Anemia drepanocitica

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Anemia drepanocitica
Sicklecells.jpg
I globuli rossi resi falciformi dalla precipitazione dell'emoglobina (immagine al microscopio elettronico a scansione)
Malattia rara
Codici di esenzione
SSN italiano RDG010
Codici di classificazione
ICD-10 (EN) D57
Sinonimi
Drepanocitosi
Anemia falciforme

L'anemia drepanocitica, o anemia falciforme, è una malattia del sangue su base genetica, in cui i globuli rossi circolanti, in condizioni di bassa tensione di ossigeno o di circolazione lungo i capillari, assumono una forma irregolarmente cilindrica, spesso ricurva, che, allo striscio di sangue periferico, assomiglia a una mezzaluna o una falce. Per questo motivo l'anemia drepanocitica è anche detta anemia falciforme. Da un punto di vista patogenetico, è classificata fra le anemie da difetto di sintesi dell'emoglobina, anche se l'anemia è in parte determinata da emolisi splenica.

L'anemia drepanocitica è una anemia iperrigenerativa, caratterizzata da un elevato numero di reticolociti nel sangue periferico.

La condizione falcemica è ereditata in maniera autosomica recessiva, ed è caratterizzata dalla produzione di emoglobine patologiche, tra cui la più comune è la forma HbS (da Sickle, falce) che, per le sue caratteristiche chimiche, tende a precipitare e a conferire all'eritrocita la tipica forma a falce.

Epidemiologia e cenni storici[modifica | modifica sorgente]

La malattia è più frequente nell'Africa centro-orientale, India, nel sud dell'Arabia e tra le popolazioni dell'arco del mediterraneo si presenta in alcune zone di Italia, Spagna e Grecia. Da un censimento del 2000 risulta che in Italia vi sono 240 pazienti con anemia drepanocitica e 622 con talassodrepanocitosi (compresenza di talassemia e drepanocitosi). La condizione di trait falcemico (vedi di seguito) riduce la mortalità degli individui infestati dal Plasmodium falciparum, agente eziologico della forma mortale di malaria.

Eziologia[modifica | modifica sorgente]

Possono esistere omozigoti per il gene normale e che quindi non manifestano la patologia, ci possono essere gli omozigoti per il gene mutato (di solito o la catena beta o alfa dell'emoglobina) e quindi avere la malattia e infine ci sono gli eterozigoti che hanno un allele mutato e l'altro allele normale, questi individui durante la sintesi proteica produrranno il 50% di emoglobina normale e l'altra metà con la beta-catena mutata. Questi individui in territori come l'Africa in cui la malaria è presente hanno una maggiore attesa di vita in quanto il Plasmodium falciparum, agente eziologico della malaria, che ha un ciclo di vita molto lungo e complesso, non riesce a riprodursi negli eritrociti dei soggetti portatori del gene mutato (sia omo sia eterozigoti). Questo succede in quanto gli eritrociti contenenti l'emoglobina mutata E6V hanno una emivita più breve degli eritrociti normali.

Patogenesi[modifica | modifica sorgente]

La malattia è causata da una mutazione puntiforme del gene della catena β dell'emoglobina, che determina la sostituzione dell'adenina con l'uracile (GAG → GUG) che di conseguenza si traduce in una mutazione E6V (il glutammato in posizione 6, posizionato in superficie nella catena beta, diventa una valina). La sostituzione di un amminoacido idrofilo con uno idrofobico abbassa la solubilità della proteina in configurazione deossi (la valina interagisce con un sito idrofobico posto tra le eliche E-F di una catena beta di un'altra molecola di HB); questo determina la precipitazione dell'Hb con formazione di fibrille (tactoide) nell'emazie. La falcizzazione dell'eritrocita non è costitutiva ma si determina in particolari condizioni, quali ipossia, incremento dell'acidità, innalzamento della temperatura e presenza di acido 2,3 bisfosfoglicerico: tutte condizioni che si verificano nel microcircolo.

Clinica[modifica | modifica sorgente]

I soggetti omozigoti presentano quantità notevolmente più alte di Hb patologica e il loro quadro clinico è il più grave, caratterizzato da numerose crisi di falcizzazione; i soggetti eterozigoti producono meno del 50% di HbS e sono poco sintomatici (leggera anemia e astenia), o addirittura non mostrare alcun sintomo: è il caso dei cosiddetti portatori del «trait falcemico».

Trattamento[modifica | modifica sorgente]

Fino agli anni Settanta le uniche soluzioni terapeutiche per l'anemia drepanocitica erano la splenectomia (rimozione della milza) e delle continue trasfusioni per sostituire anche se momentaneamente i globuli rossi malati con altri sani. Parimenti, tutte le condizioni che portano a ipossia tissutale, con conseguente variazione del pH verso l'acido, vengono evitate attraverso il mantenimento di un corretto equilibrio acido-base. Occasionalmente, vasodilatatori vengono somministrati per evitare fenomeni di vasocostrizione che produrrebbero ipossia.

Nell'ultimo decennio, sono stati sperimentati composti induttori dell'emoglobina fetale (HbF). Il più usato è ancora la N-idrossiurea, che agisce attraverso la sua azione sulle istone deacetilasi. Altri farmaci induttori usati sono:

  • il butirrato di sodio, praticamente atossico ma necessitante di dosi molto alte per mantenere concentrazioni sanguigne efficaci;
  • la isobutirramide, derivato butirrico più stabile che necessita dosi minori;
  • la 5-azacitidina, che provoca demetilazione del DNA e induzione genica;
  • l'emina, derivato ferro-trivalente dell'eme;
  • la citarabina (a basse dosi), inibitore della DNA polimerasi.

Sono sotto sperimentazione composti naturali che sono stati visti indurre l'HbF:

  • l'angelicina, isolata dall'Archangelisia flava (angelica);
  • il resveratrolo, presente nel vino rosso;
  • l'antibiotico rapamicina, dallo Streptomyces hygroscopicus, usato anche come immunosoppressivo;
  • l'antibiotico mitramicina usato in precedenza per l'iper-calcemia da tumore;
  • l'inibitore delle istone deacetilasi tricostatina, isolato da un fungo microscopico
  • la lenalidomide, un derivato della talidomide, che in combinazione con l'idrossiurea la rende più efficace a indurre l'HbF.

Infine esistono composti che impediscono la precipitazione dell'Hb mutata.

  • l'acido vanillico, derivato dell'acido benzoico che conferisce l'aroma della vaniglia, di cui oggi si stanno studiando dei derivati aldeidici con la piridina;
  • la piridossina o vitamina B6;
  • il 5-idrossimetil-2-furfurale, un'aldeide che si trova nei prodotti della tostatura del caffè.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Sante Tura, Michele Baccarani, "Anemie del III gruppo" in Corso di Malattie del Sangue e degli Organi Emolinfopoietici, 4ª ed., Bologna, Società Editrice Esculapio, luglio 1993, p. 419, ISBN 978-88-7488-238-0.

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