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Maison Fabergé

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Fabergé
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StatoRussia (bandiera) Russia
Fondazione1842 a San Pietroburgo
Fondata daGustav Fabergé
Chiusura1917
Sede principaleSan Pietroburgo
Persone chiavePeter Carl Fabergé
SettoreManifatturiero
Prodottigioielli e oggetti di oreficeria
Sito webwww.faberge.com e www.faberge.com/

La Maison Fabergé fu una casa di gioielleria russa attiva tra il 1842 e il 1917, fondata a San Pietroburgo da Gustav Fabergé e sviluppatasi sotto la direzione del figlio Peter Carl Fabergé. Considerata una delle principali realtà europee dell’alta oreficeria tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la maison si distinse per la produzione di oggetti di lusso destinati alla corte imperiale russa e a una clientela internazionale, tra cui le celebri Uova Fabergé, oggi ritenute tra le più alte espressioni dell’arte orafa europea.

Nel corso della sua attività, Fabergé operò come uno dei principali atelier di gioielleria dell’Impero russo, ottenendo il titolo di fornitore ufficiale della corte degli zar e sviluppando una produzione strettamente legata ai sistemi di rappresentanza e alla cultura del dono della monarchia imperiale.

L’attività cessò in seguito alla rivoluzione russa del 1917, con la dispersione della famiglia e la chiusura delle officine. Nel corso del Novecento, il nome Fabergé fu riutilizzato in diversi contesti commerciali, fino al successivo rilancio come marchio nel settore del lusso.

La storia della maison Fabergé si sviluppa nel contesto dell’Impero russo tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, intrecciandosi con l’evoluzione del gusto artistico e con le pratiche di rappresentanza della corte imperiale, fino alla brusca interruzione determinata dagli eventi della rivoluzione russa del 1917.

Origini e fondazione

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La maison Fabergé fu fondata nel 1842 a San Pietroburgo da Gustav Fabergé, orafo di origine francese appartenente a una famiglia di ugonotti rifugiatasi in area germanica e successivamente stabilitasi nell’Impero russo. La famiglia, originariamente attestata con varianti del cognome quali Favri o Fabri, aveva attraversato diverse aree dell’Europa settentrionale prima di stabilirsi in Russia.

Gustav Fabergé (1814–1893), fondatore della maison, attiva a San Pietroburgo dal 1842.

Gustav Fabergé si formò come orafo presso botteghe attive a San Pietroburgo e conseguì nel 1841 il titolo di maestro gioielliere, avviando poco dopo una propria attività. L’impresa si inseriva nel contesto della tradizione orafa europea, combinando influenze occidentali con la crescente domanda della clientela aristocratica russa.[1]

Nel 1872 la direzione dell’atelier passò al figlio Peter Carl Fabergé, che avviò una fase di rinnovamento artistico e organizzativo, ampliando la produzione e sviluppando un modello basato sulla collaborazione con maestri artigiani altamente specializzati.

Sviluppo e affermazione

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Sotto la guida di Peter Carl Fabergé, la maison conobbe una rapida espansione nella seconda metà dell’Ottocento, affermandosi come uno dei principali centri di oreficeria dell’Impero russo. Un momento significativo per il consolidamento della sua reputazione fu il coinvolgimento nello studio e nel restauro di oggetti antichi conservati presso il Museo dell’Ermitage, che contribuì a rafforzarne il prestigio presso la corte imperiale.[2]

Un momento decisivo per l’affermazione pubblica della maison fu la partecipazione all’Esposizione panrussa di Mosca del 1882, nel corso della quale Fabergé ottenne una medaglia d’oro e attirò l’attenzione di Alessandro III. Nello stesso anno entrò stabilmente nell’impresa anche il fratello minore di Peter Carl, Agathon Fabergé, il cui contributo come designer contribuì al rinnovamento stilistico della maison negli anni successivi. Le opere presentate, in parte ispirate all’oreficeria antica e collegate alle attività di studio e restauro condotte presso il Museo dell’Ermitage, furono considerate esempi di alta oreficeria contemporanea, contribuendo al consolidamento del prestigio della maison presso la corte imperiale.[3]

Nel corso degli anni successivi, la reputazione della maison si consolidò anche a livello internazionale, trovando un momento di particolare visibilità in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900, dove le opere Fabergé furono presentate al pubblico europeo e ottennero ampi riconoscimenti, contribuendo all’ampliamento della clientela internazionale.[2]

