Stati Uniti e raggiunse la sua massima espansione nel 1968 nell'Europa occidentale col suo apice nel Maggio francese.

Nel campo occidentale (Europa e Stati Uniti d'America) un vasto schieramento di studenti e operai prese posizione contro l'ideologia dell'allora nuova società dei consumi, che proponeva il valore del denaro e del mercato nel mondo capitalista come punto centrale della vita sociale.

Negli Stati Uniti d'America la protesta giovanile si schierò contro la guerra del Vietnam, legandosi alla battaglia per i diritti civili e alle filosofie che esprimevano un rifiuto radicale ai principi della società del capitale (controcultura). Al contempo, alcune popolazioni del blocco orientale si sollevarono per denunciare la mancanza di libertà e l'invadenza della burocrazia di partito, gravissimo problema sia dell'URSS che dei paesi legati ad essa.

Diffusa in buona parte del mondo, dall'occidente all'est comunista, la "contestazione generale" ebbe come nemico comune il principio dell'autorità. Nelle scuole gli studenti contestavano i pregiudizi dei professori, della cultura ufficiale e del sistema scolastico classista e obsoleto. Nelle fabbriche gli operai rifiutavano l'organizzazione del lavoro e i principi dello sviluppo capitalistico che mettevano in primo piano il profitto a scapito dell'elemento umano. Anche la famiglia tradizionale veniva scossa dal rifiuto dell'autorità dei genitori e del conformismo dei ruoli. Facevano il loro esordio nuovi movimenti che mettevano in discussione le discriminazioni in base al sesso (con la nascita del femminismo e del movimento di liberazione omosessuale) e all'etnia.

Gli obiettivi comuni ai diversi movimenti erano la riorganizzazione della società sulla base del principio di uguaglianza, il rinnovamento della politica in nome della partecipazione di tutti alle decisioni, l'eliminazione di ogni forma di oppressione sociale e di discriminazione razziale e l'estirpazione della guerra come forma di relazione tra gli stati.

Il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti d'America[modifica | modifica wikitesto]

Il movimento americano per i diritti civili aveva costituito, fin dall'inizio degli anni sessanta, il prototipo di questa dinamica.

Nato nelle università del nord degli Stati Uniti, il movimento studentesco si era dato come obiettivo essenziale la piena attuazione di quella democrazia garantito dai principi costituzionali ma negato dall'organizzazione della società, che tollerava la persistenza della segregazione razziale negli Stati del Sud, reprimeva le forme di opposizione al sistema (come evidenziato dal recente fenomeno del maccartismo contro i comunisti e, più in generale, dall'avversione talvolta violenta nei confronti degli stili di vita alternativi) e favoriva il militarismo.

Negli Stati del Sud, negli anni cinquanta era venuto maturando un movimento nero per l'eguaglianza, promosso dalle comunità di colore. Uno degli atti più significativi fu il boicottaggio degli autobus di Montgomery, Alabama, lanciato nel 1955 per protesta contro la segregazione delle razze. Nel 1959 la Corte Suprema americana ordinò la fine della segregazione nelle scuole: si trattò di uno dei più importanti risultati conseguiti dal movimento.

A questo punto si temeva che lo sviluppo del movimento nero portasse alla fine dell'esclusione di fatto della popolazione di colore dal voto, praticata in tutto il Sud, con l'aiuto dell'organizzazione violenta e razzista del Ku Klux Klan.[senza fonte]

In appoggio al movimento nero del Sud, gli studenti di molte università del Nord degli Stati Uniti diedero inizio alle "marce al Sud", massicce campagne d'invio di militanti - la maggior parte dei quali bianchi - durante l'estate, con il compito di proteggere il diritto di voto della popolazione di colore. Come risposta vi furono numerosi assassinii e linciaggi, mentre i tradizionali leader politici assumevano posizioni di aperto sostegno alla violenza.[senza fonte]

Nonostante tutto, il movimento ottenne significativi successi politici, contribuendo al superamento della segregazione.

A partire dal 1963-1964 le agitazioni dei neri si svilupparono rapidamente anche nelle grandi città del Nord degli USA. Qui però il problema non era la segregazione istituzionale: la rivendicazione della piena uguaglianza coi bianchi infatti, non si accompagnava (come nel movimento per i diritti civili del Sud) con la volontà di un'integrazione sociale totale nella "comunità dei bianchi", ma al contrario voleva preservare la diversità e la specificità, culturale e sociale. Eguaglianza e diversità, soppressione dei privilegi bianchi ma autogoverno dei neri nella loro comunità.

La nascita della "nuova sinistra"[modifica | modifica wikitesto]

L'espressione "nuova sinistra" nacque nel 1960 dal sociologo americano Charles Wright Mills, uno degli intellettuali che più influenzarono i movimenti giovanili.

Gli elementi di novità nei movimenti giovanili erano vari e molteplici. Innanzitutto era ritenuto estremamente importante il riferimento alle lotte dei popoli del Terzo mondo, alle rivoluzioni del mondo arabo, dell'Asia e di Cuba. Mentre l'Unione Sovietica era ritenuta, insieme con gli USA, un ordine da abbattere.

La nuova sinistra rifiutava la convinzione, comune alla sinistra politica tradizionale, secondo cui l'evoluzione storica lavorava necessariamente in favore dell'emancipazione del proletario (idea simile a quella ottocentesca di progresso) e dei popoli oppressi. Il timore di una "razionalizzazione" capitalistica che integrasse i ceti proletari dei paesi avanzati nello sfruttamento dei popoli del Terzo mondo, sopprimendo ogni spazio reale di dissenso e di libertà personale, rendeva la ribellione una necessità morale oltre che un compito politico.