L’azienda sviluppò un sistema produttivo articolato, organizzato in diversi atelier coordinati centralmente, nel quale maestri orafi indipendenti, noti come workmasters, erano responsabili della realizzazione tecnica degli oggetti secondo i progetti approvati dalla maison. Peter Carl Fabergé svolgeva principalmente un ruolo di direzione artistica e supervisione, definendo l’impostazione estetica delle opere e coordinando il lavoro dei diversi laboratori. Tra i principali maestri attivi presso la maison si distinsero figure come Michael Perkhin e Henrik Wigström.[2]

Nel quadro di questa espansione, la maison sviluppò progressivamente una presenza commerciale articolata anche al di fuori della capitale imperiale, con una rete di filiali attive in diverse città dell’Impero e all’estero: a Mosca (dal 1887), Odessa (dal 1900), Londra (dal 1903) e Kiev (dal 1906). Tale rete contribuì a consolidare la dimensione internazionale dell’impresa e a estendere la clientela al di fuori del contesto russo, inserendo Fabergé nei circuiti europei del lusso.[4]

Negozio Fabergé a Kuznetsky Most, Mosca (fine XIX secolo), testimonianza della rete commerciale sviluppata dalla maison.

All’inizio del Novecento, al culmine della sua espansione, la maison era divenuta la più grande impresa di gioielleria dell’Impero russo, impiegando circa 500 tra artisti e artigiani e operando attraverso una rete articolata di laboratori specializzati.[5]

Nel 1885 la maison ottenne la nomina a fornitore ufficiale della corte imperiale russa, avviando una collaborazione stabile con la dinastia dei Romanov. Tale rapporto, destinato a diventare centrale nello sviluppo dell’impresa, si inseriva nel più ampio sistema delle committenze e dei doni di corte, che avrebbe caratterizzato in modo determinante l’attività della maison negli anni successivi.

Declino e fine della maison

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L’attività della maison subì un progressivo ridimensionamento già nel corso della prima guerra mondiale, quando parte della produzione fu riconvertita per esigenze legate allo sforzo bellico, segnando una significativa trasformazione dell’organizzazione e delle attività dell’impresa.[6]

L’interruzione definitiva avvenne in seguito agli eventi della rivoluzione russa del 1917, che portarono alla dissoluzione della corte imperiale e alla nazionalizzazione delle imprese. La direzione della compagnia venne affidata al Comitato degli Impiegati della Compagnia C. Fabergé e, nel settembre 1918, venne nazionalizzata dai bolscevichi e tutti i pezzi presenti in magazzino vennero confiscati. La famiglia Fabergé fu costretta all’esilio e le officine cessarono progressivamente la loro attività. Nel settembre 1918, temendo l'arresto, Peter Carl Fabergé lasciò San Pietroburgo illegalmente, con un treno diplomatico, verso Riga, sotto le spoglie di un corriere per una delle ambasciate straniere. A metà novembre, la rivoluzione aveva già raggiunto la Lituania e, nuovamente, si spostò in Germania, insediandosi dapprima a Bad Homburg e poi a Wiesbaden. Eugène, il figlio primogenito, riuscì a fuggire con la madre in Finlandia, ove giunse a piedi, nel dicembre 1918. Durante il giugno 1920, Eugène raggiunse Wiesbaden, ricongiungendosi al genitore e accompagnando il padre in Svizzera, ove prese rifugio, con la famiglia, all'Hôtel Bellevue, a Pully presso Losanna. Il monarchico Peter Carl Fabergé non si riprese mai dallo shock della rivoluzione russa e morì in Svizzera la mattina del 24 settembre 1920.[2]

Nel 1924 i figli di Peter Carl Fabergé fondarono a Parigi la società Fabergé et Cie, con l’obiettivo di proseguire l’attività nel campo della gioielleria e del restauro. Pur richiamandosi alla tradizione familiare, la nuova impresa operò in un contesto profondamente mutato e senza la rete produttiva e il sistema di committenza che avevano caratterizzato la maison originaria.

Nel corso del Novecento, il nome «Fabergé» fu progressivamente utilizzato anche in ambiti commerciali differenti, in particolare nel settore dei beni di consumo e della profumeria attraverso la società Fabergé Inc. Questo processo determinò una crescente separazione tra l’identità storica della maison e gli impieghi commerciali del marchio.[6]

Fabergé e la committenza di corte

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L’attività della maison Fabergé si sviluppò in stretto rapporto con i sistemi di rappresentanza delle corti europee tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In questo contesto, la produzione della maison si inseriva in una cultura del dono formalizzata, nella quale gli oggetti di lusso svolgevano una funzione centrale nella definizione dei rapporti personali, politici e dinastici.

La corte imperiale russa

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A partire dal 1885, con la nomina a fornitore ufficiale della corte imperiale, la maison Fabergé sviluppò un rapporto continuativo con la dinastia dei Romanov, inserendosi stabilmente nel sistema delle committenze di corte dell’Impero russo.

In questo contesto, la produzione destinata alla famiglia imperiale non si limitava alle celebri Uova Fabergé, ma comprendeva un’ampia gamma di oggetti realizzati per diverse occasioni e funzioni, destinati alla sfera privata e cerimoniale della corte.[2]

Questi oggetti erano frequentemente destinati a ricorrenze specifiche – quali Pasqua, Natale, compleanni e onomastici – e si inserivano in una più ampia cultura del dono propria della corte imperiale, nella quale i manufatti di lusso svolgevano una funzione sia personale sia rappresentativa.

Parallelamente, una parte significativa della produzione era destinata a doni ufficiali e diplomatici. Le cosiddette scatole di presentazione, spesso decorate con il monogramma o il ritratto dello zar, venivano offerte a funzionari, dignitari e rappresentanti stranieri come segno di favore o riconoscimento, contribuendo alla costruzione delle relazioni politiche e alla rappresentazione del prestigio imperiale. Le modalità di commissione variavano a seconda dei casi: accanto agli incarichi formalmente gestiti dal Cabinet of His Imperial Majesty, responsabile degli approvvigionamenti della corte, sono attestati anche acquisti diretti da parte dello zar, che commissionava personalmente determinati manufatti.[6]

Nel corso dei primi anni del Novecento, la produzione Fabergé fu inoltre coinvolta in grandi occasioni celebrative della dinastia, come il tricentenario dei Romanov del 1913, ampliando ulteriormente il ruolo della maison all’interno del sistema simbolico della monarchia.

Committenza dinastica internazionale

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Parallelamente al consolidamento del rapporto con la corte imperiale russa, Fabergé ottenne nel 1897 un riconoscimento ufficiale come fornitore della corte dei sovrani di Svezia e Norvegia, estendendo il proprio prestigio al di fuori dell’Impero russo.[7]

Nel contesto europeo, la maison sviluppò inoltre rapporti particolarmente stretti con ambienti aristocratici e dinastici anche nel Regno Unito, favoriti dalla presenza di una filiale a Londra e dall’inserimento nei circuiti internazionali del lusso. Tra i clienti della sede londinese figuravano membri della famiglia reale britannica, tra cui la regina Alexandra e altri esponenti della casa reale, mentre commissioni documentate testimoniano il radicamento della produzione Fabergé negli ambienti di corte britannici.[8]

Nei primi anni del Novecento, la maison sviluppò inoltre rapporti documentati con la corte del Siam (odierna Thailandia), ricevendo commissioni da parte del sovrano e della famiglia reale e intrattenendo contatti diretti attraverso visite e missioni commerciali. In particolare, la visita del re Chulalongkorn ai negozi Fabergé nel 1897 e i successivi contatti nei primi anni del XX secolo testimoniano l’inserimento della maison nei circuiti dinastici internazionali del lusso.[9][10]

Tali relazioni contribuirono a consolidare il ruolo di Fabergé come una delle principali maison europee attive nella produzione di oggetti di lusso destinati alle élite aristocratiche e dinastiche tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Produzione e organizzazione

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Struttura produttiva

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L’attività della maison Fabergé si caratterizzò per un modello produttivo articolato e innovativo per l’epoca, basato su una netta distinzione tra progettazione artistica e realizzazione tecnica. A differenza delle tradizionali botteghe orafe, la maison operava come un sistema coordinato di atelier specializzati, nei quali maestri artigiani indipendenti, noti come workmasters, erano responsabili dell’esecuzione materiale degli oggetti.