Infine la nuova sinistra era assai diffidente nei confronti dell'organizzazione di tipo leninista e stalinista e proponeva forme di agitazione e di aggregazione che valorizzassero la partecipazione di massa ai processi decisionali. Nel corso degli anni sessanta, mentre negli Stati Uniti il movimento per i diritti civili prima e l'opposizione studentesca alla guerra del Vietnam poi facevano delle organizzazioni come la SDS (Student for Democratic Society), una forza politica di grande peso, o il PFP (Peace and Freedom Party), in Europa il movimento della "nuova sinistra" toccava un'area minoritaria ma crescente.

Le agitazioni promosse dai movimenti giovanili si diffusero in vaste aree del pianeta tra la fine del 1967 e l'autunno del 1968. Francia, Cecoslovacchia e Germania occidentale furono attraversate da crisi politiche di vasta portata; in Polonia questo periodo segnò l'inizio di movimenti destinati a svilupparsi ulteriormente in seguito.

La morte di Che Guevara[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ottobre 1967 i militari boliviani annunciarono la morte di Ernesto Che Guevara.

Leader della rivoluzione guerrigliera assieme a Fidel Castro a Cuba e poi, dopo la vittoria della rivoluzione, ministro dell'economia del nuovo regime socialista, si era allontanato dall'isola l'anno precedente per iniziare una nuova rivoluzione nelle montagne della Bolivia. Nella primavera del 1967 era stato reso noto un suo appello ai rivoluzionari del mondo, dal titolo Creare due, tre, molti Vietnam. Compito dei rivoluzionari, secondo Guevara, era affiancare il Vietnam con numerosi altri movimenti insurrezionali in tutte le aree del mondo, che vanificassero l'azione "di polizia" della superpotenza americana, garantendo la vittoria del Fronte nazionale di liberazione in Vietnam e la sconfitta dell'imperialismo statunitense. La morte da guerrigliero in territorio boliviano nel 1967 contribuì a fare di Che Guevara un simbolo della lotta contro ogni forma di oppressione. La sua tensione ideale divenne un esempio di utopia rivoluzionaria che contraddistinse la protesta studentesca europea alla fine degli anni sessanta.

A partire dal novembre 1967, in diversi paesi europei si diffusero agitazioni studentesche: dapprima concentrate nelle università, che vennero occupate e dove il movimento tentò di dar vita a forme di "controeducazione" alternativa a quella ufficiale attraverso volantini ciclostilati, l'opposizione "extraparlamentare", come all'epoca veniva definita, progettava di investire progressivamente l'intera società a partire dalla base stessa.

Il movimento negli Stati Uniti[modifica | modifica wikitesto]

Negli Stati Uniti le lotte si polarizzarono contro la guerra del Vietnam, assumendo la forma di un conflitto antimperialista. Ad essa si combinarono le battaglie dei neri per il riconoscimento dei loro diritti civili e per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

Proprio la guerra del Vietnam cambiò il modo di guardare all'America dei giovani. In questo contesto negli USA nacque il movimento dei cosiddetti hippy, parola di gergo che voleva dire "uno che ha mangiato la foglia", in seguito ribattezzati "Figli dei fiori", poiché la loro unica arma erano appunto i fiori. Si distinsero per costumi molto libertari e ampio uso di sostanze stupefacenti, soprattutto LSD, un allucinogeno che proprio in quegli anni fu immesso sul mercato con rapida diffusione e di cui si teorizzavano le doti di espansione della mente.

Martin Luther King con Malcolm X, prima di una conferenza stampa, 26 marzo 1964

Gli hippy si battevano soprattutto contro la guerra nel Vietnam. Si trattava di un sanguinoso conflitto che dal 1964 vedeva impegnati gli USA, che combattevano l'unificazione tra Vietnam del Nord e Vietnam del Sud, poiché al nord vi era un governo comunista, mentre al sud vi era un governo filoamericano. Il timore degli USA era l'unificazione del Vietnam sotto un regime comunista, che si sarebbe potuto diffondere anche ad altri stati asiatici. Nel sud filoamericano, inoltre, vi era un nutrito gruppo di comunisti (i Vietcong) che si battevano per l'unificazione del Vietnam e perciò, con l'appoggio del governo del Vietnam del Nord e della Cina, diedero vita ad atti di guerriglia. Gli USA si ritirarono dal conflitto solo nel 1974 per la sopraggiunta impossibilità di vincere la guerra, ma anche sull'onda delle proteste dell'opinione pubblica mondiale, oramai largamente contraria al conflitto. La guerra, tuttavia, si concluse solo nell'aprile del 1975.

In America questo movimento si unì alle battaglie dei neri per la conquista dei più elementari diritti civili. Le battaglie per il riconoscimento dei diritti civili ai neri si dividevano sostanzialmente in due filoni. Il primo era quello pacifista che auspicava la progressiva integrazione delle masse di colore nella società bianca; era guidato da Martin Luther King, un pastore battista apostolo della "non violenza", che fin da giovane si era dedicato alla lotta contro la discriminazione razziale. Il suo celebre discorso, in cui auspicava l'uguaglianza tra i popoli ("I have a dream") scatenò un'ondata di proteste e di violenze, culminate nel suo assassinio nel 1968. Il secondo filone, più intransigente, fu quello delle Pantere Nere, che chiedeva la formazione di un potere nero (Black Power), contrapposto a quello dei bianchi. Il movimento era di orientamento marxista e chiedeva inoltre libertà e occupazione, case e istruzione per tutti, la fine delle oppressioni anche verso le minoranze etniche.[senza fonte] Era guidato da personalità del calibro di Angela Davis, e Malcolm X.