I workmasters gestivano laboratori propri e disponevano di un elevato grado di autonomia nella realizzazione, pur operando sotto la supervisione della maison. Ogni pezzo prodotto recava, accanto al marchio Fabergé, il punzone del maestro responsabile, generalmente costituito dalle sue iniziali, consentendo di identificare con precisione la provenienza e la paternità tecnica dell’oggetto. Sono attestati, ad esempio, i punzoni «MP» per Michael Perkhin e «HW» per Henrik Wigström.[4]

Questo sistema permetteva di coniugare un controllo qualitativo centralizzato con la flessibilità operativa di una rete di laboratori altamente specializzati, e costituisce oggi uno degli strumenti fondamentali per l’attribuzione e lo studio delle opere Fabergé. All’interno di questa struttura, Peter Carl Fabergé svolgeva principalmente un ruolo di direzione artistica e coordinamento, definendo l’impostazione estetica delle opere e approvando i progetti finali. La produzione non era quindi il risultato di un singolo autore, ma di un processo collettivo nel quale convergevano competenze diverse, tra cui oreficeria, smaltatura, incisione e lavorazione delle pietre dure.

Tra i principali workmasters attivi presso la maison si distinsero figure come Michael Perkhin e Henrik Wigström, responsabili della realizzazione di numerosi oggetti di alta oreficeria, incluse diverse uova imperiali. La continuità qualitativa della produzione era garantita da un rigoroso sistema di selezione dei maestri e da un controllo costante sugli standard tecnici ed estetici.[2]

Tipologie di produzione

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La produzione della maison Fabergé si articolava in una vasta gamma di oggetti di oreficeria e arti decorative, caratterizzati da un elevato livello di complessità tecnica e da una forte integrazione tra funzione e valore estetico.

Cestino di mughetti (1896), esempio di virtuosismo tecnico e naturalismo nella produzione Fabergé.

Accanto alle celebri Uova Fabergé, la produzione comprendeva gioielli, oggetti da tavola, servizi da scrittura, cornici, tabacchiere, portasigarette e una ricca varietà di manufatti decorativi. Particolare rilievo assunsero le sculture in pietra dura, tra cui figure animali e miniature, realizzate con materiali quali giada, quarzo e altre pietre ornamentali, spesso lavorate con grande naturalismo.[4]

Una componente significativa era inoltre rappresentata dagli oggetti personalizzati, realizzati su commissione per specifici destinatari, che potevano includere monogrammi, cifrari o riferimenti biografici. In questo senso, ogni oggetto si configurava come un prodotto unico, concepito in relazione al contesto di destinazione.

Campanello da tavolo in nefrite e oro (circa 1890), rappresentativo della produzione domestica di alta gamma della maison.

La varietà delle tipologie rifletteva la capacità della maison di operare simultaneamente nel campo dell’alta gioielleria, delle arti decorative e degli oggetti d’uso, mantenendo un elevato livello qualitativo in tutte le categorie.[2]

Una parte significativa della produzione di uova Fabergé fu destinata anche a committenti privati appartenenti all’élite economica e aristocratica internazionale. Tra i più noti figurano l’industriale russo Alexander Kelch, per il quale fu realizzata una serie di esemplari tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nonché esponenti di importanti famiglie europee come i Rothschild e gli Yusupov.

Alcuni esemplari furono inoltre commissionati da figure di primo piano della società internazionale, tra cui l’industriale Emanuel Nobel e membri dell’aristocrazia britannica, come la duchessa di Marlborough, a testimonianza della diffusione della produzione Fabergé al di fuori del contesto imperiale russo.[6]

Clientela internazionale

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Accanto alla committenza imperiale russa e alle relazioni con le corti europee, la maison Fabergé sviluppò una clientela internazionale composta da aristocratici, collezionisti e membri dell’alta borghesia, inserendosi progressivamente nei circuiti europei del lusso tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Impugnatura di bastone in ametista, smalto e oro (circa 1890–1898), esempio di oggetto di lusso destinato a una clientela internazionale al di fuori del contesto strettamente imperiale

La presenza di filiali in città come Mosca, Londra e altre capitali europee contribuì a consolidare una rete commerciale estesa, che permetteva alla maison di intercettare una domanda crescente di oggetti di alta oreficeria al di fuori del contesto strettamente dinastico.

Questa clientela comprendeva esponenti delle élite economiche e finanziarie internazionali, nonché figure legate al collezionismo e alla cultura del lusso, interessate a oggetti caratterizzati da un alto livello di raffinatezza tecnica e da un forte valore simbolico. In tale contesto, la produzione Fabergé contribuì alla diffusione di uno stile riconoscibile, associato a una sintesi tra tradizione artigianale e innovazione formale.[8]

La diversificazione della clientela rappresentò uno degli elementi chiave del successo commerciale della maison, permettendo di affiancare alla produzione destinata alla corte imperiale una più ampia attività rivolta al mercato internazionale e contribuendo alla sua affermazione come realtà di riferimento nel panorama europeo dell’alta gioielleria.