Quest'ultimo era un avvocato allevato da una coppia di bianchi che gli avevano dato il cognome "Little"; divenuto adulto, il leader preferì cancellarlo con una X. Egli era propenso ad un'alleanza tra tutti i popoli neri e lottava per la superiorità razziale del suo popolo. Secondo lui la divisione razziale era inevitabile ma accusava i bianchi, da lui reputati persone intelligenti ma responsabili della condizione dei neri, di non fare abbastanza o il necessario per risolvere questi problemi. Morì in circostanze poco chiare nel 1965 assassinato da tre membri della Nation of Islam, organizzazione che aveva lasciato da poco. Mesi prima della sua morte dopo un viaggio in Egitto ed Arabia Saudita rinnegò le sue teorie sul potere nero e disse che esistevano dei bianchi sinceri e che era amico di buddisti, cristiani, indu, agnostici, atei, bianchi, neri, gialli, marroni, capitalisti, comunisti, socialisti, estremisti moderati.

La rivoluzione culturale in Cina[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Grande rivoluzione culturale.

Nella Cina popolare il "sessantotto" rappresentò il momento più acuto della rivoluzione culturale avviata nel 1966. Tutto il sistema di potere di questo paese venne completamente trasformato. Partito dai gruppi di studenti universitari che protestavano contro i privilegi culturali ancora presenti nella società cinese, il conflitto fu subito appoggiato da Mao Tse-tung e dai suoi sostenitori, che lo radicalizzarono come strumento di pressione contro l'opposizione interna. Nell'estate del 1967 e agli inizi del 1968 lo scontro sembrò raggiungere un tale livello di acutezza da far temere una guerra civile. Successivamente però la tensione si allentò, numerosi dirigenti giovanili furono allontanati dalle città e inviati nelle zone rurali. Si imposero ovunque i "comitati rivoluzionari" che recuperarono i vecchi dirigenti. Infine gli avversari di Mao vennero emarginati.

Primavera di Praga[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Primavera di Praga.

Situazione ben diversa si aveva nei paesi del patto di Varsavia, dove le manifestazioni chiedevano più libertà di espressione e una maggiore considerazione delle opinioni e della volontà della popolazione sulle scelte politiche. La più alta delle manifestazioni di protesta fu la rivolta studentesca in Cecoslovacchia, che condusse alla svolta politica chiamata "Primavera di Praga".

L'avvento al potere di Brežnev significò per la società russa la fine di ogni spinta riformatrice. Questa politica di conservazione riguardò anche tutti i paesi del patto di Varsavia, ma in Cecoslovacchia si era realizzato un originale tentativo di rendere democratico il sistema stalinista. Il progetto riformatore prevedeva l'allargamento della partecipazione politica dei cittadini e la ristrutturazione dell'economia, con la rinuncia del potere assoluto da parte dello Stato. A sostenere questo tentativo ci fu proprio il movimento politico e culturale della Primavera di Praga.

Tuttavia, nel timore che questo processo di democratizzazione contagiasse anche gli altri paesi del blocco sovietico, l'Unione Sovietica decise di soffocare con la forza il movimento di riforma. Con questa scelta così violentemente autoritaria molti partiti nazional-comunisti sparsi nel resto del mondo si dichiararono in totale disaccordo.

Movimenti minori[modifica | modifica wikitesto]

Il movimento in Polonia[modifica | modifica wikitesto]

In Polonia, l'8 marzo, una massiccia agitazione studentesca porta ad una manifestazione all'Università di Varsavia, dove gli studenti protestano contro l'espulsione dei compagni Adam Michnik ed Henryk Szlajfer. La manifestazione viene duramente repressa dalla polizia in borghese e molti sono arrestati. I dipartimenti vengono chiusi ed è vietato agli studenti di proseguire gli studi. La situazione viene risolta politicamente con una violenta campagna antisemita che porta una ondata di emigrazioni. Sono tra venti e trentamila i cittadini polacchi di origine ebraica che emigrano, devono rifiutare la propria cittadinanza polacca per ottenere in cambio un biglietto di sola andata Varsavia-Tel Aviv, via Vienna. Gli intellettuali protagonisti del marzo che rimangono in Polonia avranno una funzione di rilievo in relazione alle successive agitazioni operaie del 1970 e, più tardi, degli anni ottanta.

Il movimento in Jugoslavia[modifica | modifica wikitesto]

In Jugoslavia, la rivolta degli studenti di Belgrado del giugno 1968, si concluse con l'accoglimento di alcune richieste e con una presa di posizione del maresciallo Tito in favore della critica e della mobilitazione di massa anche in regime socialista.

Il movimento in Giappone[modifica | modifica wikitesto]

In Giappone l'organizzazione giovanile di sinistra Zengakuren raccoglieva il forte sentimento anti-americano e promuoveva scontri furibondi con la polizia.

Il movimento in Messico[modifica | modifica wikitesto]

Un'altra importante manifestazione sessantottina fu quella messicana; anche questa repressa nel sangue: un numero impressionante di studenti manifestava contro le drammatiche contraddizioni sociali del paese e per la democratizzazione del sistema politico, che vedeva al potere dal 1929 il Partito Rivoluzionario Istituzionale. Il 2 ottobre una grande manifestazione a Città del Messico si concluse con lo sterminio di più di cento studenti (massacro di Tlatelolco).

Il movimento in Francia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Maggio francese.

In Francia la protesta assunse toni molto violenti nel maggio del 1968 e parve trasformarsi in rivolta contro lo stato. Essa ebbe origine da un progetto governativo di razionalizzazione delle strutture scolastiche mirante a renderle più rispondenti alle esigenze dell'industria: cosa che significava favorire i settori tecnologicamente più avanzati, facendo pesare l'incremento della produttività sulla classe operaia. Il piano di riforma scolastica prevedeva, al termine degli studi secondari, una severa selezione da effettuarsi attraverso un esame supplementare che avrebbe ridotto considerevolmente il numero degli studenti universitari e consentito l'accesso agli studenti più dotati. In questo modo l'università avrebbe corrisposto meglio alle esigenze di alta qualificazione e specializzazione tecnica previste per i quadri dirigenziali.[senza fonte]

L'approvazione di questo piano, chiamato Piano Fouchet, provocò un'immediata risposta da parte delle masse studentesche. Contro lo spirito tecnocratico del Piano Fouchet, gli studenti e i professori progressisti dell'università di Nanterre decisero di scioperare. La protesta si allargò rapidamente e il 22 marzo prese il via il movimento più noto tra quelli sorti nella primavera del 1968. Questo movimento era capeggiato da un giovane anarchico, Daniel Cohn-Bendit, e denunciava l'esistenza di un'unica condizione di oppressione che accomunava studenti e operai.

L'occupazione alla Sorbona da parte degli studenti (2 maggio) rappresentò il momento di rottura, contrassegnato da scontri con la polizia. Il 13 le organizzazioni studentesche proclamarono lo sciopero generale: fu il momento culminante della rivolta ed anche il più pericoloso per lo Stato, perché alla protesta aderirono anche milioni di lavoratori in tutto il paese. La Francia era paralizzata. A questo punto prese in mano la situazione Charles de Gaulle e, forte dell'appoggio dell'esercito e raggiunto un accordo con la Confédération générale du travail (CGT), dichiarò la rivolta "una follia estremistica", sciolse il Parlamento e indisse nuove elezioni dalle quali uscirono vincitori i gollisti.

Il movimento in Germania[modifica | modifica wikitesto]

Il movimento del Sessantotto ebbe anche in Germania un certo peso. Leader più significativo fu Rudi Dutschke, l'esponente dell'SDS (organizzazione degli studenti socialdemocratici tedeschi), che venne gravemente ferito da colpi di pistola l'11 aprile 1968.

Il movimento in Italia[modifica | modifica wikitesto]

I primi cortei studenteschi nel '68.
L'ingresso del Palazzo della Triennale a Milano nel maggio del '68

La presenza di giovani operai a fianco degli studenti fu la caratteristica anche del Sessantotto italiano, il più intenso e ampio tra tutti quelli dell'Europa occidentale assieme a quello francese. In Italia la contestazione fu il risultato di un malessere sociale profondo, accumulato negli anni sessanta, dovuto al fatto che il cosiddetto boom economico aveva giovato perlopiù alla borghesia e non era stato accompagnato da un adeguato aumento del livello sociale ed economico delle classi meno abbienti.

L'esplosione degli scioperi degli operai in fabbrica si saldò con il movimento degli studenti che contestavano i contenuti arretrati e parziali dell'istruzione e rivendicavano l'estensione del diritto allo studio anche ai giovani di condizione economica disagiata, i prodromi di quello che diverrà il sessantotto inizieranno a palesarsi nel 1966. La contestazione fu attuata con forme di protesta fino ad allora sconosciute: vennero occupate scuole e università e vennero organizzate manifestazioni che in molti casi portarono scontri con la polizia (si veda la manifestazione per la prima della Scala di Milano nella quale alcuni manifestanti chiesero la collaborazione della stessa polizia che, "doveva starsene a proteggere persone simbolo del consumismo"[senza fonte]).

Il 24 gennaio 1966 avvenne a Trento la prima occupazione di una università italiana ad opera degli studenti che occuparono la facoltà di Sociologia. L'occupazione sarà ripetuta lo stesso anno in ottobre, protestando contro il piano di studi e lo statuto, che entrambi erano in fase di elaborazione e proponendone stesure alternative. Questa occupazione si concluse a causa dell'alluvione del 1966 che interessò gran parte dell'Italia settentrionale e centrale. Molti studenti si mossero come volontari per portare aiuto nelle aree più colpite, e questo primo movimento ed incontro spontaneo di giovani, provenienti da tutta Italia, contribuì a far sorgere in molti di essi lo spirito di appartenenza ad una classe studentesca prima sconosciuta.

La scintilla iniziale fu determinata da due situazioni di disagio per gli studenti universitari dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e della facoltà di Architettura di Torino. Nel primo caso l'università decise di raddoppiare le tasse universitarie mentre a Torino venne deciso il trasferimento alla Mandria, una sede periferica molto disagiata. Il 15 novembre 1967 entrambe le università vennero occupate e subito sgombrate dalla Polizia. I leader iniziali erano Mario Capanna e Pero in Cattolica e Bobbio con Viale a Torino.

Dopo tre giorni 30.000 studenti sfilavano per Milano fino all'arcivescovado e la rivolta si allargò a macchia d'olio. L'atteggiamento repressivo della polizia, sempre presente il "famoso" battaglione Padova della Celere, che intervenne sugli studenti come se fossero dei ragazzini viziati,[senza fonte] finì con il costituire il propellente per la diffusione della protesta.