Significato storico e artistico

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L’attività della maison Fabergé si colloca nel contesto della cultura materiale dell’Impero russo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, rappresentando una sintesi originale tra tradizione orafa europea e identità artistica russa. La produzione della maison si distingue per la capacità di integrare linguaggi stilistici diversi, rielaborando modelli storici – dal classicismo all’arte del XVIII secolo – in forme coerenti con il gusto e le esigenze della corte imperiale.[2]

In questo quadro, Fabergé contribuì a definire una concezione dell’oggetto di lusso come espressione complessa di valore estetico, tecnico e simbolico. Le opere della maison non erano soltanto manufatti ornamentali, ma elementi inseriti in un sistema di rappresentazione sociale e dinastica, nel quale il dono, la memoria e la celebrazione rivestivano un ruolo centrale.[6]

Dal punto di vista storico-artistico, la produzione Fabergé si distingue per una peculiare integrazione tra arti decorative e innovazione tecnica, che la colloca in una posizione specifica nel panorama europeo dell’epoca. A differenza di altre manifatture occidentali attive nell’alta gioielleria tra XIX e XX secolo, orientate prevalentemente verso la produzione di oggetti ornamentali o di parure, Fabergé sviluppò un linguaggio in cui la dimensione narrativa e simbolica dell’oggetto assumeva un ruolo centrale, spesso in relazione a contesti biografici, dinastici o celebrativi.[2]

Questa impostazione si tradusse in una produzione caratterizzata da un alto grado di varietà tipologica e da una continua sperimentazione formale, visibile nell’uso raffinato di smalti, pietre dure e meccanismi miniaturizzati, nonché nella capacità di integrare tecniche tradizionali con soluzioni innovative. In tal senso, la maison contribuì a ridefinire il ruolo dell’oreficeria di lusso, avvicinandola a una concezione più ampia delle arti decorative come ambito di progettazione complessa.[2]

Orologio da tavolo in smalto e oro, realizzato da Michael Perkhin (prima del 1896), esempio dell’integrazione tra arti decorative, innovazione tecnica e funzione

Le Uova Fabergé, in particolare, costituiscono l’esempio più noto e compiuto di questa concezione: concepite come doni pasquali destinati alla famiglia imperiale, esse univano una struttura esterna altamente elaborata a una “sorpresa” interna, spesso legata a eventi biografici o simbolici, traducendo in forma materiale il rapporto tra arte, ritualità e potere. In questo contesto, le uova Fabergé non costituirono soltanto una tipologia tra le altre, ma il fulcro simbolico attraverso cui la maison elaborò in forma più compiuta il proprio linguaggio artistico.

Nel contesto della tarda età imperiale, la produzione Fabergé rappresentò una delle espressioni più compiute della cultura del lusso legata alla corte dei Romanov, riflettendone al tempo stesso le dinamiche di rappresentazione e le tensioni di un sistema destinato a dissolversi con la rivoluzione russa del 1917. In questa prospettiva, le opere della maison possono essere interpretate non solo come oggetti di alta oreficeria, ma anche come testimonianze materiali di un sistema culturale e politico giunto alla sua fase conclusiva.[6]

Il marchio Fabergé

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Il nome «Fabergé» è storicamente associato alla maison attiva nell’Impero russo tra il 1842 e il 1917, ma nel corso del Novecento ha conosciuto una complessa evoluzione giuridica e commerciale che ne ha progressivamente separato l’identità dal contesto originario dell’alta gioielleria.

Dopo la rivoluzione russa e la dissoluzione della maison, i discendenti della famiglia tentarono di proseguire l’attività in esilio, fondando nel 1924 a Parigi la società Fabergé et Cie. Tuttavia, l’assenza della struttura produttiva originaria e della committenza aristocratica rese impossibile una reale continuità con l’impresa storica.