Nel maggio del '68 tutte le università, esclusa la Bocconi, erano occupate; nello stesso mese la contestazione si estese, uscendo dall'ambito universitario, un centinaio di artisti, fra cui Giò Pomodoro, Arnaldo Pomodoro, Ernesto Treccani e Gianni Dova occupano per 15 giorni il Palazzo della Triennale, ove era stata appena inaugurata l'esposizione triennale, chiedendo "la gestione democratica diretta delle istituzioni culturali e dei pubblici luoghi di cultura"[1].

Il movimento operaio[modifica | modifica wikitesto]

Una manifestazione di operai e studenti

Dalla contestazione studentesca che fu inizialmente sottovalutata dai politici e dalla stampa, si passò repentinamente alle lotte dei lavoratori. Le agitazioni presero origine per il rinnovo di molti contratti di lavoro, per l'aumento dei salari uguale per tutti, per la diminuzione dell'orario, per le pensioni, la casa, la salute, i servizi, ecc. Per la prima volta il mondo dei lavoratori e il mondo studentesco fu unito fin dalle prime agitazioni su molte questioni del mondo del lavoro, provocando nel Paese tensioni sempre più radicali e a carattere rivoluzionario, sfiorando in alcuni casi l'insurrezione, visti i proclami, i giornali e i fatti che accadevano in Italia.

La Fiat di Torino, dopo alcuni incidenti in settembre causati da atti di sabotaggio alle catene di montaggio dove furono persino distrutte migliaia di auto, reagì sospendendo 25.000 operai e dopo cinque giorni di inutili mediazioni si sfiorò il dramma. Al grido di "potere operaio" ci fu una mobilitazione generale e il tentativo di occupazione dell'azienda. Ai primi di novembre si processò il padronato dell'azienda. Tre mesi di agitazione misero in crisi l'intera città, con tre mesi senza salario furono paralizzate tutte le attività produttive e commerciali. Nei primi giorni di dicembre la città era vicina al Natale più nero. Nemmeno la guerra aveva angosciato tanto: spente le luci, chiusi i negozi.

Il 21 dicembre con una mediazione furono accolte quasi tutte le richieste dei sindacati e ritornò una calma apparente. Ma gli operai otterranno alla fine dell'anno molti risultati: aumenti salariali, interventi nel sociale, pensioni, diminuzione delle ore lavorative, diritti di assemblea, consigli di fabbrica. E getteranno anche le basi dello Statuto dei lavoratori (siglato poi nel 1970).

La destra e la contestazione studentesca[modifica | modifica wikitesto]

La polizia che carica degli studenti

Nei primi momenti della contestazione studentesca gli universitari di destra sono tra i capofila del movimento. La battaglia di Valle Giulia all'Università di Roma del 1º marzo 1968 sarà l'ultima azione in cui studenti di sinistra e di destra saranno insieme, perché il 16 marzo successivo con l'assalto alla facoltà di Lettere dell'Università La Sapienza, voluta dai vertici del MSI timorosi di perdere quella definizione di partito dell'ordine ci sarà la frattura tra movimentisti e reazionari[2]. Nel momento in cui il Movimento Studentesco diviene così dominato dalla sinistra, nasce da parte degli studenti di destra che non vogliono seguire la linea anti-contestazione degli universitari missini del FUAN, il "Movimento studentesco europeo", particolarmente attivo nelle università di Roma e Messina, che lanciano il Manifesto degli studenti europei. Nel marzo 1969 a Messina guidati di Giovanbattista Davoli, occupano, insieme ai colleghi reggini, il rettorato[3]. Nel 1970 questi studenti saranno tra le barricate nella rivolta di Reggio Calabria.

La politicizzazione degli anni settanta[modifica | modifica wikitesto]

Manifestanti a Milano all'inizio degli anni Settanta (i due a sinistra e al centro indossano l'eskimo)

La natura controculturale e anticonformista del movimento sessantottino gli attribuiva un carattere creativo e "rivoluzionario" che avrebbe accomunato nel conflitto i partiti che istituzionalmente rappresentavano la sinistra: il Partito Comunista Italiano (PCI) registrò la scissione del gruppo del Manifesto e il Partito Socialista la nascita del PSIUP[4]. La rivolta generazionale era un movimento nel quale si riconosceva una intera classe giovanile, che non aveva avuto né "credo di provenienza" né "appartenenza politica" e rivolgeva domande alla società, tra le quali il diritto allo studio. Del resto i cambiamenti maggiori che esso produsse, se si eccettua il mutamento radicale nella presa di coscienza generalizzata del ruolo paritario della donna, furono a livello di costume[5].

Soltanto in un secondo momento questa classe giovanile si politicizzò, passando all’eskimo e al "sei politico" e dalle rivendicazioni pragmatiche alla "furente battaglia ideologica": la tesi - ricorrente nei successivi decenni - che fa del Sessantotto un momento di propaganda rivoluzionaria manovrato o addirittura teleguidato dal PCI (o persino dal PCUS) non considera la stretta identificazione tra il movimento studentesco del Sessantotto e la resistenza contro ciascuno dei due blocchi. Oltre alla lotta contro la guerra del Vietnam, in parallelo i sessantottini europei sostennero la Primavera di Praga, il movimento dissidente sviluppatosi all'interno del campo del socialismo reale sotto la guida del primo ministro cecoslovacco Alexander Dubček. Fu il PCI ad essere preso di contropiede tanto dalla Primavera di Praga quanto dalla repressione sovietica, quasi sempre esprimendo comprensione per l’intervento sovietico. Ma il movimento studentesco come tale fu inequivocabilmente favorevole al sommovimento provocato da Dubček, anche se con tutti gli anatemi rituali nei confronti della "socialdemocrazia".