A partire dalla metà del Novecento, il nome «Fabergé» fu progressivamente acquisito e utilizzato da soggetti terzi. In questo processo, un passaggio decisivo si verificò alla fine degli anni trenta, quando i diritti sul marchio furono rilevati dall’imprenditore americano Samuel Rubin, che ne avviò lo sfruttamento commerciale nel settore della profumeria e dei beni di consumo attraverso la società Fabergé Inc.. Tale evoluzione segnò una trasformazione sostanziale del marchio, ormai svincolato dalla tradizione artigianale della maison storica e inserito nelle dinamiche dell’industria cosmetica internazionale.[6]

Nel secondo dopoguerra, la distanza tra il marchio e la famiglia originaria fu ulteriormente formalizzata attraverso un accordo raggiunto nei primi anni cinquanta tra gli eredi Fabergé e i detentori dei diritti commerciali, che sancì la possibilità di utilizzare il nome «Fabergé» in ambito industriale pur in assenza di un legame diretto con la maison storica.[6]

Nel corso dei decenni successivi, il marchio fu oggetto di ulteriori passaggi di proprietà e operazioni di licensing, tra cui l’acquisizione da parte di Unilever nel 1989, che ne consolidò l’utilizzo in ambito commerciale globale.[6]

A partire dagli anni Duemila, il nome Fabergé è stato progressivamente riacquisito e rilanciato nel settore del lusso, con l’obiettivo di ricostruire un legame con l’eredità storica della maison. Questo processo ha portato alla nascita dell’attuale Fabergé (azienda contemporanea), attiva nella produzione di gioielli e oggetti di alta gamma ispirati alla tradizione storica, pur in assenza di una continuità diretta con l’organizzazione produttiva originaria.

Questa discontinuità ha costituito oggetto di analisi nella storiografia e nella critica del settore, dove è stata evidenziata la distanza tra la produzione della maison storica e gli utilizzi successivi del marchio, sviluppatisi attraverso dinamiche industriali e commerciali autonome rispetto al contesto originario.[6]

Nel contesto contemporaneo, il nome «Fabergé» designa quindi una realtà complessa, nella quale coesistono una forte eredità storico-artistica e un marchio commerciale sviluppatosi attraverso percorsi autonomi rispetto alla maison fondata nel XIX secolo.

  1. (EN) Christel Ludewig McCanless, Fabergé eggs: a retrospective encyclopedia, Scarecrow Press, 2001.
  2. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 (EN) Géza von Habsburg, Fabergé: Treasures of Imperial Russia, Prestel, 2015.
  3. (EN) Fabergé: The Artist-Jeweller, su Royal Collection Trust. URL consultato l'11 aprile 2026.
  4. 1 2 3 (EN) Tatiana Fabergé, Skurlov e Kohler, Fabergé: A Comprehensive Reference Book, Ginevra, Éditions Slatkine, 2012.
  5. (EN) Gerard G. Hill, Fabergé and the Russian Master Goldsmiths, New York, Universe, 2007, ISBN 9780789399700.
  6. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 (EN) Toby Faber, Fabergé's Eggs: One Man's Masterpieces and the End of an Empire, New York, Random House, 2008, ISBN 9781400063093.
  7. (EN) The Metropolitan Museum of Art Bulletin, vol. 23, n. 7, Metropolitan Museum of Art, marzo 1965.
  8. 1 2 (EN) Fabergé: The Sandringham Commission, su Victoria and Albert Museum. URL consultato il 12 aprile 2026.
  9. (EN) Jewellery Studies, n. 2021, Society of Jewellery Historians.
  10. (EN) A Royal Presentation Brooch by Carl Fabergé, su Wartski. URL consultato l'11 aprile 2026.

Studi e monografie

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  • (EN) Géza von Habsburg, Fabergé: Treasures of Imperial Russia, Prestel, 2015.
  • (EN) Alexander von Solodkoff, Fabergé: Imperial Jeweller, Londra, Thames & Hudson, 1989, ISBN 9780500014523.
  • (EN) A. Kenneth Snowman, Carl Fabergé: Goldsmith to the Imperial Court of Russia, Londra, Studio Vista, 1979.

Strumenti di riferimento

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  • (EN) Tatiana Fabergé, Eric-Alain Kohler e Valentin V. Skurlov, Fabergé: A Comprehensive Reference Book, Ginevra, Éditions Slatkine, 2012, ISBN 9782832104989.
  • (EN) Gerard G. Hill, Fabergé and the Russian Master Goldsmiths, New York, Universe, 2007, ISBN 9780789399700.

Studi specifici

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  • (EN) Tatiana Fabergé, Lynette G. Proler e Valentin V. Skurlov, The Fabergé Imperial Easter Eggs, Londra, Christie's, 1997, ISBN 9780903432481.
  • (EN) Tatiana Fabergé, Franz P. Birbaum e Valentin V. Skurlov, History of the House of Fabergé, San Pietroburgo, 1992.

Edizioni e studi in lingua italiana

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Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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