Fu soltanto nel corso della "guerra culturale di trincea" degli anni settanta - dopo la strage di piazza Fontana e gli anni degli "opposti estremismi" - che la classe dirigente del PCI riuscì a recuperare (soprattutto grazie alla sua presenza nelle fabbriche) un ascendente sulla massa giovanile, e lo fece sottraendole al "brodo di coltura" del terrorismo delle Brigate Rosse e dei gruppi satelliti (lo snodo fondamentale fu, in proposito, la denuncia di esponenti genovesi del terrorismo rosso da parte di Guido Rossa, delegato di fabbrica del PCI, e la reazione che portò al suo assassinio nel 1979). Quanto alla classe dirigente del movimento, sottrattale il ruolo guida a favore degli ideologhi ufficiali del partito (compresi quelli che avevano "aggiustato in corso d'opera" il credo marxista per inserirvi le "nuove libertà" propugnate nel Sessantotto, pur comunque escludendo qualsiasi degenerazione verso l'odiato anarchismo maoista), da un lato fu oggetto del "rastrellamento" del processo "7 aprile" verso i settori contigui al terrorismo, dall'altro si assoggettò ad un rapido "imborghesimento" (oggetto della celebre inchiesta giornalistica condotta da Walter Tobagi sul Corriere della sera poco prima di essere assassinato dalle Brigate Rosse).

Al di là del tormentato rapporto con la "sinistra ufficiale", vi è però una diffusa opinione secondo cui la distinzione assoluta tra momento di creazione alternativa, in cui tutti "i giovani" erano in fondo d'accordo nel voler cambiare il mondo, e la sua degenerazione politica successiva, se è accettabile nel senso generale, è però praticamente inapplicabile ogniqualvolta si analizzi nello specifico un momento o un luogo preciso. In Italia quel momento "apolitico", se ci fu, fu rapidissimo, e la politicizzazione esplicita del movimento fu pressoché immediata[6].

L'influenza nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

L'arte come contestazione della società capitalistica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Internazionale Situazionista.

A partire dagli anni cinquanta si sviluppa in Europa quel tipo di società o di civiltà nella quale ancora viviamo. Si tratta di quella "società industriale nella fase del capitalismo avanzato" o di quella "civiltà di massa" o civiltà dei consumi della quale i sociologi hanno esaminato tutte le caratteristiche: dal consumismo ai persuasori occulti (che attraverso una serie di canali di comunicazione trasformano l'uomo in consumatore diretto), dall'omogeneizzazione del gusto collettivo alla mercificazione di qualsiasi tipo di valori.

Questo aspetto si identifica col discorso della cosiddetta industria culturale. Quest'ultima è causa ed effetto assieme di una situazione tipica della società odierna. Cioè: il mercato dell'arte si allarga a dismisura, la richiesta dei beni culturali non si diversifica più da quella dei prodotti industriali, poiché anch'essi sono simboli di promozione sociale, prima ancora che di promozione culturale. Ciò comporta la riduzione del prodotto artistico a merce che segue le leggi del mercato: è la domanda a determinare l'offerta, e quindi la produzione, ed è il sistema a provocare la domanda. In ultima analisi, il prodotto artistico per essere fruibile ed accetto al mercato deve essere gradevole, aproblematico, cioè omologo al sistema.

Di conseguenza il raggiungimento di questo obiettivo pone una pesante ipoteca sull'"attività dell'"artista che, condizionato dalle leggi del mercato, si può ridurre a docile produttore di asettici beni di consumo. A questo proposito scrisse Theodor W. Adorno: La cultura che, conforme al suo senso, non solo obbediva agli uomini ma continuava anche a protestare contro la condizione di sclerosi nella quale essi vivono e, in tal modo per la sua assimilazione totale agli uomini, faceva ad essi onore, oggi si trova invece integrata alla condizione di sclerosi; così contribuisce ad avvilire gli uomini ancora di più. Le produzioni dello spirito nello stile dell'industria culturale non sono, ormai anche delle merci, ma lo sono integralmente.

In questa situazione è abbastanza agevole capire come mai, a partire circa dalla fine degli anni cinquanta, si sia avuto nel mondo letterario, e soprattutto in quello delle arti figurative, un pullulare di ricerche, sperimentazioni, "neoavanguardie". Di fronte alla negatività di certi fenomeni prodotti dall'industria culturale, scrittori ed artisti hanno tentato, isolatamente o legandosi in "scuole" o "gruppi", la contestazione della prassi e dei valori della società di massa, con una varietà di atteggiamenti e di soluzioni che nelle arti figurative sembra avere assunto una volontà eversiva più marcata che nella letteratura.

È però indispensabile sottolineare che quel sistema che si vuole contestare ha ormai talmente perfezionato le sue tecniche di penetrazione e di condizionamento, ed ha un tale potere di mercificare ogni prodotto culturale, che riesce a strumentalizzare anche quest'arte di contestazione a fini commerciali, presentandola con l'attrattiva della novità. E così, a livello di costume, il sistema commercializza la contestazione giovanile e ne canonizza un abbigliamento rituale, realizzando così grossi affari; ad un diverso livello, mercifica e banalizza i moduli dell'arte informale, riducendo il recupero dell'arte popolare a mode naïf, a recupero del rustico, del primitivo.

I cambiamenti nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

In effetti, questi cambiamenti ben presto porteranno ad una nuova espressione dell'arte, del tutto originale, che si adatterà alle nuove esigenze del mondo culturale: l'arte di tutti, la Pop art. I pittori, infatti, erano diventati un tutt'uno col mondo fisico esterno, tanto che era impossibile capire quanto fosse dovuto all'autore e quanto lo influenzasse il mondo esterno; il perché di questo derivava dal fatto che l'immaginazione di tutti, e in particolare dei pittori, era stata impressionata dalle esplosioni nucleari, le quali non hanno confini, fondono tutto alla loro elevata temperatura. Da ciò derivò l'Espressionismo in cui nulla era distinguibile, tutto si consumava in un unico fuoco.

Ma, come abbiamo visto, all'alba degli anni sessanta tutto cambiò, allontanato il terrore di una guerra atomica e cresciuta l'approvazione per la tecnologia, vista come dispensiera d'abbondanza e ricchezza, s'innescò il fenomeno del boom industriale e del connesso consumismo. A questo punto, diveniva inutile "l'aggressione" alle cose da parte degli artisti; era meglio ritirarsi e lasciarsi penetrare dalla forza del progresso, rappresentata dagli oggetti prodotti in gran numero dall'industrialismo rinnovato.

Colui che riuscì a rappresentare, nel migliore dei modi, questo mutamento repentino fu Roy Lichtenstein (New York, 1923): con lui gli oggetti penetrano, si stampano da protagonisti nelle tele dell'artista. Ma, ad essere rappresentati, non sono gli oggetti appartenenti a uno stato di natura, ma quelli usciti dal ciclo produttivo dell'uomo, definiti oggetti-cultura, oggetti non "trovati" o "raccolti", ma volutamente fabbricati per soddisfare fabbisogni di massa, le merci appunto. Proprio da qui giunge il connotato "popolare" di quest'arte, inteso non in senso di degradazione, ma poiché si serviva di oggetti-merce, "popular" appunto, dalla cui abbreviazione degli inglesi divenne "pop". Obiettivo di quest'arte era dunque quello di esaltare l'oggetto industriale (trascurato dall'arte), estraniandolo dal proprio ambiente al fine di farci notare la sua esistenza, concentrando su di esso la nostra attenzione.

La tecnica usata era quella dello straniamento ottenuta attraverso il ricorso a diverse tecniche tutte atte a decontestualizzare gli oggetti all'interno di una composizione artistica, in modo da giungere, mediante la loro libera associazione, a un significato inedito. All'interno della pop art ebbe successo il combine painting cioè ricombinazioni di cose vere con la pittura. Gli autentici rappresentanti della pop art sono stati Claes Oldenburg, Andy Warhol e Roy Lichtenstein: il primo prendeva le forme della vita, le isolava, le ingrandiva e ne studiava i dettagli, il secondo rappresentava divi e politici del tempo come Marilyn Monroe o Richard Nixon, l'ultimo affrontò l'intero mondo della mercificazione. Difatti, una prima affermazione di questi si compie attraverso i prodotti alimentari, come le carni, nei supermercati, impacchettate nella plastica al pari di qualsiasi altro prodotto confezionato e ancora tutti gli altri prodotti esposti negli stessi supermercati, materiale elettrico, bombolette spray, articoli sportivi ecc., alla fine, quando poi la scena era già preparata ed addobbata, si dedicò al protagonista: l'essere umano.

Anche per l'uomo era di scena la pubblicità, tuttavia lo riguardava anche un'altra forma di consumo, la narrazione di storie sentimentali, infatti, in quegli anni si consumava tanta stampa rosa, pagine e pagine di immagini tracciate con linee larghe, flessuose e sintetiche rotte dal levarsi dei fumetti, nuvolette che scandivano frasi stereotipate, che scorrevano in sequenza. Intervenendo su un materiale del genere, Liechtenstein si fece forte di un nuovo strumento di "straniamento": ingigantiva su tele di ampio formato una singola casella di una "storia", arrestando il flusso mediante l'effetto del blocco. Anche in Europa si diffuse rapidamente questo fenomeno, tuttavia andò trasformandosi in varie tendenze che sconfinavano in altre (Nouveau Réalisme). Tra gli italiani coinvolti troviamo Mimmo Rotella, Valerio Adami ed Enrico Baj.

I cambiamenti nella musica[modifica | modifica wikitesto]

Ma la contestazione non si esauriva a quei modelli culturali che investivano le forme d'arte, quelle letterarie e morali, giacché riuscì a trovare nella musica un'ulteriore canale di diffusione, sicuramente più incisivo. Il modello musicale che si sviluppava in contemporanea alla beat generation fu il rock and roll, un tipo di musica in uso fra la popolazione bianca, che interpretava il senso di inquietudine, di protesta e di ribellismo dell'epoca. Esso si proponeva come un veicolo anti-tradizionalista e anticonformista, che voleva mettere al bando la musica melodica e sentimentalista e produrre un nuovo sound provocatorio.

Con questo genere quindi si arrivava ad un punto in cui libertà in musica, nei costumi e libertà sessuale si fondevano prepotentemente, fra i maggiori interpreti ricordiamo Bill Haley, Jim Morrison, i Beatles, i Rolling Stones ed Elvis Presley. Al movimento della beat faceva seguito quello degli Hippie, "figli dei fiori", particolarmente presente durante gli anni della guerra del Vietnam. I maggiori interpreti del pacifismo e della solidarietà tra i popoli furono Joan Baez, John Lennon e Bob Dylan, di quest'ultimo bisogna necessariamente citare la sua "Blowin' in the Wind".

In Italia, in realtà, il sessantotto si visse qualche anno più tardi, ma, dal punto di vista musicale, le prime tracce della ribellione appaiono come fenomeno di massa già nel 1966, quando Franco Migliacci e Mauro Lusini scrissero il testo di C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. La canzone fu cantata da un Gianni Morandi inedito. Il cantante bolognese era il classico interprete di testi facili e sentimentali come La fisarmonica e Se non avessi più te, per cui la sua avventura folkbeat fu scoraggiata da più parti.

L'ostacolo più grande venne dalla RAI, la cui censura si scagliò contro il testo eccessivamente esplicito, che citava la guerra in Vietnam, che proprio in quegli anni stava scrivendo alcune fra le pagine più sanguinose della storia contemporanea. Le idee e le atmosfere evocate, tipiche della gioventù dell'epoca, contribuirono a un successo senza precedenti per una canzone di questo tipo e soprattutto senza confini, dato che fu ripresa dalla celebre Joan Baez che la consacrò quale inno alla pace. Da citare anche Lucio Battisti con Uno in più e la Linea Verde di Mogol.

Molte canzoni furono scritte sugli avvenimenti di quegli anni, le più significative della musica italiana furono quelle composte da Fabrizio De André raccolte nell'album "Storia di un impiegato"; anche Francesco Guccini, cantautore dichiaratamente anarchico, dedica agli avvenimenti in Cecoslovacchia un pezzo naturalmente intitolato "Primavera di Praga", dall'album "Due Anni Dopo" del settanta; e cita il periodo anche nella canzone "Eskimo" "Infatti i fori della prima volta, non c'erano già più nel Sessantotto", nell'album "Amerigo" del 1978. Di grande importanza è anche la canzone "Come potete giudicar" dei Nomadi, vero e proprio inno alla libertà che con le sue parole tocca i problemi di quegli anni.

In rapporto alla guerra nel Vietnam e alla musica in voga in quel 1968 significativa è stata, sia sotto l'aspetto professionale che umano, l'esperienza vissuta dal gruppo musicale de Le Stars raccontata nel volume Ciòiòi '68 - In Vietnam con l'orchestrina.

Lo sport e la politica[modifica | modifica wikitesto]

Le grandi manifestazioni sportive mondiali, negli anni sessanta, si rivelarono un utile e importante strumento di pressione politica o una ideale cassa di risonanza per atti e manifestazioni che con lo sport non avevano nulla a che fare.

Il fenomeno ebbe molto risalto, ad esempio, ai Giochi olimpici del 1968 a Città del Messico con la protesta antirazzista degli atleti di colore statunitensi Tommie Smith e John Carlos, sprinter statunitensi di colore, oro e bronzo nei 200 metri, che, sul podio della premiazione, alzarono il pugno chiuso in un guanto nero, simbolo del movimento Black Power (Potere Nero), e chinarono la testa quando venne suonato l'inno nazionale statunitense. Smith, disceso dal podio disse Se io vinco sono un americano, non un nero americano. Ma se faccio qualcosa di sbagliato, allora diranno che sono un negro. Noi siamo neri e siamo orgogliosi di essere neri. L'America nera comprenderà ciò che abbiamo fatto stanotte.

Il comitato olimpico americano li bandì dai giochi olimpici.

La fine del movimento[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante fosse diffusa in tutto il mondo, la protesta giovanile si spense, all'inizio degli anni settanta, ovunque senza aver riportato apparentemente risultati significativi. La principale ragione di questo fallimento va ricercata nella sua incapacità di tradurre le aspirazioni in programmi concreti e in strutture organizzative in grado di realizzarli. Il Sessantotto, quindi, si caratterizzò come una rivolta etico-politica dei giovani contro la società, piuttosto che come un insieme di movimenti politici finalizzati alla realizzazione di un programma ben definito. Merito del movimento giovanile di quegli anni fu, soprattutto in Occidente, quello di mettere al centro dell'attenzione valori che fino a poco tempo prima erano stati interesse di pochi. Temi come il pacifismo, l'antirazzismo, il rifiuto del potere come forma di dominio di pochi privilegiati sulla popolazione, i diritti delle donne e l'interesse per l'ambiente, entrarono a far parte stabilmente del dibattito politico e socio-culturale del mondo intero.

In Italia il movimento non si spense, ma si trasformò aumentando di intensità e continuò per tutto il decennio successivo (in particolar modo con la fiammata del movimento del '77) e con intensità ridotta per altri decenni[senza fonte]. In qualche misura dura ancora[non chiaro]. Ed è proprio per questo che questo movimento è, secondo la definizione del TIME, "il rasoio che ha separato per sempre il passato dal presente".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ cfr. pag. 67 di Almanacco di Storia illustrata, 1968
  2. ^ Nicola Rao, La fiamma e la celtica, Sperling & Kupfer Editori, 2006
  3. ^ annipiombo07
  4. ^ Vi è poi chi ha ritenuto di leggervi anche una valenza contestatrice nei gruppi di destra verso il MSI-DN: Giorgia Meloni, Il Sessantotto visto da destra (L’Occidentale, 25 novembre 2007).
  5. ^ Giampiero Mughini, Il grande disordine, 1998, Mondadori.
  6. ^ Luca Codignola, Il Sessantotto fu una rivolta generazionale ma fino ad un certo punto (L'Occidentale, 9 dicembre 2007).

Bibliografia storica[modifica | modifica wikitesto]

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Memorialistica e scritti giornalistici[modifica | modifica wikitesto]

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